domenica 12 agosto 2018

Il Mediterraneo è il mare più sovrasfruttato del mondo…

Nell’ottobre del 2017 i paesi membri della General Fisheries Commission for the Mediterranean (Gfcm), la Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo, hanno sottoscritto un piano regionale d’azione per combattere la pesca Illegal Unreported and Unregulated (Iuu) cioè la pesca illegale, non dichiarata e non regolamenta. Nonostante questo comune impegno per Lasse Gustavsson, direttore esecutivo di Oceanala più grande organizzazione internazionale di advocacy focalizzata dal 2001 esclusivamente sulla conservazione degli oceani, “I governi e i leader del Mediterraneo che si stanno impegnando globalmente per combattere la pirateria nell’ambito della pesca, seguendo gli obiettivi di sviluppo sostenibile, stanno in realtà ignorando diversi potenziali casi di pirateria nel loro mar Mediterraneo”. Un atteggiamento ingiustificabile visto che sono emerse prove inequivocabili attorno a queste attività illegali all’interno delle zone di restrizione o addirittura di chiusura totale alla pesca nate per proteggere habitat e specie ittiche in pericolo. 

L’accusa dell’organizzazione ambientalista internazionale è stata scritta nero su bianco nel recente rapporto “Building a GFCM framework to combat IUU fishing Oceana case studies and recommendations” che rivela ben 41 casi potenziali di pesca Iuu nel Mar Mediterraneo, casi emersi utilizzando i dati forniti dal Global Fishing Watch. I risultati sono stati discussi in aprile durante una due giorni di riunioni governative della Gfcm, durante le quali secondo Oceana “Tutti i Paesi interessati dalle violazioni non hanno saputo fornire delle delucidazioni riguardanti alle eventuali sanzioni imposte alle navi ree di pesca illegale e tanto meno hanno saputo dire se saranno attuate delle sanzioni in futuro”. Le informazioni raccolte da Oceana indicano che le navi da pesca che stanno violando palesemente e impunemente le aree chiuse e protette possono essere facilmente identificate e che gli stati costieri che non stanno facendo nulla per applicare la legge peccano di volontà.  

Forse per questo il Mediterraneo è oggi il mare più sovrasfruttato del mondo, con oltre il 90% di stock ittici in pericolo. Nel 2017 la Banca Mondiale nel rapporto “The Sunken Billions Revisited: Progress and Challenges in Global Marine Fisheries (I miliardi sommersi: progressi e sfide per la pesca marittima a livello internazionale), ci ricordava come la situazione del Mediterraneo fosse lo specchio di una crisi del patrimonio ittico mondiale e come oggi “una gestione più sostenibile delle risorse ittiche, in massima parte preservando le aree critiche e limitando gli scarti, genererebbe un profitto annuale di 83 miliardi di dollari”. Questo tipo di studio, pubblicato per la prima volta nel 2009, ci suggerisce quindi che ridurre la pressione della pesca a livello globale è un passo che non solo contribuirebbe alla ricostituzione degli stock ittici, ma sarebbe una scelta fondamentale per garantire all’industria della pesca una resa maggiore e più costante nel tempo. Questo perché quando gli stock ittici si esauriscono e le zone di pesca si spostano più lontano dalle aree di consumo, “raggiungerle richiede più energia, più tempo e un maggiore dispendio di risorse umane e logistiche”.

Nonostante il buon senso dettato dall’utilità anche economica della conservazione i governi del Mediterraneo non agiscono e mettono in questo modo a repentaglio il futuro della pesca nel Mediterraneo e il futuro degli oltre 300.000 pescatori e delle loro famiglie, che vivono della pesca. Il fatto più sorprendente è che solo lungo le coste del Belpaese Oceana ha identificato “oltre 20 pescherecci italiani con reti a strascico che presumibilmente hanno pescato per oltre 10.000 ore all’interno di un’area chiusa, delimitata per proteggere novellame di nasello nello stretto di Sicilia, dove gli stock sono soggetti a un sofrasfruttamento estremo”. Come se non bastasse, la situazione potrebbe essere peggiore in quanto fonti ufficiali hanno confermato che altre attività di pesca sembrano essere state effettuate da un’imbarcazione che navigava sotto la bandiera della Tunisia e che non utilizza il sistema di identificazione automatica (AIS). Una situazione non eccezionale visto che Oceana ha rilevato anche “possibili intrusioni illegali di navi straniere nelle acque che appartengono alla giurisdizione nazionale di sette Paesi del Mediterraneo” e denuncia che “La legalità di queste attività di pesca non può essere verificata in quanto la Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo non pubblica ancora informazioni su accordi di pesca bilaterali, diversamente da altri organismi di gestione della pesca nel mondo”. 

Davanti a questi atteggiamenti criminali non sanzionati a livello politico è chiaro che la conservazione del patrimonio ittico in tutta la regione mediterranea e le comuni risorse economiche derivate dalla pesca potrebbero essere seriamente minacciate. Per questo non solo occorre che tutti i paesi si rifacciano alle indicazioni della Gfcm, ma investano urgentemente nel monitoraggio, il controllo e la sorveglianza delle attività legate alla pesca. Per Oceana “i controlli sono fondamentali per garantire una gestione della pesca adeguata e riportare gli stock a livelli di abbondanza, in particolare nel mar Mediterraneo, dove ormai il 90% degli stock hanno superato i limiti biologici di sicurezza”. 

Alessandro Graziadei

sabato 11 agosto 2018

Cibo che viene e cibo che va

Il “chilometro zero” in campo alimentare è una modalità virtuosa e sostenibile di fare la spesa. Ha riportato al centro dell’attenzione un’agricoltura strettamente connessa al territorio e alla stagione attraverso una filiera più corta e quindi più economica, con un minor inquinamento prodotto da carburanti e imballaggi e si è dimostrata quasi sempre sinonimo di una cucina genuina capace di valorizzare ed esaltare i prodotti locali. Nonostante la cultura del chilometro zero sia oggi una realtà in rapida diffusione siamo ancora giornalmente bersagliati da un’offerta e un marketing alimentare ormai completamente globalizzato. Solo in Italia l’importazione di prodotti alimentare è un mercato che vale circa 42 miliardi di euro e così alle carni al latte, passando per il frumento e il pesce il nostro settore produttivo non riesce quasi mai a garantire le materie prime ad un’industria alimentare che sulla produzione e sulla lavorazione del cibo ha costruito buona parte del successo “Made in Italy”.  L’unico settore in cui la produzione interna non sembra temere scarsità è quella degli ortaggi dove solo l’1% di zucchine, pomodori, carote e cipolle non cresce e matura sul suolo italiano.
  
Una dipendenza che per la Coldiretti si spiega solo intrecciando diversi fattori legati all’abbattimento dei costi in un mercato globale dove la concorrenza è falsata da regole del gioco diverse. Il costo del lavoro più basso in molte parti del mondo e l’utilizzo di fitofarmaci che in Italia e in Europa spesso sono fuori legge (con rischi per la salute enormi) sono fattori che destabilizzano la produzione alimentare italiana che deve fare i conti anche con un mercato unico con limiti di produzione che spesso avvantaggiano alcuni dei nostri partner europei a discapito dell’Italia. Per questo in Italia, ogni giorno, vengono “persi” circa 40 campi di calcio di terreno che potrebbero essere destinato alla coltivazione per lasciare spazio a infrastrutture viarie, complessi residenziali e centri commerciali che occupano le campagne. Una situazione quella italiana piuttosto comune in Europa e che diventa allarmante nei Paesi impoveriti. Secondo il Food Outlook, pubblicato ad inizio luglio dalla Fao e che ogni semestre analizza le tendenze di mercato delle maggiori derrate alimentari mondiali, “Le importazioni alimentari rappresentano un peso crescente per i Paesi più poveri del mondo. La fattura delle importazioni mondiali è più che triplicata dal 2000 ad oggi, raggiungendo i 1,43 trilioni di dollari, mentre è quasi quintuplicata per i Paesi più vulnerabili alle crisi alimentari”.

