sabato 21 gennaio 2017

Tanto quelli di Sea Shepherd vi prendono…

La flotta baleniera giapponese ha lasciato il Giappone lo scorso 18 novembre con l’obiettivo di uccidere la quota “auto assegnatasi” di 333 balenottere minori nelle acque antartiche. È la seconda volta che le navi nipponiche tornano nell’Oceano del Sud dopo la sentenza del 2014 della Corte Internazionale di Giustizia che aveva dato ragione all’Australia nel contenzioso contro il Giappone, chiamato in giudizio nel 2010 sulla caccia alle balene perché ritenuta “mera attività commerciale” e non “ricerca scientifica” come dichiarato dai giapponesi nel tentativo di raggirare il divieto internazionale di caccia del 1986. “Il Giappone deve revocare i permessi, le autorizzazioni o le licenze già rilasciate nell’ambito del Jarpa II [il millantato “piano sulla ricerca”] e non deve concedere eventuali nuove licenze nell’ambito dello stesso programma”, aveva dichiarato il giudice Peter Tomka nel 2014 con una sentenza che era stata salutata dal WWF come “una vittoria importante per gli sforzi di protezione delle balene e un chiaro invito a fermare la caccia nell’Oceano Antartico”. Ma l’obiettivo di tutelare il Santuario dei cetacei in Antartide è rimasto lettera morta visto che il Governo di Canberra, per non compromettere gli accordi commerciali con Tokyo, ha “sacrificato la causa delle balene” evitando qualunque pressione diplomatica sul Giappone.

Rimarrà quindi impunita l’illegale caccia ai cetacei nell’Oceano del Sud? Difficile, visto che la flotta baleniera giapponese potrà anche sfuggire ai tribunali internazionali, ma non a Sea Shepherd, che ha dato il via all’”Operazione Nemesis”, la sua 11ª campagna antartica per fermare il massacro dei cetacei. L’organizzazione internazionale senza fini di lucro, che dal 1977 cerca di fermare la distruzione dell’habitat naturale e il massacro delle specie selvatiche negli oceani del mondo, è salpata in dicembre dall’Australia con la Steve Irwin, la nave ammiraglia e la Ocean Warrior, il nuovo pattugliatore veloce. “Non sarebbe compito di Sea Shepherd affrontare nuovamente i balenieri, ma è giunto il momento che il Giappone rispetti la Corte Internazionale di Giustizia, La Corte Federale Australiana e la moratoria globale sulla baleneria commerciale e ponga fine alla caccia alle balene per cosiddetti scopi di ricerca scientifica condotta con metodi letali a largo delle coste antarticheha spiegato Jeff Hensen, Coordinatore Nazionale di Sea Shepherd Australia.

Già il 23 dicembre scorso il pattugliatore Ocean Warrior aveva intercettato una delle navi della flotta giapponese di bracconieri di balene. La nave arpionatrice è stata localizzata approssimativamente a 165 miglia a nordest della base australiana di Casey, all’interno del Santuario dei Cetacei nell’Oceano del Sud mentre le navi di Sea Shepherd erano “a caccia” della nave principale della flotta baleniera giapponese, la macelleria galleggiante conosciuta come Nisshin Maru. “Trovare una delle navi assassine nascosta dietro un iceberg nella nebbia fitta significa che il resto della flotta è nelle vicinanze,” aveva spiegato il Capitano della Ocean Warrior, Adam Meyerson. La nebbia lo scorso mese ha causato una diminuzione della visibilità per la flotta baleniera, un’ottima notizia per le balene. “Le balene stanno ricevendo più protezione dalle condizioni climatiche che dal governo australiano” ha dichiarato il senatore dei Verdi australiani Peter Whish-Wilson che ha ricordato come “Sebbene io applauda Sea Shepherd per ciò che sta facendo nel Santuario dei Cetacei nell’Oceano del Sud, localizzando la flotta baleniera giapponese, è incredibile che siano loro a dover fare il lavoro del governo australiano”.

Ma anche la nebbia delle scorse settimane non è stata sufficiente a proteggere le balene perché Sea Shepherd la scorsa settimana ha trovato, sempre nel Santuario dei Cetacei, la baleniera Nisshin Maru con una balenottera comune morta sul flensing deck. Il cetaceo catturato ed ucciso è il primo ad essere documentato da quando nel 2014 la Corte internazionale di giustizia ha definito illegale la caccia alle balene in Antartide. “Quando il nostro elicottero si è avvicinato, l’equipaggio della Nisshin Maru ha tentato di  nascondere la balena macellata con un telone cerato, mentre le navi arpionatrici della flotta, Yushin Maru e Yushin Maru 2, hanno rapidamente coperto i loro arpioni” ha spiegato la ong.  Per Meyerson “Gli assassini di balene della Nisshin Maru sono stati presi in flagrante mentre catturano e macellano balene nell’Australian Whale Sanctuary. La Steve Irwin  ha interrotto le loro operazioni illegali e li ha ripresi mentre stavano cercando di nascondere le prove”. Per Wyanda Lublink, capitano della  Steve Irwin “Il fatto che l’equipaggio giapponese sia andato  a coprire i loro arpioni e la balenottera minore morta sul ponte dimostra che sanno quello che stanno facendo è illegale. Sanno di stare violando la sentenza della Corte internazionale di giustizia e della Corte federale australiana. Come può il governo australiano ignorare queste azioni quando la maggior parte degli australiani condannano quello che stanno facendo?”.

Sempre nel 2014, infatti, anche l’Australian Federal Court aveva stabilito che l’industria baleniera giapponese violava la legge uccidendo per fini commerciali balene protette nell’Australian Whale Sanctuary. La scoperta da parte di Sea Shepherd della nave-mattatoio e della balenottera comune macellata è quindi particolarmente imbarazzante per il Giappone, anche perché è arrivata poco dopo la visita di Stato in Australia del primo ministro giapponese Shinzo Abe. Jeff Hansen, direttore di Sea Shepherd Australia, ha sottolinea che “La mancanza di azione da parte del governo Turnbull, mentre le balene vengono uccise nelle acque australiane, appena un giorno dopo che il primo ministro del Giappone è stato in visita di stato in Australia, dimostra che il governo non ha spina dorsale quando si tratta di tutelare il desiderio degli australiani di difendere l’Australian Whale Sanctuary”. Solitamente i giapponesi cacciano le balene da dicembre a marzo e per i prossimi mesi a vigilare sui cetacei dell’artico ci saranno a quanto pare solo le due navi di Sea Shepherd con i loro 50 membri di equipaggio. Ai balenieri giapponesi non rimane che ricordare: tanto quelli di Sea Shepherd vi prendono…

Alessandro Graziadei

domenica 15 gennaio 2017

La conservazione "creativa" della fauna selvatica…

Il 2017 da poco inaugurato lascia intravedere alcune buone notizie sul fronte della conservazione, della tutela dei diritti degli animali selvatici e della biodiversità. Se è vero, infatti, che il sempre più diffuso commercio internazionale di fauna selvatica ha ridotto le popolazioni di molte specie nei loro habitat originari, è anche vero che la natura ha saputo autonomamente far fronte a questa appropriazione indebita da parte dell’uomo. Uno studio pubblicato su Ecology and the Environment da Luke Gibson dell’università di Hong Kong e Ding Li Yong dell’università nazionale dell’Australia ha certificato che “In alcuni casi, il rilascio intenzionale o accidentale di animali trafficati ha portato alla creazione di popolazioni al di  fuori del loro areale nativo, nei centri urbani o nelle wilderness adiacenti, spesso con conseguenze negative per l’ambiente”. Così non è raro scoprire che molte specie sono diventate invasive e dannose per le specie autoctone nel loro nuovo ambiente mentre contemporaneamente sono minacciate di estinzione nel loro areale originario.  Secondo i due ricercatori, tuttavia, la gestione delle nuove popolazioni rappresenta una soluzione per alcuni problemi di conservazione. Certo non si tratta della migliore soluzione possibile, ma di conservazioni "creative" che partendo da un problema reale e da arginare “potrebbero intanto contribuire ad arginare il continuo degrado della biodiversità a livello mondiale” perché le popolazioni secondarie di animali importati illegalmente e poi fuggiti dalla cattività “potrebbero essere utilizzate per ridurre o arrestare la pressione predatoria antropica sulle popolazioni autoctone di queste stesse specie arrestandone l’estinzione”.

