lunedì 22 maggio 2017

A chi grida al lupo al lupo…

Per colpa di una politica distratta, di un’informazione non sempre corretta e di qualche criminale ambientale non siamo ancora capaci di difendere la straordinaria biodiversità italiana e spesso rischiamo di impoverire in modo irreversibile il Belpaese, noto non solo per le sue bellezze artistiche, ma anche per l’incredibile varietà di fauna e flora (oltre 57.000 specie animali e quasi 8.000 vegetali) che una volta perse non sempre è possibile recuperare. In particolare l’uccisione illegale di specie protette è una piaga nazionale e il lupo è diventato il simbolo di quella natura che stiamo di perdendo visto che secondo il WWFogni anno 300 lupi vengono uccisi in Italia da bracconieri, bocconi avvelenati o dall’impatto con le auto”, alterando in modo sensibile l’equilibrio di specie dal ruolo ecologico importantissimo, come tutte quelle poste al vertice della piramide alimentare, capace tra le altre cose di controllare la popolazione di cinghiali e di altri ungulati.

Anche per questo l’associazione ambientalista è scesa in campo per salvarlo chiudendo oggi, in occasione della Giornata mondiale della Biodiversità, una raccolta fondi di due settimane attraverso l’SMS solidale 45524 che servirà a finanziare i controlli sul campo delle guardie volontarie, i droni per sorvegliare le aree più a rischio, l’utilizzo dei cani addestrati a scovare le tracce di veleno sparso dai bracconieri, i centri specializzati nella riabilitazione animale e gli attraversamenti stradali sicuri sia per i lupi che per gli orsi. Ma l’aiuto chiesto dal WWF cercherà anche di creare una corretta cultura sul lupo sostenendo gli allevatori “salva-lupo” con un contributo al mantenimento dei cani da guardiania più adatti e la creazione di una “scuola permanente e diffusa” a difesa del lupo, per riuscire ad informare, sensibilizzare e coinvolgere i cittadini e le scuole nella difesa di questo simbolo della nostra natura unico al mondo. L’obiettivo è quello di sfatare così i luoghi comuni e le fake news che hanno contribuito ad alimentare la storica ostilità nei confronti del lupo e che rappresenta una minaccia per la specie. 

Per il WWF, infatti, “siamo davanti ad una specie perseguita da una cattiva informazione che rischia di creare ulteriori danni agli equilibri naturali anche nelle aree protette che non rappresentano ancora un rifugio sicuro per questi animali: nei Monti Sibillini, ad esempio, negli ultimi sei anni sono stati ritrovati 18 lupi morti, nel Parco della Majella lo scorso anno 4 lupi sono rimasti intrappolati dai lacci. La barbarie contro il lupo è particolarmente accanita in alcune zone calde di bracconaggio, come la provincia di Grosseto, in Toscana, dove lacci, veleno e fucili ancora uccidono decine di lupi, a volte persino esposti in modo provocatorio”. Così se il lupo, grazie anche alle campagne del WWF condotte negli anni ’70, si era salvato dall’estinzione recuperando il suo areale originario, oggi le stime italiane parlano di perdite pari al 20 per cento della specie ogni anno su una popolazione complessiva stimata di circa 1.600 animali. Ma i lupi uccisi potrebbero essere di più dato che i bracconieri tendono a nascondere le carcasse per evitare di avere conseguenze con la giustizia e ridimensionare l’allarme ecologista. 

Lo scorso 17 maggio nel giorno del Wolf Day queste preoccupazioni sono state confermare anche dal progetto di citizen science lanciato dal gruppo Italian Wild Wolf, composto da ricercatori, fotografi e appassionati del lupo e secondo i quali “in soli 6 mesi sono state segnalate ben 53 carcasse di lupo”. Questo progetto in cui i cittadini sono chiamati a raccogliere dati a scopo scientifico, rappresenta il primo esempio in Italia applicato al lupo, ed ha l’obiettivo di attivare una raccolta di dati basati su osservazioni dirette e sulle notizie delle cause di morte del lupo diffuse da tutti gli organi di informazione. Dai dati raccolti dal 1 novembre 2016 al 30 aprile 2017, è emerso che solo il 6% dei decessi registrati è riconducibile a cause naturali, mentre gli incidenti stradali (53%) ed il bracconaggio (32%) rappresentano le prime cause di morte. Anche queste percentuali, tuttavia, sono difficilmente rappresentative del numero complessivo dei decessi del lupo italiano, in quanto è molto più probabile rinvenire una carcassa lungo la strada piuttosto che in un bosco. Complessivamente sia il bracconaggio che le morti naturali potrebbero avere quindi un’incidenza maggiore, sebbene dietro agli stessi investimenti lungo le strade non è impossibile immaginare episodi di avvelenamento che debilitano i lupi esponendoli maggiormente al rischio di incidenti.

Non invertire la diminuzione della popolazione autoctona di lupi italiani è oggi un grave rischio non solo per la biodiversità nazionale, visto che la popolazione italiana di lupo è, secondo un nuovo studio appena pubblicato sulla prestigiosa rivista PLOS ONE, una sottospecie unica al mondo “sia a livello di cromosomi autosomici, la maggior parte del DNA di un individuo, che a livello mitocondriale, cioè di DNA ereditato per via materna”, ha spiegato Romolo Caniglia, genetista e coordinatore dello studio. “Quello che stupisce è quanto sia antica tale peculiarità che presenta una variabilità genetica inferiore del 30% rispetto alle altre popolazioni, segno di una diminuzione demografica protratta nel tempo, a cui si è sommato lo sterminio operato negli ultimi secoli per mano dell’uomo”, ha aggiunto Marco Galaverni, responsabile specie e habitat del WWF Italia e anche lui tra gli autori dello studio.

Intanto, mentre il Piano nazionale di gestione del lupo nel quale sono previste azioni importanti per la tutela del simbolo della biodiversità italiana continua ad essere fermo in Conferenza Stato-Regioni, il WWF è tornato a chiederne l’approvazione urgente senza il paragrafo sugli abbattimenti legali, così come indicato dalla quasi totalità delle Regioni (ad eccezione della Regione Toscana che per bocca del suo assessore Marco Remaschi ha invocato nuovamente la deroga per poter abbattere un numero imprecisato di lupi). A chi grida al lupo al lupo è importante ricordare che i danni provocati da questo predatore, che non vogliono essere ignorati, possono essere minimizzati con misure di prevenzione ed indennizzo previste anche dall’Europa e che Regioni come l’Emilia-Romagna o i Parchi naturali abruzzesi sono riusciti da tempo a mettere in campo programmi per dotare gli allevatori di misure efficaci di preservazione delle greggi senza la necessità di abbattere altri lupi.

Alessandro Graziadei

domenica 14 maggio 2017

Pedalare è un buon affare!

Nel famoso saggio “Elogio della biciclettaIvan Illich, il celebre filosofo austriaco, ci ricordava come “La bicicletta sia uno strumento che crea soltanto domande che è in grado di soddisfare. Ogni incremento di velocità dei veicoli a motore determina nuove esigenze di spazio e di tempo: l’uso della bicicletta ha invece in sé i propri limiti. Essa permette alla gente di creare un nuovo rapporto tra il proprio spazio e il proprio tempo, tra il proprio territorio e le pulsazioni del proprio essere”. Un approccio alla mobilità che oltre a modificare in meglio il rapporto con lo spazio, il tempo e l’ambiente ha anche inevitabili ricadute economiche. Sì perché anche se le città italiane “bike friendly” sono ancora una minoranza, gli spostamenti in bici generano oggi un fatturato di 6,2 miliardi l’anno, un dato economico particolarmente interessante. È quanto emerge dall’A Bi Ci il 1° Rapporto sull’economia della bici in Italia realizzato da Legambiente in collaborazione con VeloLove e GRAB+  e presentato a Roma nel corso del Bike Summit 2017 lo scorso 5 maggio. Uno studio che dando un valore anche economico alla ciclabilità in Italia e alle numerose buone pratiche che hanno reso “bike friendly” alcuni centri urbani del Belpaese, ha evidenziato le strategie da mettere in campo per far crescere la sicurezza delle due ruote in città e sviluppare le grandi opportunità generate dalla bicicletta.

