domenica 10 dicembre 2017

Specie invasive vs biodiversità

Una volta c’era solo il negazionismo, quello storico, capace di screditare per fini ideologici e politici fatti accertati. Oggi sembra più sensato parlare di negazionismi ed accanto a quello climatico e medico pare sia comparso quello biologico. Questa almeno è stata la conclusione dello studio The exponential growth of invasive species denialism pubblicato in agosto da due ricercatori Antony  Ricciardi e Rachel  Ryan della McGill University, secondo i quali dal 1990 al 2015 su social media, giornali e persino su  riviste scientifiche stanno aumentando in modo esponenziale le dichiarazioni e gli articoli che negano i rischi per l’ambiente e gli ecosostemi delle specie invasive e criticano qualsiasi tentativo di eradicazione. Certo si potrebbe legittimamente pensare che sterminare una qualsiasi specie invasiva, quasi sempre introdotta più o meno consapevolmente dall’uomo, sia un modo crudele e sbrigativo di risolvere il problema delle “specie aliene”, ma questo non toglie nulla alla pericolosità che alcune specie animali non autoctone possono generare all’interno di un ecosistema che fino a poco tempo prima era a loro precluso.

Nello studio presentato anche su The McGill Tribune i due ricercatori canadesi hanno esaminato 77 articoli che sostenevano una qualche forma di negazionismo biologico relativo alla pericolosità delle specie invasive e che secondo lo studio “ignorava o negava fatti scientifici”.  Per Ricciardi, “In generale, fare negazionismo attorno alle specie invasive delegittima le scoperte e la credibilità dei ricercatori, in modo simile al negazionismo che riguarda la scienza del clima e la scienza medica. Esiste un consenso scientifico sul fatto che le introduzioni di specie non autoctone pongono rischi significativi […] per la biodiversità e gli ecosistemi. Questo non significa che gli scienziati pensino che ogni specie introdotta sarà dirompente, o anche che la maggior parte potrebbe avere impatti indesiderabili”. In generale però, se si esclude qualche rarissimo esempio di “conservazionismo creativo” e alcune specie aliene che non hanno avuto impatti destabilizzanti nei nuovi habitat, altre, come la cozza zebrata (Dreissena polymorpha) o il tarlo asiatico (Anoplophora glabripennis), solo per fare due esempi, hanno avuto effetti devastanti sugli ambienti nei quali sono state introdotte.  Per questo secondo i due ricercatori oggi “Sono necessarie ulteriori e sempre più ampie ricerche per migliorare la valutazione del rischio, poiché le specie invasive sono in grado di alterare la biodiversità, gli ecosistemi e le risorse naturali, fino al punto di avere impatti anche a livello economico e sociale”.

Ma come si spiega questo nuova forma di negazionismo? Ricciardi ha evidenziato diversi fattori che potrebbero contribuire a questa tendenza, in primis l’opposizione ad una maggiore regolamentazione del commercio di organismi viventi per mercati forse “troppo importanti” come quello alimentare e quello degli animali da compagnia. “C’è una quantità enorme di materiale genetico che si muove attorno al pianeta […] e c’è resistenza alla regolamentazione perché può impedire enormi profitti”. Un’altra ragione per questo trend negazionista è la crescente sfiducia nelle istituzioni scientifiche:  “Questo atteggiamento - ha spiegato Ricciardi - è caratteristico dell’era della post-verità, nella quale l’opinione pubblica è più scettica nei confronti dell’autorità che sfida le visioni del mondo delle persone”. Come se non bastasse anche libri come Where Do Camels Belong?  e The New Wild oltre a riviste accademiche, “incluse quelle prestigiose come Nature, pubblicano sempre più spesso contenuti di opinione che non includono necessariamente dati”. Infine non è raro incontrare alcuni ecologisti che partendo da un punto di vista etico, si oppongono a tardivi processi eradicazione.
Ricciardi ha ricordato che “C’è un ampio dibattito scientifico sull’ecologia, ma un vero dibattito scientifico coinvolge fatti e prove. Non sto certo sostenendo che invochiamo il termine negazionismo per bandire gli argomenti, ma le critiche scientifiche dovrebbero essere fatte in un forum scientifico, dove vengono valutate attraverso le prove. I negazionisti devono essere sfidati quando dicono cose che non sono scientifiche o che non hanno basi scientifiche o [quando] interpretano male le prove scientifiche”. Così facendo il negazionismo infonde un dubbio che impedisce alla comunità scientifica di gestione e prevenire nuove invasioni o controllare quelle dannose già esistenti. “Proprio come gli scienziati climatici hanno iniziato a parlare apertamente di negazionismo climatico, gli ecologi devono fare lo stesso quando la loro scienza viene messa sotto attacco nella stampa popolare”. 

Intanto anche il Mar Mediterraneo sta facendo i conti da decenni con il problema delle “specie invasive”. Come ci hanno ricordato gli studenti trentini dell’Agenzia di Stampa Giovanile che nell’ambito del progetto “Giochiamoci il Pianeta” hanno partecipato alla Conferenza sul Clima (COP23) che si è chiusa lo scorso 17 novembre a Bonn, “Specie come meduse velenose, pesci palla e pesci leone, dall’Oceano Indiano sono passate nel nostro mare attraverso il Canale di Suez, scavato dall’uomo alla fine del XIX secolo, e nonostante inizialmente avessero incontrato un ambiente ostile, possono ora chiamare casa il Mare nostrum”. Questo è quello che ha raccontato la giovane cronista Camilla Perotti dopo un incontro sulle condizioni della fauna mediterranea della COP23. "In questo Mediterraneo sempre più caldo, oggi queste specie stanno trovando il loro habitat naturale minacciando la biodiversità, l’economia e anche il turismo". Se il pesce palla, infatti, danneggia le reti dei pescatori, il pesce leone, estremamente velenoso al tatto e capace di riprodursi quattro volte più velocemente della media dei pesci autoctoni del Mediterraneo, mette in serio pericolo i bagnanti. Con buona pace dei negazionisti è quindi fondamentale gestire le specie invasive e ancor prima prevenire le cause antropiche di queste invasioni pericolose per la conservazione e la gestione degli ecosistemi.

Alessandro Graziadei

sabato 9 dicembre 2017

Elefanti: l’inferno è in India?

Secondo l’annuale rapporto della Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (Cites), che ha da poco tracciato il bilancio 2016 del commercio illegale di specie protette, “il bracconaggio ai danni degli elefanti africani è in calo per il quinto anno di fila”, anche se il loro declino non sembra fermarsi a causa del perdurare di altre attività umane che interferiscono sulla vita di questi animali. I dati, raccolti da due differenti  programmi della Cites volti al monitoraggio degli elefanti illegalmente cacciati, hanno evidenziato anche un record nell’avorio sequestrato: quasi 40 tonnellate, la quantità maggiore da quando è stato bandito dal commercio internazionale nel 1989, a conferma che i controlli sono sempre più severi, ma che le transazioni commerciali illecite di zanne restano ancora drammaticamente attuali.