Per l’economista Adam Prakash, che ha coordinato il gruppo di lavoro che ha elaborato il rapporto, “Questo preannuncia una sfida crescente, soprattutto per i Paesi in via di sviluppo, che cercano di venire incontro ai propri bisogni alimentari di base attraverso i mercati internazionali”. Com’è facile immaginare le prospettive per questi Paesi non sono per niente buone visto che in futuro potrebbero “pagare sempre di più per meno cibo”, anche se la produzione globale e le condizioni del commercio sono state piuttosto benigne negli ultimi anni. Per la Fao, infatti, “quest’anno si prevede che il costo globale delle importazioni alimentari crescerà di circa il 3%, raggiungendo gli 1,47 trilioni di dollari”. Un aumento annuale legato in particolar modo alla crescita del commercio internazionale di pesce, un alimento dall'alto prezzo per la crisi degli stok ittici importato soprattutto da Paesi sviluppati, e di cereali, prodotti base che rappresentano un’importazione essenziale per molti Paesi a basso reddito con deficit alimentare, i così detti “Low-income food deficit countries” (Lifdc).

Concentrandosi sulle tendenze, sulla composizione e sui costi nel tempo delle importazioni alimentari, il Food Outlook 2018 ha dimostrato come “Dal 2000 le importazioni alimentari sono cresciute al tasso globale medio dell’8% annuo, ma la crescita è rimasta sempre in doppia cifra per la maggioranza dei Paesi più poveri” per i quali i costi delle importazione di cibo rappresentano oggi il 28% degli introiti totali dall’esportazione di merce, un dato quasi doppio rispetto al 2005. I Paesi sviluppati, invece, non solo hanno un maggiore Pil pro capite, ma solitamente spendono solo il 10% degli introiti ricavati dall’export per le loro importazioni alimentari. Come se non bastasse questo mercato alimentare globale, già particolarmente costoso per le economi emergenti, anche se è rimasto relativamente stabile grazie alla buona disponibilità generale della maggior parte delle categorie alimentari analizzate, cioè cereali, carne, pesce, frutta, verdura, zucchero, bevande, semi oleosi, caffè, tè e spezie, dovrà fare sempre i conti con altre variabili legate “all’aumentare delle dispute in campo politico, petrolifero, commerciale e climatico”. Condizioni non sempre prevedibili e quasi mai quantificabili, anche se sempre all’ordine del giorno.

Alessandro Graziadei

domenica 5 agosto 2018

È possibile ridurre le emissioni di gas serra dei trasporti aerei?

Il traffico aereo è una delle fonti di gas serra in più rapida crescita. Per questo l’accordo per la riduzione delle emissioni di CO2 dell’aviazione che è stato raggiunto nel 2016 in seno all’International Civil Aviation Organization (ICAO), l’agenzia delle Nazioni Unite che sovrintende allo sviluppo del trasporto aereo internazionale, è particolarmente importante a livello mondiale. Il Carbon Offsetting and Reduction Scheme for International Aviation (CORSIA) è stato concordato in sede ICAO con l’obiettivo di integrare ed allargare una serie di misure che l’industria del trasporto aereo sta già implementando autonomamente per ridurre le emissioni di CO2, attraverso miglioramenti e sviluppi tecnici e operativi per la produzione e l’uso di carburanti alternativi per l'aviazione. Si tratta di un accordo quanto mai urgente e necessario, ma che alla luce dei lenti progressi nel campo della tutela dell’ambiente e della nostra salute è stato definito “storico” dalla stessa ICAO, da numerose istituzioni nazionali e internazionali, dalle organizzazioni del settore aereo e anche da quelle di altre modalità di trasporto.

L’attuazione del programma CORSIA inizierà con una fase pilota dal 2021 al 2023 seguita da una prima fase allargata dal 2024 fino al 2026. Purtroppo la partecipazione ad entrambe le fasi iniziali sarà solo su base volontaria e la successiva fase 2027-2035 dovrebbe vedere la partecipazione di tutti i 191 Stati firmatari del CORSIA con alcune eccezioni, tra cui le nazioni meno sviluppate o che presentano attività di trasporto aereo internazionale molto limitate e che sarebbero quindi eccessivamente penalizzate. Nonostante questa partenza a scoppio ritardato, tipica di molti altri accordi per la salvaguardia del clima, per un ottimista Alexandre de Juniac, direttore generale e amministratore delegato dell’International Air Transport Association (IATA) “Il significato storico di questo accordo non potrà mai essere lodato abbastanza”. CORSIA è, infatti, il primo schema globale che copre un intero settore industriale e “ha trasformato anni di preparazione in una soluzione efficace per consentire alle compagnie aeree di gestire il loro impatto sull’ambiente”. Secondo De Juniac “questo accordo assicura che il contributo economico e sociale del settore aeronautico all’ambiente venga affiancato da iniziative innovative nel campo della sostenibilità”, facendo dell’aviazione “una delle industrie più all’avanguardia nella lotta contro il cambiamento climatico”.

Come tutti gli accordi sul clima è l’unione che fa la forza. Per questo la notizia arrivata a sorpresa ad inizio mese dall’ICAO che la Cina uscirà dall’accordo CORSIA, ha destato non poca preoccupazione tra gli addetti ai lavoro e gli ambientalisti. Pechino di fatto non appare nella lista dei 29 partecipanti alla fase pilota e volontaria del patto destinata a “decollare” tra tre anni. L’adesione del colosso asiatico è fondamentale per costringere tutte le compagnie aeree, anche quelle di bandiera come Air China, a limitare le emissioni o compensarle finanziando progetti ambientali in tutto il mondo. Al momento la Cina vuole però che i suoi progetti nazionali non siano solo ecologicamente sostenibili (come sta dimostrando con il suo processo di de-carbonizzazione), ma anche economicamente sostenibili, per questo prende tempo per valutare il possibile impatto del CORSIA sulle sue finanze. “Nei prossimi mesi l'Europa lavorerà insieme ai suoi partner dell'ICAO per trovare un modo per affrontare le preoccupazioni della Cina, senza compromettere l’integrità ambientale dell’accordo e per tenere a bordo questo importante Paese”, ha spiegato una fonte dell’ICAO. 

Siamo delusi dal fatto che il governo cinese abbia deciso di non partecipare alla fase pilota di CORSIA - ha dichiarato Michael Gill, direttore esecutivo dell’Air Transport Action Group, l’organismo che a livello mondiale riunisce tutti gli operatori del settore dell’aviazione - ma rassicurati dal fatto che l’altro colosso dei voli aerei, senza il quale CORSIA perderebbe l’impatto ambientale sperato, cioè gli Stati Uniti, sono al momento ancora nel patto”. La Federal Aviation Administration a stelle e strisce, infatti, ha dichiarato che “nonostante l’uscita della Cina, Washington continuerà a lavorare all’attuazione di CORSIA”. Si stima che CORSIA costerà alle compagnie aeree tra 1,5 e 6,2 miliardi di dollari già nel 2025 a seconda dei prezzi del carburante, uno sforzo importante, ma non impossibile, che anche altre realtà che rappresentano il  trasporto, come quella degli armatori europei ha salutato con soddisfazione, soprattutto perché l'intesa si basa su misure fondate sul mercato, quindi realizzabili.