Gibson ha spiega che si è reso conto del problema quando ha letto la notizia del sequestro di 23 cacatua cresta gialla (Cacatua sulphurea), ognuno dei quali era stato nascosto dai trafficanti dentro una bottiglia di plastica. La cosa che più ha sorpreso il ricercatore è stata che i cacatua cresta gialla sono una specie in via di estinzione nel loro areale nativo nell’Indonesia orientale per via del commercio di fauna selvatica, ma molti esemplari della stessa specie, in salute e completamene autosufficienti, volano indisturbati attorno agli uffici dell’università di Hong Kong, una delle città più inquinate e caotiche del mondo. Come è potuto accadere? Semplice! Alcune delle persone che detenevano illegalmente individui di questa specie a Hong Kong li hanno accidentalmente o intenzionalmente rilasciati e alla fine i cacatua cresta gialla hanno creato una nuova popolazione autosufficiente che si è stabilita sull’isola autonoma cinese e che il  governo di Hong Kong ha dichiarato illegale catturare, anche se si tratta di una specie non autoctona. Una situazione che non ha dell’incredibile visto che i due ricercatori hanno scoperto ben 49 casi di specie globalmente minacciate che hanno costituito popolazioni vitali lontane dal loro areale.

Ma la perdita di biodiversità animale è un problema globale così attuale che anche la Cina ha recentemente annunciato, entro la fine del 2017, la chiusura del commercio nazionale di avorio. La prima fase prevede che entro il 31 marzo alcuni negozi che commerciano avorio vengano chiusi e restituiscano le loro licenze, nei mesi successivi il divieto di commerciare avorio sarà esteso a tutta la Cina. Per Sze Ping, direttore del WWF Cina siamo davanti ad “una svolta storica che segna la fine del più grande mercato legale di avorio e un maggiore impegno della comunità internazionale nel combattere il bracconaggio degli elefanti africani”. Con buona probabilità la lenta chiusura del mercato d’avorio legale sarà fondamentale per dissuadere le persone in Cina e nel mondo ad acquistarlo e renderà più difficile ai trafficanti la vendita delle loro scorte illegali. Fino ad oggi, infatti, il fatto che nel mondo esista ancora un commercio legale di avorio (in alcuni anni e in alcuni paesi è stato ed è ancora possibile abbattere elefanti) ha spesso creato una drammatica copertura al commercio illegale responsabile della strage di elefanti nel mondo. Per Ping “Ora che  i più grandi mercati d’avorio nel mondo come la Cina, Hong Kong, Sudafrica e Usa stanno per chiudere, speriamo che anche altri Paesi possano seguire il loro esempio”.

Con la stessa velocità gli Emirati Arabi Uniti (Eau) hanno da poche settimane annunciato il bando sul possesso privato di animali selvatici come tigri, leoni e ghepardi, una moda molto diffusa nel Paese tra le facoltose famiglie arabe. Questi animali hanno rappresentato a lungo uno status-symbol da sfoggiare non solo nelle abitazioni private (ad ottobre spopolava sul web un video in cui alcune tigri bianche e del Bengala facevano il bagno nelle acque antistanti una spiaggia di Dubai), mentre oggi i proprietari rischiano pesanti multe, se non il carcere in caso di violazioni. Più che per la tutela degli animali, il provvedimento delle autorità degli Emirati sembra la conseguenza del pericolo costituito dagli animali, che più volte sono stati sorpresi a girare liberi per le strade del Paese. Per gli esemplari in cattività consegnati alle autorità non è prevista, infatti, una destinazione sempre in linea con il benessere animale e oltre a centri di ricerca, di conservazione e di studio delle specie selvatiche gli animali selvatici potranno essere destinati a zoo e circhi.

Intanto mentre si fanno passi avanti nella conservazione della fauna selvatica lo studio “How Many Kinds of Birds Are There and Why Does It Matter?” da poco pubblicato su Plos One da un team di ricercatori statunitensi ipotizza che  le specie di uccelli viventi siano molte di più di quel che pensavamo fino ad oggi. Per i ricercatori “la morfologia e la genetica suggeriscono che le ricerche precedenti potrebbero avere sottovalutato la biodiversità degli uccelli almeno della metà, senza contare le migliaia di specie precedentemente non descritte che si nascondono in bella vista e che cominciano ad essere scoperte grazie al DNA”. Per Joel Cracraft uno degli autori dello studio e membro Dipartimento di ornitologia dell’American museum of natural history di New York, “Stiamo proponendo un cambiamento importante per il modo in cui contabilizziamo la diversità. Questi nuovi numeri ci dicono che non abbiamo contato e conservato le specie nei modi che dovevamo”. La nuova ricerca dimostra che la biodiversità delle specie di uccelli in tutto il mondo potrebbe raddoppiare con una “forchetta” che varia dalle 15.845 alle 20.470 specie. Un aspetto importante anche perché per Robert Zink, un altro degli autori dello studio della School of biological sciences dell’università del Nebraska: “Abbiamo socialmente deciso che l’obiettivo della conservazione è la specie. Quindi ne consegue che dobbiamo davvero essere chiari su ciò che è una specie, quante ce ne sono e dove si trovano”. Assieme ai nuovi diritti degli animali e forse tempo di prendere in considerazione anche una nuova tassonomia.

Alessandro Graziadei

sabato 14 gennaio 2017

Si muore di povertà, non di freddo!

Dei senzatetto si parla solo quando muoiono di freddo e in queste settimane, quindi, se ne è parlato tanto. Ma queste persone, che la vita ha spesso rovesciato in strada, muoiono veramente solo di freddo? Per Cristina Avonto, presidente di Fio.PSD, la Federazione italiana che da 30’anni riunisce gli organismi che si occupano di persone senza dimora “Si parla delle persone senza dimora solo quando muoiono per il freddo, ma se si lavorasse in una logica di programmazione, durante tutto l’anno, quando arriva l’inverno non si sarebbe in questa situazione”. L’impressione che ho ascoltando le sue parole è che oggi in Italia si muore ancora di povertà e non tanto di freddo e che “Interventi strutturali durante l’anno, promozionali all’uscita dall’homelessness” dovrebbero rappresentare un antidoto a questo processo di esclusione sociale . “Adesso diamo il tè caldo e le coperte e si fa tutto quello che è possibile per aiutare chi è in strada. Ma non si può aspettare il freddo per intervenire”, ha spiegato l’Avonto la scorsa settimana nel pieno dell’emergenza metereologica che ha colpito l’Italia, perché a fronte di una situazione climatica come quella attuale era più che prevedibile che ci “scappassero i morti”, soprattutto se ci si occupa di questi temi solo quando arriva l’emergenza freddo.

Oggi in ogni città ci sono Piani freddo che prevedono interventi salvavita per chi è in strada, “forse il Sud è meno preparato a queste temperature mentre al Nord un po’ dappertutto si aprono strutture con posti letto per accogliere chi è in strada”, ha precisato l’Avonto, ma ci sono in ogni caso molte persone che non accedono a questi servizi. “Sono i migranti senza permesso di soggiorno o che non si rivolgono alle strutture che non lo richiedono per entrare per paura di essere identificati e le persone particolarmente in difficoltà ovvero quelle che sono da più tempo in strada che, spesso, associano alla condizione di senza dimora problematiche legate alla salute mentale”, ha aggiunto l’Avonto. Il numero di queste ultime secondo le stime di Fio.PSD “è in aumento perché, spesso, i servizi non sono promozionali all’uscita dalla condizione di senza dimora, ma tendono a cronicizzare la situazione”.