Ma quali e quante sono le città che hanno fatto della mobilità in biciletta un traguardo? Legambiente la chiama “la buona dozzina” e dal suo rapporto emerge che il 15% della popolazione di Cremona, Rimini, Pisa, Padova, Novara e Forlì utilizza quotidianamente la bici per i propri spostamenti. Ravenna, Reggio Emilia, Treviso e Ferrara hanno percentuali di abitanti che preferiscono il manubrio al volante che oscillano tra il 22% e il 27%. Infine a Pesaro e Bolzano circa un abitante su tre pedala per raggiungere il luogo di lavoro o di studio e ben il 28% della domanda urbana di mobilità è soddisfatto dalla bicicletta. Per Legambiente in queste due città il successo non è figlio solo di infrastrutture di qualità per le bici, ma di una riorganizzazione complessiva dello spazio urbano: “sono state ampliate le aree pedonali, sottratti spazi alla sosta delle auto, messi in sicurezza gli incroci, istituite zone a velocità moderata. In altre parole siamo davanti ad un approccio innovativo allo spazio urbano e alla sostanziale redistribuzione dei pesi tra le diverse componenti del trasporto che determina alti livelli di ciclabilità”.  Per l’ong questa è il risultato di una pianificazione della mobilità che mette al centro le esigenze di spostamento della persona e non più del veicolo e determina una maggiore efficienza dell’intero sistema locale del trasporto, una migliore qualità del contesto urbano e un minore inquinamento.

La maggioranza delle città italiane non ha però seguito la strada imboccata da questa virtuosa “buona dozzina”. Se è vero, infatti, che tra il 2008 e il 2015 sono stati realizzati 1.346 nuovi chilometri di percorsi ciclabili urbani nelle città capoluogo di provincia e l’insieme delle ciclabili urbane è salito dai 2.823,8 km del 2008 ai 4.169,9 km del 2015, con un incremento delle infrastrutture riservate a chi pedala addirittura del 50%, nello stesso periodo la percentuale di italiani che utilizzano la bici per gli spostamenti è rimasta immutata: il 3,6%. Come mai? Per gli autori dello studio la  spiegazione dell’asimmetria di questi dati risiede nella qualità delle infrastrutture. “Sono moltissimi i casi in cui le piste ciclabili urbane sono realizzate con standard costruttivi illogici e incoerenti, con sedi inadeguate e spesso concorrenziali con la pedonalità (sui marciapiedi), senza un’analisi preventiva dei flussi di utenti che potrebbero intercettare e conseguentemente senza una verifica, a posteriori, dell’efficacia dell’intervento in termini di aumento della ciclabilità e della diminuzione delle altre modalità di trasporto”. Di fatto ha spiegato Legambiente “sono state inaugurate tante nuove ciclabili, ma evidentemente sono state realizzate male, senza criterio, senza quella dovuta attenzione che dovrebbe far sì che ogni nuovo percorso per le due ruote sia capace di far crescere il numero di frequent biker”. 

Lo studio ha per questo sottolineato la necessità di realizzare percorsi ciclabili di qualità, con una forte coerenza fisica e visiva e capaci di mettere in primo piano il tema sicurezza stradale che oggi in Italia è a livelli emergenziali: ogni anno vengono uccise almeno 250 persone in bici e il caso di Michele Scarponi morto il 22 aprile scorso o le condizioni gravissime in cui versa in queste ore Nicky Hayden ce lo hanno drammaticamente ricordato. “I tracciati per le bici - ha ricordato Alberto Fiorillo, responsabile aree urbane Legambiente - devono per questo essere fatti con criterio collegando forti attrattori di mobilità come università, quartieri ad alta densità abitativa, stazioni ferroviarie e della metropolitane, il fondo stradale delle piste deve essere privo di difetti e irregolarità con caratteristiche tecniche che lo rendano scorrevole, gradevole e percorribile in sicurezza tutto l’anno”. Inoltre “Nel disegnare nuovi itinerari si deve dare priorità a quelli che favoriscono l’intermodalità con i servizi di trasporto su ferro e altri mezzi del trasporto pubblico che consentono di salire a bordo con la biciha aggiunto Fiorillo.

Il risultato, come abbiamo anticipato, paga anche sotto il profilo economico. Secondo la presidente di Legambiente, Rossella Muroni, infatti, “l’insieme degli spostamenti a pedali genera un fatturato di 6.206.587.766 euro. Questo patrimonio, somma della produzione di bici e accessori, delle ciclovacanze e dell’insieme delle esternalità positive generate dai biker come risparmio di carburante, i benefit sanitari e la riduzione di emissioni nocive, appare ancora più rilevante soprattutto in considerazione del carattere adolescenziale della ciclabilità in molte parti d’Italia, sia per gli aspetti relativi alla mobilità, sia per quello che riguarda il turismo su due ruote” ha concluso la Muroni.  Oggi ciclisti, pedoni, trasporto pubblico e PIL crescono dove si rovesciano le gerarchie, dove cioè andare in auto diventa l’opzione meno concorrenziale e dove c’è garanzia di sicurezza per la cosiddetta utenza vulnerabile: pedoni e ciclisti. È questo il principio, anche economico, che ha spinto Legambiente e le altre realtà che hanno lavorato a questo rapporto a ricordarci che pedalare è sempre un buon affare!

Alessandro Graziadei

sabato 13 maggio 2017

È nato l’Osservatorio nazionale per una ricostruzione di qualità

Stando agli ultimi dati resi disponibili dal Dipartimento della Protezione Civile nelle zone del cratere del terremoto che nel 2016 ha sconvolto l’Italia centrale il 27% degli edifici scolastici risulta ancora parzialmente o temporaneamente inagibile e il 6% è ancora del tutto inagibile. Anche i dati relativi all’anagrafe scolastica del Ministero dell’istruzione non sono incoraggianti: “Su 537 edifici scolastici presenti in 122 comuni del cratere, su un totale di 140, ben 90 (il 16,8%) non presentano nessun dato rispetto all’anno di edificazione. Dei restanti 447 edifici scolastici, il 66,4% è stato realizzato prima della normativa antisismica del 1974, il 32,3% fra il 1975 e il 2009 e 1,3% dal 2010 in poi”. Gli interventi di messa sicurezza poi sembrano essere un miraggio e il 60,7% dei comuni del cratere dove sono presenti scuole risultano non aver effettuato, negli ultimi anni, interventi di messa in sicurezza. In particolare, stando ai dati di Legambiente “su 537 edifici presenti nei Comuni del cratere solo l’1,5% ha beneficiato di interventi di adeguamento sismico; e solo l’1,3% di nuove edificazioni” per lo più in aree dove le amministrazioni, anche dopo il terremoto del 1997, pur ricevendo i finanziamenti per la ricostruzione previsti, non hanno avuto come priorità la messa in sicurezza delle scuole.