“Ci congratuliamo con i nostri colleghi dell’aviazione per questo nuovo traguardo nella riduzione delle emissioni di gas serra da settori dei trasporti a livello globale” ha dichiarato il presidente dell’European Community Shipowners' Associations (ECSA), Niels Smedegaar ricordando che già dal 2013 il settore dei trasporti marittimi ha in atto un regime obbligatorio di riduzione globale di CO2. Anche in questo settore è stato avviata dall’International Maritime Organization (IMO) l'introduzione di un sistema di raccolta globale di dati sulle emissioni di CO2, che sarà pienamente operativo entro la fine di quest’anno, e sarà indispensabile per riuscire a stabilire in tempi brevi obiettivi realistici per una ulteriore riduzione delle emissioni di CO2 anche nel trasporto via mare. Forse ridurre le emissioni di gas serra non è più un'utopia?

Alessandro Graziadei

sabato 4 agosto 2018

Un’eccellenza italiana? I “Comuni Ricicloni”!

La presentazione del XXV rapporto Comuni Ricicloni di Legambiente, avvenuta lo scorso 28 giugno a Roma nell’ambito dell’EcoForum, sì è conclusa con la premiazione delle comunità locali, degli amministratori e delle esperienze che hanno ottenuto i migliori risultati nella gestione dei rifiuti urbani. Non parliamo di mosche bianche.  Erano 486 lo scorso anno, oggi sono 505 i Comuni dove la raccolta differenziata funziona correttamente, ma soprattutto dove ogni cittadino produce, al massimo, 75 chili di secco residuo all’anno, ovvero di rifiuti indifferenziati avviati allo smaltimentoParliamo di 3.463.849 cittadini, circa 200.000 in più rispetto al 2017, un trend assolutamente positivo, anche se c’è ancora molto da fare in tema di economia circolare, visto che siamo davanti ad una scelta di sostenibilità ancora in costante evoluzione. Anche per questo nel corso degli anni gli obiettivi della classifica dei Comuni Ricicloni sono diventati sempre più stringenti adeguandosi al panorama della gestione dei rifiuti in Italia che è mutato molto rispetto alle prime campane stradali dedicate alla raccolta differenziata dagli imballaggi principali, ed è arrivato all’attuale intercettazione di rifiuti “complessi” porta a porta, con un target minimo del 65% richiesto dal 2012.

La Giuria del concorso, composta da Legambiente, dai Consorzi di filiera e dai principali attori del settore, ha di volta in volta modificato i criteri di valutazione dei vincitori per poter fornire ai Comuni uno stimolo a raggiungere risultati sempre più ambiziosi. Così da tre anni a pesare su questa virtuosa classifica non sono più solo i livelli di raccolta differenziata raggiunti, ma anche le politiche di riduzione della quantità di rifiuto destinata allo smaltimento. Il nuovo pacchetto europeo sull’economia circolare recentemente raccontato su Unimondo.org pone, tra i suoi obiettivi, “il riciclo del 70% degli imballaggi entro il 2030 e del 65% dei rifiuti urbani al 2035” e, alla stessa scadenza, “un massimo del 10% di rifiuti che possono essere smaltiti in discarica”. Proprio da questo presupposto è nata l’esigenza di porre come obiettivo minimo per entrare a far parte dei "Comuni Ricicloni" la soglia di produzione di 75 Kg all’anno per abitante di secco residuo, prodotto che comprende il secco residuo e la parte di ingombranti non riciclata

Il ruolo dei Comuni nel portare l’attuale sistema di gestione dei rifiuti sempre di più verso l’economia circolare è fondamentale. Per il direttore generale di Legambiente Giorgio Zampetti "Le amministrazioni locali sono le uniche in grado di indirizzare i propri concittadini verso pratiche virtuose di prevenzione, raccolta e riciclo”. Come fare? Basta usare iniziative virtuose all’interno di un contesto di “normative regionali e nazionali e di piani d’ambito che sostengano questa direzione, prevedendo gli strumenti necessari come la tariffazione puntuale, sistemi di premialità per sfavorire il conferimento in discarica e incentivare il recupero di materia, la raccolta porta a porta e serie politiche di riduzione della produzione dei rifiuti”. Al tempo stesso per Legambiente “gli amministratori possono, attraverso scelte consapevoli e obbligatorie (come il Green Public Procurement), incidere in maniera significativa sulla diffusione di una vera e propria economia circolare", scelta ancora più urgente vista anche la chiusura del mercato cinese all’importazione dei rifiuti.

Per quanto riguarda la classifica, le città di Treviso, Pordenone e Trento si riconfermano, come lo scorso anno, sul podio tra i capoluoghi di provincia, così come, ancora una volta, il Nord-Est si dimostra l'area geografica più efficiente in tema di gestione virtuosa dei rifiuti urbani. Su 505 comuni a bassa produzione di secco residuo, ben 264 appartengono, infatti, a quest’area in cui, non a caso, la raccolta e la gestione dei rifiuti sono basate, quasi totalmente, su sistemi consortili con una raccolta organizzata esclusivamente con il sistema porta a porta. Per quanto riguarda i Comuni rifiuti free che superano i 15mila abitanti sono risultati essere 50 e comprendendo anche città di una certa dimensione, come Empoli con i suoi 52mila abitanti e Carpi con quasi 73mila abitanti, a testimonianza del fatto che dove esistono politiche di buona gestione dei rifiuti, si possono raggiungere risultati estremamente soddisfacenti.  Arrivano sempre dal nord-est i Consorzi che riempiono le prime posizioni della classifica dedicata ai “Consorzi oltre i 100mila abitanti”, dove va segnalata Mantova Ambiente che ha scalato pian piano la classifica fino ad arrivare all’attuale terza posizione, dietro ai noti Priula Bacino Sinistra Piave, entrambi della provincia di Treviso e nel complesso capaci di gestire in tre la differenziata di quasi un milione di abitanti. Invariata rispetto allo scorso anno nelle prime tre posizioni la classifica dei “Consorzi sotto i 100mila abitanti”, dove ancora una volta si distinguono i trentini AMNUASIA Fiemme Servizi che si sono dimostrati i più efficienti nel servire i loro circa 173mila utenti complessivi. 

Il rapporto ci segnala anche l’importante aumento dei Comuni rifiuti free al Sud: “erano 43, pari al 10%, lo scorso anno e oggi sono 76, quindi un 15%” a differenza del Centro Italia che si conferma sostanzialmente stabile "passando da 38 a 43 Comuni e cioè dall’8% al 9% con qualche avanzamento dovuto al successo del porta a porta in Toscana", mentre il numero dei Comuni virtuosi diminuisce del 6% al Nord tra Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige che pur perdendo 26 comuni e con un leggero aumento della produzione di rifiuti indifferenziati, rimangono comunque le regioni col maggior numero di comuni virtuosi. Tuttavia al Nord migliora solo la Lombardia che aggiunge altri 11 comuni ai 90 all’anno precedente, mentre a livello nazionale l’aumento più significativo di comuni virtuosi è in Basilicata "dove la percentuale dei Comuni Rifiuti Free sul totale passa dall’1,5% all’8%".  