Per questo motivo per la presidente della Fio.PSD “Servono servizi promozionali all’aggancio della persona in strada e all’uscita dalla condizione di senza dimora, servizi che siano realmente di tutela e di tregua rispetto alla strada, cosa che a volte i dormitori non sono”. Con le stesse risorse economiche messe in campo per l’emergenza, infatti, è possibile riconvertire i servizi e puntare sull’housing first, il passaggio cioè dalla strada alla casa, “un obiettivo alto, ma vanno bene anche le situazioni intermedie, come l’abitare sociale o altre forme che restituiscano la dignità e l’umanità alle persone”. Iniziative come quelle dell’associazione Piazza Grande, che a Bologna si occupa di senza dimora e gestisce l’Help Center della stazione e il servizio mobile, che ha inserito “operatori sanitari e psicologi nelle unità di strada”, rappresentano per la Avonto “un servizio importante per agganciare le persone in strada. L’erogazione di beni materiali, tè e coperte, non è sufficiente ma deve essere uno strumento per incontrare la persona. Da questo punto di vista, gli operatori devono avere la capacità di percepire la pericolosità della situazione e valutare le condizioni in cui si trova la persona per poi agganciarlo”.

Di fronte al picco del gelo anche il Progetto Arca ha potenziato a Milano i suoi servizi a disposizione delle persone senza fissa dimora. I centri di accoglienza sono in questi giorni aperti 24 ore su 24 e le unità di strada sono attive nel centro e nelle periferie di 7 giorni su 7. A questi servizi si aggiunge un’unità mobile di emergenza disponibile per le segnalazioni più urgenti. Accanto a questi servizi straordinari c’è poi il lavoro quotidiano messo in atto per l’accoglienza e l’assistenza con 4.500 pasti caldi distribuiti gratuitamente e 2.000 posti letto offerti ogni giorno a Milano, Roma, Torino, Napoli, Ragusa le città dove Progetto Arca è presente. Anche per Alberto Sinigallia presidente di Fondazione Progetto Arca, l’emergenza però deve lasciare il posto a politiche volte a "prevenire il processo di impoverimento, che in questi anni ha subito una fortissima accelerazione e sempre più spesso non coinvolge solo i singoli ma intere famiglie”. Offrire un letto e un pasto insomma non basta più: "il Terzo settore ha il compito di intervenire prima che sia troppo tardi per evitare l’emarginazione e favorire la più rapida integrazione sociale”.

Per questo a Milano il Progetto Arca, all’interno di una pianificazione che con la regia del Comune di Milano prevede circa 2.700 posti letto a disposizione dei senza dimora fino a metà marzo, ha da poco dato vita a un progetto pilota di “Case sociali” che ha messo a disposizione 5 appartamenti in grado di ospitare 20 persone, pensati per accogliere e restituire stabilità soprattutto alle famiglie in condizioni di gravi indigenza, ma anche ai singoli realmente motivati a risollevarsi e a intraprendere un’esperienza di autonomia abitativa. Un progetto innovativo di housing sociale che, attraverso formule di coabitazione e grazie al sostegno di uno staff educativo, affianca le persone in un reale percorso di reintegro sociale e lavorativo inspirato proprio ai principi dell’housing first promosso dalla Fio.PSD. Per Stefano Galliani, responsabile dell’area servizi per le persone senza dimora e famiglie in difficoltà di Progetto Arca “Non è proprio l'housing first. Ma è importante l’idea, il concetto di essere accolti non da un’istituzione come un dormitorio, ma in un appartamento”. Inutile dire che in poche settimane dall’avvio del piano freddo le strutture sono già piene e gli appartamenti e i servizi sono al massimo delle loro possibilità.

Anche a Roma dall’Elemosineria apostolica, per volontà di papa Francesco, sono stati aperti dormitori 24 ore su 24 e per i senza fissa dimora che non vogliono muoversi da dove stazionano di solito, sono stati distribuiti sacchi a pelo speciali, resistenti fino a 20 gradi sotto zero e auto. Le automobili per motivi di sicurezza non si possono lasciare accese la notte, ma come rifugio sono risultate fondamentali, come nel caso di una senzatetto di 85 anni che staziona in Piazza della Città Leonina, a ridosso delle mura vaticane, e che in queste notti ha dormito nella Fiat Qubo dell’elemosiniere pontificio. “Vista l’emergenza abbiamo messo a disposizione anche le nostre auto - ha spiegato monsignor Konrad Krajewski - per dormirci dentro la notte e anche se nei dormitori non ci sono più i posti letto, chiunque bussa viene accolto e può restare al caldo, ricevendo tè, caffè e da mangiare”. Attualmente collaborano con l’Elemosineria anche i soldati dell’Esercito, mentre per tutto l'anno c’è una squadra di Guardie Svizzere che ai senza dimora porta minestre calde, tramezzini e cioccolata calda. Non si tratta di housing first o di quel percorso di uscita dalla povertà inseguito dalla Fio.PSD, ma certo è anche questo un primo passo per non parlare di “freddo assassino”.

Alessandro Graziadei

domenica 8 gennaio 2017

Pendol-aria e mal-aria. Malattie tutte italiane?

Lo scorso novembre è stato presentato dell’ex Governo Renzi il “Piano per lo sviluppo dei sistemi di trasporto rapido di massa delle città metropolitane” che ha approvato 22 interventi sulle linee metropolitane e ferroviarie urbane con un finanziamento di 1.318 milioni di euro del Fondo sviluppo e coesione (Fsc). L’indirizzo che il documento da è quello di puntare a un riequilibrio degli investimenti in favore delle città e di promuovere una nuova agenda della mobilità urbana integrando così i 4 miliardi già chiesti nella legge di bilancio dal precedente ed attuale Ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, per l’ammodernamento del parco autobus e i 4,5 miliardi destinati al rinnovo dei treni regionali. Un’attenzione che, almeno sulla carta, non può che essere giudicata positivamente visto che esiste un’equazione secondo la quale maggiore è l’efficienza e la sostenibilità dei trasporti pubblici minore è l’inquinamento atmosferico, che negli ultimi anni pesa sempre di più sulla salute degli italiani.

Certo il trasporto pubblico (urbano ed extra urbano) è solo uno dei fattori che incidono sull’inquinamento e non è il fondamentale, ma una buona rete su ferro magari accompagnata da autobus ad energia elettrica o a metano e dallo sviluppo di ciclabili intermodali è un primo ed importante passo verso una mobilità più sostenibile. Per questo come ogni anno Legambiente lancia la campagna Pendolaria, che analizza la situazione del trasporto ferroviario pendolare in Italia e, pur sapendo che non tutto va male e che esistono nel Belpaese esempi virtuosi di mobilità su ferro, stila una stimolante lista delle 10 peggiori tratte. Si scopre così che mentre cresce l’offerta del servizio ad alta velocità, la mobilità di chi si muove sulla rete secondaria, sugli intercity e sui regionali, in molti casi continua a peggiorare e deve far fronte all’aumento delle tariffe. Complessivamente dal 2010 ad oggi, si possono stimare tagli nel servizio ferroviario regionale italiano pari al 6,5% e negli intercity del 19,7%. Solo in pochissime regioni è aumentato il servizio (il caso migliore è la Provincia di Bolzano), in tutte le altre è stato ridotto o è numericamente rimasto uguale. 

Il risultato? Per la ong sono “Guasti tecnici, ritardi imprecisati e sovraffollamento che mettono alla prova ogni giorno quei milioni di cittadini che utilizzano il treno per raggiungere il luogo di lavoro o studio”. Anche quest’anno a guidare la poco onorevole classifica delle tratte peggiori troviamo la Roma – Ostia Lido. Il servizio della linea suburbana appare totalmente inadeguato alla domanda di spostamento dei circa 100.000 studenti e lavoratori quotidiani. La Circumvesuviana invece, che collega un’area metropolitana di circa due milioni di abitanti e si estende per 142 km con 6 linee e 96 stazioni, ottiene quest’anno la piazza d’onore. “Qui - ha spiegato Legambiente - il pendolare non fa più caso ai ritardi. La speranza, semmai, è che la corsa non venga cancellata e che si arrivi a destinazione senza gravi intoppi perché il peggio non sarebbe il probabile guasto, ma l’incidente o il principio di incendio, oppure il finestrino preso a sassate”. Al terzo posto troviamo la Reggio Calabria-Taranto, la linea che dovrebbe unire le regioni del Sud, i centri turistici e i porti, garantendo un servizio di qualità per studenti, turisti, lavoratori, attualmente in uno stato di grave degrado. In realtà esistono solo 4 collegamenti al giorno da Reggio a Taranto, per una durata minima di 6 ore e 15 minuti, dopo tre cambi e un tratto in pullman. Anche qui i tagli sono stati del 20% dal 2010 con la cancellazione di 2 intercity, 4 intercity notte, 5 treni espresso, 7 treni espresso cuccetta e 2 treni interregionali.