Per questo secondo Legambiente e Fillea Cgil è urgente cambiare passo e nella attuale partita della ricostruzione post sisma è importante partire dalla riqualificazione del patrimonio edilizio e “incentivare un nuovo sviluppo delle aree del cratere colpite dal sisma, attivando una ricostruzione di qualità, sostenibile, sicura e innovativa che riparta prima di tutto dalle scuole e dagli edifici pubblici, e che coinvolga i cittadini evitando gli errori commessi in passato”. Con questo obiettivo è stato inaugurato il 29 aprile a Muccia nel cuore della Marche, in uno dei tanti comuni della provincia di Macerata colpiti dal terremoto che nel 2016 ha devastato a più riprese il Centro Italia, l’Osservatorio nazionale per una ricostruzione di qualità, una realtà pensata per “aiutare i cittadini e monitorare l’andamento della ricostruzione di queste aree, mantenendo alta l’attenzione a partire dal tema della ricostruzione delle scuole e sulla necessità di una gestione virtuosa delle macerie finalizzata al recupero e al riutilizzo, nonché sul tema della qualità e la sicurezza del lavoro più in generale”. 

Secondo Rossella Muroni, presidente nazionale di Legambiente, “Il terremoto del Centro Italia ci ricorda drammaticamente quanto sia urgente lavorare per la messa in sicurezza del territorio e del patrimonio edilizio, a partire dalle scuole che possono diventare un grande cantiere di innovazione diffusa. L’Osservatorio, che abbiamo realizzato e pensato insieme alla Fillea Cgil vuole essere una sorta di sentinella del territorio per aiutare le comunità. Siamo convinti che una ricostruzione antisismica, energeticamente sostenibile e sicura si debba avvalere del coinvolgimento dei cittadini, deve essere capace di leggere le trasformazioni avvenute (ambientali, demografiche, tecnologiche, di bisogni), e intrecciarsi con politiche di sviluppo mirate capaci di favorire nuovi modelli produttivi ispirati all’economia circolare e all’efficienza energetica, in un rapporto positivo con il territorio, la propria storia, cultura, tradizioni”. 

Una prospettiva condivisa anche dal segretario generale della Fillea Cgil, Alessandro Genovesi, per il quale l’Osservatorio nazionale vuole anche essere un sostegno e un punto di riferimento per le amministrazioni pubbliche e la cittadinanza “incentivando e promuovendo specifiche campagne informative e di sensibilizzazione rivolte a cittadini, sindaci, ma anche a professionisti e imprese. Occorre promuovere possibili cantieri modello in cui sia condiviso l’uso delle migliori pratiche e tecniche disponibili”, evitando il lavoro nero e puntando su una formazione mirata per i singoli lavoratori sulla sicurezza, i nuovi materiali, la corretta gestione dei rifiuti e il loro trattamento. “Inoltre l’Osservatorio vuole anche favorire l’insediamento e la nascita di imprese in loco specializzate nella ricostruzione di qualità, nell’utilizzo di nuovi materiali a minor impatto ambientale e di riciclo” ha concluso Genovesi.

Per ora l’Osservatorio voluto dall’associazione ambientalista e dal principale sindacato delle costruzioni, ha voluto vuole essere un esempio di buona prassi a cominciare dalla sua sede, visto che “Le aree del cratere possono e devono diventare un esempio virtuoso di ricostruzione sostenibile e innovativa, garantendo legalità e trasparenza e tenendo conto della sfide legate anche all’economia circolare”. Una scommessa che è anche una sfida ad un modello nuovo di sviluppo che interessa tutta la Penisola e che qui nel cratere deve partire dalla messa in sicurezza delle scuole poste nelle zone a rischio sismico, fissando obiettivi chiari negli interventi dell’adeguamento sismico e dell’efficienza energetica, “per avere edifici più sicuri e adatti alle esigenze delle persone che li abiteranno”. Per questo l’Osservatorio sarà aperto ai contributi di tutte le forze sociali, del volontariato, della società civile, delle istituzioni che condividano le finalità di una ricostruzione pubblica e privata, residenziale e di impresa, sostenibile e di qualità

Alessandro Graziadei

sabato 6 maggio 2017

Cambiamenti climatici e terrorismo...

L’aumento delle concentrazioni di gas serra in atmosfera è la maggiore causa dell’intensificazione dei fenomeni legati al così detto cambiamento climatico, che ormai da decenni ha enormi conseguenze sul pianeta e sulla nostra vita. Fino ad oggi sono stati osservati alcuni fenomeni per lo più atmosferici che si possono riassumere attraverso alcuni dati facilmente misurabili, come per esempio l’aumento della temperatura del pianeta, la perdita di biodiversità, la riduzione delle precipitazioni e delle risorse idriche, la crescente desertificazione, l’aumento della frequenza e dell’intensità delle precipitazioni e degli eventi climatici estremi, la diminuzione dei ghiacciai e delle nevi perenni con la conseguente crescita del livello del mare... Questi sono per la comunità scientifica i principali fenomeni legati ai cambiamenti climatici, responsabili a loro vota della diffusione di malattie, della malnutrizione e dell’aumento del numero dei “migranti ambientali”, cioè di quelle persone costrette a lasciare i territori di nascita o di elezione perché resi invivibili proprio dalle conseguenze dei cambiamenti climatici. Ma non basta. A quanto pare i cambiamenti climatici hanno aumentato sensibilmente anche i rischi di conflitti armati contribuendo alla nascita e alla crescita di gruppi armati criminali e terroristici.

Una conseguenza non difficile da pronosticare, ma che ora è stata messa nero su bianco dal rapporto “Insurgency, Terrorism and Organized Crime in a Warming Climate. Analyzing the Links Between Climate Change and Non-State Armed Groups” pubblicato il 20 aprile dalla Climate Diplomacy, un progetto di Adelphiun think tank attivo nella consulenza politica sul clima, l’ambiente e lo sviluppo, e sostenuto dal Ministero degli esteri della Germania. Il rapporto che esamina i rischi legati alla fragilità climatica e alla nascita di gruppi armati non statali, i così detti "Non State Armed Groups" o Nsag, ha evidenziato che esiste un rapporto chiaro tra il cambiamento climatico e la nostra sicurezza, anche se fino ad oggi “La maggior parte delle ricerche sui cambiamenti climatici e la sicurezza hanno toccato solo superficialmente il tema degli attori armati non statali e non hanno precisato in modo specifico e completo i legami tra il cambiamento climatico, la fragilità e questi gruppi armati non statali”. Se è vero, infatti, che i Nsag non sono un fenomeno nuovo, oggi sembrano essere un fenomeno più vasto, complesso e violento che in passato, tanto che per i ricercatori di Climate Diplomacy “Ampliare la prospettiva e la comprensione della natura ibrida e complessa degli Nsag e delle motivazioni che li spingono oltre che il contesto in cui prosperano, è indispensabile per rispondere adeguatamente alle sfide per la sicurezza che pongono”.

Secondo i ricercatori di Climate Diplomacy, il cambiamento climatico sta interagendo con i gruppi armati non statali principalmente esacerbando i conflitti che riguardano le risorse naturali e i mezzi di sussistenza, favorendo contesti sempre più poveri e polarizzati dove i Nsag proliferano e possono operare più facilmente reclutando e facendo proseliti tra la popolazione grazie alla disponibilità di abbondanti incentivi economici. In contesti impoveriti gli “Nsag utilizzano sempre più le risorse naturali e il loro controllo come arma di guerra”, in un processo che a sua volta aggrava le scarsità di risorse e arricchisce le organizzazioni criminali. Per Climate Diplomacy “Queste dinamiche potrebbero essere esacerbate, dato che il cambiamento climatico aumenta la scarsità delle risorse naturali in alcune regioni del mondo e  più le risorse diventano scarse, più potere è dato a coloro che le controllano”. Se i fattori economici, sociali e politici restano quindi importanti per inquadrare il fenomeno, la dimensione ambientale ha assunto negli anni un peso notevole e l’abuso del concetto di “estremismo violento” da solo per spiegare il fenomeno rischia di sminuire le altre fonti della fragilità, delegittimando le rivendicazioni politiche delle popolazioni e riducendo alcune comunità nel ruolo di potenziali estremisti.