Per Legambiente la strada da percorre è ancora in salita, ma i risultati non mancano, soprattutto quando l’obiettivo dei Comuni non prescinde “dall’insieme delle buone politiche di prevenzione, da un buon sistema di impianti di riciclo per il recupero di materia e da un sistema di raccolta porta a porta efficace almeno quanto la tariffazione puntuale”. Anche se alle orecchie dei contribuenti suona male appare indubbio che optare per la tariffa paga, in tutti i sensi. Sono, infatti, 361 i Comuni rifiuti free che hanno adottato un sistema di tariffazione, ma lo sforzo economico dei contribuenti, grazie ai notevoli benefici ambientali e sociali, non può che ripagare i cittadini

Alessandro Graziadei

sabato 28 luglio 2018

Non ha mai chiesto vendetta, solo giustizia

Non ha mai chiesto vendetta, solo giustizia, anche se aveva assistito al più grave eccidio avvenuto in terra europea dalla Seconda Guerra Mondiale. Se ne è andata così, all’età di 66 anni dopo una lunga malattia, Hatidza Mehmedovic, la fondatrice e per tanti anni presidente dell’associazione Madri di Srebrenica che è stata seppellita il 25 luglio nella sua città natale di Bektici-Suceska vicino a Srebrenica. Madre, moglie, sorella, ma soprattutto donna coraggiosa e instancabile, dopo il massacro di Srebrenica dell’11 luglio 1995 dove ha perso entrambi i figli Azmir e Almir, il marito, i suoi fratelli e molti altri componenti maschili della sua famiglia, Hatidza è diventata una delle maggiori attiviste per il riconoscimento della verità attorno a quanto era accaduto a Srebrenica in quell’estate del 1995 quando l’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina riuscì ad entrare in quella che era, solo sulla carta, un “safe area” sotto la protezione dell’Onu.  Sotto lo sguardo dei caschi blu olandesi in ritirata e di molte donne come Hatidza il generale Ratko Mladic separò dalle donne, dai bambini e dagli anziani tutti i maschi dai 12 ai 77 anni, in tutto 8.372 persone ufficialmente fermate per essere interrogate, in realtà destinate ad essere uccise e sepolte in fosse comuni nei giorni successivi.

Impegnata. oltre che nella ricerca di verità e giustizia, anche nel portare conforto alle parenti delle vittime sopravvissute,  Hatidza per lunghi anni è stata collaboratrice dell’Associazione Popoli Minacciati (Apm) ed era diventata una delle più importanti nonviolente della Bosnia. Come ha voluto ricordare l’Apm, “nonostante i molti e tragici lutti, Hatidza Mehmedovic non ha mai pronunciato una sola parola di odio o chiesto vendetta, ma sempre e solo giustizia. Si identificava con le vittime di crimini contro l'umanità in tutto il mondo, indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa o etnica e si è impegnata per la fine della guerra in Siria, in Sudan, in Iraq, in Birmania e in altre parti del mondo”. Anche per questo nel corso della sua vita Hatzidza è stata ricevuta e ascoltata da personalità del mondo della politica e dello spettacolo (come Mia Farrow, Angelina Jolie, Angela Merkel, Bill Clinton…) e dal 2002, una volta tornata a Srebrenica ha sostenuto e aiutato, sia parenti di vittime del genocidio, sia ex-profughi che tornavano a casa

In molti la ricordano per la sua importantissima opera di raccolta delle testimonianze presentate al Tribunale Internazionale dell’Aia (Icty) dove era una presenza costante in tutte le manifestazioni dell’Apm tenute di fronte all’edificio dell’Icty, come anche delle manifestazioni silenziose a Tuzla e a Srebrenica in cui le Madri  ricordavano, ogni 11 del mese, i crimini commessi durante la guerra e riportavano all’attenzione dell’opinione pubblica la loro instancabile ricerca di quei figli, mariti e fratelli  trucidati e scomparsi, così come dal 1977 hanno sempre fatto le Madri di Plaza de Mayo a Buenos Aires in Argentina. Per Hatidza, infatti, era importante che i fautori dei crimini in Bosnia fossero processati e giudicati, che tutti i morti fossero riesumati e trovassero un nome e una degna sepoltura, affinché la gente in Bosnia potesse tornare a vivere insieme e in pace. Lei c’era riuscita. Dopo il ritrovamento del corpo del figlio più grande Azmir nella fossa comune di Pilice vicino a Zvornik e il ritrovamento dei resti del figlio più piccolo Almir e del marito nella fossa comune di Liplje, sempre vicino a Zvornik, l’11 luglio 2010 Haditza ha potuto finalmente seppellire i suoi cari a Potocari. 

Per l’Apm anche il luogo dove oggi sono raccolti i resti di quel massacro deve molto ad Haditza “che ha dato un contributo fondamentale alla creazione del Centro della memoria a Potocari e più in generale alla diffusione in Europa della conoscenza di quanto era accaduto durante il genocidio di Srebrenica, per questo resterà per sempre nella memoria di tutte le vittime di Srebrenica sopravvissute nonché dell’Apm, che si impegna a dare continuità al grande lavoro da lei iniziato”. E di lavoro per la riconciliazione di questa terra ce ne è ancora tanto da fare. Lo stesso “Srebrenica-Potočari Memorial” è una forma di memoria in qualche modo depotenziata. Spenti i riflettori sulla annuale cerimonia di commemorazione, la politica si dimentica di Srebrenica almeno fino alla prossima buona occasione per farsi riprendere dalle telecamere, e non sempre è per lodare il difficile processo di riconciliazione. In questo contesto anche la visita nei Balcani del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker lo scorso 1 marzo non ha fatto ben sperare. I colloqui per l’adesione della Serbia all’Unione europea infatti, hanno escluso la Bosnia e così il Paese che porta i segni più evidenti del nazionalismo serbo non solo sembra destinato a restare fuori dall'Europa, ma è ancora diviso in “cantoni etnici”. 

Nonostante in quel libro fondamentale che è "La guerra in casa" di Luca Rastello appare evidente che "la Bosnia si riconosceva in un'identità definita dall'appartenenza territoriale più che da quella etnica e religiosa: bosniaci più che serbi o ortodossi", le divisioni interne, anche grazie agli Accordi di pace firmati a Dayton nel novembre 1995, sembrano oggi nel DNA di questo paese e difficilmente potranno essere superate senza una mediazione di Bruxelles che però, come ai tempi della guerra, sembra più interessata ai suoi equilibri interni che ai destini della Bosnia ed Erzegovina. Per questo, e anche in memoria di Hatidza Mehmedovic, l’Apm ha chiesto alla Commissione europea “di prendere sul serio la situazione dei Balcani oggi, di esigere il rispetto e di rispettare essa stessa le proprie direttive riguardanti i diritti delle minoranze, nonché di lavorare nella prospettiva di uno stato unitario della Bosnia”. Viene alla mente la frase di Milan Kundera, secondo cui “la lotta dell’uomo contro il potere è la lotta della memoria contro la dimenticanza”, e in questo disperato quanto fondamentale sforzo Hatidza Mehmedovic è stata un esempio per tutti noi. Grazie.

Alessandro Graziadei 

domenica 22 luglio 2018

Il conservazionismo non è mai vano!

La redazione di Unimondo.org, come molte altre, è quotidianamente sommersa da notizie drammatiche sul fronte della tutela ambientaleinquinamentocambiamento climaticodeforestazione, perdita di biodiversità… sono temi attuali che non è possibile ignorare. Eppure, nonostante tutto, non mancano le buone notizie utili a ricordarci che il conservazionismo non è mai vano! L’ultima è del 2 luglio e mette sotto i riflettori il Tamigi, un fiume per decenni inquinato e dichiarato biologicamente morto. Qui sembra essersi completata un’impossibile transizione ecologica testimoniata dalla nascita di alcuni cuccioli di foca comune (Phoca vitulina), un fenomeno osservato per la prima volta nel 2017, che sembra rivelare come l’estuario del Tamigi stia davvero diventando più pulito e che l’inquinamento industriale ed urbano che aveva sterminato e fatto fuggire questo animale sia stato negli anni notevolmente ridimensionato. 