Non sono diverse le condizioni della Messina - Catania - Siracusa, Cremona - Brescia, Pescara - Roma, i collegamenti per Casale Monferrato, con la linea per Vercelli e quella per Mortara, la tratta Bari - Martina Franca - Taranto, la Treviso - Portogruaro e la Genova - Acqui Terme che chiude la classifica. Per questo “Il nostro Paese ha bisogno di una cura del ferro a partire dalle città e il trasporto ferroviario pendolare deve tornare una priorità nazionale negli investimenti e nelle attenzioni - ha dichiarato il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini - Oggi non è ancora così, e su troppe linee la situazione in questi anni è addirittura peggiorata, con meno treni, convogli vetusti e ulteriori tagli ad interi collegamenti. […] Il nuovo Governo deve individuare le risorse per il rilancio del trasporto pendolare e procedere al commissariamento dove le Regioni non sono in grado di garantire il servizio”. Risorse che al momento sembrano essere tornate all’ordine del giorno dell’agenda di governo e che a quanto pare sono fondamentali per consentire al trasporto pendolare di raggiungere la stessa qualità ed efficienza dell’Alta velocità. 

Fino a quando la mobilità urbana verserà in questo stato, quindi, non sarà un caso trovare Torino, Frosinone, Milano, Venezia, Vicenza, Padova, Treviso in testa alla classifica dei capoluoghi di provincia che hanno superato la soglia limite di polveri sottili nel 2016, come ci ricorda ancora Legambiente con una ricerca elaborata sui dati delle Agenzie Regionali per la Protezione dell’Ambiente (Arpa) e presentata il 4 gennaio 2017. A fronte di un numero massimo di 35 giorni all’anno previsti dalla legge con concentrazioni superiori ai 50 microgrammi al metro cubo, Torino si attesta su 86 giorni, Frosinone su 85, Milano e Venezia su 73, Vicenza su 71, Padova e Treviso su 68. E la classifica prosegue, per un totale di 32 città in allarme smog. “Sono urgenti e necessari interventi strutturali, di lunga programmazione, i cui tempi di messa in opera superano quelli del mandato elettorale di un sindaco. Serve un piano nazionale che aiuti i primi cittadini a prendere e sostenere le decisioni giuste: misure strutturali e permanenti, anche radicali e a volte impopolari, per la cui realizzazione occorrono, per altro, investimenti largamente al di sopra della portata dei Comuni, stretti dal patto di stabilità”.

Nel decalogo delle proposte di Legambiente non mancano chiaramente quelle dedicate alla mobilità. Per la ong oggi l'80% dello spazio pubblico è destinato alla carreggiata e al parcheggio: occorre invece ridisegnare strade, piazze e spazi pubblici delle città “per far convivere tram e mezzi di locomozione diversi” e “favorire sicuri spostamenti a piedi e in bicicletta” con una rete cittadina dedicata sempre più  sviluppata. Per l’associazione del cigno verde “L’esperienza delle città europee dimostra che si può arrivare ad avere numeri significativi di spostamenti ciclabili” e che non è un’utopia avere “bus più rapidi, affidabili ed efficienti”. L’aumento di velocità del trasporto pubblico si ottiene attraverso strade dedicate e corsie preferenziali, interventi spesso a basso costo per le amministrazioni comunali e velocemente realizzabili. Infine “occorre potenziare e rendere più sostenibile il trasporto pubblico” con un ricambio del parco pubblico circolante realizzato attraverso una programmazione pluriennale per treni, metro, tram, autobus e un fondo che coinvolga le regioni e i comuni. Un passo che al momento sembra essere stato abbracciato dal “Piano per lo sviluppo dei sistemi di trasporto rapido di massa delle città metropolitane”.

Alessandro Graziadei

sabato 7 gennaio 2017

C’era una volta il Corpo Forestale dello Stato

Possibile che gli 8.500 Forestali italiani (che sono meno dei Vigili urbani di Roma) e i suoi 28 uffici territoriali per le biodiversità pesino sul bilancio dello Stato così tanto da rendere necessario il loro “riassorbimento”? A quanto pare sì! Per questo con il ddl “Repubblica Semplice” approvato dal Consiglio dei Ministri il dieci luglio 2014 il Corpo Forestale dello Stato è confluito nell’Arma dei Carabinieri dal 1 gennaio 2017. Almeno sulla carta, per esplicita volontà del decreto, il passaggio è avvenuto “garantendo gli attuali livelli di presidio dell’ambiente e del territorio e la salvaguardia delle professionalità esistenti”. Una garanzia importante per il lavoro di questo Corpo di polizia civile che dal 1822 si era specializzato nella tutela del patrimonio naturale e paesaggistico, era impegnato nella prevenzione e nella repressione dei reati in materia ambientale e agroalimentare ed era preposto alla sorveglianza dei Parchi, delle Aree Naturali Protette e delle 130 Riserve Naturali dello Stato, dove svolgeva da anni progetti di ricerca e conservazione, nonché attività di educazione e didattica ambientale.

L’iniziativa, già nel 2014, non c’era sembrata un buon esempio di semplificazione. Ma anche se l'accorpamento all’Arma porterà nelle casse dello Stato un risparmio risibile, dato che il 90 per cento del bilancio complessivo del Corpo forestale era utilizzato per i costi del personale, che a quanto pare e per fortuna sarà mantenuto, siamo fiduciosi e speriamo che la predita di autonomia dell’unica forza specializzata e dedicata esclusivamente al settore ambientale ed agroalimentare in Italia non comprometta il suo enorme lavoro. Non è facile, infatti, capire l’importanza dei forestali italiani fino a quando non si fa una carrellata su alcune delle loro principali operazioni sparse su tutto il territorio nazionale nell'ultimo mese di attività. Il 2 dicembre il Corpo forestale ha sequestrato due tonnellate di coralli ed oltre 25mila esemplari di pesci tropicali grazie al Servizio CITES del Corpo forestale dello Stato in collaborazione con la Guardia di Finanza Gruppo di Fiumicino. “L’indagine era partita dal controllo di alcune spedizioni in arrivo dall’Indonesia e da Singapore apparentemente regolari, in quanto corredate dalla documentazione doganale e dalle certificazioni necessarie per l’importazione nel territorio di San Marino. “I pesci e i coralli, però, - ha spiegato la forestale -, grazie alla compiacenza di un grossista di Monterotondo (RM), non sarebbero mai arrivati all’azienda di San Marino destinataria della spedizione, ma dirottati su tutto il territorio nazionale, in violazione delle procedure previste dalla normativa di settore italiana ed internazionale, tra cui la Convenzione di Washington che tutela le specie di flora e di fauna in via di estinzione, alle quali appartengono la maggior parte di quelle sequestrate”.

Il commercio illegale di fauna protetta è un’attività estremamente redditizia ed altrettanto deleteria per gli equilibri ecologici non solo locali. Non stupisce quindi che pochi giorni dopo il sequestro di Fiumicino la Forestale di Vicenza abbia effettuato nella propria provincia  un imponente sequestro di avifauna protetta destinata al commercio. I controlli già effettuati in collaborazione con l’Arma dei Carabinieri e finalizzati grazie al Reparto Cinofilo del Corpo forestale dello Stato a portato al sequestro di oltre 3.700 esemplari di uccelli (di 30 specie diverse), tra cui pispole, cardellini, verzellini, fringuelli e codirossi, specie particolarmente protette e non cacciabili come previsto dalla normativa in materia di caccia. “La merce proveniente da tutta Italia e da Paesi extra UE, era destinata al consumo nei ristoranti nazionali. Gli uccelli vengono catturati con ogni strumento possibile: dalla caccia con il fucile, comunque  vietata per molti degli uccelli sequestrati, a reti o trappole, consentendo in tal modo una cattura massiva ed indiscriminata” ha dichiarato in una nota il Corpo forestale. 