La ricerca è arrivata a queste conclusioni dopo aver analizzato “l’evoluzione climatica” di 4 casi di studio: Boko Haram nella regione del lago Ciad, lo Stato Islamico/Daesh in Siria, i talebani in Afghanistan e la criminalità organizzata in Guatemala. Emblematico è il caso legato all’area del Lago Ciad, dove il cambiamento climatico sta producendo una scarsità di risorse tale da erodere progressivamente il sostentamento di molte persone, aggravando la povertà e la disoccupazione e provocando spostamenti di intere popolazioni. Per Climate Diplomacy “In un ambiente così fragile e disperato Boko Haram può operare più facilmente, impegnandosi non solo in efferati atti di violenza, ma anche diventando un protagonista della criminalità organizzata transnazionale che traffica in risorse ed esseri umani” e trovando sempre del “terreno fertile per il reclutamento”.

In generale per quanto si tratti di esperienze molto diverse, tutte e 4 sembrano accomunate dalla significativa influenza del cambiamento climatico sui contesti in cui operano i gruppi armati non statali. Per questo per Adelphi i casi di studio dimostrano che “I complessi rischi derivanti dal cambiamento climatico, dalla fragilità e dai conflitti oggi possono concretamente contribuire alla nascita e alla crescita di gruppi armati non statali”. Questo “non implica che ci sia un legame univoco tra il cambiamento climatico e i conflitti legati agli Nsag - ha sottolineato il rapporto di Climate Diplomacy -  tuttavia, su larga scala, il cambiamento ambientale e climatico contribuisce a creare un ambiente in cui i gruppi armati non statali possono prosperare e che apre spazi che facilitano il perseguimento delle loro strategie”. Una ragione in più per impegnarsi ancora di più nella battaglia civile a sostegno delle energie rinnovabili!

Alessandro Graziadei

sabato 29 aprile 2017

Romania: non importiamo criminali, esportiamo land grabbing!

Uno degli stereotipi più diffusi in Italia è quello che vede gli stranieri, ed i particolare i romeni, rappresentati come gli immigrati più criminali del Belpaese, un pregiudizio che ha recentemente condiviso con un post su Facebook anche vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, dichiarando che “L’Italia ha importato dalla Romania il 40 per cento dei loro criminali”. Anche se tra i romeni, come in ogni popolazione, i criminali non mancano, secondo il Dossier Statistico Immigrazione, realizzato da Idos con la collaborazione della rivista interreligiosa Confronti, che ha approfondito i dati aggiornati al 2014 sul rapporto tra gli stranieri (in particolare i romeni) e la criminalità forniti dalla Direzione centrale della Polizia criminale del Ministero dell’Interno, appare evidente che tra il 2004 e il 2014 le denunce nei confronti degli italiani sono aumentate del 40,1 per cento e quelle nei confronti degli stranieri del 34,3 per cento, nonostante la popolazione italiana sia risultata in leggera diminuzione e quella straniera sia più che raddoppiata nello stesso periodo. Tra questi i romeni, che sono circa 1 milione e 151 mila al primo gennaio 2016 risultano attualmente sotto rappresentati tra gli stranieri autori crimini. Per Ugo Melchionda, presidente di Idos “Questi dati servono per evitare la riproposizione dello stereotipo presenza romena uguale criminalità, come già nel passato era avvenuto per il Marocco e l’Albania, e rende sempre necessario fare ricorso a dati statistici, affidabili e comparabili”. Dati confermati anche da Patrizio Gonnella, presidente della Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili (Cild) e dell’associazione Antigone che ci ricorda come “Negli ultimi anni i detenuti di nazionalità romena sono in forte calo percentuale rispetto ad alcuni anni fa”.

Se dalla Romania non “importiamo criminali”, come molti pensano, è invece vero, come molti non sanno, che dalla caduta del regime di Nicolae Ceaușescu nel 1989 e in particolare negli ultimi 17 anni, l’Italia partecipa alla corsa all’accaparramento di terre romene in quello che è considerato da molti uno degli stati più fertile d’Europa. Secondo l’ufficio Ice di Bucarest, sarebbe di proprietà italiana circa il 3,1 % della terra coltivata in Romania, oltre 300.000 ettari che hanno fino ad oggi prodotto vantaggi economici e lavorativi assolutamente irrisori per i contadini locali. L’associazione Terra Nuovariprendendo un articolo di Pagina 99 dello scorso anno, dal titolo “Il futuro rumeno è una terra italiana”, ha approfondito questo tema riportando le testimonianze di alcuni imprenditori bresciani secondo i quali: “Nessun paese ha venduto le terre come la Romania, nemmeno l’Africa. È stata un’occasione unica al mondo. Nella prima ondata sono venuti tutti a fare speculazione, compravano e rivendevano, poi lentamente sono iniziati ad arrivare imprenditori più strutturati, tedeschi, danesi, e tantissimi italiani. Cinquanta, centomila delle vecchie lire: tanto costava un ettaro di terra. Un Eldorado”. Così, se tra il 2002 e il 2010, 150.000 piccole aziende agricole romene sono scomparse, negli ultimi 10 anni quasi 2 milioni di ettari di terra sono stati venduti a grandi investitori locali e soprattutto stranieri per essere trasformati in distese di monoculture con il beneplacito dell’Unione Europea.

Anche se negli ultimi anni in questo land grabbing sui generis (visto che qui raramente si parla di espropri) la speculazione ha fatto levitare i prezzi, la Romania è oggi il paese europeo con la più alta percentuale di terreni agricoli controllati da compagnie straniere e la concentrazione delle risorse fondiarie ha raggiunto livelli preoccupanti in una società che concentra quasi il 50% di tutti i contadini europei e 13,3 milioni di ettari destinati all’agricoltura, vantava storicamente una vocazione quasi esclusivamente agricola. Secondo una ricerca del Transnational Institute “lo 0,4% delle aziende agricole presenti in Romania controlla il 48,3% dei terreni” in un mercato fondiario che dal 2014 è accessibili a tutti anche grazie ad una nuova legge nazionale (la n. 17/2014), che regola la compravendita dei terreni, conferendo ai potenziali acquirenti, locali e non, poteri contrattuali nettamente superiori rispetto ai venditori. Per questo multinazionali, banche, fondi pensione, assicurazioni o semplici imprenditori sotto la voce “diversificazione del portfolio” stanno “facendo la spesa” in Romania, scommettendo sull’agrochimica, sulla meccanizzazione, sulle infrastrutture o su un ulteriore aumento dei prezzi dei terreni per pianificarne la futura vendita come hanno fatto la libanese Maria Group, che si occupa di architettura e design, ma che qui ha costruito un porto e un macello privati o il fondo d’investimento agricolo britannico Rabofarm, che secondo il giornalista investigativo inglese Luke Dale-Harris, è responsabile attraverso i suoi intermediari di pressioni sugli abitanti di molti villaggi per strappare appezzamenti a prezzi irrisori.

Per ora le dimensioni e le modalità di questi investimenti non vanno certamente incontro alle necessità della popolazione rurale romena, che è oggi in via d'estinzione visto che ogni ora scompaiono le risorse per tre famiglie contadine alle quali non rimane che provare la carta dell’emigrazione, soprattutto dopo il 2007, quando in seguito all'ingresso della Romania nell'Unione europea anche i cittadini rumeni possono godere del beneficio della libera circolazione delle persone nella cosiddetta “Area Schengen”. Come accade in Africa è giunto il momento di iniziare a considerare l’emigrazione anche come il risultato di un fenomeno di accaparramento di terre ben strutturato anche in Europa. La Romania rappresenta uno degli esempi più eclatanti di come sia possibile non importare criminali, ma esportare land grabbing!

Alessandro Graziadei

sabato 22 aprile 2017

Iran: un paese da visitare?

