sabato 22 aprile 2017

Iran: un paese da visitare?

L’Iran è un Paese da visitare? Dopo l’accordo raggiunto con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) il 14 luglio del 2015 a Vienna, che ha revocato le sanzioni in vigore dal 2006 in cambio di significative riduzioni dell’entità del suo programma nucleare, Teheran è tornata ad essere una delle più apprezzate mete del turismo mondiale. Un ironico e ben montato video di Benjamin Martinie mette in contrasto la sue esperienza con i cliché e i pregiudizi che hanno spesso raccontato l'Iran in questi ultimi 20’anni: “Un deserto immenso”, “un’architettura banale”, “un Paese poco sicuro”, “una popolazione maleducata”, “una storia misera”... Tutte definizioni che vengono smontate con le immagini di Martinie e con le cifre fornite dall’Organizzazione per il turismo, il patrimonio culturale e l’artigianato iraniano (Chtho), secondo il quale in due anni, dal momento in cui è entrato in vigore l’accordo sul nucleare, "il numero dei turisti giunti dall’estero in Iran è più che raddoppiato”.

Dopo anni di embargo la svolta politica internazionale, se resisterà alla verifica della correttezza iraniana sull'accordo nucleare chiesta da Donald Trump, ha per ora permesso di rilanciare l’economia e potenziare gli investimenti, garantendo un miglioramento del patrimonio architettonico, del comparto energetico e anche delle infrastrutture del settore turistico. Oggi anche se rispetto ad altre realtà internazionali risente ancora della scarsa qualità di alcuni servizi e della precarietà dei trasporti in molte zone del Paese, il Piano di sviluppo del turismo iraniano prevede uno sforzo congiunto promosso dal governo e dai privati per raggiungere una crescita cha dai 4,8 milioni di visitatori del 2014 arrivi ad oltre 20 milioni nel 2025. Un traguardo non impossibile visto che la prestigiosa rivista Forbes ritiene l’Iran “una delle 10 destinazioni più cool da visitare nel 2017” e secondo uno studio pubblicato nel settembre scorso dalla Mastercard Global Destinations Cities Index, la capitale iraniana ha registrato un aumento di circa il 13% per visitatori internazionali nell’ultimo anno ed è per il più alto tasso di turisti fra le prime dieci destinazioni al mondo, su un totale di 132 città.

Per far fronte alla domanda in crescita e favorire un mercato turistico ancora parzialmente inespresso il Governo iraniano sta pensando di creare entro il 2017 un ente capace di riunire i principali hotel e le più importanti strutture ricettive della Repubblica islamica, oltre a studiare provvedimenti che concedono esenzioni fiscali per imprese e individui attivi in un settore che vanta 21 siti turistici inseriti nella lista dei patrimoni dell’umanità Unesco. A questi si aggiungono le spiagge del Golfo di Persia o del Mar Caspio, interessate qualche settimana fa dal viaggio inaugurale a pagamento della prima nave da crociera dalla rivoluzione islamica del 1979, oltre alle vette innevate per gli amanti della montagna e dello sci. Non stupisce, quindi, sapere che questo mercato ha attirato l’attenzione di molte realtà internazionali, come la multinazionale francese AccorHotels che sta progettando la realizzazione di cento strutture entro i prossimi 10 anni, ma anche di realtà più piccole e decisamente più sostenibili, capaci, come nel caso di Planet viaggi o di RAM viaggi, di farci conoscere l’Iran con un turismo più etico e responsabile attraverso spostamenti organizzati con i mezzi pubblici e momenti di incontro con la società civile iraniana.

Certo la società iraniana presenta ancora molte contraddizioni. Esiste ancora una frattura forte tra il potere e la popolazione, tra le leggi imposte e lo stile di vita delle persone. Per Lorenzo Marinone, caporedattore dell'area Medio Oriente di East Journal e collaboratore del Centro Studi Internazionali e dell’Osservatorio di Politica Internazionale il governo riformista di Hassan Rouhani (che sta per terminare il suo mandato) “ha abbattuto l’inflazione che ora è al 12%, ma il potere d’acquisto in Iran resta uguale. Arrivano prodotti che prima circolavano solo sul mercato nero, come alcune medicine, ma sono troppo cari. La disoccupazione riguarda ufficialmente 2,5 milioni di persone, ma una stima del centro ricerche del parlamento alza la cifra a un esorbitante 6,5 milioni contando anche chi è sottoccupato e chi non sta più cercando lavoro”. La ricchezza insomma sta affluendo a Teheran, ma viene strozzata nei colli di bottiglia della corruzione e del clientelismo, contro cui il governo non è ancora stato in grado di intervenire efficacemente.

Come se non bastasse attualmente il tasso di fertilità in Iran è molto basso, le nuove generazioni non rimpiazzano le vecchie e aumentano a dismisura i costi da mettere a bilancio, dalle pensioni alla sanità. “Il boom demografico dovrebbe accompagnare quello economico promesso dalla fine delle sanzioni”, ma mentre “La Repubblica Islamica sogna culle piene e il governo ricama sui benefici dell’accordo sul nucleare, tanti iraniani non si possono permettere le prime perché il loro portafogli non si è accorto dei secondi” ha spiegato Marinone. Anche nel campo dei diritti civili e umani la strada è ancora lunga. L’Iran è per Reporter Senza Frontiere al 169esimo posto per libertà di stampa e non sono rari i giornalisti e i blogger in prigione. Infine come ha recentemente ricordato Amnesty International Teheran è al secondo posto dopo la Cina per il maggior numero di esecuzioni capitali, anche se la loro diminuzione è significativa: nel 2016 sono state 567 contro le 977 del 2015, ossia il 42% per cento in meno. Questo e molto altro, nel bene e nel male è l’Iran. Un Paese da visitare, ma non sempre così facile se devi viverci. 

Alessandro Graziadei

sabato 15 aprile 2017

Le isole del tesoro!

Se è vero che ogni anno l’Australia accetta un buon numero di rifugiati che arrivano sull’isola con regolari voli di linea attraverso i canali delle Nazioni Unite, per i migranti che cercano di raggiungerla via mare in maniera “illegale” Canberra ha ideato la così detta “Pacific solution”. Ne avevamo già parlato nel 2012 e nel 2014 di questo “particolare” programma di “gestione offshore” degli immigrati “irregolari” che prevede il loro spostamento forzato dall’Australia su alcune isole del Pacifico, tra cui la repubblica di Nauru, considerata la repubblica indipendente più piccola del mondo e l’isola di Manus che fa parte della Papua Nuova Guinea. Da qui quasi tutti i migranti vengono rimandati nelle nazioni di origine dopo essere stati sottoposti a trattamenti crudeli e degradanti, in alcuni casi per anni, solo per aver cercato una nuova vita sulle coste australiane. Di fatto queste isole sono diventate dei centri di detenzione con alcuni “vantaggi”: i disperati che bussano alle porte di Canberra sono tolti dalla vista degli australiani; il Governo può evitare di preoccuparsi dei loro diritti umani, visto che sono trattenuti in paesi stranieri dove la giurisdizione australiana non conta nulla ed infine in questo modo è possibile lucrare (e non poco) sui migranti.