Nel 2017, però, la situazione dovrebbe migliorare visto che in Asia è crollata la richiesta di materia prima e quindi anche il prezzo dell’avorio grezzo, per via del divieto di commercio interno annunciato da alcuni Paesi asiatici, in primis dalla Cina, che da sempre è il principale mercato mondiale di avorio lavorato. Ma le “buone notizie” per i nostri pachidermi riguardano principalmente l’Africa orientale, dove il bracconaggio è tornato sotto i livelli antecedenti al 2008, una notizia a lungo attesa visto che negli ultimi dieci anni in questa regione la presenza di elefanti si è praticamente dimezzata. Nell’Africa meridionale il Botswana ha registrato un aumento della popolazione di elefanti, che è la più numerosa del continente, e si registrano aumenti simili anche in Namibia e Sudafrica. Meno virtuosa è la situazione dei pachidermi dell’Africa centrale dove nell’ultimo decennio, nonostante i numerosi progetti di tutela, c’è stata una vera e propria strage di elefanti e dove, secondo il rapporto del Cites, i livelli di uccisioni rimangono tutt’ora molto elevati.

Se in generale la condizione degli elefanti africani sembra migliorare, non possiamo però dire la stessa cosa per quelli indiani. L’India ospita attualmente il 70% degli elefanti asiatici di tutto il mondo, ma i "corridoi ecologici" vitali per la sopravvivenza di questi animali continuano ad essere devastati dall’uomo, che sta riducendo sensibilmente gli habitat degli elefanti ed innescando un drammatico conflitto tra uomini e pachidermi. Una situazione ben “fotografata” dal premio Wildlife Photographer Of The Year bandito dalla rivista naturalistica indiana Sanctuary Asia e vinto quest’anno da Biplab Hazra, un fornaio appassionato di fotografia. Nella sua foto, intitolata “Hell is Here” e scattata lungo la Strada Statale 9 del distretto di Jhargram, nello Stato indiano del Bengala Occidentale, Hazra mostra un elefantino ai bordi della foresta avvolto dalle fiamme mentre, insieme alla mamma, cerca di sfuggire alle palle di catrame incendiate lanciate da un gruppo di persone. L’inferno di cui parla la foto è quello che  subiscono gli elefanti selvatici in India dove per la redazione di Sanctuary “il problema si sta espandendo in misura fatale”.  

Come mai? Purtroppo nel "corridoio degli elefanti" che attraversa i distretti di Bankura e Jhargram del Bengala Occidentale questo tipo di aggressioni ai pachidermi è routine, come in altri Stati dell’areale degli elefanti come Assam, Odisha, Chhattisgarh, Tamil Nadu e altri ancora. In queste zone tantissimi villaggi sono spesso invasi dagli elefanti che a causa della sempre più consistente deforestazione si spingono fino nei centri abitati in cerca di cibo ed acqua, finendo inevitabilmente per distruggere le coltivazioni, le case e le infrastrutture, mettendo così a repentaglio la vita degli abitanti. Per questo quando degli elefanti si avvicinano ad un villaggio, l’ufficio forestale locale assume delle persone per riportarli nella giungla. Queste persone, localmente conosciute come “Hulia Party” per spaventare i pachidermi usano di tutto: grossi e rumorosi petardi, grandi luci abbaglianti, tamburi di stagno per fare rumore, torce e palle di catrame incendiate e spesso anche arpioni, archi e frecce che finiscono per ferire gli animali senza ottenere i risultati sperati. Spaventare i branchi di elefanti senza alcuna consapevolezza del comportamento dell’animale, infatti, serve solo a far avvicinare gli elefanti ad altre coltivazioni e a causare danni non di rado ancora maggiori. 

La foto di Biplab Hazra è quindi lo specchio di una situazione delicata e anche se il cucciolo di elefante in questa occasione è riuscito a sopravvivere, non sempre la situazione si risolve senza conseguenze per animali e uomini. Un problema che i dipartimenti forestali indiani hanno cominciato a prendere in seria considerazione solo in questi ultimi anni attraverso la costruzione di “profonde trincee elettrificate” attorno alle zone coltivate ed abitate lungo i “corridoi degli elefanti”. Una misura che sembra aver ridotto in modo sensibile le scorribande degli elefanti e le rappresaglie degli uomini, limitando così i morti e i feriti di entrambi i “fronti”.  Eppure i danni causati degli spostamenti degli elefanti per anni sono avvenuti nella totale indifferenza del governo centrale e statale, nonostante le cause spesso di natura antropica dovute alla scarsa tutela ambientale siano note e prevedibili, almeno quanto le conseguenze. 

La foto in India ha sollevato numerose proteste per la sua crudezza, ma Sanctuary Asia ha deciso di premiarla proprio per far parlare di un problema ancora ignorato fuori dai confini indiani. “Per questi animali intelligenti, dolci e sociali che hanno percorso senza creare problemi il subcontinente per secoli, l’inferno è ora e qui”. Adesso occorre trovare una soluzione al problema, per tutelare la popolazione senza venir meno all’obbligo di conservazione che abbiamo nei confronti degli elefanti e dei loro habitat.

Alessandro Graziadei

domenica 3 dicembre 2017

Sri Lanka: a scuola di “Sangama” (costruttività)

In Sri Lanka ho avuto la fortuna di atterrare ormai più di 10 anni fa con una piccola associazione di cooperazione internazionale allo sviluppo. La meta era Maturamkernykulam, un piccolo villaggio che sorge a qualche chilometro dal mare, lungo la splendida costa nord orientale dell’isola, poco più a sud del distretto di Trincomalee. Un paesaggio mozzafiato in un territorio potenzialmente ricco di risorse naturali, che portava ancora ben visibili i segni dello tsunami del dicembre 2004 e i costi umani di una ventennale guerra civile tra tamil e cingalesi. Proprio in questo sperduto villaggio abbiamo avviato un progetto per la costruzione di una community-house, il centro della tradizione sociale, educativa e sanitaria di molti villaggi di cultura tamil. Avevamo provato ad avviare un piccolo percorso di “Sangama”, parola tamil che significa “costruttività”. Poco più a nord e 10 anni prima, a Trincomalee era nato il modello di scuola “Sangama” ideato durante la presidenza del defunto Ranasinghe Premadasa (1924-1993), per sensibilizzare i cittadini all’importanza dell’unità fra le due etnie dell’isola

In Sri Lanka il lento processo di riconciliazione con la minoranza indipendentista tamil ha continuato ad essere un tema delicato anche dopo la firma degli accordi di pace che il 16 maggio 2009 hanno messo la parola fine ad una guerra che aveva insanguinato l’isola dal 1983, causando circa 100.000 morti tra civili e militari. Un processo gestito della maggioranza cingalese attraverso una sorta di “impunità dei vincitori”, che fino ad oggi non ha aiutato la convivenze e ha dovuto fare i conti più volte con la ri-esplosione di un conflitto, che per essere definitivamente archiviato dovrebbe contare soprattutto sull’educazione delle nuove generazioni ad una cultura della paceun modello ben interpretato proprio dalla scuola Sangama. Composta da 28 studenti, 17 sono tamil indù e musulmani e 11 sono cingalesi cristiani e buddisti che vanno dalla prima alla quinta classe, tutti i bambini e i ragazzi di questa scuola studiano in due lingue e le confessioni religiose interagiscono in armonia. 