L’Iran è un Paese da visitare? Dopo l’accordo raggiunto con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) il 14 luglio del 2015 a Vienna, che ha revocato le sanzioni in vigore dal 2006 in cambio di significative riduzioni dell’entità del suo programma nucleare, Teheran è tornata ad essere una delle più apprezzate mete del turismo mondiale. Un ironico e ben montato video di Benjamin Martinie mette in contrasto la sue esperienza con i cliché e i pregiudizi che hanno spesso raccontato l'Iran in questi ultimi 20’anni: “Un deserto immenso”, “un’architettura banale”, “un Paese poco sicuro”, “una popolazione maleducata”, “una storia misera”... Tutte definizioni che vengono smontate con le immagini di Martinie e con le cifre fornite dall’Organizzazione per il turismo, il patrimonio culturale e l’artigianato iraniano (Chtho), secondo il quale in due anni, dal momento in cui è entrato in vigore l’accordo sul nucleare, "il numero dei turisti giunti dall’estero in Iran è più che raddoppiato”.

Dopo anni di embargo la svolta politica internazionale, se resisterà alla verifica della correttezza iraniana sull'accordo nucleare chiesta da Donald Trump, ha per ora permesso di rilanciare l’economia e potenziare gli investimenti, garantendo un miglioramento del patrimonio architettonico, del comparto energetico e anche delle infrastrutture del settore turistico. Oggi anche se rispetto ad altre realtà internazionali risente ancora della scarsa qualità di alcuni servizi e della precarietà dei trasporti in molte zone del Paese, il Piano di sviluppo del turismo iraniano prevede uno sforzo congiunto promosso dal governo e dai privati per raggiungere una crescita cha dai 4,8 milioni di visitatori del 2014 arrivi ad oltre 20 milioni nel 2025. Un traguardo non impossibile visto che la prestigiosa rivista Forbes ritiene l’Iran “una delle 10 destinazioni più cool da visitare nel 2017” e secondo uno studio pubblicato nel settembre scorso dalla Mastercard Global Destinations Cities Index, la capitale iraniana ha registrato un aumento di circa il 13% per visitatori internazionali nell’ultimo anno ed è per il più alto tasso di turisti fra le prime dieci destinazioni al mondo, su un totale di 132 città.

Per far fronte alla domanda in crescita e favorire un mercato turistico ancora parzialmente inespresso il Governo iraniano sta pensando di creare entro il 2017 un ente capace di riunire i principali hotel e le più importanti strutture ricettive della Repubblica islamica, oltre a studiare provvedimenti che concedono esenzioni fiscali per imprese e individui attivi in un settore che vanta 21 siti turistici inseriti nella lista dei patrimoni dell’umanità Unesco. A questi si aggiungono le spiagge del Golfo di Persia o del Mar Caspio, interessate qualche settimana fa dal viaggio inaugurale a pagamento della prima nave da crociera dalla rivoluzione islamica del 1979, oltre alle vette innevate per gli amanti della montagna e dello sci. Non stupisce, quindi, sapere che questo mercato ha attirato l’attenzione di molte realtà internazionali, come la multinazionale francese AccorHotels che sta progettando la realizzazione di cento strutture entro i prossimi 10 anni, ma anche di realtà più piccole e decisamente più sostenibili, capaci, come nel caso di Planet viaggi o di RAM viaggi, di farci conoscere l’Iran con un turismo più etico e responsabile attraverso spostamenti organizzati con i mezzi pubblici e momenti di incontro con la società civile iraniana.

Certo la società iraniana presenta ancora molte contraddizioni. Esiste ancora una frattura forte tra il potere e la popolazione, tra le leggi imposte e lo stile di vita delle persone. Per Lorenzo Marinone, caporedattore dell'area Medio Oriente di East Journal e collaboratore del Centro Studi Internazionali e dell’Osservatorio di Politica Internazionale il governo riformista di Hassan Rouhani (che sta per terminare il suo mandato) “ha abbattuto l’inflazione che ora è al 12%, ma il potere d’acquisto in Iran resta uguale. Arrivano prodotti che prima circolavano solo sul mercato nero, come alcune medicine, ma sono troppo cari. La disoccupazione riguarda ufficialmente 2,5 milioni di persone, ma una stima del centro ricerche del parlamento alza la cifra a un esorbitante 6,5 milioni contando anche chi è sottoccupato e chi non sta più cercando lavoro”. La ricchezza insomma sta affluendo a Teheran, ma viene strozzata nei colli di bottiglia della corruzione e del clientelismo, contro cui il governo non è ancora stato in grado di intervenire efficacemente.

Come se non bastasse attualmente il tasso di fertilità in Iran è molto basso, le nuove generazioni non rimpiazzano le vecchie e aumentano a dismisura i costi da mettere a bilancio, dalle pensioni alla sanità. “Il boom demografico dovrebbe accompagnare quello economico promesso dalla fine delle sanzioni”, ma mentre “La Repubblica Islamica sogna culle piene e il governo ricama sui benefici dell’accordo sul nucleare, tanti iraniani non si possono permettere le prime perché il loro portafogli non si è accorto dei secondi” ha spiegato Marinone. Anche nel campo dei diritti civili e umani la strada è ancora lunga. L’Iran è per Reporter Senza Frontiere al 169esimo posto per libertà di stampa e non sono rari i giornalisti e i blogger in prigione. Infine come ha recentemente ricordato Amnesty International Teheran è al secondo posto dopo la Cina per il maggior numero di esecuzioni capitali, anche se la loro diminuzione è significativa: nel 2016 sono state 567 contro le 977 del 2015, ossia il 42% per cento in meno. Questo e molto altro, nel bene e nel male è l’Iran. Un Paese da visitare, ma non sempre così facile se devi viverci. 

Alessandro Graziadei

sabato 15 aprile 2017

Le isole del tesoro!

Se è vero che ogni anno l’Australia accetta un buon numero di rifugiati che arrivano sull’isola con regolari voli di linea attraverso i canali delle Nazioni Unite, per i migranti che cercano di raggiungerla via mare in maniera “illegale” Canberra ha ideato la così detta “Pacific solution”. Ne avevamo già parlato nel 2012 e nel 2014 di questo “particolare” programma di “gestione offshore” degli immigrati “irregolari” che prevede il loro spostamento forzato dall’Australia su alcune isole del Pacifico, tra cui la repubblica di Nauru, considerata la repubblica indipendente più piccola del mondo e l’isola di Manus che fa parte della Papua Nuova Guinea. Da qui quasi tutti i migranti vengono rimandati nelle nazioni di origine dopo essere stati sottoposti a trattamenti crudeli e degradanti, in alcuni casi per anni, solo per aver cercato una nuova vita sulle coste australiane. Di fatto queste isole sono diventate dei centri di detenzione con alcuni “vantaggi”: i disperati che bussano alle porte di Canberra sono tolti dalla vista degli australiani; il Governo può evitare di preoccuparsi dei loro diritti umani, visto che sono trattenuti in paesi stranieri dove la giurisdizione australiana non conta nulla ed infine in questo modo è possibile lucrare (e non poco) sui migranti.

Secondo il rapporto di Amnesty InternationalL’i$ola del tesoro, la multinazionale spagnola Ferrovial e la sua sussidiaria australiana Broadspectrum (acquisita da Ferrovial nell’aprile 2016) stanno facendo i milioni sulle persone migranti trattenute sull’isola di Nauru e di Manus. Le attività di Broadspectrum che riguardano solo la gestione dei due centri detentivi nel 2016 “hanno prodotto 1,646 miliardi di dollari australiani di utili, un incredibile 45% del totale delle entrate dell’azienda” e sempre nel 2016 “i ricavi di Ferrovial dal settore dei servizi, in cui sono incluse le operazioni di Nauru e Manus, sono aumentati del 24,1%” mentre il valore totale del contratto tra il governo australiano e Broadspectrum è di 2,5 miliardi di dollari australiani in tre anni e mezzo. Per questo secondo Luicy Graham, ricercatrice di Amnesty su aziende e diritti umaniIl governo australiano ha fatto di Nauru un’isola di disperazione per i rifugiati e i richiedenti asilo, ma anche un’isola del profitto per aziende che fatturano milioni di dollari grazie a un sistema così volutamente e palesemente crudele da costituire tortura”.