Secondo il rapporto di Amnesty InternationalL’i$ola del tesoro, la multinazionale spagnola Ferrovial e la sua sussidiaria australiana Broadspectrum (acquisita da Ferrovial nell’aprile 2016) stanno facendo i milioni sulle persone migranti trattenute sull’isola di Nauru e di Manus. Le attività di Broadspectrum che riguardano solo la gestione dei due centri detentivi nel 2016 “hanno prodotto 1,646 miliardi di dollari australiani di utili, un incredibile 45% del totale delle entrate dell’azienda” e sempre nel 2016 “i ricavi di Ferrovial dal settore dei servizi, in cui sono incluse le operazioni di Nauru e Manus, sono aumentati del 24,1%” mentre il valore totale del contratto tra il governo australiano e Broadspectrum è di 2,5 miliardi di dollari australiani in tre anni e mezzo. Per questo secondo Luicy Graham, ricercatrice di Amnesty su aziende e diritti umaniIl governo australiano ha fatto di Nauru un’isola di disperazione per i rifugiati e i richiedenti asilo, ma anche un’isola del profitto per aziende che fatturano milioni di dollari grazie a un sistema così volutamente e palesemente crudele da costituire tortura”.

Così, mentre Ferrovial e Broadspectrum fanno ampi profitti, le persone intrappolate sull’isola di Nauru e su quella di Manus trascorrono un’esistenza inumana in prigionia, visto che non solo è stato negato loro l’ingresso in Australia, ma non sanno neanche se e quando sarà loro permesso di lasciare queste “isole del tesoro”. Per Amnesty non solo Broadspectrum è a conoscenza delle condizioni in cui si trovano i richiedenti asilo e i rifugiati, ma in alcuni casi il suo personale, in subappalto alla Wilson Security, si è reso responsabile di veri e propri reati. “Persino persone riconosciute rifugiate - ha spiegato l’ong - non possono lasciare l’isola e subiscono aggressioni, anche di natura sessuale, da parte del personale del centro, senza che nessuno risponda di queste azioni”. Alla data del 30 aprile 2015 erano state presentate già 30 denunce di abusi su minori, 15 denunce di aggressioni sessuali o stupro e quattro denunce relative a prestazioni sessuali in cambio di fornitura di merce di contrabbando.

Nessuno al momento sembra voler assumersi la responsabilità di quanto accade. Broadspectrum e Ferrovial hanno risposto ad Amnesty International che nessuna delle due “opera nel centro di Nauru” e il Governo australiano a sua volta afferma che “il centro è gestito dal Governo di Nauru”, che a sua volta ha addossato ad altre realtà appaltatrici le responsabilità. “Dalle nostre ricerche, invece, è emerso che Broadspectrum gestisce quotidianamente il centro e esercita un controllo effettivo sulla vita quotidiana dei richiedenti asilo e dei rifugiati, per conto del governo australiano e con la supervisione e il controllo finali di quest’ultimo” ha spiegato Amnesty. Intanto negli scorsi mesi, in un documento interno, Broadspectrum ha avvisato i suoi dipendenti che possono essere licenziati se forniranno informazioni sulle attività svolte a Nauru. Una segretezza che tutela anche il contratto sulla base del quale Broadspectrum e Wilson Services operano a Nauru e Manus, le cui clausole non sono completamente pubbliche. “Il segreto di questi contratti consente a Broadspectrum e Ferrovial di nascondere l’esatto ammontare dei profitti che realizzano grazie alle violazioni dei diritti umani, mentre le rigide clausole di confidenzialità imposte dal governo australiano permettono di nascondere la dimensione di queste violazioni”, ha sottolineato la Graham.

Poiché il contratto di Broadspectrum col Governo australiano per la gestione dei migranti "offshore" termina a ottobre, Amnesty sta cercando di sensibilizzare tutte le aziende australiane a non accettare un accordo commerciale che permetta di fare profitti sulla tortura. Per la Graham “Le aziende che stanno considerando l’ipotesi di subentrare devono sapere che sarebbero complici di un sistema intenzionalmente abusivo, contravverrebbero alle loro responsabilità in materia di diritti umani e si esporrebbero a denunce penali e a richieste di risarcimento danni”. Per questo nessun’azienda dovrebbe operare a Nauru e Manus, visto che stando a quanto emerge dal report la situazione in queste due isole è così compromessa che sarebbe impossibile operarvi senza contribuire a gravi violazioni dei diritti umani ed esporsi così a possibili ripercussioni. 

Alla luce di quanto emerso Amnesty ha chiesto al Governo australiano di "trasferire al più presto sul suo territorio tutti i richiedenti asilo e i rifugiati attualmente a Nauru e Manus", assicurandosi che tutti coloro che sono già in possesso dello status di rifugiato abbiano il diritto di risiedere in Australia e ha suggerito di "collaborare con tutte le offerte di cooperazione e assistenza internazionale per il reinsediamento dei rifugiati in un paese terzo, se i rifugiati desiderano essere reinsediati e sono in grado di prendere una decisione pienamente informata e libera”.

Alessandro Graziadei

domenica 9 aprile 2017

Dalla Cina una speranza per gli elefanti?

I dati più recenti ci dicono che tra il 2008 e il 2014 solo nell’Africa sub-sahariana i bracconieri hanno ucciso circa 30.000 elefanti all’anno, tanto che alcune popolazioni di pachidermi sono state completamente sterminate e per altre sarà molto difficile sopravvivere. In questo ultimo decennio a fare la parte del “leone” nella lotta contro il bracconaggio in Africa è stato soprattutto il Kenya, che con le sue forze di polizia ha intensificato i controlli nei principali parchi nazionali, arrestando e uccidendo in scontri a fuoco diversi bracconieri e sequestrando ai trafficanti di avorio, nel solo 2016, più di 100 tonnellate di zanne, oltre che un vero e proprio arsenale di armi. Ma per quanto efficaci, gli sforzi del continente africano per tamponare l’offerta di avorio hanno dovuto fare i conti con la costante domanda del mercato cinese, da sempre considerato il più grande mercato di avorio nel mondo. Almeno fino al 1 aprile scorso, quando Pechino, dopo aver annunciato in dicembre la decisione di interrompere tutte le attività legate alla vendita e alla trasformazione dell'avorio entro la fine del 2017, ha dato realmente seguito all’annuncio vietando di fatto le attività di scultura e produzione di oggetti in avorio in un terzo dei suoi atelier e annunciando che i dipartimenti dell’industria e del commercio non autorizzeranno più la registrazione di imprese coinvolte nella produzione e nella vendita di avorio.

In un rapporto pubblicato il 29 marzo dall’associazione Save The Elephants, in vista della chiusura annunciata da Pechino di alcune fabbriche e laboratori di trasformazione dell’avorio, l’ong ha evidenziato che “il prezzo all’ingrosso delle zanne di elefante ultimamente si è notevolmente ridotto passando da circa 2.100 dollari al chilo di inizio 2014 ai circa 730 dollari al chilo del febbraio di quest’anno”. Un calo che per Lucy Vigne, consulente di Save The Elephants e autrice del rapporto insieme a Esmond Martin, è dovuto a diversi fattori: “la crisi economica, il giro di vite sulla corruzione, visto che l’avorio viene spesso usato come tangente e l’impegno del governo contro il commercio di avorio” tutti fattori che tra il 2015 e il 2016 hanno drasticamente assottigliato il commercio legale di avorio in Cina con conseguenze su tutti i punti vendita autorizzati “che prima hanno gradualmente ridotto la quantità di articoli d'avorio in vendita, poi ne hanno tagliato i prezzi”. Ad oggi 67 imprese hanno già ricevuto l’ordine di non fabbricare e vendere prodotti in avorio ed entro la fine dell’anno è possibile che altre 105 imprese chiudano del tutto le loro attività legate alla lavorazione e al commercio dell’avorio.