A dare l’annuncio è stata la Zoological Society of London (ZSL) che per la prima volta conterà tutti i cuccioli di foca nelle principali colonie lungo le coste del Kent e dell’Essex, facendo luce sull’importanza di questo habitat per la foca. La leader del team di ricerca, la biologa conservazionista della ZSL Thea Cox, ha ricordato che “L’estuario del Tamigi da lungo tempo non era più un habitat sicuro per le foche comuni adulte: ora, con il nostro primo sondaggio specifico sull’estuario del Tamigi, speriamo di dimostrare che questo habitat è tornato vitale anche come habitat riproduttivo per questi mammiferi marini carismatici”. L’anno scorso era stata stimata una popolazione di 1.104 foche comuni e di 2.406 foche grigie in tutto l’estuario, un aumento  del 14% e del 19% rispetto ai dati del 2016, che dimostrano un sostanziale miglioramento dell’ecosistema Tamigi. Condotto dalla ZSL attraverso una combinazione di sondaggi aerei, costieri e tramite imbarcazioni, il censimento delle foche osserverà anche l’impatto di una serie di minacce emergenti per questi animali, dalle malattie, alle pressioni delle specie selvatiche, ai progetti di costruzione costiera, all’inquinamento da plastica, alla competizione interspecie per cibo/habitat.

Per la Cox “Queste foche sono i predatori al vertice nell’estuario. Sapere quante ce ne sono è un ottimo indicatore della salute dell’estuario, quale habitat è disponibile per loro, quale fonte di cibo è disponibile per loro. In particolare, capire quanti cuccioli hanno, ci dirà molto sul potenziale riproduttivo della popolazione”. Da quando nei primi anni ’70 la caccia alle foche è stata bandita nel Regno Unito e da quando dagli anni ‘90 il Tamigi è stato al centro di diverse campagne per migliorarne la qualità dell’acqua, questi mammiferi marini stanno gradualmente tornando a popolare il fiume, nonostante le minacce non manchino. “Abbiamo visto aumentare i numeri - ha spiegato la Cox - il che è una notizia brillante, ma questo non vuol dire che non siano ancora soggette a minacce. Tra queste potrebbero esserci i principali progetti di costruzione sull’estuario, i progetti di dragaggio e il disturbo in generale causato dall’utilizzo antropico dell’estuario”.  Senza dimenticare che le nuove generazioni di foche dovranno fare i conti anche con la possibile scarsità di cibo e le malattie (nel 2002 un virus ha ucciso quasi un quarto delle foche comuni che vivevano sulla costa orientale dell’Inghilterra), il Tamigi sembra aver completato la sua rinascita e la nascita dei cuccioli di foca potrebbe significare che il suo estuario è tornato ad essere un ecosistema sano.

Un successo che fa il paio con quello annunciato dal WWF International alcune settimane fa durante una riunione del Comitato del Patrimonio Mondiale in Bahrain: “La Barriera corallina del Belize, uno degli ecosistemi più ricchi di biodiversità al mondo, è stata rimossa dalla lista Unesco del Patrimonio mondiale in pericolo”. Come ha spiegato il WWF si tratta di un’ottima notizia, visto che questo tratto di barriera corallina riconosciuta come sito del Patrimonio Mondiale Unesco fin dal 1996 per quasi un decennio ha fatto parte della lista dei siti considerati “In pericolo a causa della minaccia di danni irreversibili provocati dall’edilizia costiera e dall’esplorazione petrolifera, nonché dall’assenza di un solido quadro normativo che ne tutelasse il valore”. La barriera corallina del Belize fa parte del  Mesoamerican Reef, il secondo più grande sistema di barriera corallina del mondo, un’area dove vivono centinaia di specie animali e vegetali diventata negli anni un’importante risorsa economica per il Belize, con circa 190.000 persone che traggono sostentamento dai redditi generati dal turismo e dalla pesca. Quando il Governo del Belize nel 2016 consentì test sismici con l’utilizzo di airgun per la ricerca di petrolio a soli 10 chilometri dalla barriera, la notizia provocò una forte mobilitazione dei cittadini e di diverse ong ambientaliste come Wwf, OceanaBelize Tourism Industry AssociationBelize Audubon Society e l’Istituto del Belize per la legislazione e la politica ambientale.

Gli sforzi della società civile locale supportati dalla campagna internazionale guidata dal WWF hanno favorito il dietro front del Governo che nel dicembre 2017 ha adottato un’importantissima moratoria sulle esplorazioni petrolifere nelle sue acque. Nel giugno 2018, inoltre, il governo del Belize ha emanato regolamenti stringenti per proteggere le mangrovie e si è impegnato a trasformare in legge l’attuale moratoria volontaria sulla vendita dei terreni pubblici all’interno del sito Patrimonio Mondiale, diventando uno dei leader mondiale nella conservazione marina. Tuttavia per il direttore generale del WWFf International, Marco Lambertini “non è importante solo il risultato in sé, ma anche il modo in cui il Belize lo ha conseguito collaborando e consultando tutte le parti interessate, tra cui Iucn, Unesco, ong e società civile”. L’uscita del sito del Belize dalla lista dei Patrimoni mondiali Unesco in pericolo dimostra che quando i governi, le istituzioni internazionali e la società civile lavorano insieme, è possibile evitare attività dannose che minacciano luoghi unici del nostro pianeta sostituendole con alternative sostenibili in grado di garantire un futuro prospero per tutti. Un modello collaborativo che forse anche altri Stati dovrebbero seguire.

Alessandro Graziadei

sabato 21 luglio 2018

Rifiuti: quando i Consorzi funzionano…

Come abbiamo ricordato in maggio il pacchetto legislativo sull’economia circolare è stato adottato in via definitiva il 18 aprile a Strasburgo dal Parlamento europeo. Con questo provvedimento l’Europa punta a uno sviluppo economico ed ecologico decisamente più sostenibile, in grado di integrare politiche industriali e tutela ambientale grazie ad un insieme di nuove norme che non porteranno “solamente” ad una rivoluzionaria politica nella gestione dei rifiuti, ma caratterizzeranno una profonda innovazione del sistema produttivo che sarà costretto a limitare i rifiuti già durante il processo produttivo e ad utilizzare sempre più risorse riciclabili. Solo adesso, che i rifiuti diventano per legge una risorsa da utilizzare e non più solo un problema da eliminare, possiamo dire che l’economia circolare è diventa, almeno sulla carta, una delle priorità dell’Unione europea che è riuscita per la prima volta ad imporre un quadro legislativo condiviso e atteso dal 2015. 

Ora tocca al nuovo Governo impegnarsi per recepire presto e bene anche nel Belpaese le nuove direttive, superando l’obiettivo tutto italiano di innalzare solo la raccolta differenziata anziché il riciclo, confondendo il mezzo col fine da raggiungere, cioè ridurre il residuo indifferenziato. Una prospettiva che, con successo, il Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero dei rifiuti di imballaggio in vetro (Coreve) ha fatto propria in Italia dal 1997. A più di 20’anni dalla sua nascita il Consorzio, secondo i dati diffusi da qualche settimana, può tranquillamente affermare che l’industria del vetro è sempre più vicina al concetto di economia circolare perfetta, visto che a fronte di un consumo di imballaggi in vetro cresciuto nel 2017 dell’1,9% (attestandosi a 2.430.040 tonnellate), la raccolta differenziata del vetro è aumentata dell’8,3%, (arrivando a circa 2.019.000 tonnellate) e il riciclo di imballaggi ha segnato un più 4,8% (per un totale di 1.769.224 tonnellate). A fine 2017 dunque il tasso di riciclo, cioè il rapporto tra quanto riciclato e l’immesso al consumo, è cresciuto dal 70,8% del 2016 al 72,8%.

Per Franco Grisan, presidente del Coreve, “L’eccezionale aumento dell’8,3% della raccolta degli imballaggi in vetro, che ha permesso di superare i 2 milioni di tonnellate, è dovuto ad aumenti rilevanti in tutte le macro-aree, conseguenti a elevati consumi di bevande durante l’estate molto calda e ad un aumento della presenza turistica fuori dal comune. A ciò si è aggiunto l’incremento strutturale della raccolta nelle regioni in ritardo del Sud. Il meridione sta riuscendo, anche grazie al lavoro svolto dal consorzio con le amministrazioni locali, a recuperare velocemente la distanza con le altre Regioni d’Italia”. Per quanto riguarda le quantità raccolte, a registrare la performance migliore in termini di crescita, è stato, infatti, il Sud Italia con un incremento a due cifre (+13,8%), seguito dal Centro (+8,9%), mentre al Nord, dove la raccolta è ormai consolidata si è registrato comunque un buon +5,9%.  

