domenica 17 aprile 2016

“Sappiate perdere…”

In occasione del primo congresso olimpico tenuto nella sede dell’Università della Sorbona a Parigi il 23 giugno 1984, su iniziativa del Barone Pierre de Coubertin, veniva costituito il Comitato Olimpico Internazionale (CIO). Per De Coubertin l’idea alla base del CIO era quella  di “utilizzare lo sport come strumento per promuovere la pace e la comprensione tra i popoli. Fare in modo che i giovani si possano confrontare su un terreno sano e leale, piuttosto che in guerra”. Per valorizzare questa importante eredità il  6 aprile scorso, nel giorno dell’anniversario dei primi Giochi Olimpici del 1896, si è celebrata la Giornata Internazionale dello Sport per lo Sviluppo e la Pace (IDSDP). La ricorrenza è stata ideata dal CIO, in qualità di Osservatore permanente presso le Nazioni Unite, proprio per sottolineare “il potere dello sport nello sviluppo di un mondo migliore e per evidenziarne l’importanza come catalizzatore per il cambiamento sociale in tutti gli angoli del mondo”. 

Anche per onorare non solo simbolicamente il valore dello sport, fenomeno di massa in grado di infrangere le barriere geografiche e razziali, di genere ed economiche, politiche e culturali, dell'abilità e delle differenti abilità, della guerra e della pace, era stata presentata l’11 marzo del 2015 la risoluzione ONU per "la tregua olimpica in vista dei Giochi di Rio 2016". L’iniziativa per il Presidente del CONI Giovanni Malagò, ci ricorda il fondamentale ruolo giocato dallo sport: “Siamo l’unico settore che mette tutti d’accordo, perché lo sport è uno strumento che unisce oltre ogni barriera. C’è un filo che ci lega, c’è la storia che insegna come si siano superate tante storie di diversità. Con un significato più bello di quello delle medaglie. Dobbiamo alimentare queste tematiche, tenerle vive”. L’ONU si è battuto per il ritorno alla tregua olimpica a partire dai Giochi di Barcellona ’92, ricordando che non è tanto il motto ufficiale “Citius, altius, fortius”, quanto “l’importante è partecipare” ad avere la priorità in un momento di tormentata coesistenza in molte parti del mondo. “Lo disse il barone De Coubertin, nel voler associare donne e uomini di ogni etnia, fedi politiche e religiose, chiamati tutti, indistintamente, a contribuire alla costruzione di un mondo che includa e non divida” ricordava nell'occasione Mario Pescante membro del CIO e Osservatore Permanente presso l’ONU. 

Quell’ideale universale che si chiama pace ha trovato spesso nello sport una cornice. Molti ricorderanno i grandi gesti e le grandi intuizioni come quella di Nelson Mandela che ai mondiali del 1995 riuscì a trasformare “una cosa da bianchi” e “odiata dai neri” come il rugby in Sudafrica, in un’opportunità per unire tutto il Sudafrica. Mesi prima dell’inizio del torneo, ospitato proprio dal Sudafrica, Mandela fece organizzare diversi momenti di “avvicinamento” tra la nazionale di rugby (con 25 giocatori bianchi su 26, come il capitano Francois Pienaar) e i sudafricani neri, a cominciare dagli allenamenti aperti al pubblico. Su suggerimento dello staff della nazionale, poi, i giocatori impararono a memoria Nkosi Sikelele, l’inno nazionale per la popolazione nera in lingua Xhosa (una delle 11 riconosciute dallo Stato, parlata da circa l’80 per cento degli abitanti della provincia di Capo Orientale) e la nazionale fece visita a Robben Island, la piccola isola dove venivano tenuti i prigionieri politici del regime, fra cui lo stesso Mandela. Quando il 24 giugno 1995 ai supplementari il sudafricano Joel Stransky fece un drop goal, cioè mandò la palla in mezzo ai pali e al di sopra della traversa, fu il Sudafrica intero a festeggiare il titolo mondiale e con esso la lenta fine dell’apartheid.

Oltre a questo famoso evento raccontato in un libro di John Carlin intitolato Ama il tuo nemico e a sua volta trasposto nel 2009 nel film di Clint Eastwood Invictus (con un perfetto Morgan Freeman nel ruolo di Mandela), sono miriadi di casi anche piccoli dove l’agonismo non ha travolto il potenziale di lealtà e solidarietà dello sport, come quando Eugenio Monti, pilota di bob a 2 ai Giochi di Innsbruck del 1964 consegnò all’equipaggio inglese, in quel momento secondo, il bullone per riparare il loro bob e vincere la gara. Monti conquistò il bronzo, ma il CIO gli conferì il Premio Fair Play Pierre De Coubertin per la sportività del suo gesto. E il podio del tiro a segno ai Giochi di Pechino 2008? Due donne, due mamme, un’atleta russa e una georgiana si abbracciarono mentre il giorno prima era scoppiato un conflitto armato tra i loro Paesi. Le occasioni e gli aneddoti, non solo nel contesto olimpico sono infiniti, ma non è solo la vittoria a segnare e definire il “potenziale pacifico” dello sport. Lo sport è anche un importante strumento educativo di pace sociale, ed in tal senso dovrebbe essere sviluppato.

Personalmente pratico sport da quando avevo sei anni. Ho iniziato sciando quando ero alle scuole elementari, poi è stata la volta dell’atletica con la corsa, della pallavolo fino a quando ho finito di crescere (…troppo poco e il libero non esisteva ancora!), poi è toccato al calcio,  e ancora oggi vado spesso di corsa in gara e fuori. Ho sempre incontrato più amici che avversari e non essendo mai diventato un campione è inutile che vi dica che sono più le volte che ho perso che quelle che ho vinto. Per questo tra le cose che “devo” allo sport è stato proprio imparare a perdere. Nella società odierna, a tutti i livelli, sì è dimenticato che si può anche perdere! Non si accetta la sconfitta e si esaspera il bisogno di un risultato positivo. Chi non vince è un fallito nello sport come nella vita e sembra non si distinguano più le persone se non in due categorie: vincenti o perdenti. Come si vince poco importa. “Lo sport dovrebbe insegnare proprio a perdere: tutti gli atleti che si accingono a disputare una gara sanno che possono vincere e possono perdere, in entrambi i casi non è secondario il come” ricorda spesso Damiano Tommasi ex calciatore che della correttezza ha fatto la sua bandiera in campo, prima di diventare presidente dell'Associazione Italiana Calciatori. 

Nello sport come nella vita oltre all’esempio dei campioni e l’esperienza di preparati allenatori, servono sempre più esempi positivi e bravi educatori, capaci di trasmettere soprattutto alle nuove generazioni la capacità di vedere le persone e non gli avversari accettando la vittoria e la sconfitta come parte del gioco. Parafrasando e integrando Louis Ferdinand Céline che ricordava “Sappiate avere torto, il mondo è pieno di gente che ha ragione. È per questo che marcisce” proporrei anche questo importante e personale insegnamento sportivo: “Sappiate perdere, il mondo è pieno di gente che vuole vincere ad ogni costo. A volte è per questo che marcisce”. Poi vada come vada, nello sport come nella vita perdere non è una tragedia. Godetevi la partita!

Alessandro Graziadei

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