Per il direttore esecutivo dell’United Nations environment programme (Unep), Erik Solheim, la decisone del Governo cinese di vietare la produzione e la vendita di prodotti in avorio è “una tappa storica che potrebbe essere un tornante decisivo nella nostra lotta per salvare gli elefanti dall’estinzione”, in linea con le richieste emerse lo scorso ottobre in Sud Africa dal meeting della Convenzione sul Commercio Internazionale delle Specie Minacciate di Estinzione (CITES) che ha adottato una risoluzione in cui chiedeva a tutti i paesi in cui è ancora legale il commercio di avorio di “chiudere questi mercati” e “dare un contributo fondamentale alla lotta contro il bracconaggio”. Anche il WWF plaude alla decisione della Cina di mettere al bando il commercio di avorio e per Lo Sze Ping, direttore di WWF-Cina, “Questo dimostra la determinazione del governo cinese e la volontà di ridurre la domanda, al fine di salvare gli elefanti africani! La chiusura del più grande mercato d’avorio legale è fondamentale per dissuadere le persone in Cina e nel mondo ad acquistarlo e renderà più difficile ai trafficanti la vendita delle loro scorte illegali”.

Il fatto che nel mondo esista ancora un commercio legale di avorio, infatti, spesso presentato con l'etichetta di "avorio di antiquariato", ha sempre creato una drammatica copertura a quel commercio illegale responsabile della strage di elefanti nel mondo. Per Isabella Pratesi, direttore del Programma di Conservazione WWF Italia “L’unica possibilità di salvare gli elefanti è quella di bandire il commercio delle loro zanne in qualunque forma e in qualunque luogo e in qualunque modo. Proprio per questo l’impegno della Cina è un segnale davvero forte e importante". Un impegno che ha incassato il sostegno del network TRAFFIC, un programma dell’Unione Mondiale per la Conservazione (IUCN) svolto in collaborazione con il WWF, che attraverso Zhou Fei, responsabile di TRAFFIC per la Cina si è detto “pronto a dare supporto tecnico per il monitoraggio del commercio di avorio e per sostenere la capacità di applicazione e di implementazione delle legge che ferma il commercio di avorio in Cina”.

Adesso se si vogliono salvare gli elefanti dall'estinzione occorre continuare su questa strada, perché i sequestri e la guerra contro i bracconieri in Africa dimostrano che il commercio illegale di avorio è ancora molto attivo e pericoloso. Erano probabilmente destinate ai mercati asiatici anche 88 pezzi di zanne di elefante sequestrati dalla polizia kenyana nel porto di Kwale il mese scorso. Il comandante della polizia di locale, Joseph Chebusit, ha spiegato che l’avorio sequestrato (quasi 42 kg) scoperto in un’abitazione durante un’operazione del Kenya Wildlife Service (Kws), erano nascosto da tempo, pronto per essere spedito al miglior offerente, che questa volta non sarebbe stato cinese.

Alessandro Graziadei

sabato 8 aprile 2017

Facciamo respirare il Mediterraneo?

Mentre tra il 28 e 29 marzo a Roma si celebravano i 60 anni dei Trattati di Roma che hanno dato vita alla Comunità europea, una coalizione di associazioni ambientaliste, tra le quali l’italiana Cittadini per l’Ariain compagnia di ong provenienti da tutta la regione del Mediterraneo oltre all’associazione europea con sede a Bruxelles Transport & Environment e all’associazione tedesca NABU, hanno adottato una dichiarazione finalizzata a fare del Mar Mediterraneo una zona di controllo delle emissioni (una cosiddetta zona ECA) per limitare l'inquinamento atmosferico prodotto dalle navi. La Dichiarazione di Roma, questo il nome scelto dalla colazione, è stata adottata a conclusione della Conferenza internazionale “Reducing air pollution from ships in the Mediterranean Seaed arriva dopo che, all’inizio di marzo, nel corso di una riunione del gruppo di lavoro del Consiglio d’Europa, la Francia aveva intrapreso il coraggioso tentativo di spingere per l’istituzione di un’area ECA nel Mediterraneo che comprenda aree di controllo delle emissioni di zolfo (SECA) e ossidi di azoto (NECA) e, allo stesso modo, affronti in modo esplicito il problema delle emissioni di particolato e di black carbon

Se è vero che il trasporto delle merci via mare è più sostenibile sotto il profilo ambientale, perché le navi emettono di fatto livelli di CO2 ridotti, questa è solo una faccia della medaglia. "A livello globale, l’industria del trasporto marittimo delle merci determina una quantità imponente di inquinanti atmosferici che sono causa di gravi danni ambientali e accelerano il fenomeno dei cambiamenti climatici” ha spiegato Anna Gerometta, presidente di Cittadini per l’Aria. Le navi, infatti, utilizzano un olio combustibile molto economico, ma particolarmente denso, detto HFO, con un elevato contenuto di metalli pesanti e un valore massimo di zolfo pari al 3,5%, ovvero 3.500 volte superiore a quello consentito per i carburanti diesel utilizzati dai camion. Come se non bastasse, l’adozione di sistemi efficienti di riduzione dei gas esausti che è considerata la norma per il trasporto di terra, è un’eccezione nel settore del trasporto marittimo, sebbene le tecnologie esistano e abbiano costi accessibili. In aggiunta al basso costo della mano d’opera, queste sono alcune delle ragioni per cui oggi è più economico che molte merci siano prodotte nei Paesi in via di sviluppo e solo in seguito spedite in Europa.

Per la Coalizione ambientalista "Non possano esservi più scuse un ulteriore rinvio di norme più severe alle emissioni delle navi in Sud Europa considerando che le principali rotte marittime dall’Asia verso l’Europa e l’America attraversano il Mar Mediterraneo e che, secondo le previsioni, il traffico navale è destinato a crescere fino al 250% entro il 2050. Inoltre il Mediterraneo è sede di alcune delle destinazioni di crociera più popolari in Europa, con un numero sempre crescente di scali e conseguenti problemi di inquinamento atmosferico locali. In aggiunta, durante il periodo estivo, l’intensa radiazione solare in combinazione con gli inquinanti atmosferici delle navi genera un inquinamento da ozono troposferico dannoso per la salute”. In questo contesto, inoltre, l’istituzione di un’area ECA mediterranea ripristinerebbe una parità di condizioni nel mercato unico europeo dove, finalmente, gli armatori e i porti del sud sarebbero sottoposti agli stessi requisiti normativi vigenti nei mari del nord e "sarebbe uno stimolo per l’adozione di tecnologie a basse emissioni e il trasferimento del know-how necessario all'interno dell’Unione Europea, migliorando la leadership europea nella tecnologia e la creazione di posti di lavoro nel settore marittimo". Pertanto, "standard di emissione più severi nel Mediterraneo sono di vitale importanza per garantire la sostenibilità del settore marittimo dell’UE e la sua competitività economica” ha concluso la coalizione.

Per questo la Dichiarazione di Roma ha invitato ad adottare subito anche per le navi che attraverseranno il Mar Mediterraneo combustibili a minor contenuto di zolfo, l’adozione di filtri antiparticolato e l’uso di nuovi sistemi catalitici, tutte misure che, dalle indagini effettuate da NABU, ridurrebbero le emissioni di black carbon del 99%, quelle degli ossidi di azoto del 97% e quelle delle altre sostanze tossiche come i metalli pesanti di oltre il 99%. Se consideriamo che i filtri per il particolato dei diesel (DPF) e i sistemi catalitici di riduzione delle emissioni (SCRs) per una grande nave portacontainer costano circa 500.000 euro ciascuno e che il costo di costruzione di una nave della capacità di 10.000/12.000 container standard è di circa 100 milioni di euro, l’adozione di questi accorgimenti incrementerebbe tale costo dell’1% circa. Un ragionamento valido anche per le navi da crociera, per le quali la nuova legislazione dell’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) che entrerà in vigore nel 2020, chiede di ridurre le emissioni di zolfo dal 3,5% allo 0,5%. Una misura necessaria, ma non ancora sufficiente, visto che frenare l'inquinamento non è solo un problema ambientale, ma interessa direttamente anche la salute dei passeggeri.