Ma la tutela della fauna non è certo l’unico campo nel quale gli uomini del Corpo forestale sono attivi. Sempre lo scorso mese hanno notificato ventiquattro informazioni di garanzia, con contestuale avviso della chiusura delle indagini preliminari, per smaltimento e traffico illecito di rifiuti da bonifica presso lo stabilimento Seteco di Marcellinara (CZ). “In realtà nell'azienda - per la forestale - non è stata realizzata alcuna procedura di bonifica, ma solo una rimozione di rifiuti i quali pur possedendo caratteristiche che li rendevano ammissibili solo in discarica per rifiuti pericolosi sono stati comunque smaltiti in discariche per rifiuti non pericolosi. Le indagini hanno fatto emergere irregolarità nell'affidamento dei lavori, nelle modalità di smaltimento e nella produzione di documentazione falsificata”.  Adesso gestione abusiva di rifiuti, turbata libertà di scelta del contraente, omissione atti d’ufficio, falso ideologico, abuso d’ufficio e truffa alla Regione sono i reati a vario titolo contestati agli indagati: dirigenti regionali, imprenditori, amministratori e tecnici di società.
Il 20 dicembre a Norcia i Forestali e i ragazzi delle scuole riaperte nei container, hanno inaugurato il progetto speciale “Madre Terra” nei luoghi colpiti dal terremoto. Ogni anno i progetti nazionali di educazione ambientali promossi dall’Ufficio biodiversità principale del Corpo forestale dello Stato, tendono a coinvolgere bambini e ragazzi delle scuole primarie e secondarie di I e II livello in un percorso di scoperta dei delicati equilibri della natura, grazie alla guida di personale forestale esperto nella comunicazione dei messaggi ambientali. “Quest’anno si è voluto inaugurare un nuovo percorso dalle scuole di Norcia, lì dove la terra tremando ha creato danni alle cose e turbato la vita di tanti abitanti. Tra questi i bambini sono sicuramente i più sensibili e proprio a loro si rivolge il Corpo forestale per ristabilire un rapporto amichevole con l’ambiente sperimenteranno numerose attività di scoperta”, che hanno permesso ai ragazzi di fregiarsi a fine giornata del titolo di “custodi della terra”.

Ma non sono solo alcuni degli ultimi interventi del Corpo forestale dello Stato a farci avvertire una diffusa “nostalgia” del loro impegno se anche il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti ha voluto nominare Donato Monaco, Generale di brigata del Corpo forestale dello Stato, “Commissario unico per le discariche abusive”. Oltre due anni fa la Corte di giustizia dell’Unione europea ha condannato con una sanzione forfettaria di circa 40 milioni di euro l’Italia per le numerose discariche abusive sparse sul nostro territorio, e ancora oggi sborsiamo una sanzione semestrale di 27.800.000 euro, pari a 55,6 milioni di euro all’anno. “Ad oggi - ha comunicato il ministero dell’Ambiente - in attesa degli esiti della verifica della documentazione che l’Italia ha trasmesso il due dicembre di quest’anno su 40 discariche per le quali è avviata la sostanziale chiusura di infrazione, rimangono in procedura di infrazione 133 discariche abusive”. Il ministero dell’Ambiente ha nominato Monaco per sbrogliare la matassa. Un altro segnale del ruolo fondamentale cha anche da dentro l’Arma dei carabinieri avrà l’ex Corpo forestale dello Stato.

Alessandro Graziadei

domenica 1 gennaio 2017

Che sia un 2017 di rinnovabili!

Se il buon anno si vede da gennaio forse allora quello che si è appena aperto sarà un 2017 all’insegna di un significativo cambiamento nelle politiche energetiche e ambientali mondiali. La nostra più che una certezza è tutt'al più una speranza alimentata da alcuni comunicati stampa arrivati in redazione da ogni parte del globo. Andiamo con ordine e iniziamo dagli Usa. Ancora in dicembre, mentre i grandi elettori nominavano ufficialmente Donald Trump quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’AmericaBarack Obama terminava il suo secondo mandato presidenziale vietando, sensi dell’articolo 12 del Outer Continental Shelf Lands Act, l’estrazione petrolio, gas e minerali in 3,8 milioni di acri nell’Atlantico centro-settentrionale e nel 98% delle acque artiche Usa, pari a 115 milioni di acri. Nel contempo il Governo canadese guidato da Justin Pierre James Trudeau annunciava il ritiro di tutte le licenze petrolifere e gasiere nelle acque artiche canadesi e avviava una collaborazione con gli Usa per chiedere che l’International Maritime Organization metta al bando l’Hfo, un combustibile denso e vischioso che viene comunemente usato dalle navi da carico perché più economico del diesel. Rachel Richardson, direttrice del programma “STOP Drilling”  di Environment America è convinta che “Questa è una vittoria per tutti coloro che hanno cercato di bandire dai nostri oceani l’estrazione di petrolio una volta per tutte. Il presidente Obama ci ha appena consegnato una vittoria incredibile nella lotta per proteggere gli oceani e il clima dalla sconsiderata trivellazione offshore e dagli sversamenti”. Per il portavoce di Greenpeace Usa, Travis Nichols, "alla luce delle intenzioni della prossima amministrazione repubblicana, che fanno supporre più combustibili fossili e meno protezione governativa per le persone e il pianeta, decisioni come queste sono fondamentali”.

Spostiamoci adesso in Svezia e più precisamente a Stoccolma. La capitale svedese potenzierà nel corso di quest'anno un progetto energetico avviato già nel 2015, che, tra le altre cose, serve a riutilizzare anche gli alberi di Natale recisi, quelli che normalmente finiscano nella spazzatura o in un centro per la raccolta differenziata. È il Biochar di Stoccolma che produce un carbone di origine vegetale attraverso la pirolisi (un processo di combustione in ambiente quasi privo di ossigeno) dei rifiuti verdi dei giardini e dei parchi di Stoccolma e ai quali in queste settimane si aggiungono gli alberi di Natale dismessi. Riscaldati fino a 800 gradi Celsius questi rifiuti organici si trasformano in un carbone sostenibile e durevole, che può essere miscelato al terreno per migliorare notevolmente il livello di drenaggio e di nutrimento, mentre il calore prodotto per realizzare il biochar viene immesso nella rete di teleriscaldamento della città. “Riunendo il dipartimento parchi, il servizio di smaltimento dei rifiuti cittadino, i fornitori di energia, e giardinieri urbani, il progetto di Biochar di Stoccolma può veramente creare un circolo virtuoso semplice e ingegnoso che potrebbe fornire un modello per le città di tutto il mondo” ha spiegato l’amministrazione cittadina. 

Mentre in Svezia si produce concime ed energia anche con gli alberi di Natale, in India il National electricity plan, redatto dalla Central electricity authority (Cea) e presentato dal Governo, annuncia che “non verranno più costruite nuove centrali a carbone a partire dal 2022 e che nel 2027 dovrà terminare la costruzione di quelle programmate”. Il piano vuole ridurre la domanda di carbone, che sarà minore di un miliardo di tonnellate all’anno, ma la vera novità del National electricity plan indiano è che mira a produrre 100 GW di energia solare ed eolica, un quantitativo più che doppio rispetto alle energie rinnovabili installate oggi in India. Siddharth Singh, del The energy and resources institute (Teri) di New Delhi, ha detto che questa decisione “Metterebbe l’India sulla buona strada per superare di gran lunga i suoi impegni previsti dall’Accordo di  Parigi. Il governo di Narendra Modi ha promesso di ottenere il 40% della sua energia elettrica da fonti non fossili (rinnovabili e nucleare) entro il 2030, con il finanziamento e la condivisione della  tecnologia da parte di paesi più ricchi. La proposta del Cea significherebbe che la quota non fossile aumenterebbe al 53% già nel 2027, fino da oggi era al 31%, e non faceva affidamento sul sostegno internazionale”. Un risultato notevole anche per Greenpeace Indiache pur ricordando che “il piano del Cea non blocca la maggior parte dei progetti per le nuove centrali a carbone da qui al 2027” vede “l’incentivo alle energie rinnovabili come una possibilità per ridurre la povertà, migliorare le condizioni di vita e fornire energia a tutti”.