Così, mentre Ferrovial e Broadspectrum fanno ampi profitti, le persone intrappolate sull’isola di Nauru e su quella di Manus trascorrono un’esistenza inumana in prigionia, visto che non solo è stato negato loro l’ingresso in Australia, ma non sanno neanche se e quando sarà loro permesso di lasciare queste “isole del tesoro”. Per Amnesty non solo Broadspectrum è a conoscenza delle condizioni in cui si trovano i richiedenti asilo e i rifugiati, ma in alcuni casi il suo personale, in subappalto alla Wilson Security, si è reso responsabile di veri e propri reati. “Persino persone riconosciute rifugiate - ha spiegato l’ong - non possono lasciare l’isola e subiscono aggressioni, anche di natura sessuale, da parte del personale del centro, senza che nessuno risponda di queste azioni”. Alla data del 30 aprile 2015 erano state presentate già 30 denunce di abusi su minori, 15 denunce di aggressioni sessuali o stupro e quattro denunce relative a prestazioni sessuali in cambio di fornitura di merce di contrabbando.

Nessuno al momento sembra voler assumersi la responsabilità di quanto accade. Broadspectrum e Ferrovial hanno risposto ad Amnesty International che nessuna delle due “opera nel centro di Nauru” e il Governo australiano a sua volta afferma che “il centro è gestito dal Governo di Nauru”, che a sua volta ha addossato ad altre realtà appaltatrici le responsabilità. “Dalle nostre ricerche, invece, è emerso che Broadspectrum gestisce quotidianamente il centro e esercita un controllo effettivo sulla vita quotidiana dei richiedenti asilo e dei rifugiati, per conto del governo australiano e con la supervisione e il controllo finali di quest’ultimo” ha spiegato Amnesty. Intanto negli scorsi mesi, in un documento interno, Broadspectrum ha avvisato i suoi dipendenti che possono essere licenziati se forniranno informazioni sulle attività svolte a Nauru. Una segretezza che tutela anche il contratto sulla base del quale Broadspectrum e Wilson Services operano a Nauru e Manus, le cui clausole non sono completamente pubbliche. “Il segreto di questi contratti consente a Broadspectrum e Ferrovial di nascondere l’esatto ammontare dei profitti che realizzano grazie alle violazioni dei diritti umani, mentre le rigide clausole di confidenzialità imposte dal governo australiano permettono di nascondere la dimensione di queste violazioni”, ha sottolineato la Graham.

Poiché il contratto di Broadspectrum col Governo australiano per la gestione dei migranti "offshore" termina a ottobre, Amnesty sta cercando di sensibilizzare tutte le aziende australiane a non accettare un accordo commerciale che permetta di fare profitti sulla tortura. Per la Graham “Le aziende che stanno considerando l’ipotesi di subentrare devono sapere che sarebbero complici di un sistema intenzionalmente abusivo, contravverrebbero alle loro responsabilità in materia di diritti umani e si esporrebbero a denunce penali e a richieste di risarcimento danni”. Per questo nessun’azienda dovrebbe operare a Nauru e Manus, visto che stando a quanto emerge dal report la situazione in queste due isole è così compromessa che sarebbe impossibile operarvi senza contribuire a gravi violazioni dei diritti umani ed esporsi così a possibili ripercussioni. 

Alla luce di quanto emerso Amnesty ha chiesto al Governo australiano di "trasferire al più presto sul suo territorio tutti i richiedenti asilo e i rifugiati attualmente a Nauru e Manus", assicurandosi che tutti coloro che sono già in possesso dello status di rifugiato abbiano il diritto di risiedere in Australia e ha suggerito di "collaborare con tutte le offerte di cooperazione e assistenza internazionale per il reinsediamento dei rifugiati in un paese terzo, se i rifugiati desiderano essere reinsediati e sono in grado di prendere una decisione pienamente informata e libera”.

Alessandro Graziadei

domenica 9 aprile 2017

Dalla Cina una speranza per gli elefanti?

I dati più recenti ci dicono che tra il 2008 e il 2014 solo nell’Africa sub-sahariana i bracconieri hanno ucciso circa 30.000 elefanti all’anno, tanto che alcune popolazioni di pachidermi sono state completamente sterminate e per altre sarà molto difficile sopravvivere. In questo ultimo decennio a fare la parte del “leone” nella lotta contro il bracconaggio in Africa è stato soprattutto il Kenya, che con le sue forze di polizia ha intensificato i controlli nei principali parchi nazionali, arrestando e uccidendo in scontri a fuoco diversi bracconieri e sequestrando ai trafficanti di avorio, nel solo 2016, più di 100 tonnellate di zanne, oltre che un vero e proprio arsenale di armi. Ma per quanto efficaci, gli sforzi del continente africano per tamponare l’offerta di avorio hanno dovuto fare i conti con la costante domanda del mercato cinese, da sempre considerato il più grande mercato di avorio nel mondo. Almeno fino al 1 aprile scorso, quando Pechino, dopo aver annunciato in dicembre la decisione di interrompere tutte le attività legate alla vendita e alla trasformazione dell'avorio entro la fine del 2017, ha dato realmente seguito all’annuncio vietando di fatto le attività di scultura e produzione di oggetti in avorio in un terzo dei suoi atelier e annunciando che i dipartimenti dell’industria e del commercio non autorizzeranno più la registrazione di imprese coinvolte nella produzione e nella vendita di avorio.

In un rapporto pubblicato il 29 marzo dall’associazione Save The Elephants, in vista della chiusura annunciata da Pechino di alcune fabbriche e laboratori di trasformazione dell’avorio, l’ong ha evidenziato che “il prezzo all’ingrosso delle zanne di elefante ultimamente si è notevolmente ridotto passando da circa 2.100 dollari al chilo di inizio 2014 ai circa 730 dollari al chilo del febbraio di quest’anno”. Un calo che per Lucy Vigne, consulente di Save The Elephants e autrice del rapporto insieme a Esmond Martin, è dovuto a diversi fattori: “la crisi economica, il giro di vite sulla corruzione, visto che l’avorio viene spesso usato come tangente e l’impegno del governo contro il commercio di avorio” tutti fattori che tra il 2015 e il 2016 hanno drasticamente assottigliato il commercio legale di avorio in Cina con conseguenze su tutti i punti vendita autorizzati “che prima hanno gradualmente ridotto la quantità di articoli d'avorio in vendita, poi ne hanno tagliato i prezzi”. Ad oggi 67 imprese hanno già ricevuto l’ordine di non fabbricare e vendere prodotti in avorio ed entro la fine dell’anno è possibile che altre 105 imprese chiudano del tutto le loro attività legate alla lavorazione e al commercio dell’avorio.