Oggi il numero ridotto di studenti permette ai 10 insegnati (compreso il preside) di seguire con cura l’istruzione degli studenti, per i quali “sono come genitori aggiunti”. Il preside è il musulmano Mohamad Aliyar Jainulabdeen e non perde occasione per ricordare l’importanza di questa coesistenza culturale non solo per i ragazzi. “Sono amici e fratelli, sorelle, senza nessuno che sia isolato, ma c’è molta cordialità anche fra i genitori e gli insegnanti” e grazie a questo spirito, tutte le festività delle varie etnie, dal Thaipongale al Natale, sono celebrate dall’intera comunità. "La scuola è un’esperienza così positiva che ci vorrebbero molti più inseganti, visto che le richieste non mancano mai e si cerca per ora di garantire almeno la continuità famigliare". Suraji Sumudu Kumari, madre di uno studente all’ultimo anno, ha raccontato ad Asia News che anche i suoi figli più piccoli seguiranno l’esempio del maggiore presso la Sangama, compreso il più piccolo: “Sono felice perché non perderò il buon rapporto con la scuola e gli insegnanti, così gentili e capaci di trasmettere questo spirito di appartenenza a tutta la comunità”.

Il ruolo centrale della scuola come via maestra per una pace più stabile sembra sempre più diffuso in questo distretto che è stato per decenni al centro di drammatici scontri etnici. Anche per gli insegnanti tamil e i membri del comitato del villaggio di Kovilgama, sempre nel distretto di Trincomalee, “Sostenere i bambini nel loro percorso di studio interconfessionale è il nostro unico sogno”. Anche se spesso a scuola “mancano gli strumenti base”, il desiderio della comunità è ampliare l’opportunità di far studiare “soprattutto i bambini di lingua cingalese”, trovando le risorse sufficienti per rispondere alle necessità scolastiche di tutti i ragazzi del posto e cercando di raggiungere il quarto obiettivo dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile che mira a garantire un’istruzione di qualità a tutti. Attualmente in buona parte del distretto di Trincomalee le lezioni si tengono gratuitamente anche con l’aiuto di volontari che seguono i ragazzi durante le lezioni e nei compiti del dopo scuola e grazie ad insegnanti della scuola domenicale che tengono lezioni senza chiedere un compenso per offrire  un “servizio ai nostri giovani con il solo scopo che siano ben istruiti e integrati tra loro”.

Il nome del villaggio Kovilgama, viene dalla parola “Kovil” che indica il luogo di culto adatto a buddisti, cattolici, indù e musulmani. Al momento i membri del comitato del villaggio stanno cercando gli aiuti finanziari utili non solo a supportare economicamente la scuola, ma anche per completare la costruzione di questo spazio di culto comune. Uno dei cittadini di Kovilgama, Govindapulle Singarasa, ha affermato che “sono già nove anni da quando abbiamo iniziato la costruzione del Nuovo Kovil. E sono già 10 anni che celebriamo i riti puja in un luogo temporaneo… non è bene tenere il Dio [Ganesh] in un una baracca temporanea per così tanto”. Anche questa è una lezione di “costruttività” interetnica e interreligiosa che una parte dello Sri Lanka sta lasciando in eredità alle sue future generazioni.

Alessandro Graziadei

sabato 2 dicembre 2017

Mare Nostrum: un "valore naturale" da preservare...

Miliardi di dollari. È questo il “valore naturale” del Mediterraneo, che con i suoi 46.000 chilometri di costa può generare, ogni anno, un giro d’affari di 450 miliardi di dollari ed è in grado di sostenere circa 150 milioni di persone che vivono lungo le sue sponde. Anche se di fatto copre solo l’1% della superficie marina mondiale il Mediterraneo fornisce il 20% del Prodotto Marino Mondiale Lordo. Questo significa che, se il Mediterraneo fosse un’economia a se stante, sarebbe la quinta della regione, dopo Francia, Italia, Spagna e Turchia e sarebbe capace di generare, principalmente grazie al turismo e alla pesca, circa quanto l’economia annuale prodotta da Algeria, Grecia e Marocco assieme. A "quotare" il Mare Nostrum è stato il report Reviving the Economy of the Mediterranean Sea: Actions for a sustainable future, lanciato il 27 settembre dal Wwf in vista del summit Our Ocean ospitato lo scorso mese a Malta dall’Unione europea.

Realizzato in collaborazione con The Boston Consulting Group, il report non è però solo un elogio al patrimonio di biodiversità e ricchezza di questo mare, ma principalmente un monito contro l’insostenibile sfruttamento delle sue risorse. Per il report, infatti, calcolando che nell’arco temporale 2025-2030 è prevista un’ulteriore rapida crescita delle attività imprenditoriali che interesseranno il Mediterraneo, attività che vanno dai trasporti marittimi alla realizzazione di nuove infrastrutture sulle coste, dall’incremento della pesca a quello del turismo, non è difficile ipotizzare anche un rapido impoverimento della sua ricchezza. Il Commissario europeo per l’ambiente, gli affari marittimi e la pesca, Karmenu Vella, autore della prefazione del report ha avvertito: “Costruire un'economia blu per il Mediterraneo dipenderà in gran parte dalla capacità che avremo di garantire la salute del nostro mare, delle sue coste e degli ecosistemi marini e, laddove è possibile, di ripristinare quelli degradati”. Di sicuro “Non possiamo continuare ad erodere i beni del Mediterraneo dai quali dipendono la nostra cultura ed economia”.

Il turismo, la principale fonte di entrate economiche dell’area mediterranea, è il settore maggiormente sotto osservazione, visto che nel 2030 conterà 500 milioni di visitatori internazionali rispetto ai 300 milioni scarsi di oggi. Si tratta di una crescita annua del 2,9% per i prossimi dieci anni, con un conseguente aumento anche dei lavoratori impegnati nel settore del 16%. Un’ottima notizia per le popolazioni che si affacciano sul Mare Nostrum, ma non per l’ambiente, se di pari passo tutti i Paesi coinvolti non aumenteranno l’attenzione e gli investimenti verso uno sfruttamento più sostenibile e un turismo più responsabilelimitando l’impatto che questo incremento turistico porterà su un ambiente che, per il Wwf, è “già sotto pressione”. È quindi evidente l’importanza della conservazione che deve essere considerata “una delle maggiori priorità per i leader mediterranei”, ha ricordato il Wwf, che ha anche sottolineato l'attuale fragilità della flora e della fauna mediterranee. Il Mediterraneo, negli ultimi 50 anni, ha perso il 41% della sua popolazione di mammiferi marini, e il 34% di quella totale. Circa il 53% degli squali, inoltre, è a rischio di estinzione e allo stesso pericolo è esposta la tartaruga della specie Chelonia mydas. La vegetazione non sembra passarsela meglio. Il caso della Posidonia è emblematico: “questa pianta acquatica ha visto per cause antropiche un declino del 34% della sua distribuzione nell'area mediterranea”.