La designazione del Mar Mediterraneo come area ECA è un passo atteso da tempo per ridurre in modo significativo l’inquinamento atmosferico prodotto dalle navi nella regione. È inaccettabile - ha concluso Gerometta - che la salute delle persone e l’ambiente dell’Europa meridionale debbano ancora soffrire a causa delle emissioni dei gas di scarico del settore marittimo, mentre il Mar Baltico, il Mare del Nord e la Manica hanno standard molto più stringenti da anni”.  Un’opinione condivisa anche da Leif Miller, CEO di NABU, l’associazione capofila del progetto Europeo, che ha ricordato come “gli ambientalisti e i gruppi di riferimento delle comunità nelle città portuali dei vari paesi del Mediterraneo hanno già accolto con favore l'iniziativa e hanno invitato i rispettivi governi a intensificare l’impegno a sostegno un approccio più sostenibile”. Ma se come sostiene Tristan Smith, esperto di trasporti e cambiamento climatico presso l’University College di Londra “la maggior parte dei paesi delega le proprie responsabilità per regolamentare il settore all’IMO” e “molti paesi più piccoli non hanno le risorse per regolamentare il settore, mentre altri scelgono di non limitare le emissioni visto che l'industria delle navi rappresenta un vantaggio per le economie locali, portando turisti e creando posti di lavoro” è tempo di chiedere direttamente all’Europa una legge utile a far respirare il Mediterraneo!

Alessandro Graziadei

domenica 2 aprile 2017

La pace minata dagli “IED”

Come ricorda l’ONU in occasione del 4 aprile, la Giornata mondiale per la promozione e l’assistenza all’azione contro le mine, “Mine e ordigni bellici continuano a uccidere o ferire migliaia di persone ogni anno”. In attesa dei dati ufficiali per il 2016, secondo l’ultimo rapporto dell’International Campaign to Ban Landmines (Icbl), nel 2015 il numero dei morti e dei feriti causati da questo tipo di ordigni è aumentato del 75%, raggiungendo quota 6.461. È la cifra più alta degli ultimi dieci anni e come sempre tre vittime su quattro sono civili, quattro su dieci sono bambini, spesso colpiti dopo la fine di un conflitto. Per questo l’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1997 ha creato, all’interno del Department of Peacekeeping Operations (Dpko), l’United Nations Mine Action Service (Unmas), che da vent’anni fornisce assistenza in 18 paesi ed è diventata un punto di riferimento nella prevenzione e nella lotta contro le mine, le bombe a grappolo e gli ordigni bellici improvvisati inesplosi (i così detti IED, l’acronimo inglese per indicare gli Improvised Explosive Device), impegnandosi a sostenere le vittime di questa guerra ad orologeria contro i civili dal punto di vista medico, psicologico e soprattutto sociale.

Nonostante i successi del Trattato di Ottawa, firmato il 3 dicembre 1997 inizialmente solo da Canada, Irlanda e Mauritius ed entrato in vigore il 1º marzo 1999 con la ratifica di 40 Stati, che attualmente sono diventati 160, tutti protagonisti di un importante “sminamento mondiale” che ha portato alla distruzione di 51 milioni di mine stoccate salvando migliaia di vite, ancora oggi ci serve una raccolte firme come quella della Campagna Italiana contro le Mine per ricordarci che mine e altre armi artigianali e disumane continuano ad essere usate contro i civili anche nei recenti conflitti in Siria ed Ucraina. Come presidente di turno del Mine Action Support Group (Masg), il gruppo responsabile dei programmi di sminamento umanitario degli Stati donatori di tutto il mondo, l’Italia nel 2017 sarà in prima linea nel tentativo di promuovere e accrescere gli sforzi nell’assistenza alle vittime, nelle bonifiche e nelle distruzioni di vecchi arsenali. “Una delle chiavi di lettura che stiamo cercando di dare durante questa presidenza italiana è che lo sminamento è un’attività fondamentale a livello mondiale” ha sottolineato Inigo Lambertini, ambasciatore, vice rappresentante permanente presso la missione italiana all’Onu e animatore della presidenza italiana del Masg: “E non solo in teatri facilmente intuibili come quelli mediorientali, ma anche altrove, come confermano i casi dello Sri Lanka, del Laos e di vaste regioni dell’Asia”, senza dimenticare che “Esistono crisi ben più recenti, in Bosnia e nell’area balcanica o in Ucraina”. Per questo per Lambertini in questo 2017 “Ci sentiremo compiuti nella nostra azione di presidenza del Masg se riusciremo a trasmettere il messaggio che per garantire una sicurezza diffusa bisogna fare tanto anche in Europa”.

Che l’Italia ci creda in questa missione lo dimostrano le cifre in controtendenza rispetto al generale calo dei contributi finanziari per l'Unmas. Se a livello globale, infatti, tra il 2014 e il 2015 la diminuzione delle donazioni è stata del 25%, nello stesso arco di tempo l’Italia ha messo sul piatto il 35% di risorse in più, forse memore del fatto che fino agli anni 90 eravamo noi uno dei principali Paesi produttori mondiali di mine anti uomo. Nel 2015 Roma ha così stanziato un milione e 350 mila euro per le attività di sminamento nella Striscia di Gaza, in Colombia, in Siria e in Sudan. Quest’anno l’impegno è stato ancora superiore, con un fondo da un milione e 979 mila euro a beneficio anche di nuovi Paesi, in particolare Libia e Iraq. Per Lambertini dalla firma del 1997 a Ottawa ad oggi l’evoluzione italiana è stata lineare: “Se negli anni 70, quando scoppiò la guerra civile in Angola, questa era piena di mine italiane, adesso facciamo il contrario, sfruttando in modo diverso uno stesso know how” e sta andando così anche in altre regioni dell’Africa, ad esempio in Sudan, "dove l’Italia è attiva nelle operazioni di prevenzione e sminamento anche grazie ai tradizionali buoni rapporti con Khartoum". 

Oggi per Abigail Hartley, capo della sezione politica dell’Unmas, Libia, Mali e proprio il Sudan, “sono Paesi africani dove bisogna impegnarsi di più“ almeno “secondo l’ultimo rapporto della Icbl”, un documento allarmante, che conferma un incremento del 25% del numero dei morti e dei feriti causati dalle mine e dagli Ied, oggi responsabili di circa il 20% delle 6.461 vittime del 2015. “Questi ordigni letali sono diventati le armi preferite per la gran parte dei gruppi armati” ha spiegato la Hartley “Il loro uso è diffuso in Afghanistan, Iraq e Siria ma anche in Africa, in particolare Mali, in Somalia e in Nigeria, dove opera Boko Haram”. La Libia, per l'Icbl, si conferma il secondo Paese più colpito al mondo nel 2015 dopo l’Afghanistan e drammatica è la situazione del Mali dove 188 civili sono stati uccisi o feriti dall’esplosione di mine dal luglio 2013, quando si è conclusa l’offensiva francese contro i gruppi ribelli di matrice islamista. Qui “Ordigni inesplosi e un uso diffuso di Ied da parte delle formazioni armate radicate nelle regioni del nord minacciano sia la popolazione civile che gli operatori umanitari, in particolare coloro che viaggiano su strada” ha aggiunto la Hartley. 

Adesso l’Italia, per onorare non solo economicamente una presidenza europea del Mine Action Support Group che arriva dopo diversi anni, deve ricordare al mondo che dalla Bosnia alla Libia, paese oggi disseminato di ordigni artigianali e domani possibile fronte cruciale per l’Unmas, la battaglia contro le mine non è ancora vinta. Con un’avvertenza, ha concluso l’ambasciatore Lambertini: “Oggi la gran parte del mercato delle mine non è costituita da Stati, ma da altri attori, abbiamo di fronte un fenomeno illegale, ancora più difficile da controllare” e che non possiamo pensare di sconfiggere solo con tanti soldi e decine di "topi minatori". 