Infine qualcosa è cambiato anche in Giappone se un’azienda italiana, la BTS Biogas di Brunico, è da poco stata chiamata per realizzare nei prossimi anni due impianti a biogas in Giappone, uno dei quali a Rikuzentakata, un’area nel nord del Giappone distrutta dallo tsunami del 2011 e prossima a quella colpita dal disastro nucleare di Fukushima Daiichi.  E proprio a Fukushima la BTS ha proposto per le aree contaminate “una soluzione agro-energetica che potrebbe portare grandi vantaggi in termini di decontaminazione e sostegno delle popolazioni colpite”. Entrambi gli impianti hanno per il Giappone un grande significato simbolico, perché il Paese pur non avendo rinunciato totalmente al nucleare, sembra sempre più attratto dalle energie rinnovabili, come quella prodotta con il biogas. Per la BTS, oltre al riconoscimento dell’eccellenza italiana nel settore, “Il biogas si conferma sempre più spesso come la soluzione più efficiente da un punto di vista economico ed ambientale, per rispondere ad esigenze energetiche, ecologiche e strutturali anche in aree colpite da disastri come lo tsunami”.

Alessandro Graziadei

sabato 31 dicembre 2016

Etiopia: la fame illuminata dalla luce elettrica!

Ne parliamo da anni. Adesso è realtà. È stata inaugura sabato 17 dicembre sul fiume Omo in Etiopia Gibe III, una delle più controverse dighe della storia. Dall’alto dei suoi 240 metri di altezza, 630 metri di larghezza in cresta e 1.870 MW di capacità, la diga che ha occupato la parte sud-occidentale del fiume Omo creando un bacino di 150 km, rappresenta il più grande progetto di investimento energetico mai realizzato in Etiopia ed è destinato a risolvere il problema della carenza di energia elettrica. Sarà vero? Per ora la diga, che è stata costruita dal gigante italiano Salini Impregilo per “duplicare la produzione elettrica del Paese dell’Africa orientale con l’obiettivo di modernizzare la sua economia, diventando un hub energetico regionale”, ha prodotto devastanti conseguenze ambientali e sociali sradicando tutte le comunità della bassa Valle dell’Omo con furti di terra, reinsediamenti forzati e abusi dei diritti umani che hanno alimentato fin dall’inizio dei lavori le proteste delle popolazioni indigene, di ong come Survival International, Human Rights Watch, International Rivers e dei promotori italiani della petizione Stop a Gibe III.

A dispetto delle critiche Gibe III, integrato con i precedenti e distinti impianti idroelettrici di Gibe I e Gibe II e più a valle con le dighe di prossima costruzione Gibe IV e Gibe V, rappresenta il naturale completamento di uno dei più grandi complessi energetici al mondo. Insieme al progetto Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD) realizzata sempre da Salini Impregilo, riflette l’ambizioso obiettivo dell’Etiopia di avere una capacità di produzione di 40mila MW entro il 2035. A quanto pare però, per l'impresa italiana, le “misure” sono ancora il solo e fondamentale criterio per celebrare il valore complessivo di Gibe III, un’opera che dicono “è la più alta al mondo di questo tipo” e per realizzare la quale “sono stati necessari 6,2 milioni di metri cubi di calcestruzzo, un volume pari a 2 volte e mezza la Piramide di Giza in Egitto”. L’invaso creato dalla diga poi "contiene 15 miliardi di metri cubi d’acqua, equivalente alla metà del volume del Lago Tana, il più grande d’Etiopia - ha spiegato il costruttore -  Con le sue dieci turbine Francis, la capacità installata dell’opera è pari a quella di due centrali nucleari”.

Indubbiamente "tanta roba", ma i pregi non si limitano alle misure. Per la Salini ImpregiloI benefici dell’opera sono stati evidenti anche durante la sua realizzazione, contribuendo enormemente allo sviluppo dell’economia locale”. L’opera, infatti, ha creato nel complesso lavoro per 20mila etiopi durante le varie fasi della costruzione, ma adesso rischia di distruggere i mezzi di sussistenza e la sicurezza alimentare delle oltre oltre 200.000 persone che vivono nella bassa Valle dell’Omo. Il livello dell’acqua nel fiume, infatti, non è mai stato tanto basso come in questo periodo, con conseguenze devastanti per l’autosufficienza di tribù pastorali come i bodi, i mursi e i cacciatori-raccoglitori kwegu. “Il governo etiope e la Salini avevano affermato che le esondazioni artificiali avrebbero sostituito quelle naturali, ma nei due anni passati le autorità non hanno rilasciato acqua sufficiente a sostenere i mezzi di sostentamento degli indigeni” ha spiegato Survival. 

La diga a quanto pare ha messo fine alle naturali esondazioni del fiume Omo in Etiopia, da cui dipendono direttamente 100.000 indigeni, altri 100.000 indirettamentee secondo alcuni esperti gli effetti prodotti da Gibe III potrebbero anche segnare la fine del lago Turkana in Kenya, il più grande lago in luogo desertico del mondo, con drammatiche conseguenze per i 300.000 indigeni che vivono lungo le sue rive. Oggi molti abitanti delle aree interessate dagli effetti di Gibe III dipendono dagli aiuti alimentari, che non sempre vengono distribuiti regolarmente o in quantità sufficienti. “Il fiume non provvede più a noi” ha detto in novembre un testimone a un membro di International Rivers. “Il fiume continua a scendere. Ci sono ancora i coccodrilli, ma anche loro hanno problemi. I pesci faticano a depositare le loro uova. Ogni anno c’è sempre meno pesce. Il mio popolo deve affrontare gravi problemi. Gli aiuti non sono sufficienti per vivere”. La regione, oltre ad aver sempre offerto il necessario sostentamento alle popolazioni locali è da anni un’area di eccezionale biodiversità che conta due siti dichiarati Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO e cinque parchi nazionali.

Durante una visita al cantiere della diga nel luglio 2015 l’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha elogiato l’azienda italiana dichiarando: “Siete una delle aziende più forti al mondo per le infrastrutture, la numero uno per le dighe; capace di innovare, di costruire, di seminare pezzi di futuro. Siamo orgogliosi di voi, di quello che fate e di come lo fate”. Sicuramente vero, peccato che “Salini ha ignorato evidenze schiaccianti, ha fatto false promesse e ha calpestato i diritti di centinaia di migliaia di personeha dichiarato il Direttore generale di Survival International Stephen Corry. Adesso le conseguenze reali della devastante concezione che il governo etiope ha dello “sviluppo” del paese ha prodotto non solo energia, ma anche fame e distruzione ambientale e per questo Survival ha presentato un’istanza formale al Punto di Contatto Nazionale dell’OCSE (tutt’ora in corso di valutazione). Intanto un’eventuale carestia nell’area sarà illuminata dalla luce elettrica. Per entrambe le cose occorrerà eventualmente ringraziare il genio italico.

Alessandro Graziadei

domenica 18 dicembre 2016

Quando il cielo cadrà sopra di noi…

C’è un detto dei nativi americani che paragona gli alberi alle colonne del mondo e per questo ci ricorda che “quando gli ultimi alberi saranno stati tagliati, il cielo cadrà sopra di noi”. Una metafora che dovremmo cominciare a prendere seriamente in considerazione, perché è ormai evidente che nel mondo la domanda di prodotti in legno e carta sta raggiungendo una crescita tale da farci pensare che forse non rimane più tutto questo legno. Secondo una recente indagine del WWF, Living Forest Report, “la domanda globale di legname potrebbe triplicare entro il 2050”, una previsione che porta a pensare che ai paesi leader nelle esportazioni mondiali di legname restano pochi anni prima di esaurire le loro riserve di alberi. Per il WWF “Se non saranno attuate immediatamente misure di protezione al Brasile restano solo 16 anni di foreste da legname, al Sudafrica 7 anni, alla Colombia 12 anni, al Messico 9 anni, alla Nigeria 11 anni, alla Thailandia 9 anni e al Pakistan 10 anni”.