Per Donatella Bianchi, presidente di Wwf Italia, “Il rapporto chiarisce quanto rilevante sia il valore economico, ambientale e sociale del Mediterraneo e quale sarà il costo che la grande comunità mediterranea dovrà sostenere se non verranno avviate le necessarie politiche di conservazione, mitigazione e tutela. La pressione esercitata sulle risorse ittiche, sulle aree costiere e gli ecosistemi marini è insostenibile e senza precedenti, in Mediterraneo come nella maggior parte dei mari e degli oceani del pianeta”. Dello stesso avviso è stato il direttore del Boston Consulting Group Nicolas Kachaner, per il quale “Dopo questa analisi nessuno può più dubitare dell’importanza di gestire attentamente gli asset marini che sostengono una fetta così grande dell’economia mediterranea. Un approccio economico prudente però deve mettere a bilancio una forte azione di conservazione in tutta la regione per assicurare i suoi beni naturali, altrimenti le fondamenta economiche della regione potrebbero essere seriamente minacciate”.

Del resto come avevamo scritto già nel 2011 con “Stok ittici prosciugati” e ricordato nel 2015 con “Stanno svuotando il Mare nostrum”, anche secondo l’ultimo report della Banca Mondiale The Sunken Billions Revisited: Progress and Challenges in Global Marine Fisheries (I miliardi sommersi: progressi e sfide per la pesca marittima a livello internazionale), la situazione del Mediterraneo è lo specchio della crisi del patrimonio ittico mondiale e oggi “una gestione più sostenibile e oculata delle risorse ittiche, in massima parte limitando gli scarti, genererebbe un profitto annuale di 83 miliardi di dollari”. Il recente aggiornamento dello studio, pubblicato per la prima volta dalla Banca Mondiale nel 2009, ci suggerisce, quindi, che ridurre la pressione della pesca a livello globale e non solo mediterraneo, è un passo che non solo contribuirebbe alla ricostituzione degli stock ittici, ma garantirebbe all’industria della pesca una resa maggiore e più costante nel tempo.

Appare quindi evidente, che i leader politici ed economici, in primis quelli dei Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum, dovrebbero cogliere senza troppe difficoltà l’importanza e la necessità di investire nella tutela ambientale e impegnarsi affinché siano raggiunti gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Non si tratta di intraprendere la strada della temuta “decrescita”, ma di una crescita che partendo dalla salvaguardia delle nostre risorse naturali possa garantirci nel tempo resa e durata. Come spesso accade, però, dopo la lettura di questo tipo di analisi, che apparentemente non lasciano dubbi su cosa sia necessario e conveniente fare, non possiamo dare affatto per scontato che la politica e l’economia imbocchino naturalmente la strada più sensata per la tutela del Meditterraeno e del suo indotto.

Alessandro Graziadei

lunedì 27 novembre 2017

I pesticidi dentro di noi…

Nessun'altra Iniziativa di Cittadini Europei (Ice) ha mai ottenuto in pochi mesi 1,3 milioni di firme come è accaduto con quella per l’eliminazione del Glifosato dalla nostra dieta. Anche se il suo uso è stato nuovamente autorizzato dalla Commissione europea, "con una decisione politica che va contro i cittadini, che non ha tenuto conto dell’indirizzo del Parlamento e che antepone il profitto alla sostenibilità e alla salute dell’ambiente e delle persone", come ha giustamente sostenuto il fondatore di Slow Food Carlo Petrini, l'iniziativa è riuscita almeno ad aprire all’interno del Parlamento europeo un dibattito attorno a questo controverso principio attivo che l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc)  ha classificato già nel 2015 come “probabilmente cancerogeno per l’uomo”, mentre nel marzo di quest’anno l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa) ha catalogato come “non cancerogeno”.  Usato in agricoltura per le sue proprietà diseccanti sulle piante infestanti ed essiccante per i raccolti, che vanno stoccati con il minor tasso possibile di umidità per evitare che sviluppino micotossine molto pericolose per la salute, il glifosato entra nell’organismo umano non solo mediante pane, pasta, e altri prodotti a base di farina, ma anche attraverso carni e formaggi, visto che l’85% dei mangimi utilizzati negli allevamenti sono costituiti da mais, soia, e colza ogm, tutti brevettati per essere resistenti a questo erbicida. In aprile, un dossier realizzato dall’associazione A Sud con la rivista Il Salvagente, ne aveva trovato traccia nei campioni di urina di 14 donne incinte residenti a Roma: "Tutti e 14 i campioni di urine raccolti mostrano la presenza di glifosato, con un range che va dagli 0,43 ai 3,48 nanogrammi/ml”.

Analogamente il 15 novembre il progetto di informazione e sensibilizzazione Cambia la terra – I pesticidi dentro di noi voluto da Federbio con Medici per l’Ambiente Isde-Italia, Legambiente, Lipu e Wwf, ha dato il via all’esperimento sociale #ipesticididentro. L’indagine è partita anche qui dalle analisi delle urine di una normale famiglia italiana di quattro persone che hanno evidenziato una contaminazione da pesticidi: “Per tre dei membri della nostra Famiglia D sono state trovate alte concentrazioni di glifosato - ha spiegato il gruppo di lavoro che segue l’esperimento - Soprattutto uno dei genitori, Giorgio, ne registra 0,26 microgrammi per litro, mentre il bambino più piccolo arriva a 0,19 rispetto a una media generale di 0,12 microgrammi litro. Lo stesso bambino, Giacomo di solo 7 anni di età, ha 5 microgrammi di clorpirifos per grammo di creatinina, un valore altissimo rispetto alla media della popolazione che per questo insetticida è di 1,5 microgrammi per grammo”. Infine, altri due pesticidi piretroidi, il Cl2CA e l'm-PBA, sono presenti nelle urine di tutti i componenti della famiglia D: “In particolare, l’m-MPA arriva in mamma Marta a concentrazioni di circa 3,4 microgrammi per grammo: un record che si trova solo nel 5% delle statistiche finora analizzate”, mentre in Stella l'altra figlia di 9 anni è il Cl2CA a superare abbondantemente la soglia limite.