Alessandro Graziadei

sabato 1 aprile 2017

“Questa è l’Europa che ci piace”

Il 14 marzo il Parlamento Europeo, dopo aver esaminato quasi 2.000 emendamenti, ha approvato la revisione di quattro direttive che compongono il pacchetto legislativo sull’economia circolare europea e introducono nuovi obiettivi nella gestione dei rifiuti per quanto riguarda il riutilizzo, il riciclaggio e lo smaltimento in discarica. Adesso le direttive dovranno essere negoziate con il Consiglio dei ministri dell’Unione europea, ma per ora, in linea con quanto la Commissione europea aveva inizialmente proposto già nel 2014, le direttive europee prevedono che “la quota di rifiuti da riciclare dovrà aumentare dall’odierno 44% al 70% entro il 2030” limitando “la quota di smaltimento in discarica dei rifiuti urbani al 5%". Secondo i deputati europei, quindi, entro il 2030, almeno il 70% in peso dei cosiddetti rifiuti urbani dovrebbe essere riciclato o riutilizzato. Per i materiali di imballaggio, come carta e cartone, plastica, vetro, metallo e legno, l’asticella della quota riciclo è stata portata all’80% come obiettivo per il 2030, con obiettivi intermedi per ogni materiale misurati nel 2025. Un traguardo ambizioso, ma non impossibile, visto che i dati in mano alla Commissione europea dicono che già nel 2014 il 44% di tutti i rifiuti urbani dell’Unione erano riciclati o compostati, a fronte al  31% del 2004, mentre quelli alimentari, stimati oggi in circa 89 milioni di tonnellate, pari a 180 kg pro-capite annui, dovrebbero essere ridotti “del 30% nel 2025 e del 50% entro il 2030”.

Se è vero che ogni anno in Europa gettiamo via 600 milioni di tonnellate di rifiuti, rifiuti che potrebbero essere reinvestiti nell´economia, per Legambiente il voto a larga maggioranza del Parlamento Europeo è un atteso “Passo verso un’ambiziosa riforma della politica europea dei rifiuti” che “ha aperto la strada verso una politica europea finalmente in grado di trasformare l’emergenza rifiuti in una grande opportunità economica ed occupazionale”. Infatti, sebbene la gestione dei rifiuti nell’Unione sia notevolmente migliorata negli ultimi decenni, quasi un terzo dei rifiuti urbani viene ancora smaltito in discarica e meno della metà viene riciclato o compostato. Esistono inoltre ancora troppe differenze tra gli Stati membri. Nel 2014, Austria, Belgio, Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Svezia non hanno praticamente inviato nessun rifiuto urbano alle discariche, mentre Cipro, Croazia, Grecia, Lettonia e Malta smaltiscono ancora in discarica più di tre quarti dei propri rifiuti urbani. Per il Parlamento Europeo le direttive approvate nelle scorse settimane “sono un invito a migliorare in tutti i paesi dell’Unione la gestione dei rifiuti per fornire benefici all’ambiente, al clima, alla salute umana e all’economia”, rafforzando le disposizioni dell’Unione non solo nel campo della riduzione dei rifiuti, ma anche nell’estesa responsabilità del produttore, semplificando le definizioni, gli obblighi di comunicazione e i metodi di calcolo degli obiettivi.  

“Il rapporto adottato - ha spiegato Legambiente - grazie anche all’impegno della relatrice Simona Bonafè - migliora considerevolmente la proposta del 2014 fatta dalla Commissione Europea, in particolare per quanto riguarda i target di riciclaggio al 2030 innalzati al 70% per i rifiuti solidi urbani ed all’80% per gli imballaggi. Il raggiungimento di questi obiettivi consentirebbe, secondo la valutazione della stessa Commissione Europea, di creare 580 mila nuovi posti di lavoro, con un risparmio annuo di 72 miliardi di euro per le imprese europee grazie ad un uso più efficiente delle risorse e quindi ad una riduzione delle importazioni di materie prime”. I posti di lavoro potrebbero addirittura crescere sino a 867 mila se, all’obiettivo del 70% di riciclaggio, si accompagnassero a livello europeo e nazionale anche misure ancora più ambiziose per il riuso, in particolare nei settori dell’arredamento e del tessile. Solo in Italia per l’ong “si possono creare almeno 190 mila nuovi posti di lavoro, al netto dei posti persi a causa del superamento dell’attuale sistema produttivo”, un’opportunità che non può essere sprecata anche per lo stesso ministro dell’ambiente Gian Luca Galletti secondo il quale ora “Ci attende un negoziato non semplice, ma è indispensabile arrivare a un testo in grado di avviare l’Europa verso un futuro di crescita sostenibile”.

Per Rossella Muroni, presidente di Legambiente, “Questa è l’Europa che ci piace. Un’Europa capace di indicare una strategia moderna e sostenibile per uscire dalla crisi puntando su innovazione e coinvolgimento sinergico tra cittadini, istituzioni e economia. […] Ma anche il nostro governo deve fare la sua parte. L’Italia, in sede di Consiglio, deve sostenere una riforma della politica comune dei rifiuti che faccia da volano per l’economia circolare europea, senza nascondersi dietro le posizioni di retroguardia di alcuni governi che si oppongono ad un accordo ambizioso con il Parlamento”. Al momento e nel campo dell’economia circolare il Belpaese non è certo tra i più virtuosi, visto che ogni anno paghiamo all’Europa più di 100 milioni di euro in sanzioni legate al ciclo dei rifiuti. Un esempio è il ritardo italiano nel recupero di energia da biomassa potenzialmente contenuta negli scarti del processo cartario e che per Assocarta “ha un risultato finale doppiamente negativo: costi energetici e impatti ambientali più alti nei processi industriali cartari, e crescenti problemi nella gestione dei rifiuti speciali prodotti dalle cartiere”. Sicuramente in questa Europa unita, ma dai molti limiti, questo pacchetto legislativo sull’economia circolare potrebbe essere un passo decisivo per superare il modello “produci, consuma e getta” e passare, anche in Italia, ad un’economia dove i prodotti sono progettati per durare ed essere riparati, riusati e riciclati.

Alessandro Graziadei

domenica 26 marzo 2017

Corea del Nord: lo “Stato nucleare”

Il test del 21 marzo, fallito, e il test del 20 marzo su un nuovo tipo di motore ad alta spinta per alimentare missili balistici, riuscito, hanno fatto seguito a quello del 6 marzo, quando alle 7.36, ora locale, la Repubblica Popolare Democratica di Corea (Rpdc) ha lanciato quattro missili balistici, armi che potenzialmente possono trasportare testate nucleari, tre dei quali sono finiti nelle acque territoriali del Giappone. Il sito di Tongchang-ri, che ospita il principale poligono missilistico nordcoreano, appena un mese fa aveva fatto da palcoscenico ad un altro test missilistico che aveva spinto il Consiglio sicurezza dell’ONU ad adottare nuove sanzioni contro Pyongyang. Se aggiungiamo a questi ultimi "esercizi balistici" che negli ultimi 10 anni sono ormai cinque i test nucleari condotti dalla Corea del Nord, anche se la chiusura totale del regime dell’eccentrico Kim Yong-un rende praticamente impossibile ottenere informazioni certe sul programma atomico di Pyongyang, la potenziale minaccia mondiale attraverso armi nucleari coreane sembra più che realistica e va ad aggiungersi alla lunga lista di atrocità e bizzarrie che Kim impone al suo popolo.