A quanto pare “Le foreste primarie sono in via di esaurimento a un ritmo allarmante, gli esempi più estremi, come la Nigeria, che ha perduto il 99 per cento delle foreste primarie e il Vietnam, che ne ha perduto l’80 per cento in soli 25 anni, danno il quadro di una situazione drammatica” ha spiegato il WWF. Questo ridimensionamento del nostro patrimonio forestale ha un enorme impatto sulla biodiversità e su altri servizi essenziali degli ecosistemi forestali, ma non è da imputare solo alla richiesta del mercato di prodotti in legno e carta. Oggi la deforestazione è trainata da una serie di fattori non sempre collegati, ma che agiscono con gli stessi effetti devastanti sulle colonne verdi del mondo a cominciare dall’agricoltura e dall’allevamento che, con la popolazione mondiale che si prepara a superare i 9 miliardi entro il 2050, sono due settori che nei prossimi anni cercheranno di rispondere alla crescente domanda alimentare rubando sempre più spazio alle foreste. Allo stesso tempo, il cambiamento climatico, responsabile del ridimensionamento dei raccolti in molti paesi, non potrà che aumentare ulteriormente la pressione sulle foreste nella speranza di compensare con l’agricoltura estensiva i danni provocati dal clima

Quello ricostruito dal WWF è un quadro allarmante che dovrebbe svegliare dal torpore molti Governi e non lasciare indifferenti le aziende che, secondo la ong, “devono investire di più nella gestione sostenibile delle foreste, se si vuole garantire l’accesso al legname anche nel prossimo futuro”. La Dichiarazione di New York sulle foreste firmata nel 2014 ha fissato l’obiettivo di dimezzare la perdita delle foreste naturali in tutto il mondo entro il 2020 e di eliminarla del tutto entro il 2030. La dichiarazione ha anche impegnato il settore privato ad eliminare la deforestazione causata dal commercio di prodotti agricoli entro il 2020, ma per ora le compagnie multinazionali che utilizzano materie prime come olio di palma e di soia rischiano di venir meno agli impegni assunti. È quanto emerge dall’analisi delle principali 500 aziende sul mercato mondiale, curata dal gruppo Canopy e secondo il quale “i prodotti agricoli, l’allevamento e la produzione di carta sono ancora responsabili per oltre due terzi della distruzione delle foreste tropicali in tutto il mondo”. I risultati dell’analisi di Canopy racconta che il 57 per cento delle aziende monitorate “ha adottato politiche deboli o non ha adottato alcuna politica volta a frenare la deforestazione nella propria produzione” e che negli ultimi tre anni, “il numero di aziende che hanno adottato politiche volte ad eliminare la deforestazione è molto basso”, appena il 5 per cento.

Per questo “C’è ancora molto da fare per accelerare l’attuazione degli impegni e l’adozione di robuste politiche a salvaguarda delle foreste”, ha spiegato Tom Bregman, Project Manager di Canopy aggiungendo che “Le politiche sono spesso insufficienti quando non vanno addirittura in direzione opposta a quella della conservazione". Qualche esempio? Per il network internazionale Salva le Foreste in tutto il mondo alberi "alieni" vengono oggi piantati in grandi piantagioni commerciali per produrre materie prime industriali, causando danni irreparabili al suolo, all’ambiente e alle comunità locali. “Gli eucalipti vengono abbattuti in Australia, da cui provengono, e piantati a milioni come eserciti a ranghi serrati in Sudamerica e Sudafrica. L’africana acacia viene invece estirpata dalle proprie foreste native e viene mandata a distruggere e invadere le foreste pluviali del sud-est asiatico per produrre carta. L’americano douglas occupa il posto di piante autoctone in Scandinavia, in Europa centrale e perfino nelle nostre aree urbanizzate”. Il risultato è che in un disegno sempre più commerciale e sempre meno naturale piante “aliene” strappate al proprio ambiente finiscono per sostituire quelle di un’altra regione con effetti imprevedibili sulla biodiversità locale. La colpa chiaramente non è degli alberi, “che sono essenziali nell’ambiente in cui sono nati e cresciuti, la colpa è di chi li pianta nel posto sbagliato, per profitto o per ignoranzaha concluso Salva le Foreste.

Per ora quindi possiamo stare tranquilli, sia a livello globale che locale, pericoloso è ancora “il più originale aggettivo mai attribuito ad una pianta in tutta la storia umana” ha detto ironicamente lo scrittore Erri De Luca parlando della decisione di abbattere in settembre alcuni pini ritenuti appunto “pericolosi” dal Comune di Pescara (dopo una perizia giudicata approssimativa e inadeguata da più di un esperto). “L’albero è una minaccia urbana e interurbana. Le sue pigne cadono senza paracadute, i suoi aghi esauriscono gli sforzi della nettezza urbana e non sono provvisti di sistema anti sdrucciolo, le sue radici sfruttano sottosuolo pubblico comunale. L'albero sporge in disordine i suoi rami, tutto proteso verso il cielo se ne infischia di voi e incombe strafottente sul vostro traffico. L'albero - ha concluso De Luca - sfrutta i vostri gas di scarico per produrre l'asfissiante ossigeno, a stento moderato dall'azoto”. E quando il cielo cadrà sopra di noi, la colpa sapremo a chi darla...

Alessandro Graziadei

sabato 17 dicembre 2016

Lo sai che i papaveri…

Secondo l’“Afghanistan Opium Survey”, un recente studio condotto dal Ministero afghano per la lotta contro il narcotraffico e dall’Ufficio Onu per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodc), la produzione di papaveri da oppio in Afghanistan è aumentata del 43% rispetto all’anno scorso passando “da 3.300 tonnellate nel 2015 a 4.800 nel 2016” e anche il numero di terreni coltivati è aumentato del 10% passando dai 183mila ettari del 2015 ai 201mila del 2016. A pagarne le conseguenze, in particolare nella provincia afghana dell’Herat, sono i bambini sfruttati per coltivare e contrabbandare l’oppio da talebani e narcotrafficanti, sempre pronti ad incassare i profitti di un mercato che non conosce crisi. Oltre al sempre fiorente mercato mondiale “In Afghanistan, circa l’11% della popolazione ha problemi di dipendenza da oppiacei e il flusso di rifugiati di ritorno dal vicino Iran, Paese dall’alta percentuale di tossicodipendenti, alimenta il problema” si legge nello studio.

Ma la piaga della tossicodipendenza colpisce anche i giovani sfruttati nella produzione e nello spaccio. Un sondaggio realizzato nel 2014 da alcune ong locali ha disegnato un allarmante quadro documentando la presenza di circa 3.000 minori tossicodipendenti a Herat. Ma per Farhad Jelani, il portavoce del governatore di Herat, “questa cifra è quasi raddoppiata in soli due anni”. Il portavoce della polizia provinciale di Herat, Abdul Rauf Ahmadi, ha affermato che nell’ultimo mese ha già arrestato per traffico di droga circa 30 bambini: “Alcuni di essi sono tossicodipendenti” e in un articolo pubblicato dall’“Institute for War & Peace Reporting”, Aziz Azara ha evidenziato come “oggi i tossicodipendenti nell’Herat sono circa 70mila e 5.500 di essi sono bambini”. Non c’è da stupirsi quindi se Sir Majid, direttore del centro di detenzione minorile dell’Herat, sostiene che “più del 30% degli attuali detenuti è stato condannato per traffico di droga”. 

Le cause di queste altissime percentuali di tossicodipendenti anche tra i minori non sono difficili da intuire: alcuni bambini sono diventati tossicodipendenti perché vivono per le strade e sono facili vittime degli spacciatori di droga, mentre altri sono diventati tossicodipendenti perché i membri della famiglia fanno uso di droghe. In Afghanistan, inoltre, nonostante questo tipo di coltivazione sia illegale, la coltivazione dell'oppio è un’attività fondamentale per il sostentamento dei ceti più poveri e altamente redditizia per i talebani che sfruttano il traffico internazionale di eroina derivato dell’oppio per finanziare le loro attività militari. La Russia e gli Stati Uniti combattono da anni la lotta al narcotraffico in Afghanistan, investendo denaro e risorse per limitare gli effetti devastanti sulla popolazione mondiale e in chiave anti talebana, ma a quanto pare senza ottenere i risultati sperati. Se da un lato, infatti, la produzione di oppio è concentrata principalmente nella regione di Helmand, a sud del paese, una regione ormai da tempo controllata dai Talebani e che da sola rappresenta ancora il 40% della produzione nazionale, dall’altra tutto l’Afghanistan sta lentamente abbandonando la politica di eradicazione dell'oppio.