Se consideriamo che le abitudini alimentari di Marta, Giorgio, Stella e Giacomo sono molto simili a quelle delle famiglie italiane tradizionali, preferiscono preparazioni casalinghe a cibi precotti o surgelati e sono attenti alle loro scelte alimentari, per Patrizia Gentilini, medico oncologo componente del comitato scientifico dell’associazione Medici per l’Ambiente Isde-Italiasiamo davanti a numeri preoccupanti. Dati sperimentali, condotti su cellule placentari ed embrionali umane, dimostrano come il solo glifosato “induca necrosi e favorisca la morte cellulare programmata. Quindi si tratta di una sostanza genotossica oltre che cancerogena, come ha stabilito la Iarce può essere considerata un potenziale interferente endocrino associato all’insorgenza di disturbi della crescita, aborti spontanei, anormalità dello sperma e diminuzione del numero degli spermatozoi. Il Cloropirifos invece, un principio attivo alla base degli insetticidi più utilizzati in agricoltura, attacca negli insetti come nell’uomo il sistema nervoso e può danneggiare anche a basse dosi il cervello in via di sviluppo. Per #ipesticididentro “sono stati evidenziati anche disturbi del sistema nervoso con sintomi neuromuscolari (affaticamento, afasia, spasmi muscolari), ritardi di apprendimento e difetti di attenzione come l’ipercinetismo e la dislessia, oltre a sindromi autoimmuni”. Infine anche piretroidi, tutt’oggi diffusi anche in ambiente domestico, nello spray anti-zanzare e in quello contro gli infestanti del legno, “colpiscono il sistema nervoso umano, rallentando il regolare sviluppo cerebrale, creando problemi di memoria e apprendimento e in alcuni casi sono anche causa di disfunzioni ormonali”.

L’esperimento, seguito dal laboratorio di analisi Medizinisches Labor di Brema, vuole quindi capire quanto l’assunzione di pesticidi possa essere influenzata da una dieta biologica dopo 15 giorni di alimentazione totalmente priva di chimica di sintesi. Tra pochi giorni, il 30 novembre, saranno presentati i risultati finali delle nove analisi delle urine della Famiglia D e #ipesticididentro ci dirà se è possibile, con solo “due settimane biologiche”, ridurre o eliminare la quantità di pesticidi che assorbiamo quotidianamente attraverso gli alimenti. Ma intanto? È possibile pensare ad una soluzione che coinvolga anche i produttori non solo biologici? Forse sì e la lezione arriva dall’Italia, segnalataci dal giornalista e amico di Unimondo Roberto Savio direttamente dalla pagina dei commenti di Le Monde. Qui il giornalista Stéphane Foucart racconta l’esperienza di Lorenzo Furlan, dell’Istituto di agronomia di Venezia: “Una trentina di anni fa, nella regione italiana in cui lavoro mi sono accorto che gran parte dei trattamenti insetticidi applicati al mais erano inutili perché i parassiti presi di mira erano assenti dal 90 al 95% dei campi trattati. E la situazione era tanto più assurda perché l’utilizzazione di questi input degradava la qualità dei raccolti”. Così a Furlan è venuta un’idea alternativa: “anziché spendere soldi nei pesticidi, convincere gli agricoltori a metterli in un fondo che indennizzi chi perde il raccolto a causa dei parassiti”. Il fondo è partito nel 2015 e oggi assicura un totale di 50 mila ettari per i quali gli agricoltori aderenti versano da 3 a 5 euro per ettaro per la copertura dei danni da insetti, “una cifra da sette a dieci volte meno di quel che costa trattare i campi con pesticidi” ha sottolineato Furlan. Una sorta di “assicurazione” sul raccolto e sulla nostra salute, che forse non è impossibile estendere anche ad altre colture oltre al mais!

Alessandro Graziadei

domenica 19 novembre 2017

Il diritto delle tribù incontattate a rimanere tali

Nel mondo ci sono più di un centinaio di tribù incontattate. Sono una parte essenziale della diversità umana, ma se le loro terre non saranno protette per loro sarà la catastrofe. L’associazione Survival International che dal 1969 si è impegnata a sostenere il diritto di queste popolazioni a determinare autonomamente il proprio futuro, ha da poco rilanciato l’appello della Relatrice Speciale sui diritti dei popoli indigeni delle Nazioni Unite Victoria Tauli-Corpuz che in ottobre ha sottolineato la necessità di “raddoppiare gli sforzi di protezione dei territori delle tribù incontattate" da parte di tutti degli stati ed in particolare di quelli del Sud America. Qui il mancato rispetto dei diritti dei popoli indigeni e la pressione per accaparrarsi la terra delle tribù ha provocato “un’ondata crescente di contatti e interazioni nelle regioni di confine tra Perù e Brasile” dagli esiti drammatici.

Ultimo in ordine di tempo è stato l’assassinio di un gruppo di circa 10 indigeni incontattati per mano di alcuni cercatori d’oro illegali, che sarebbe avvenuto in settembre nell’Amazzonia brasiliana. Apparso sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, l’episodio ha fatto notare la vulnerabilità di questi popoli quando i governi non proteggono le loro terre e i loro diritti. Attirando l’attenzione sull’importanza delle linee guida che riconoscono il diritto delle tribù incontattate a rimanere tali, come “espressione del diritto all’autodeterminazione”, la Tauli-Corpuz in occasione del meeting newyorkese del Network latinoamericano per la prevenzione del genocidio e delle atrocità di massa, ha dichiarato che la loro condizione dovrebbe essere “inclusa nei progetti e nei programmi di intervento dei più alti organismi politici delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione degli Stati Americani.”

Ma i popoli incontattati non sono minacciati solo in Sud America e non solo da incontri a mano armata. Come abbiamo più volte scritto, da anni i tour operator delle isole Andamane, in India, vendono veri e propri “safari umani” all’interno della riserva degli Jarawa, una popolazione uscita solo recentemente dall’isolamento. Nonostante le promesse del governo indiano di vietare tale pratica, migliaia di turisti ogni anno viaggiano lungo una strada che attraversa la foresta degli Jarawa trattando gli indigeni come animali in un parco safari e rischiando di trasmettere involontariamente, come fecero i primi conquistatori europei, malattie ai membri della tribù indigena, che hanno poche difese immunitarie verso le malattie esterne. Nel 2002 la Suprema Corte dell’India aveva stabilito che la strada andava chiusa, ma in realtà è rimasta sempre aperta nonostante le pressioni da parte degli attivisti per i diritti umani. Nel 2013, il Governo delle Andamane aveva promesso di aprire una rotta marittima verso le destinazioni turistiche più popolari delle isole per impedire ai turisti di attraversare la riserva indigena in macchina, ma anche se tale rotta è stata recentemente aperta e resa operativa, al momento sono molto pochi i tour operator che la utilizzano e il mercato dei "safari umani" è ancora molto fiorente.

“Il nuovo traghetto marittimo doveva fermare i pullman di turisti che viaggiano attraverso il territorio degli Jarawa, mettendo così fine a questi pericolosi e disgustosi safari umani” ha commentato Stephen Corry, direttore generale di Survival. “Ma il governo vuole che il suo utilizzo sia facoltativo, vanificandone interamente lo scopo. Le agenzie turistiche continuano così a vendere i safari e a trarre profitto dallo sfruttamento dei popoli indigeni. I turisti responsabili dovrebbero boicottare le isole fino a quando tutto questo non avrà fine”. In una recente dichiarazione, infatti, il Governo delle Andamane ha affermato che la strada: “…rimarrà aperta ad uso sia degli abitanti dell’isola, sia dei turisti, dal momento che non è mai stata presa alcuna decisione da parte di questa Amministrazione circa la sua chiusura definitiva al turismo. Tuttavia, ai visitatori è consigliato utilizzare il servizio dei battelli”.