Dopo quelli del 2006, 2009, 2012 e di inizio 2016, il 9 settembre scorso, per ricordare il 68° anniversario dalla fondazione nazionale da parte di Kim Il-sung, Pyongyang aveva realizzato un nuovo test nucleare, rialzando la tensione con Washington e Seul. L’ennesima violazione della risoluzione Onu contro la proliferazione nucleare per la Corea del Nord rappresentava il tentativo di “rafforzarci come nazione nucleare per difendere la nostra autentica pace, la nostra dignità e il diritto alla vita”.  In questa occasione Pyongyang aveva chiesto attraverso la Korean central news agency (Kcna), agenzia ufficiale della dittatura nordcoreana, che gli Stati Uniti riconoscano la Corea del Nord come “Stato nucleare” visto che fino ad ora l’amministrazione americana “ha tentato di negare la posizione strategica della Repubblica popolare democratica di Corea come Paese legittimamente dotato di arma atomica” e aveva definito il test “una risposta necessaria alla minaccia nucleare americana e alle sanzioni imposte al Paese”.

L’agenzia cinese Xinhua ha scritto che “È possibile che il lancio di missili del 6 marzo sia stato deciso come rappresaglia alle manovre annuali che conducono tradizionalmente le forze americane e sudcoreane nella regione”. Una tesi confermata direttamente da Pyongyang che aveva preventivamente avvertito Washington e Seoul che avrebbe risposto “senza pietà” alle loro esercitazioni militari congiunte: “Qualora gli imperialisti americani e le forze fantoccio sudcoreane facessero fuoco anche su una singola conchiglia nelle acque in cui si esercita la sovranità della nostra Repubblica, la KPA [Esercito popolare della corea del nord, ndr] risponderà alle azioni militari - ha scritto sempre la Kcna - Il KPA saprà sventare senza pietà il ricatto della guerra nucleare degli aggressori con la sua preziosa spada nucleare della giustizia”. Per fortuna, per il momento, l’operazione “Foal Eagle”, cioè le esercitazioni militari congiunte tra Corea del sud e Stati Uniti d’America, che dovrebbero terminare entro la fine di aprile e che mobilitano la portaerei nucleare americana Carl Vinson e i caccia fantasma F-22, non hanno ancora toccato nessuna conchiglia nord coreana!

Questo pericoloso “gioco nucleare” tra Corea del Nord e Stati Uniti è diventato così critico che anche il Governo cinese, un tradizionale alleato dei nordcoreani (anche se sempre con maggiori riserve), ha deciso di intervenire per cercare una soluzione diplomatica attraverso il suo ministro degli Esteri, Wang Yi, che ha proposto “la sospensione delle attività nucleari nordcoreane parallelamente alla sospensione delle esercitazioni militari su larga scala di Stati Uniti e Corea del Sud”. A quanto pare però la Cina sembra l’unica seriamente preoccupata. Al momento i test missilistici del regime nazional-stalinista nordcoreano fanno il gioco della svolta militarista del governo di centro-destra giapponese: il primo ministro Shinzo Abe non ha perso l’occasione per sottolineare che “Gli ultimi lanci di missili balistici sono chiaramente una nuova minaccia da parte della Corea del nord che va contrastata”. Nel contempo le iniziative balistiche di Pyongyang hanno favorito un’accelerazione del più volte annunciato programma di difesa antimissilistico THAAD (Terminal High Altitude Area Defense system) dispiegato in Corea del Sud dagli Stati Uniti e che probabilmente diventerà operativo nel giro di un paio di mesi.

I più attenti analisti della situazione geopolitica e militare asiatica sostengono che proprio questa sia la partita più importante, visto che l’intervento della Cina nel litigio tra Stati Uniti e Corea del Nord nasce dalla netta opposizione del governo cinese al dispiegamento del sistema THAAD, che Pechino ha definito come “un’aperta e pericolosa mossa fatta dagli Stati Uniti nell’ambito di una grande strategia che prevede di istituire difese simili in tutta l’Asia e che ha l’obiettivo di garantire agli americani una superiorità strategica che potrebbe danneggiare notevolmente la Cina”. Una problema non di poco conto, se consideriamo che a tenere in mano la questione nucleare in questa parte del mondo ci sono in questo momento da una parte il paranoico Kim Yong-un e dall’altra il megalomane Donald Trump, che in Asia si trova a gestire la prima prova di forza militare della sua nuova amministrazione a stelle e strisce. Non sembra quindi un caso se solo due settimane fa l’America di Donald Trump si è detta pronta a bombardare la Corea del Nord che Kim Jong-un sta dotando della bomba atomica. “Voglio essere chiaro” ha detto il segretario di Stato americano Rex Tillerson: “La politica della pazienza strategica è finita”. E dunque: se Pyongyang diventa una minaccia “al livello che noi riteniamo richieda un’azione, l’opzione militare è sul tavolo”. La risposta coreana della scorsa settimana non è stata certo distensiva: "Volete imporci più sanzioni? Non ci fate paura". Un'escalations da scongiurare al più presto per la Conferenza ONU che dal 27 marzo a New York si sta battendo per il bando delle armi nucleari e l’eliminazione delle circa 16.000 testate nucleari che ancora minacciano la vita sul pianeta Terra. 

Alessandro Graziadei

sabato 25 marzo 2017

Globalizziamo e rinnoviamo l’energia!

Il World Energy Outlook 2016 (WEO) dell’International Energy Agency (IEA) con dati ancora provvisori per il 2016, ma definitivi per il 2015, ha certificato il nuovo slancio mondiale “verso un sistema energetico a più bassa intensità di carbonio e più efficiente”, un ottimo risultato, che però deve fare i conti con il trend di continua crescita dei fabbisogni energetici globali. In questo documento l’IEA dice espressamente anche che “la crescita attesa dei consumi mondiali di energia viene interamente assorbita dall’insieme dei paesi non-OCSE, mentre i trend demografici e i cambiamenti strutturali dell’economia, unitamente ai miglioramenti di efficienza, determinano una riduzione complessiva della domanda OCSE”. Per Marco Santarelli, direttore dell’Istituto Internazionale di Ricerca e Sviluppo ReS On Network di Londra, appare evidente che “Analizzando lo scenario globale, ci si aspetta che la domanda mondiale di energia, sempre secondo il WEO, aumenti di un terzo al 2040, con l’incremento principalmente guidato da India, Cina, Africa, Medio Oriente e Sud Est asiatico”.

Di questo passo per il WEO “entro il 2030 il consumo di energia pro capite raggiungerà il suo picco e, secondo le proiezioni contenute nello scenario più ottimistico, al 2060 il fabbisogno mondiale di energia primaria rallenterà sensibilmente”.  Che fare intanto, da qui al 2060, quando potremmo avere un pianeta più caldo di ben 3 gradi in confronto alle temperature del passato preindustriale? Per pensare l’energia del futuro bisogna approcciare il fenomeno non da un unico punto di vista o partendo solo da il proprio contesto nazionale, ma con una visione "globalizzata e rinnovabile". “Bisogna capire (e i vari incontri sul clima ce lo dovrebbero dimostrare, così come l’elezione di Trump negli USA) che quello che molti chiamano banalmente effetto farfalla, ovvero il propagarsi delle conseguenze di un evento in paesi a milioni di km di distanza rispetto a dove lo stesso viene generato, diventa il punto di riferimento” ha spiegato Santarelli. Una strada difficile, ma non impossibile, che deve spingere sia l’Europa che gli Stati Uniti (Trump permettendo) a fare sempre di più per compensare l’uso massiccio di combustibili fossili da parte delle economie in crescita e di quelle in via di sviluppo!