Per il direttore esecutivo dell’United Nations environment programme (Unep), Erik Solheim, la decisone del Governo cinese di vietare la produzione e la vendita di prodotti in avorio è “una tappa storica che potrebbe essere un tornante decisivo nella nostra lotta per salvare gli elefanti dall’estinzione”, in linea con le richieste emerse lo scorso ottobre in Sud Africa dal meeting della Convenzione sul Commercio Internazionale delle Specie Minacciate di Estinzione (CITES) che ha adottato una risoluzione in cui chiedeva a tutti i paesi in cui è ancora legale il commercio di avorio di “chiudere questi mercati” e “dare un contributo fondamentale alla lotta contro il bracconaggio”. Anche il WWF plaude alla decisione della Cina di mettere al bando il commercio di avorio e per Lo Sze Ping, direttore di WWF-Cina, “Questo dimostra la determinazione del governo cinese e la volontà di ridurre la domanda, al fine di salvare gli elefanti africani! La chiusura del più grande mercato d’avorio legale è fondamentale per dissuadere le persone in Cina e nel mondo ad acquistarlo e renderà più difficile ai trafficanti la vendita delle loro scorte illegali”.

Il fatto che nel mondo esista ancora un commercio legale di avorio, infatti, spesso presentato con l'etichetta di "avorio di antiquariato", ha sempre creato una drammatica copertura a quel commercio illegale responsabile della strage di elefanti nel mondo. Per Isabella Pratesi, direttore del Programma di Conservazione WWF Italia “L’unica possibilità di salvare gli elefanti è quella di bandire il commercio delle loro zanne in qualunque forma e in qualunque luogo e in qualunque modo. Proprio per questo l’impegno della Cina è un segnale davvero forte e importante". Un impegno che ha incassato il sostegno del network TRAFFIC, un programma dell’Unione Mondiale per la Conservazione (IUCN) svolto in collaborazione con il WWF, che attraverso Zhou Fei, responsabile di TRAFFIC per la Cina si è detto “pronto a dare supporto tecnico per il monitoraggio del commercio di avorio e per sostenere la capacità di applicazione e di implementazione delle legge che ferma il commercio di avorio in Cina”.

Adesso se si vogliono salvare gli elefanti dall'estinzione occorre continuare su questa strada, perché i sequestri e la guerra contro i bracconieri in Africa dimostrano che il commercio illegale di avorio è ancora molto attivo e pericoloso. Erano probabilmente destinate ai mercati asiatici anche 88 pezzi di zanne di elefante sequestrati dalla polizia kenyana nel porto di Kwale il mese scorso. Il comandante della polizia di locale, Joseph Chebusit, ha spiegato che l’avorio sequestrato (quasi 42 kg) scoperto in un’abitazione durante un’operazione del Kenya Wildlife Service (Kws), erano nascosto da tempo, pronto per essere spedito al miglior offerente, che questa volta non sarebbe stato cinese.

Alessandro Graziadei

sabato 8 aprile 2017

Facciamo respirare il Mediterraneo?

Mentre tra il 28 e 29 marzo a Roma si celebravano i 60 anni dei Trattati di Roma che hanno dato vita alla Comunità europea, una coalizione di associazioni ambientaliste, tra le quali l’italiana Cittadini per l’Ariain compagnia di ong provenienti da tutta la regione del Mediterraneo oltre all’associazione europea con sede a Bruxelles Transport & Environment e all’associazione tedesca NABU, hanno adottato una dichiarazione finalizzata a fare del Mar Mediterraneo una zona di controllo delle emissioni (una cosiddetta zona ECA) per limitare l'inquinamento atmosferico prodotto dalle navi. La Dichiarazione di Roma, questo il nome scelto dalla colazione, è stata adottata a conclusione della Conferenza internazionale “Reducing air pollution from ships in the Mediterranean Seaed arriva dopo che, all’inizio di marzo, nel corso di una riunione del gruppo di lavoro del Consiglio d’Europa, la Francia aveva intrapreso il coraggioso tentativo di spingere per l’istituzione di un’area ECA nel Mediterraneo che comprenda aree di controllo delle emissioni di zolfo (SECA) e ossidi di azoto (NECA) e, allo stesso modo, affronti in modo esplicito il problema delle emissioni di particolato e di black carbon

Se è vero che il trasporto delle merci via mare è più sostenibile sotto il profilo ambientale, perché le navi emettono di fatto livelli di CO2 ridotti, questa è solo una faccia della medaglia. "A livello globale, l’industria del trasporto marittimo delle merci determina una quantità imponente di inquinanti atmosferici che sono causa di gravi danni ambientali e accelerano il fenomeno dei cambiamenti climatici” ha spiegato Anna Gerometta, presidente di Cittadini per l’Aria. Le navi, infatti, utilizzano un olio combustibile molto economico, ma particolarmente denso, detto HFO, con un elevato contenuto di metalli pesanti e un valore massimo di zolfo pari al 3,5%, ovvero 3.500 volte superiore a quello consentito per i carburanti diesel utilizzati dai camion. Come se non bastasse, l’adozione di sistemi efficienti di riduzione dei gas esausti che è considerata la norma per il trasporto di terra, è un’eccezione nel settore del trasporto marittimo, sebbene le tecnologie esistano e abbiano costi accessibili. In aggiunta al basso costo della mano d’opera, queste sono alcune delle ragioni per cui oggi è più economico che molte merci siano prodotte nei Paesi in via di sviluppo e solo in seguito spedite in Europa.

Per la Coalizione ambientalista "Non possano esservi più scuse un ulteriore rinvio di norme più severe alle emissioni delle navi in Sud Europa considerando che le principali rotte marittime dall’Asia verso l’Europa e l’America attraversano il Mar Mediterraneo e che, secondo le previsioni, il traffico navale è destinato a crescere fino al 250% entro il 2050. Inoltre il Mediterraneo è sede di alcune delle destinazioni di crociera più popolari in Europa, con un numero sempre crescente di scali e conseguenti problemi di inquinamento atmosferico locali. In aggiunta, durante il periodo estivo, l’intensa radiazione solare in combinazione con gli inquinanti atmosferici delle navi genera un inquinamento da ozono troposferico dannoso per la salute”. In questo contesto, inoltre, l’istituzione di un’area ECA mediterranea ripristinerebbe una parità di condizioni nel mercato unico europeo dove, finalmente, gli armatori e i porti del sud sarebbero sottoposti agli stessi requisiti normativi vigenti nei mari del nord e "sarebbe uno stimolo per l’adozione di tecnologie a basse emissioni e il trasferimento del know-how necessario all'interno dell’Unione Europea, migliorando la leadership europea nella tecnologia e la creazione di posti di lavoro nel settore marittimo". Pertanto, "standard di emissione più severi nel Mediterraneo sono di vitale importanza per garantire la sostenibilità del settore marittimo dell’UE e la sua competitività economica” ha concluso la coalizione.

Per questo la Dichiarazione di Roma ha invitato ad adottare subito anche per le navi che attraverseranno il Mar Mediterraneo combustibili a minor contenuto di zolfo, l’adozione di filtri antiparticolato e l’uso di nuovi sistemi catalitici, tutte misure che, dalle indagini effettuate da NABU, ridurrebbero le emissioni di black carbon del 99%, quelle degli ossidi di azoto del 97% e quelle delle altre sostanze tossiche come i metalli pesanti di oltre il 99%. Se consideriamo che i filtri per il particolato dei diesel (DPF) e i sistemi catalitici di riduzione delle emissioni (SCRs) per una grande nave portacontainer costano circa 500.000 euro ciascuno e che il costo di costruzione di una nave della capacità di 10.000/12.000 container standard è di circa 100 milioni di euro, l’adozione di questi accorgimenti incrementerebbe tale costo dell’1% circa. Un ragionamento valido anche per le navi da crociera, per le quali la nuova legislazione dell’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) che entrerà in vigore nel 2020, chiede di ridurre le emissioni di zolfo dal 3,5% allo 0,5%. Una misura necessaria, ma non ancora sufficiente, visto che frenare l'inquinamento non è solo un problema ambientale, ma interessa direttamente anche la salute dei passeggeri.