Un posizione che non salvaguarda gli Jarawa. Non stupisce che Survival, all’apertura della stagione turistica che va normalmente da settembre a maggio, abbia rintracciato un vero e proprio catalogo dedicato da molte agenzie turistiche ai safari illegali. La Tropical Andamans, per esempio, afferma che: “Il famoso territorio Jarawa è un pianeta a sé stante. È il luogo dove vivono le tribù più antiche di queste isole. Quelle conosciute come Jarawa sono distanti dal mondo civilizzato. Sono la meraviglia del mondo moderno, perché si nutrono di carne di maiale cruda, frutta e verdure. Non parlano alcuna lingua nota al pubblico. La loro pelle di un colore nero scurissimo e gli occhi rossi potrebbero impressionarvi se vi capitasse di incontrarli”. Il sito turistico Flywidus offre ai turisti la possibilità di dare un’occhiata agli “indigeni primitivi” guidando attraverso la riserva degli Jarawa, mentre un altro, Holidify, descrive gli Jarawa come una “importante attrazione” e afferma che “amano molto l’ebbrezza di certe droghe, una di queste è il tabacco”.

Per questo Survival porta avanti da anni una campagna internazionale contro i safari umani invitando i viaggiatori di ogni latitudine a boicottare l’industria turistica nelle Andamane fino a quando tali safari non saranno fermati. Anche le Nazioni Unite e i membri del Parlamento Europeo hanno condannato tale pratica e in più occasioni hanno ricordato che tutti i popoli indigeni incontattati e quelli contattati di recente “rischiano la catastrofe se la loro terra non sarà protetta dando loro la possibilità di determinare autonomamente il proprio futuro”. Una questione che in attesa di diventare veramente illegale e sanzionabile è ancora lasciata alla coscienza/incoscienza del turista.

Alessandro Graziadei

sabato 18 novembre 2017

“L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro” (verde)

Ma l’Italia è ancora “Una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, come recita all’articolo 1 della nostra Costituzione? Secondo GreenItaly 2017, l’ottavo rapporto di Fondazione Symbola e Unioncamere presentato lo scorso 24 ottobre a Roma alla presenza del ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, sì, almeno per quanto riguarda la forza lavoro espressa dalla green economy nazionale. Sono infatti 355mila le aziende italiane, ossia il 27,1% del totale dell’industria e dei servizi, quelle che dal 2011 hanno investito, o lo faranno quest’anno, in tecnologie rinnovabili per ridurre l’impatto ambientale, risparmiare energia e contenere le emissioni di CO2. Una quota che in alcuni settori, come ad esempio il manifatturiero, sale al 33,8% dimostrando che l’orientamento green è un driver strategico del made in Italy. In particolare nel 2017, per il rapporto, “Si registra una vera e propria accelerazione della propensione delle imprese ad investire green: ben 209.000 aziende hanno investito, o lo faranno entro l’anno, su sostenibilità ed efficienza, con una quota sul totale del 15,9%, dato che ha superato di 1,6 punti percentuali i livelli del 2011”.

Di fatto più di un’impresa su quattro dall’inizio della crisi ha scommesso sulla green economy. Numeri che spiegano perché a questo settore si devono 2 milioni 972.000 green jobs, ossia occupati che applicano le proprie specifiche “competenze verdi”, una cifra che corrisponde al 13,1% dell’occupazione complessiva nazionale, conteggiata nel rapporto partendo da un’analisi dei microdati Istat sulle forze di lavoro e che è destinata a salire ancora entro dicembre di quest’anno. “Le assunzioni di green jobs programmate dalle imprese per il 2017 sono 318.010”, ai quali il rapporto aggiunge le assunzioni per le quali sono richieste competenze green, “che sono altre 863.000”. Si tratta, per il rapporto, di figure professionali che si caratterizzano per una maggiore stabilità contrattuale visto che “le assunzioni a tempo indeterminato sono oltre il 46% nel caso dei green jobs, quando in altre mansioni e settori tale quota scende a poco più del 30%”. Paradossalmente però questi nuovi impieghi rappresentano posti di lavoro che per le imprese non è sempre facile coprire, visto che è richiesta un’esperienza e un livello di qualificazione elevato.

In attesa che il mondo dell’istruzione del Belpaese fornisca competenze e personale sempre più preparati, una cosa appare evidente analizzando i dati: ambiente ed economia, non solo in Italia probabilemnte, si mostrano fortemente legati. “Emerge con sempre maggiore forza la necessità di un’economia più sostenibile e a misura d’uomo e per questo più forte e competitiva” ha commentato il presidente della Fondazione Symbola Ermete Realacci. “Per andare in questa direzione adesso occorre un’economia che incroci innovazione e qualità con valori e coesione sociale; ricerca e tecnologia con design e bellezza, industria 4.0 e antichi saperi. La green economy è la frontiera più avanzata per cogliere queste opportunità”. Per il presidente di Unioncamere, Ivan Lo Bello,Questo rapporto che sviluppiamo insieme a Symbola conferma che la green economy italiana è da anni sinonimo di competitività. Perché è capace di coniugare tradizione e innovazione, qualità e bellezza, coesione e cura dei dettagli, rispetto dell’ambiente e crescita sostenibile. E questo connubio si traduce per le imprese che abbracciano la scelta verde in migliori performance in termini di ordinativi, presenza all’estero e propensione ad assumere”. Anche per questo ha detto Lo Bello “conviene seguire la strada green per accelerare una crescita sostenibile, moderna e innovativa, del sistema Paese”.

La strada per la ripresa economica è quindi segnata e tutta in discesa? Non proprio. Se è vero, infatti, che per incentivare questo andamento green nel 2016 l’Italia ha approvato l’articolo 34 del Codice dei contratti pubblici di lavori, forniture e servizi, diventando il primo Paese europeo a rendere obbligatoria l’adozione dei Criteri ambientali come elemento chiave per l’assegnazione degli appalti verdi nelle nostre pubbliche amministrazioni, questa scelta virtuosa è curiosamente bilanciata dal fatto che gli acquisti verdi sempre delle pubbliche amministrazioni non solo non sono mai realmente decollati, ma risultano in calo nel 2017. Similmente mentre migliora l’efficienza energetica del Paese, in Italia sono tornate a crescere le emissioni di gas serra, e “cresce tre volte più velocemente del Pil anche la produzione di rifiuti speciali”, un dato che per l’Ispra è addirittura incerto e probabilmente sottostimato.