Una volta selezionati e avviati a riciclo, gli imballaggi in vetro post-consumo hanno attivato un’economia circolare dai risvolti ambientali positivi: “la quantità di materie prime risparmiata nel 2017 è stata di circa 3.256.000 tonnellate (pari ad una collina di dimensione 1,6 volte il Colosseo), il risparmio di energia diretto e indiretto è stato di circa 340 milioni di metri cubi di gas (pari all’incirca ai consumi di gas della città di Palermo), mentre attraverso il riciclo del vetro si è ridotta l’emissione in atmosfera di 2.004.000 tonnellate di CO2 (pari a quanto assorbito da una foresta di dimensioni superiori alla regione Puglia)” ha spiegato il Coreve. Risultati che fanno ben sperare per il futuro anche se “Un punto dolente - ha sottolineato Grisan - è la qualità della raccolta. Infatti, l’aumento delle quantità è stata accompagnato da una maggior presenza di materiale improprio conferito insieme al vetro. Ciò è stato deleterio in quanto non solo ha rallentato gli impianti di recupero e riciclo del materiale, ma ha anche aumentato gli scarti, parte dei quali sono perdite improprie di vetro”. Tutto questo materiale, parte del quale potrebbe essere benissimo riciclato, va in discarica, un’opzione spiacevole che è da imputare alla scarsa attenzione di noi cittadini.

Un’attenzione che non manca a EcoTyreil Consorzio che dal 2011 a livello nazionale si occupa della corretta gestione degli pneumatici fuori uso (Pfu), e che in collaborazione con l’associazione Marevivo, la Guardia Costiera il patrocinio di Ministero dell’Ambiente Federparchinegli ultimi cinque anni ha riportato a riva e avviato verso una corretta filiera di gestione del rifiuto circa 8.500 Pfu. Il gesto concreto di ripulire i nostri mari con la campagna Pfu zero sulle coste italiane e la raccolta straordinaria di pneumatici fuori uso si è concluso a fine giugno all’Asinara, dopo 40 interventi di recupero. Complessivamente quest’anno sono così stati ripescati e correttamente avviati al riciclo circa 3.200 kg di pneumatici. “Cinque anni fa, quando a Sestriere abbiamo iniziato il progetto Pfu zero – ha spiegato Enrico Ambrogio, presidente del consorzio EcoTyre – credo che abbiamo avuto una buona intuizione. La strada che abbiamo percorso ci ha portato dalle Alpi alle isole minori, e in giro per le coste italiane, individuando e intervenendo su decine di depositi di Pfu abbandonati”. Oggi il problema non è ancora del tutto risolto, ma queste discariche sono sempre più rare, grazie anche al lavoro di sensibilizzazione che accompagna queste iniziative e al sito www.pfuzero.ecotyre.it dove è possibile segnalare depositi di Pfu abbandonati, sui quali dopo le opportune verifiche EcoTyre progetta i possibili interventi. 

Interventi che non sono solo a tutela del paesaggio, ma rappresentano un passaggio virtuoso visto che i Pfu sono un prodotto completamente riciclabile perché composti da acciaio, fibre tessili e gomma, che una volta triturata può dar vita a pavimentazioni antiurto – come quelle delle piste di atletica o dei parchi gioco dei bambini – asfalti ad alta aderenza o centinaia di altri prodotti green. Per Carmen Di Penta, direttore generale di Marevivo “Alla quinta edizione di questo progetto abbiamo potuto constatare, con orgoglio, che ci sono sempre meno Pfu abbandonati in marea testimonianza di come questa operazione di recupero funzioni e aiuti a sensibilizzare le comunità sul problema dei rifiuti”. Oggi dopo il cambio gomme tutte le officine possono richiedere il ritiro gratuito dell'usato a consorzi specializzati, come EcoTyre, che ne garantiscono il trattamento e il completo recupero. Un passaggio semplice sulla terraferma, ma che in passato è risultato più complicato quando tra il gommista e l’impianto di trattamento c’era un tratto di mare, come sulle isole minori, dove quest’anno sì è concentrata l’iniziativa coordinata da EcoTyre.

Alessandro Graziadei

domenica 15 luglio 2018

Il mercato del corpo delle donne

“Smettiamo di fingere che queste ragazze siano apparse dal nulla. Smettiamo di fingere che non ci sia una chiara e riconosciuta catena di  sfruttamento delle donne. Queste ragazze vengono da qualche parte. E noi sappiamo da dove”. Con queste parole suor Annie Jesus Mary Louis, delle suore francescane missionarie di Maria (Fmm), ha denunciato la struttura logistica dietro la tratta di esseri umani. L’occasione per questa sua testimonianza è stata la conferenzaPreventing Human Trafficking among Rural Women and Girls: Integrating Inherent Dignity into a Human Rights Model”, tenutasi il 13 marzo nella Sala Conferenze del quartier generale dell’Onu, a New York. Suor Annie è una persona "informata sui fatti" semplicemente perché lavora in una zona rurale dell’India centrale, nel Chhattisgarh, fra le popolazioni tribali di un’area che, insieme a molte altre zone rurali dell’Indocina, è l’origine della catena di approvvigionamento del commercio sessuale. Ha collaborato per anni con Ong impegnate nella lotta contro la tratta degli esseri umani, sforzo che nel 2016 le è valso il riconoscimento del governo indiano come “Miglior operatrice sociale”. 

Non siamo davanti ad un caso isolato. Le popolazioni in molte zone povere dell’Asia non hanno istruzione, accesso alle cure sanitarie e a molti altri servizi pubblici di base. I trafficanti sanno che i genitori dei bambini in un contesto di ignoranza e povertà sono facili da imbrogliare, e a volte così disperati da vendere spontaneamente i loro figli. “Miei cari amici, - ha spiegato suor Annie all’Onu -  sono qui per dire che queste donne e ragazze non si sono svegliate un giorno e hanno deciso di spostarsi in città per entrare nel giro della prostituzione. Sono state manipolate e convinte con l'inganno a lasciare le loro case. La nozione di libertà di scelta qui è un’illusione”. Per suor Annie, quindi, “Lo sfruttamento spesso minorile del sesso è solo un grande business. Ed è governato dagli stessi principi di qualsiasi altra attività commerciale: domanda e offerta”. Se hai un prodotto qualcuno compra e qualcuno vende anche se il prodotto è l’accesso sessuale a un altro essere umano. Di fatto, oggi, la tratta di giovani donne esiste perché “ci sono molti uomini - giovani, di mezza età, vecchi - che vogliono i loro servizi. La vera soluzione è la conversione dei cuori, tagliare la domanda e prosciugare il mercato”.

Per suor Annie però “non si sta facendo abbastanza per impedire che queste ragazze vengano vendute” e all’Onu ha lanciato un invito ad agire, per combattere le catene di approvvigionamento dello sfruttamento sessuale con serietà visto che “I lavori di prevenzioni in zone come la mia sono quasi inesistenti. Queste famiglie hanno bisogno di accompagnamento amorevole. Hanno bisogno di opportunità. Hanno bisogno di sentire che la società ha cura di loro”. Una situazione non diversa da quella che esiste in molte zone della Cambogia. Qui accanto allo sfruttamento della prostituzione è drammaticamente attuale il ricorso allo sfruttamento di genere per fini commerciali attraverso la maternità surrogata. Nonostante questa pratica sia illegale dal 2016, la Cambogia resta una destinazione popolare per le coppie sterili per lo più cinesi che cercano di avere figli e lo scorso mese le Forze di sicurezza di Phnom Penh hanno scoperto 33 donne cambogiane che portavano in grembo bambini per conto di clienti disposti a pagare migliaia di dollari Usa. Per Keo Thea, direttore dell'ufficio anti-tratta di Phnom Penh, “Le autorità hanno già incriminato le persone fermate per tratta di esseri umani ed intermediazione in maternità surrogata” mentre le donne incinte, come spesso accade, sono le prime vittime di questo commercio e “al momento non dovranno rispondere di alcuna accusa”.