In Europa, per esempio, nel 2016 tutte le energie rinnovabili messe insieme hanno aggiunto l’86% di nuova potenza installata: 21,1 GW su 24,5 GW. Secondo “Wind in power  - 2016 European statistics”, il rapporto annuale di Wind Europe uscito lo scorso mese, a fare la parte del leone nelle rinnovabili in Europa è stata l’energia eolica, che ha rappresentato il 51% della nuova potenza installata nel 2016, connettendo in totale 12,5 GW alla rete, distribuiti tra i 28 Stati Membri dell’Unione europea. Tutto bene quindi? Per l’amministratore delegato di Wind Europe, Giles Dickson, “l’energia eolica è oggi parte integrante ed essenziale della fornitura di energia elettrica in Europa. È anche un settore maturo e significativo di per sé, che ha creato ad oggi 330.000 posti di lavoro e generato miliardi di euro di esportazioni europee. Con tutto il parlare che si fa di transizione ad un sistema low - carbon, però, si dovrebbe mirare a migliorare le strategie di lungo termine per l’industria eolica in Europa”. A quanto pare invece la politica governativa in materia di energia in Europa è spesso meno chiara e ambiziosa di quanto non lo fosse qualche anno fa. Solo 7 dei 28 Paesi Membri dell’Unione hanno target e politiche a sostegno delle rinnovabili da qui al 2020 e più della metà degli Stati membri non ha investito nulla in energia eolica lo scorso anno. In Italia per esempio, secondo Simone Togni, il presidente dell’Associazione italiana energia del vento (Anev), “l’eolico ha visto un periodo di transizione negli ultimi due anni che gli hanno fatto perdere terreno. Oggi dobbiamo recuperare la strada persa con un serio piano di sviluppo che consenta finalmente al Paese di sfruttare le significative potenzialità ancora disponibili”.

Intanto negli Stati Uniti secondo i dati preliminari del rapporto ”U.S. Solar Market Insight” elaborato da GTM Research e Solar Energy Industries Association (Seia), quello appena passato è stato un anno record per le energie rinnovabili. “In particolare il mercato solare degli Stati Uniti ha quasi raddoppiato il suo record annuale, superando i 14.626 MW di solare fotovoltaico installati nel 2016. Questo dato rappresenta un aumento del 95% rispetto al precedente record di 7.493 MW installati nel 2015”. Per Abigail Ross Hopper, presidente di Seia, “Quello che questi numeri dicono è che l’industria solare è una forza da non sottovalutare. La scelta economicamente vincente del solare sta generando a livello nazionale una forte crescita in tutti i segmenti di mercato, portando lavoro a più di 260.000 americani”. Per Cory Honeyman, di GTM Research, “nel 2016 il numero record di 22 stati hanno aggiunto ciascuno più di 100 MW diventando una valida alternativa al gas naturale”.

Chiaramente lo sviluppo del solare ha pagato anche in termini di qualità dell’aria, visto che nel 2015, per la prima volta in due anni, negli Usa l’inquinamento atmosferico è calato. A dirlo è una bozza di rapporto dell’Evironmental protection agency (Epa), secondo la quale tra il 2014 e il 2015 le emissioni di CO2 sono diminuite del 2,2%, anche se il calo è dovuto anche ad un inverno particolarmente mite che ha fatto diminuire i consumi di energia elettrica per il riscaldamento. In generale, però, nonostante un leggero aumento delle emissioni di gas serra nel 2010, 2013 e 2014, negli ultimi 10 anni le emissioni Usa hanno mostrato un declino dopo il picco raggiunto nel  2007. Eppure nonostante il boom del solare e dell’eolico, il presidente Trump ha promesso che taglierà gli incentivi e le facilitazioni fiscali alle energie rinnovabili (che hanno toccato livelli record durante l’amministrazione Obama) e abolirà il Climate Action Plan di Obama, il più ambizioso progetto mai approvato dagli Usa per ridurre le emissioni di gas serra delle centrali elettriche e dai trasporti. Vista la debole sensibilità ecologica e la mancanza di visione prospettica, solo i posti di lavoro e i numeri record del solare statunitense potrebbero far rinsavire "The Donald", che per ora preferisce ancora puntare su carbone e petrolio, diffidando dell'ambientalismo "fuori controllo".

Alessandro Graziadei

domenica 19 marzo 2017

L’insostenibile leggerezza della pesca

Lo avevamo scritto già nel 2011 con “Stok ittici prosciugati” e ricordato nel 2015 con “Stanno svuotando il Mare nostrum”. Così, se due indizi fanno una prova, possiamo dire che anche secondo l’ultimo report della Banca MondialeThe Sunken Billions Revisited: Progress and Challenges in Global Marine Fisheries (I miliardi sommersi: progressi e sfide per la pesca marittima a livello internazionale), la situazione del Mediterraneo è lo specchio di una crisi del patrimonio ittico mondiale e oggi “una gestione più sostenibile delle risorse ittiche, in massima parte limitando gli scarti, genererebbe un profitto annuale di 83 miliardi di dollari”. Il recente aggiornamento dello studio, pubblicato per la prima volta dalla Banca Mondiale nel 2009, ci suggerisce quindi che ridurre la pressione della pesca a livello globale è un passo che non solo contribuirebbe alla ricostituzione degli stock ittici, ma garantirebbe all’industria della pesca una resa maggiore e più costante nel tempo. Questo perché quando gli stock ittici si esauriscono e le zone di pesca si spostano più lontano dalle aree di consumo, “raggiungerle richiede più energia, più tempo e un maggiore dispendio di risorse umane e logistiche”.

L’analisi della Banca Mondiale parte dalla costatazione che la percentuale delle zone di pesca pienamente sfruttate, sovrasfruttate o esaurite è cresciuta in maniera vertiginosa passando dal 60% del 1975, al 75% nel 2005 e a quasi il 90% del 2013, minacciate principalmente da un’industria ittica incapace di valutare la propria sostenibilità, oltre che dall’inquinamento, dallo sviluppo costiero e dagli impatti dei cambiamenti climatici. Per l’autore del rapporto, il professor Ragnar Arnason dalla Facoltà di Economia presso l’Università di Islanda, “il fatto che l’industria della pesca attuale sia concentra solo su alcune specie, si traduce in uno squilibrio nell’ecosistema, mentre il ripristino degli stock ittici delle specie più commerciali potrebbe portare a ecosistemi marini più sani”. L’unico modo per garantire questi stock, come conferma lo studio, “è quello di lasciare le popolazioni ittiche indisturbate, far loro risolvere naturalmente il problema ed eventualmente passare a un modello di pesca biodinamica e più selettiva”.

Per quanto la situazione appaia preoccupante, esiste una soluzione al problema. Per il professore Adnan Ayaz dell’Università di Canakkale Onsekiz Mart (Turchia) la via migliore è quella di "pescare meno i pesci più richiesti" e “non pescare i pesci che non mangiamo, perché se non si prenderanno le misure necessarie gli stock collasseranno entro il 2050”. Un buon punto di partenza potrebbe essere “Stabilire quote di pescato, potenziare la pesca selettiva e incentivare l’utilizzo di reti e attrezzi che consentano di ridurre i rigetti”, tutte soluzioni che in molte zone di pesca sono risultate efficaci, sia per recuperare le risorse ittiche, sia per migliorare le condizioni lavorative delle popolazioni costiere. Per questo per la vicepresidente della Banca Mondiale per lo sviluppo sostenibile, Laura Tuck, “Questo studio conferma ciò che abbiamo potuto appurare in diversi contesti territoriali e cioè che concedere una pausa agli oceani paga”. 