Secondo GreenItaly 2017, quindi, la situazione dell’Italia, per quanto positiva, non può fermarsi all'ottimismo ecologista e deve poter contare su una regia capace di valorizzare lo sviluppo sostenibile. Molto dipenderà dalla scelte della politica e delle istituzioni, che dovranno “avanzare misure coerenti con gli impegni della COP21 di Parigi, proseguire con il cammino imboccato dall’Europa sull’economia circolare, proporre una Strategia Energetica Nazionale che investa tutti i settori e che sia al tempo stesso coerente ed ambiziosa". Del resto "è oggi assolutamente praticabile proporre, in campo elettrico, l’abbandono del carbone prima del 2030 e la totale produzione energetica da rinnovabili per il 2050". Dalle scelte di molte imprese green potrebbe arrivare per l’Italia un futuro più desiderabile, più equo, più sostenibile e insieme meno fragile di fronte a questa crisi strutturale. Un tema interessantissimo, anche per la già calda campagna elettorale in vista delle politiche del 2018, se solo qualcuno saprà coglierlo.

Alessandro Graziadei

sabato 11 novembre 2017

Grecia: il debito, la povertà, il Pil e la destra

C’è stato un tempo nel quale i referendum consultivi popolari sembravano interessarci gran poco, sia politicamente, che mediaticamente. Era l’estate del 2015 e il 61% degli elettori greci diceva, invano, no all’austerità e al programma lacrime e sangue proposto dai creditori europei per sbloccare l’ennesimo prestito utile ad evitare il default del Paese. Il “No”, come sappiamo, dopo essere stato definito dal presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem “deplorevole per il futuro della Grecia” e “insignificante dal punto di vista politico”, costò il posto all’ex ministro delle Finanze Yanis Varoufakis e non modificò le condizioni economiche richieste alla Grecia a garanzia del prestito. Anche per questo mi sorprendono le grandi aspettative che oggi accompagnano l’attuale stagione referendaria internazionale, indipendentemente dal fatto che alcune di queste consultazioni vengano considerate anticostituzionali, solo consultive, per lo più inutili, quando non addirittura dannose.  Personalmente, come allora, penso che quando si mobilitano per votare milioni di persone, occorre almeno porsi delle domande attorno al responso delle urne e se è vero che esistono precise regole democratiche che non possono essere scavalcate è altrettanto vero che serve del buon senso e come ha ricordato Lucio Caracciolo per il caso catalano “Il referendum pro indipendenza, battezzato farsa, ma trattato da insurrezione, non può essere né ignorato né demonizzato, se si vuole davvero salvare pace e democrazia”.

In Grecia, per il momento, sono state salvata pace e democrazia anche grazie al pacchetto di aiuti da 86 miliardi che ha scongiurato il default, ma che ha costretto il Governo di Alexīs Tsipras ad approvare diverse misure contrarie al programma politico annunciato da Syriza. L’aumento delle imposte dirette ed indirette, le nuove leggi sul lavoro, la riduzione della spesa pubblica, la revisione del sistema pensionistico, una riduzione dei salari pubblici tra il 10 e il 40% e la privatizzazione di alcuni settori sono state tutte scelte dettate dagli obblighi imposti dai creditori. Anche grazie a queste misure a luglio la Grecia è tornata dopo tre anni sul mercato finanziario, iniziando a vendere 3 miliardi di euro dei suoi nuovi bond a scadenza quinquennale e a settembre i ministri delle Finanze dell’Unione Europea hanno dichiarato l’uscita della Grecia dalla procedura per deficit eccessivo, a cui il paese era stato sottoposto nel 2009, quando il rapporto deficit-PIL era arrivato oltre il 15%. Il fatto che, sia nel 2017 che nel 2018 si preveda un rapporto deficit-PIL sotto la soglia del 3%, come previsto dal Patto di stabilità e crescita degli stati dell’Unione monetaria, ha fatto dichiarare al commissario per gli Affari economici dell’Unione Pierre Moscovici, che la Grecia sta per “voltare la pagina dell’austerità e aprire quella della ripresa”.

Un risultato importante visto che con un livello di crescita stimato del 2% e capace di generare un avanzo primario (cioè la differenza tra entrate e uscite dello Stato esclusi gli interessi da pagare sul debito) pari al 2,2% del Pil, si supererebbe per la prima volta l’obiettivo imposto da Banca centrale europea, Unione europea e Fondo Monetario Internazionale fissato all’1,75%. Forse anche per questo Tsipras ha da poco annunciato di voler ridistribuire il surplus di bilancio tra i greci che maggiormente hanno sofferto durante la crisi economica del 2009 attraverso un “dividendo sociale” prodotto da questa crescita del PIL, che potrebbe arrivare nelle tasche delle persone più in difficoltà già a Natale. La stima della cifra che sarà investita in questa nuova misura sociale e di un miliardo di euro ed è stata comunicata a fine ottobre dal portavoce del governo Dimitris Tzanakopoulos senza chiarire chi potrà beneficiare di questo bonus, una decisione che l’esecutivo di Tsipras prenderà al momento di chiudere il bilancio dell’anno, ma che non manca certo di candidati.

Di fatto, nonostante la timida ripresa e l’annuncio di questo “dividendo sociale” la Grecia si trova ancora alle prese con una situazione economica e sociale molto fragile. Come ha evidenziato un approfondimento dedicato alla Grecia del Il Post “Dal 2010 ad oggi la Grecia ha perso un terzo del suo PIL e mezzo milione di persone sono emigrate all’estero. Nello stesso periodo, il 20% più povero della popolazione ha perso il 42% del suo potere d’acquisto. Lo stato ha un debito di 320 miliardi di euro, pari al 180% del PIL, il secondo rapporto più alto del mondo e il tasso di disoccupazione, sebbene sia diminuito e sia attualmente al 21% [percentuale che sale al 42,8% per quella giovanile], è tra i più alti d’Europa. Gli stipendi medi sono diminuiti e la riduzione dei redditi dei lavoratori e delle lavoratrici ha portato all’impoverimento delle famiglie”. Sono infine “aumentati i problemi abitativi e i bisogni legati allo stato di salute, che riguardano quasi una persona su quattro”. Drammatica in questo fragile contesto economico e di welfare è anche la condizione dei migranti. Gli hotspot di Samos, Lesbos e Chios sono a più del doppio della capienza regolare e in vista dei mesi freddi si temono ulteriori tragedie dopo i tre morti dello scorso inverno. A Mytilini decine di profughi sono in piazza da settimane in sciopero della fame, mentre le ong hanno lanciato l'appello Open the islands per fare arrivare le persone almeno sulla terraferma.