Come ha spiegato Thea normalmente ad ogni mamma “vengono promessi 10mila dollari Usa”. Una volta incinta, ciascuna donna riceve 500 dollari e dopo il parto e la consegna del bambino, i termini dell’accordo prevedono 300 dollari al mese, fino al raggiungimento della cifra pattuita, che raramente però viene saldata. La rete criminale aveva già portato a termine 20 gravidanze e anche se non vi sono dati ufficiali sul numero di bambini cinesi partoriti da madri surrogate, gli esperti affermano che ogni anno nella sola Cambogia è possibile siano circa 10.000. Paesi come Thailandia e India impediscono già da alcuni anni agli stranieri di accedere ai servizi di maternità surrogata commerciale in seguito a una serie di scandali e conflitti sulla custodia dei neonati, per questo le agenzie di maternità surrogata si sono spostate con rapidità nella vicina Cambogia, che solo tre anni fa ha vietato un business che ancora oggi continua illegalmente. Negli ultimi mesi il mercato della maternità surrogata sembra essersi spostato in Laos, un Paese al momento ancora senza restrizioni in materia.

Le autorità laotiane solo un anno fa avevano ordinato la chiusura di una clinica della capitale Vientiane accusata dello sfruttamento di alcune donne thailandesi per servizi illegali di maternità surrogata per coppie sterili. La clinica, che offriva “servizi di consulenza” a ricche coppie e donne incinte, è ancora oggetto delle indagini dei reparti della polizia nazionale con l’accusa di "tratta di esseri umani". Le autorità thailandesi hanno cominciato a sospettare che la clinica di Vientiane fornisse servizi di surrogazione transfrontaliera in seguito ad alcuni arresti eseguiti tra l’aprile e il maggio del 2017. Da tali fermi è emersa l’esistenza un traffico internazionale di liquido seminale, ovuli e madri surrogate diretto in Laos e, si suppone, alla clinica incriminata un anno fa. In attesa di una legislazione che definisca il tema della maternità surrogata anche in Laos, il ministero della Sanità continua a vietare qualsiasi pratica di fecondazione artificiale e ha comunicato l’intenzione di costituire una specifica unità per impedire che cliniche ed agenzie offrano tali servizi, spesso a scapito di donne e madri non sempre al corrente del loro ruolo in questo autentico mercato del corpo delle donne.

Alessandro Graziadei

sabato 14 luglio 2018

Il fotovoltaico che verrà…

L’ultimo rapporto Bloomberg sugli investimenti mondiali in sistemi per la produzione di energie rinnovabili ci ha fatto sapere che per il fotovoltaico il “sorpasso” dei Paesi in via di sviluppo dell’Asia sui maggiori Paesi industrializzati europei non solo si è ampiamente realizzato, ma anche consolidato. Lo stallo europeo nel settore è ormai evidente da quando l’Unione ha abbandonato i classici meccanismi di sovvenzione e il mercato non ha risparmiato nemmeno i più forti, come dimostra il recente fallimento di grandi aziende tedesche leader nel settore. Se dunque è fuori dubbio che l’aumento della produzione di fotovoltaico in Asia sia stata una fonte di destabilizzazione per i produttori europei, è allo stesso tempo vero che i margini di sviluppo tecnologico del settore sono ancora molto ampi e che in questa direzione si va delineando una nuova fase della competizione internazionale per la miglior resa del fotovoltaico. L’interessante studio “Extending the Continuous Operating Lifetime of Perovskite Solar Cells with a Molybdenum Disulfide Hole Extraction Interlayer” va proprio in questa direzione e restituisce all’Europa, grazie a studiosi greci ed italiani, un ruolo da precursori!

Pubblicato in gennaio su Advanced Energy Materials da un team di ricercatori del Technological Educational Institute (Tei) di Atene, della greca Foundation for Research and Technology (Forth), dell’Istituto di Struttura della Materia (Cnr-Ism) del Cnr e dall’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit), lo studio dimostra che nel campo della ricerca sul fotovoltaico sono stati ottenuti “Risultati eccellenti nel migliorare la durata a lungo termine e le prestazioni delle cellule fotovoltaico, riducendo allo stesso tempo il costo di produzione, grazie all’uso di un cristallo bidimensionale, il disolfuro di molibdeno (MoS2)”. L’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo (Enea) ha evidenziato come grazia a questa ricerca svolta nell’ambito della iniziativa europea Graphene Flagship, i ricercatori greci ed italiani hanno realizzato celle solari a perovskite (Psc) di grandi dimensioni con un ciclo di vita a lungo termine: "i dispositivi mantengono circa l’80% della loro efficienza iniziale dopo 568 ore di stress test, sotto continua illuminazione e in condizioni ambientali, avvicinandosi così agli standard di stabilità industriale”. 

Le celle solari Psc sono da alcuni anni tra le tecnologie fotovoltaiche di prossima generazione più promettenti per produrre energia solare con altissima efficienza. Attualmente il limite principale di questa tecnologia è stata la bassa durata di vita in condizioni di continuo funzionamento, un ostacolo quasi insormontabile per pensare ad una loro commercializzazione. Adesso questo lavoro dimostra che è possibile realizzare celle di grandi dimensioni (fino a 0,5 cm2 ) con un interstrato di disolfuro di molibdeno capace di ottenere un’efficienza di conversione di potenza nettamente più alta di quella dei dispositivi standard. Per i ricercatori è chiaro che queste indagini aprono la strada a celle fotovoltaiche ad alta efficienza, a grande area, ultrasottili e con vite molto più lunghe. Nelle tecnologie a energia pulita, l’alta efficienza, il basso costo e la lunga durata di vita dei dispositivi sono fattori cruciali per raggiungere la commercializzazione e un'ampia diffusione e “questo studio dimostra che tale limite potrebbe essere superato con una attenta integrazione di materiali bidimensionali nelle celle solari, ottimizzando le interfacce tra gli strati del dispositivo per produrre Psc estremamente efficienti e stabili” ha spiegato il team di ricercatori.

Il fotovoltaico che verrà non sembra quindi un monopolio esclusivo degli abili ricercatori ed ingegneri asiatici. Il problema in caso sta nel attrarre gli investimenti e l’attenzione della politica su un’energia pulita che potrebbe essere il perno degli obiettivi di decarbonizzazione nei prossimi decenni. Per questo il 13 giugno in Italia è stato siglata La Carta del rilancio sostenibile del fotovoltaico, un’alleanza tra le maggiori aziende e associazioni del settore che costituisce una dichiarazione di intenti degli operatori energetici impegnati a sviluppare gli impianti fotovoltaici di nuova generazione in vista dei futuri obiettivi europei e di quelli della Strategia Energetica Nazionale. La Carta si basa sui risultati di uno studio di Althesys sviluppato in collaborazione con Enel Foundation, il Gestore Servizi Enetgetici (Gse) e i maggiori player attivi nel settore, e ha suggerito le condizioni ottimali per rilanciare l’energia solare, evidenziando i vantaggi che può portare al sistema Italia. Per l’amministratore delegato di Althesys Alessandro Marangoni, “Il fotovoltaico italiano è un perno degli obiettivi di decarbonizzazione al 2030, e dovrà quindi essere più sviluppato sia sui grandi impianti che sulla generazione distribuita. Per questo è necessario mettere mano al parco fotovoltaico italiano, recuperando la produzione persa a causa del decadimento tecnologico, e investendo in nuove installazioni”. 