La designazione del Mar Mediterraneo come area ECA è un passo atteso da tempo per ridurre in modo significativo l’inquinamento atmosferico prodotto dalle navi nella regione. È inaccettabile - ha concluso Gerometta - che la salute delle persone e l’ambiente dell’Europa meridionale debbano ancora soffrire a causa delle emissioni dei gas di scarico del settore marittimo, mentre il Mar Baltico, il Mare del Nord e la Manica hanno standard molto più stringenti da anni”.  Un’opinione condivisa anche da Leif Miller, CEO di NABU, l’associazione capofila del progetto Europeo, che ha ricordato come “gli ambientalisti e i gruppi di riferimento delle comunità nelle città portuali dei vari paesi del Mediterraneo hanno già accolto con favore l'iniziativa e hanno invitato i rispettivi governi a intensificare l’impegno a sostegno un approccio più sostenibile”. Ma se come sostiene Tristan Smith, esperto di trasporti e cambiamento climatico presso l’University College di Londra “la maggior parte dei paesi delega le proprie responsabilità per regolamentare il settore all’IMO” e “molti paesi più piccoli non hanno le risorse per regolamentare il settore, mentre altri scelgono di non limitare le emissioni visto che l'industria delle navi rappresenta un vantaggio per le economie locali, portando turisti e creando posti di lavoro” è tempo di chiedere direttamente all’Europa una legge utile a far respirare il Mediterraneo!

Alessandro Graziadei

domenica 2 aprile 2017

La pace minata dagli “IED”

Come ricorda l’ONU in occasione del 4 aprile, la Giornata mondiale per la promozione e l’assistenza all’azione contro le mine, “Mine e ordigni bellici continuano a uccidere o ferire migliaia di persone ogni anno”. In attesa dei dati ufficiali per il 2016, secondo l’ultimo rapporto dell’International Campaign to Ban Landmines (Icbl), nel 2015 il numero dei morti e dei feriti causati da questo tipo di ordigni è aumentato del 75%, raggiungendo quota 6.461. È la cifra più alta degli ultimi dieci anni e come sempre tre vittime su quattro sono civili, quattro su dieci sono bambini, spesso colpiti dopo la fine di un conflitto. Per questo l’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1997 ha creato, all’interno del Department of Peacekeeping Operations (Dpko), l’United Nations Mine Action Service (Unmas), che da vent’anni fornisce assistenza in 18 paesi ed è diventata un punto di riferimento nella prevenzione e nella lotta contro le mine, le bombe a grappolo e gli ordigni bellici improvvisati inesplosi (i così detti IED, l’acronimo inglese per indicare gli Improvised Explosive Device), impegnandosi a sostenere le vittime di questa guerra ad orologeria contro i civili dal punto di vista medico, psicologico e soprattutto sociale.

Nonostante i successi del Trattato di Ottawa, firmato il 3 dicembre 1997 inizialmente solo da Canada, Irlanda e Mauritius ed entrato in vigore il 1º marzo 1999 con la ratifica di 40 Stati, che attualmente sono diventati 160, tutti protagonisti di un importante “sminamento mondiale” che ha portato alla distruzione di 51 milioni di mine stoccate salvando migliaia di vite, ancora oggi ci serve una raccolte firme come quella della Campagna Italiana contro le Mine per ricordarci che mine e altre armi artigianali e disumane continuano ad essere usate contro i civili anche nei recenti conflitti in Siria ed Ucraina. Come presidente di turno del Mine Action Support Group (Masg), il gruppo responsabile dei programmi di sminamento umanitario degli Stati donatori di tutto il mondo, l’Italia nel 2017 sarà in prima linea nel tentativo di promuovere e accrescere gli sforzi nell’assistenza alle vittime, nelle bonifiche e nelle distruzioni di vecchi arsenali. “Una delle chiavi di lettura che stiamo cercando di dare durante questa presidenza italiana è che lo sminamento è un’attività fondamentale a livello mondiale” ha sottolineato Inigo Lambertini, ambasciatore, vice rappresentante permanente presso la missione italiana all’Onu e animatore della presidenza italiana del Masg: “E non solo in teatri facilmente intuibili come quelli mediorientali, ma anche altrove, come confermano i casi dello Sri Lanka, del Laos e di vaste regioni dell’Asia”, senza dimenticare che “Esistono crisi ben più recenti, in Bosnia e nell’area balcanica o in Ucraina”. Per questo per Lambertini in questo 2017 “Ci sentiremo compiuti nella nostra azione di presidenza del Masg se riusciremo a trasmettere il messaggio che per garantire una sicurezza diffusa bisogna fare tanto anche in Europa”.

Che l’Italia ci creda in questa missione lo dimostrano le cifre in controtendenza rispetto al generale calo dei contributi finanziari per l'Unmas. Se a livello globale, infatti, tra il 2014 e il 2015 la diminuzione delle donazioni è stata del 25%, nello stesso arco di tempo l’Italia ha messo sul piatto il 35% di risorse in più, forse memore del fatto che fino agli anni 90 eravamo noi uno dei principali Paesi produttori mondiali di mine anti uomo. Nel 2015 Roma ha così stanziato un milione e 350 mila euro per le attività di sminamento nella Striscia di Gaza, in Colombia, in Siria e in Sudan. Quest’anno l’impegno è stato ancora superiore, con un fondo da un milione e 979 mila euro a beneficio anche di nuovi Paesi, in particolare Libia e Iraq. Per Lambertini dalla firma del 1997 a Ottawa ad oggi l’evoluzione italiana è stata lineare: “Se negli anni 70, quando scoppiò la guerra civile in Angola, questa era piena di mine italiane, adesso facciamo il contrario, sfruttando in modo diverso uno stesso know how” e sta andando così anche in altre regioni dell’Africa, ad esempio in Sudan, "dove l’Italia è attiva nelle operazioni di prevenzione e sminamento anche grazie ai tradizionali buoni rapporti con Khartoum". 

Oggi per Abigail Hartley, capo della sezione politica dell’Unmas, Libia, Mali e proprio il Sudan, “sono Paesi africani dove bisogna impegnarsi di più“ almeno “secondo l’ultimo rapporto della Icbl”, un documento allarmante, che conferma un incremento del 25% del numero dei morti e dei feriti causati dalle mine e dagli Ied, oggi responsabili di circa il 20% delle 6.461 vittime del 2015. “Questi ordigni letali sono diventati le armi preferite per la gran parte dei gruppi armati” ha spiegato la Hartley “Il loro uso è diffuso in Afghanistan, Iraq e Siria ma anche in Africa, in particolare Mali, in Somalia e in Nigeria, dove opera Boko Haram”. La Libia, per l'Icbl, si conferma il secondo Paese più colpito al mondo nel 2015 dopo l’Afghanistan e drammatica è la situazione del Mali dove 188 civili sono stati uccisi o feriti dall’esplosione di mine dal luglio 2013, quando si è conclusa l’offensiva francese contro i gruppi ribelli di matrice islamista. Qui “Ordigni inesplosi e un uso diffuso di Ied da parte delle formazioni armate radicate nelle regioni del nord minacciano sia la popolazione civile che gli operatori umanitari, in particolare coloro che viaggiano su strada” ha aggiunto la Hartley. 

Adesso l’Italia, per onorare non solo economicamente una presidenza europea del Mine Action Support Group che arriva dopo diversi anni, deve ricordare al mondo che dalla Bosnia alla Libia, paese oggi disseminato di ordigni artigianali e domani possibile fronte cruciale per l’Unmas, la battaglia contro le mine non è ancora vinta. Con un’avvertenza, ha concluso l’ambasciatore Lambertini: “Oggi la gran parte del mercato delle mine non è costituita da Stati, ma da altri attori, abbiamo di fronte un fenomeno illegale, ancora più difficile da controllare” e che non possiamo pensare di sconfiggere solo con tanti soldi e decine di "topi minatori". 

Alessandro Graziadei