Intanto, anche se alcuni settori dell’economia greca che sono rimasti stabili, non è impossibile pensare che al Governo greco venga chiesto nel 2018 di intraprendere nuove e impopolari misure per completare la terza revisione del programma di salvataggio economico distruggendo definitivamente la credibilità di Syriza che oggi sembra ai minimi storici. Secondo un recente sondaggio tra gli elettori di Syriza alle scorse elezioni, nel gennaio del 2015, ben l’89,5% ha detto di essere "deluso dal Governo e dalle sue politiche di austerità". Attualmente il partito di Tsipras è al 15,5%, mentre chi adesso raccoglie i frutti di una facile opposizione alle politiche dettate dall’Europa e il partito di centrodestra Nea Demokratia che risulta primo con addirittura il 33% dei consensi e Alba Dorata, partito di estrema destra di orientamento nazionalista, che è diventato in pochi anni la terza forza della Grecia con il 7,5 % dei consensi. Un successo scontato quello della destra greca a meno che la richiesta di Tsipras di una ristrutturazione del debito, oggi ritenuta ragionevole anche dal Fondo Monetario Internazionale, non venga presa in seria considerazione dall’Europa.

Alessandro Graziadei

sabato 4 novembre 2017

I diritti umani in Pakistan…

Lo scorso mese è morto all’età di 73 anni Choudry Naeem Shakir, avvocato della Corte Suprema del Pakistan. Per cinquant’anni Shakir ha fornito sostegno legale a minoranze, lavoratori e indigenti di tutto il Paese difendendone i diritti davanti al potere e ai metodi brutali della polizia. Per un anno è stato il consulente anche di Asia Bibi, la donna cristiana detenuta in carcere dal 2009, vincitrice dell’edizione 2017 del “Premio Sakharov per la libertà di pensiero” assegnato dall’Unione europea, e condannata alla pena di morte per impiccagione con l’accusa di blasfemia per aver offeso il profeta Maometto. Sicuramente Shakir non si sarebbe stupito leggendo che, oltre ad Amnesty International, anche Il Consiglio dell’Unione europea con il rapporto pubblicato il 16 ottobre su “Diritti umani e democrazia nel mondo nel 2016”, ritiene che in Pakistan permangano un debole sistema giudiziario, la mancanza d’istruzione, la violenza sulle donne, la discriminazione delle minoranze e la minaccia del terrorismo

Per il Consiglio quindi, sebbene nel 2016 il Governo di Islamabad abbia adottato alcune misure istituzionali e legali per migliorare la sua democrazia interna, ancora “una serie di preoccupazioni ad ampio raggio che riguardano i diritti umani persistono nel Paese e sono esacerbate da un debole sistema giudiziario, dall’estremismo religioso e dai militanti islamici”. Per questo nel suo rapporto annuale l’Unione parla apertamente di sfide per la sicurezza che continuano a rallentare l’accesso alla giustizia, all'istruzione e dello stato di diritto del Pakistan: “Lo stato di diritto rimane incerto in gran parte del territorio - si legge nel documento - e l’accesso alla giustizia limitato”, alimentando grandi e piccole ingiustizie tra i cittadini e accentuando le difficoltà di donne e bambini per il persistere di fenomeni come gli abusi sessuali, le discriminazioni, i matrimoni forzati e lo sfruttamento minorile.

Come se non bastasse “Nel 2016 il Pakistan ha continuato ad eseguire condanne a morte su un elevato numero di carcerati, in misura di poco inferiore rispetto all’anno precedente”. Gli esempi purtroppo non mancano. Lo stesso giorno dell’uscita del rapporto dell’Unione europea un tribunale del Punjab pakistano ha condannato a morte tre uomini ahmadi con l’accusa di aver violato la legge sulla blasfemia. I giudici hanno stabilito che Mubasher Ahmad, Ghulam Ahmed e Ehsan Ahmed sarebbero colpevoli di insulto al profeta dell’islam per aver fatto a pezzi un poster religioso islamico. Il portavoce della comunità ahmadi ha dichiarato che “Le accuse contro gli imputati e il verdetto della corte sono ingiusti. I condannati tentavano di demolire uno striscione che riportava slogan contro gli ahmadi e incitava al boicottaggio sociale della comunità, già oggetto di pesanti persecuzioni”.

Le minoranze religiose del Pakistan, che per il rapporto dell’Unione “vivono nella paura di persecuzioni e violenze” sono costantemente a rischio e le minacce arrivano a quanto pare anche dalle istituzioni. Gli ahmadi per esempio, da quando nel 1974 la repubblica islamica li ha dichiarati non islamici e quindi “eretici”, sono oggetto di violenze quasi costanti. Già nel 1984 il generale Zia ul Haq aveva introdotto alcune leggi che criminalizzano gli ahmadi che si identificano o si presentano come musulmani e in base a queste leggi, in migliaia, sono stati fermati in tutto il Paese e incarcerati per “crimini” come l’aver pronunciato il saluto islamico “Assalamo Aliku”, l’aver incitato alla preghiera islamica o alla lettura del Corano. Non è un caso, quindi, che il 10 ottobre, Muhammad Safdar, membro del partito di governo, capitano in pensione e genero dell’ex primo ministro Nawaz Sharif, abbia denunciato gli appartenenti alla comunità ahmadi dipingendoli come “una minaccia per l’intero Paese” e lanciato un appello alle istituzioni pubbliche a “non assumerli nelle forze armate e nell’amministrazione statale”.

Nonostante Sharif abbia ricordato che “tutte le minoranze che vivono in Pakistan sono titolari dei diritti fondamentali, compresa la protezione delle loro proprietà, così come garantito dalla Costituzione e dagli insegnamenti islamici”, prendendo immediatamente le distanze dal genero, la criminalizzazione religiosa, in particolare attraverso il reato di blasfemia, è un tema che divide la società e che ha spesso provocato la reazione violenta di una parte della comunità islamica. In settembre Nadeem James, cristiano del Punjab, è stato condannato a morte “con l’accusa di aver insultato il profeta Maometto su Whatsapp” e in aprile Mashal Khan, studente dell’università di Mardan, era stato linciato dai colleghi del campus dopo che si era sparsa la voce di suoi commenti “che promuovevano la fede ahmadi su Facebook”. In seguito, un’indagine voluta dalla Corte suprema, ha stabilito che il giovane di 23 anni non ha mai pronunciato offese contro il profeta. Prima di lui però, tra il 1984 e il 2015, almeno altre 256 persone sono state uccise, a 65 defunti è stata negata la sepoltura nei cimiteri islamici e 27 luoghi di culto ahmadi sono stati demoliti.

Ora secondo gli analisti europei, molti miglioramenti sono ancora possibili all’interno del quadro istituzionale pakistano e hanno già avuto luogo soprattutto grazie al trasferimento di alcuni poteri e competenze giuridiche a province e amministrazioni locali. Allo stesso tempo però occorre facilitare l'accesso alle libertà democratiche anche con “l'autonomia per le Ong, che devono diventare pienamente operative” e possono essere molto importanti per lo sviluppo umano del Pakistan. Similmente anche “Il ruolo svolto dalle organizzazioni della società civile nello sviluppo e nell’assistenza umanitaria della società pakistana deve essere potenziato” e contribuire così a far valere i diritti umani in tutta la società pakistana, per buona parte della quale "violence is not our culture".

Alessandro Graziadei