Per il futuro energetico del Belpaese la Carta sottoscritta dai principali operatori è un passo importante per un futuro più sostenibile dal punto di vista ambientalesociale ed economico perché significa non solo garantire il rispetto degli obiettivi europei e nazionali su energia e clima, ma anche creare valore per le imprese e per l’intero sistema Paese. Lo studio rileva come il parco fotovoltaico italiano, nonostante un’età media ancora bassa, compresa tra gli 8-10 anni, mostri diverse criticità che ne limitano in parte l’efficienza. Il decadimento della produzione è quantificabile nel 2,2% annuo al 2016, ben superiore a quello fisiologico previsto al momento dell’installazione. Secondo il rapporto Althesys “Sono stimate in 11 miliardi di euro le ricadute economiche derivanti dal rilancio e dallo sviluppo degli impianti di grande taglia” e “in quasi 20.000 nuovi addetti (tra diretti e indiretti) il potenziale occupazionale, con una riduzione delle emissioni di 12,8 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti”. Per farlo serve però una policy specifica, che preveda un quadro chiaro e stabile, che dia certezze sulla possibilità di intervenire sugli impianti, una semplificazione dei processi autorizzativi e un coordinamento per lo sviluppo della rete fotovoltaica. Di fatto una politica finalmente coraggiosa in termini di rinnovabili.

Alessandro Graziadei

domenica 8 luglio 2018

Kachin: "una crisi umanitaria dimenticata"

In Myanmar non si sta consumando solo il dramma dei Rohingya, il popolo “che nessuno vuole” dello stato del Rakhine, da dove nel 2012 è partita un’ondata di violenze guidata dalla popolazione (talvolta con la complicità dell’esercito), che ha fatto centinaia di vittime e migliaia di profughi tra questa minoranza mussulmana. Detestati dalla maggioranza buddista e dal Governo i Rohingya sono considerati alla stregua di immigrati clandestini del Bangladesh, come gli Jingpo, una popolazione in maggioranza cattolica che conta circa duecentomila individui e che risiede nella regione del Kachin, nel Myanmar settentrionale. Il 9 giugno 2011, le truppe dell’esercito birmano hanno condotto un’offensiva militare contro i ribelli in armi del Kachin Independence Army (Kia) nei pressi di una centrale idroelettrica cinese a Momauk. Gli scontri hanno scatenato la ripresa di un conflitto interrotto da un cessate il fuoco durato 17 anni tra il Governo birmano e la Kachin Independence Organization (Kio), braccio politico del Kia che riflette le aspirazioni autonomiste manifestate non solo con le armi da questa minoranza etnica e religiosa. 

Secondo i dati ufficiali resi pubblici nelle scorse settimane dal Kio e da diverse organizzazioni locali, tra i due schieramenti si sono verificati oltre 3.800 scontri armati dal giugno 2011 ad oggi e la situazione non è migliorata durante il governo della National League for Democracy (Nld) della leader democratica Aung San Suu Kyidal 2016 Consigliere di Stato della Birmania, Ministro degli Affari Esteri e Ministro dell’Ufficio del Presidente, ma a detta di molti per ora volutamente incapace di difendere i diritti delle minoranze del Paese. In due anni e mezzo dalla vittoria elettorale dell’Nld, infatti, vi sono stati più di 1.300 gli scontri del Tatmadaw (l'esercito birmano) con il Kia e molti attivisti internazionali e nazionali per la pace e i diritti umani hanno denunciano uccisioni extragiudiziarie, incarcerazioni arbitrarie, sfollamenti e stupri etnici ai danni della popolazione Jingpo del Kachin. Per Caritas Myanmar sono circa 150mila i residenti sfollati da quando è ripresa la guerra civile: “Tra questi, 130mila persone vivono nei 165 campi per sfollati interni situati nel Kachin e nel nord dello Stato etnico confinante, lo Shan, mentre circa 20mila sono ospitate in comunità di accoglienza”. 

Nel solo 2018 cinquanta villaggi sono stati abbandonati e gli abitanti costretti a trovare rifugio in campi profughi, in famiglie ospitanti o nelle case dei parenti. “Nelle recenti fughe 13 persone sono morte e 39 hanno riportato gravi ferite per via delle mine antiuomo, di cui sono disseminate vaste aree del territorio”. Tra i nuovi sfollati interni i funzionari del Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr) hanno raccolto testimonianza drammatiche. Di solito, ha riferito l’ohchr “agli abitanti dei villaggi nelle aree interessate dal conflitto è consentito di fuggire e mettersi in salvo. Tuttavia, questa volta l’esercito governativo non ha permesso che i civili sfollati potessero mettersi in salvo. Le Forze armate di Naypyidaw trattengono molti di loro in ostaggio vicino alle basi militari, come scudi umani, in modo che il Kia non le attacchi a spese di vite civili”. 

Esponenti ed organizzazioni della società civile hanno condotto diversi tentativi di salvataggio, ma il solo intervento di successo è stato compiuto dal ministro per il Benessere sociale di Naypyidaw. Su 1.500 sfollati rimasti intrappolati negli scontri armati, circa 150 sono stati autorizzati a recarsi nei campi profughi. Da quasi due mesi, più di 1.300 profughi sono trattenuti in ostaggio dall'esercito, sotto la pioggia tropicale ed il gelido clima montuoso. Un recente rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Unocha) rivela che, durante l’ultima fase del conflitto in Kachin, tra aprile e maggio gli sfollati interni nella regione “sono aumentati esponenzialmente”. Nonostante la situazione l’assistenza umanitaria per gli sfollati è diminuita nel corso dell’anno e molti soffrono le conseguenze dei tagli per l’indifferenza mediatica della crisi che ha messo le agenzie Onu, le Ong e le organizzazioni di ispirazione religiosa come la Caritas nell’impossibilità di raccogliere fondi per sostenerli. Per la Caritas “Il morale e le speranze di bambinidonnegiovani e anziani sono fiaccate dai continui scontri armati e della diminuzione degli aiuti, mentre la fatiscenza dei rifugi, il clima rigido e le condizioni atmosferiche estreme condizionano la dura vita nei campi e meriterebbero più attenzione da parte della comunità internazionale”. 

A fine maggio migliaia di cattolici hanno sfilato per le strade di Myitkyina, capitale dello Stato di Kachin, in nome della pace in Myanmar e per chiedere la liberazione degli sfollati. Ad inizio giugno il Movimento Giovanile Kachin ed altre organizzazioni della società civile hanno organizzato, sempre a Myitkyina, un momento di preghiera che ha coinvolto la chiesa cattolica ed altri leader religiosi. Nonostante le azione di protesta siano state all’insegna della nonviolenza, per la Caritas “le Forze di polizia del Myanmar hanno intimidito e arrestato molti dei partecipanti”. Manifestazioni sono state organizzate anche in altri Stati e regioni etniche, come lo Stato di Kayah e la regione di Bago e molte organizzazioni per i diritti civili come la Karen Women Association (Kwa), con sede in Thailandia, hanno chiesto che il governo del Myanmar intervenga e interrompa i processi ai danni dei civili. Nelle scorse settimane la rappresentanza dell’Unione europea in Myanmar e le Nazioni Unite hanno espresso la loro preoccupazione per gli arresti di manifestanti pacifici.  L’8 aprile scorso, in seguito a una missione di sei giorni in Myanmar, il segretario generale aggiunto dell’Unocha Ursula Mueller, ha definito il conflitto in Kachin “una crisi umanitaria dimenticata”. Come darle torto…

Alessandro Graziadei