Se nel 2015 il Governo afgano ha eliminato 3.760 ettari di coltivazioni in 12 province, sono solo 355 in sette province gli ettari sottratti alla coltivazione dell’oppio nel 2016. Come mai? Il commercio degli oppiacei a quanto pare non è solo la fonte principale delle entrate dei Talebani. Anche i funzionari del governo impongono una tassa nei distretti dove si produce l’oppio. Gli agricoltori pagano 5.000 rupie pakistane, circa 50 dollari, per ettaro di papaveri, un balzello sopportabile visto che un ettaro di oppio frutta 200 dollari, mentre coltivando fagioli, una delle colture alternative al papavero, avrebbe generato appena un dollaro. Facile capire nonostante le tasse governative e i balzelli dei talebani (come la tassa islamica ushir, che teoricamente dovrebbe andare ad aiutare i meno abbienti ed i poveri, ma spesso viene intascata dai capitani Talebani che la raccolgono) cosa preferiscono coltivare i contadini. Il risultato è che tutta l’economia del paese, dal contadino al governo passando per il contrabbandiere e il talebano, dipende oggi dalla produzione di oppio.

Così se negli anni ‘90, quando i Talebani erano al potere, la produzione di oppio era poco tollerata dal regime di Kandahar, durante gli anni della missione Nato dal 2002 al 2014, questa è cresciuta in modo esponenziale tanto che nel 2014, quando la Nato ha lasciato l’Afghanistan, secondo i dati raccolti dalle Nazioni Unite, il raccolto di oppio è stato da record. A 15 anni dall’invasione dell’Afghanistan il dato, assieme a quello dello sfruttamento dei minori nelle coltivazioni e all’incremento della tossicodipendenza in ogni fascia d'età, non posso non essere considerate come le conseguenze dell’intervento militare. Esiste un’alternativa politica ed economica che migliori la situazione dell’Afghanistan? Forse rispolverare una vecchia proposta che suggeriva di acquistare tutta la produzione di oppio per l’industria farmaceutica mondiale, che guarda caso è costantemente a corto di questo tipo di prodotti. Ma vorrebbe dire scendere a patti con i talebani, dinamica che attualmente il commercio della droga none esclude di certo, ma la nasconde dentro la cornice dell’ipocrisia e dell’"illegalità".

Alessandro Graziadei

domenica 11 dicembre 2016

Il progresso è in tavola (e non funziona)

“La nostra specie accumula progresso, ma non sollievo” ha detto lo scrittore Erri De Luca. Uno spunto utile per riflettere su alcuni recenti risultati del progresso scientifico e medico applicato al settore alimentare. Sia chiaro, il progresso ha contribuito a migliorare ed allungare le nostre vite e non è certo lui che va messo in discussione, quanto piuttosto l’uso che talvolta ne viene fatto. Perché in campo alimentare il progresso fino ad oggi ha avuto principalmente un fine: massimizzare i profitti e non per forza migliorare la qualità e la quantità di quello che mangiamo, come prometteva la favola degli ogm, che solo 20’anni fa Monsanto ed altre multinazionali garantivano avrebbe “sfamato il mondo”. Insomma appare sempre più strano immaginare come oggi varietà resistenti agli erbicidi possano avere vantaggi di crescita senza l’acquisto del relativo erbicida o varietà di mais resistenti all’attacco dei parassiti possano crescere senza dosi massicce di fertilizzanti. Tutte condizioni con enormi limiti ecologici e sanitari che non hanno cancellato la fame nei paesi in via di sviluppo.

A metterlo nero su bianco, ultimo in ordine di tempo, è stato il New York Times che ha recentemente pubblicato una lunga inchiesta sui risultati dell’agricoltura geneticamente modificata negli USA. Partendo dai dati delle Nazioni Unite, il quotidiano newyorkese è giunto alla conclusione che “questa tecnologia non ha assicurato né maggiori rese agricole né una diminuzione nell’uso dei pesticidi", smentendo entrambe le grandi promesse su cui fanno leva da sempre i sostenitori degli ogm. In particolare, si legge “durante gli ultimi due decenni nelle coltivazioni di granturco, cotone e soia degli Usa l’irrorazione di erbicidi è cresciuta del 21%, l’opposto di un trend che in Francia, ad esempio, ha portato a una riduzione del 36% di queste stesse sostanze”. Chi ci guadagna? Non certo la sicurezza alimentare mondiale. Tanto meno i consumatori a stelle e strisce. A guadagnarci sono sempre i colossi dell’agroindustria, perché quasi sempre le stesse multinazionali che vendono i semi ogm commercializzano anche i pesticidi più adatti a trattarli.

Il paragone con l’Europa occidentale, in gran parte priva di ogm, per gli USA è poco entusiasmante anche dal punto di vista dei risultati: “le rese agricole europee non si discostano da quelle americane nella produzione di mais e barbabietola da zucchero, superandole addirittura nella produzione di colza”. Certo l’inchiesta del New York Times è stata criticata dai potenti mezzi comunicativi a servizio dell’industria delle tecnologie ogm (tra cui la Monsanto), che suggerisce come altre comparazioni portino a ben altri risultati. Vero, ma difficilmente sembra possibile falsificare le conclusioni generali confermate anche dal mercato, visto che l’ultimo rapporto dell’Associazione delle Aziende del Biotech (Isaaa) parla di un inequivocabile “calo nelle coltivazioni mondiali di ogm pari a 1,8 milioni di ettari tra il 2014 e il 2015”

Un problema solo degli USA? Anche se attualmente non ci sono colture ogm in Italia, se non a livello sperimentale, non significa che il nostro sia un Paese “ogm free”. Infatti la gran parte dei mangimi utilizzati negli allevamenti italiani, eccetto quelli biologici, è prodotta a partire da soia e mais geneticamente modificati importati da Stati Uniti, Canada e America Latina. Ma il Belpaese detiene un diverso e poco edificante primato. Secondo il nuovo report dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse in inglese Oecd) sull’utilizzo di antibiotici e sul fenomeno dell’antibiotico resistenza, negli ultimi 10 anni il consumo di antibiotici nei 34 paesi dell’Ocse è cresciuto in media del 4% raggiungendo una media di 20,5 dosi ogni 1.000 abitanti. Il 70% degli antibiotici venduti in Europa non è però utilizzato per le persone, ma negli allevamenti intensivi di animali, per fronteggiare le scarse condizioni igieniche, il sovraffollamento e lo stress che generano le numerose malattie che colpiscono gli allevamenti. Di conseguenza, o direttamente attraverso il consumo di carne, latte e derivati, o indirettamente attraverso le deiezioni degli animali che raggiungono le falde acquifere inquinando l’ambiente, gli antibiotici arrivano fino a noi. Così, quando è davvero necessario usarli, diventano inefficaci come succede in Italia, che per l’Ocse è il paese che fa registrare uno dei peggioramenti più preoccupanti “passando da una resistenza agli antibiotici intorno al 17% nel 2005 a circa il 33% nel 2014”.

Per il report l’Italia è il terzo paese nella particolare classifica della resistenza al trattamento a base di antibiotici, dietro soltanto alla Turchia e alla Grecia. Un problema di salute e a cascata anche economico visto che, come riferisce l’Ocse, “l’antibiotico resistenza pone un onere significativo sui sistemi sanitari e i bilanci nazionali. Gli ospedali in area Ocse spendono, in media, tra i 10.000 e i 40.000 dollari per il trattamento di un paziente infettato da batteri resistenti. I costi sociali possono essere alti come i costi sanitari, a causa della perdita di produttività e di reddito. È tutto ciò è preoccupante perché stiamo andando verso una era post-antibiotica, dove le infezioni comuni possono diventare, ancora una volta, fatali”. Alla luce di queste recenti indagini non sembra stupido ripensare l’uso del progresso in campo alimentare, senza più barattare il profitto con la nostra salute e la pessima qualità di quello che mangiamo.

Alessandro Graziadei