Ma l’overfishing (termine ormai internazionale per indicare la sovra-pesca) costituisce un danno non solo dal punto di vista economico, ma anche biologico. L’impoverimento delle popolazioni ittiche, infatti, rappresenta una perdita in termini di biodiversità, che spesso provoca un vero e proprio sconquasso negli ecosistemi marini e un drastico cambiamento della catena alimentare, che a sua volta determina l’aumento infestante di specie con alimentazione opportunistica. Inoltre, secondo la Tuck, scegliere un modello di gestione più sostenibile della pesca può produrre benefici per la sicurezza alimentare, la riduzione della povertà e la crescita a lungo termine anche di alcune economie emergenti. “Certamente così non si raggiungerebbe solo un guadagno economico. Il ripristino degli stock potrebbe contribuire a soddisfare la domanda mondiale oltre che migliorare la sicurezza alimentare in molti paesi in cui l’alimentazione a base di prodotti ittici, è una voce essenziale dell’alimentazione umana”.

Per contrastare il problema anche a livello europeo le associazioni ambientaliste, Archipelagos, Fundació ENT, Greenpeace, Legambiente, Marevivo, MedReAct e Oceana da un anno hanno firmato un appello per chiedere alla Commissione Europea e ai Paesi Membri di adottare misure urgenti per fermare la pesca eccessiva e recuperare gli stock ittici del Mediterraneo. “Servono scelte politiche forti e in linea con i pareri scientifici capaci di individuare tassi di sfruttamento commisurati con il recupero degli stock ittici - hanno dichiarato gli ambientalisti - e per questo chiediamo alla Commissione di adottare subito misure di emergenza che possano prevedere la  sospensione temporanea delle pratiche di pesca sugli stock ittici a rischio [come ad esempio il nasello, le acciughe e il pesce spada]; di mettere in campo azioni di lungo termine con la programmazione di piani di recupero, la creazione di aree di ripopolamento e la protezione delle aree sensibili; infine di rafforzare i controlli in mare e a terra con l’applicazione di sanzioni dissuasive contro la pesca illegale”. Solo così per le ong sarà possibile il recupero di tutti gli stock entro il 2020, come previsto dalla Riforma della Politica Comune della Pesca e parafrasando Milan Kundera potremmo superare “L’insostenibile leggerezza della pesca”.

Alessandro Graziadei

sabato 18 marzo 2017

Quando il “BPA-free” non basta…

Buona parte delle plastiche che per anni abbiamo utilizzato per la conservazione alimentare contengono sostanze potenzialmente capaci di destabilizzare il sistema endocrino con conseguenze anche gravi sulla  nostra salute. Tra gli esempi più noti di interferenti endocrini trovati negli alimenti, infatti, oltre a pesticidi, diossine e i PCB, ci sono quelle sostanze che per contatto passano dalla materia plastica al cibo, come il Bisfenolo A o BPA, vietato nei biberon, ma ancora presente in molti oggetti e utensili da cucina in plastica, come il rivestimento interno di scatole, lattine e bottiglie di plastica.  Diverse associazioni ambientaliste e di consumatori hanno più volte lanciato l’allarme contro questa sostanza che diversi studi hanno dimostrato può interferire con ormoni steroidei come gli estrogeni provocando anomalie nei sistemi riproduttivi degli animali. E nelle persone?

Non è ancora chiaro se le persone esposte a dosi sufficientemente elevate di BPA possano subire conseguenze di questo tipo, ma il rischio esiste. Se nel 2015 un gruppo dei esperti dell’Autorità Europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ha stabilito che il livello di esposizione al  BPA, attraverso la dieta o l’insieme delle diverse fonti (alimenti, polvere, cosmetici, giocattoli, prodotti plastici alimentari…) non rappresenta un rischio per la salute delle persone di tutte le fasce di età (compresi i neonati e le donne in gravidanza), un rapporto del 2013 dellAgenzia nazionale francese per la sicurezza alimentare, sanitaria ambientale e del lavoro (Anses) ha invece confermato gli effetti negativi della sostanza sulle donne incinte, sottolineato il danno in termini di rischi potenziali nei confronti del feto. Per l’Anses di fatto “L’esposizione materna al Bpa può determinare una modifica nella struttura della ghiandola mammaria del feto e tale cambiamento potrebbe a sua volta favorire lo sviluppo di tumori”.

Se oggi alcuni Paesi hanno cominciato a vietare l’utilizzo del BPA e molti produttori hanno iniziato a sostituirlo con il fluorene-9-bisfenolo o BHPF, noi consumatori non possiamo ancora dirci al sicuro. Stando allo studio “Fluorene-9-bisphenol is anti-oestrogenic and may cause adverse pregnancy outcomes in mice”, uscito il 1 marzo scorso su Nature Communications e prodotto da un team di ricercatori cinesi e giapponesi  dell’università di Pechino e dell’università farmaceutica di Gifu, il BHPF risulta essere dannoso come il BPA interferendo anch'esso con i recettori degli estrogeni del corpo. “A differenza del BPA, lo fa senza stimolarli,  ma bloccando la loro normale attività" si legge nell’indagine. "Il  BHPF testato sulle femmine di topi ha portato gli animali ad avere uteri più piccoli e cuccioli di dimensioni ridotte e a un aumento di aborti rispetto a quelle non sottoposte alla sostanza”. L’analisi chimica di diversi contenitori di plastica di cibo e bevande, che di solito non rivelano informazioni dettagliate sulla loro composizione, se non la vistosa etichettatura “BPA-free”, ha rilevato che il BHPF era stato rilasciato in 23 dei 52 articoli testati, compresi tutti e tre i biberon analizzati.  

Insomma bisognerebbe cercare di utilizzare la plastica per il più breve tempo possibile a scopo alimentare evitando di mettere i contenitori di plastica nel microonde o in lavastoviglie, dato che con il tempo e il calore facilitano il rilascio di BPA e BHPF. Ma purtroppo non è solo attraverso questa più o meno consapevole via che entriamo in contatto con gli interferenti endocrini contenuti nella plastica. Secondo il rapporto “Primary microplastics in the oceans: a global evaluation of sources”, presentato lo scorso 22 febbraio dall’Iucn Global Marine and Polar Programmeminuscole particelle di plastica potrebbero contribuire fino al 30% alla “zuppa di plastica” che inquina gli oceani del mondo. Il rapporto che esamina solo le microplastiche primarie, cioè le plastiche quasi invisibili che entrano negli oceani sotto forma di piccole particelle rilasciate da prodotti domestici e industriali, dimostra che “Tra il 15 e il 31% dei circa 9,5 milioni di tonnellate di plastica sversate ogni anno negli oceani potrebbero essere microplastiche primarie”. La logica conseguenza è un accumulo di queste sostanze nella catena alimentare, con conseguenze potenzialmente negative per la salute umana, oltre che per l'ambiente.

Nonostante le criticità evidenziate da BPA e BHPF, per la EDC Free Europe, la coalizione di 70 organizzazioni della società civile per la messa al bando degli interferenti endocrini, le normative attualmente in discussione in Commissione europea sono tali che solo pochissime sostanze saranno bandite per legge dal commercio all'interno dell’Unione europea. “A differenza di altre sostanze tossiche, per le quali è sufficiente che ci sia la prova della loro tossicità in esami in vitro o sugli animali da laboratorio, la proposta della Commissione europea esige che per regolamentare un interferente endocrino esista una elevata evidenza di danni causati agli esseri umani dopo la loro esposizione a queste sostanze”. Una posizione contraria a quel principio di precauzione che sta alla base di tutta la normativa europea, ignorando le scoperte di quella comunità scientifica che più volte ha invitato a ridurre l’esposizione, in particolare alle donne incinte e ai bambini, a queste sostanze. 

Alessandro Graziadei