domenica 4 dicembre 2016

La modernità di questo XIV Dalai Lama

Ogni volta che il Dalai Lama, il leader spirituale del buddismo tibetano, visita un paese, la Cina riprende puntualmente il governo che lo ospita. Lo scorso 16 ottobre è toccato al presidente slovacco Andrej Kiska essere “avvisato” da Pechino che il suo incontro con sua santità avrebbe “compromesso le basi politiche per le future relazioni tra Cina e Slovacchia”. Pochi giorni dopo le proteste dell’ambasciata cinese in Italia e quelle delle locali organizzazioni cinesi avevano investito il Comune di Milano, reo di aver conferito a Tenzin Gyatso la cittadinanza onoraria in qualità di “testimone di solidarietà nel mondo e come riconoscimento del suo impegno a favore del dialogo, della pace e del suo messaggio di tolleranza, teso all’affermazione dei valori di libertà, di nonviolenza e dei diritti umani”. Adesso è il turno della Mongolia, che il Dalai Lama ha visitato dal 18 al 21 novembre scorsi di ritorno da una visita in Giappone, dopo la perentoria quanto inutile richiesta di Pechino di cancellare la visita.

Anche se la Mongolia ha organizzato un incontro esclusivamente religioso, senza alcun risvolto politico ed istituzionale, quella del presidente Cahiagijn Ėlbėgdorž è stata una scelta coraggiosa, perché avviene in un momento in cui la Mongolia, che conta più di un milione di buddisti (circa il 53% della popolazione sopra i 15 anni), ma dipende molto a livello economico e commerciale dalla Cina sta cercando di ottenere un importante pacchetto di aiuti da Pechino. Adesso, se alle parole seguiranno i fatti, rischia serie ripercussioni nelle relazioni commerciali con la Cina, visto che il governo cinese si era già opposto ad altre visite del Dalai Lama in Mongolia, chiudendo i confini nel 2002 e cancellando temporaneamente i voli "da e per" il paese di Ėlbėgdorž nel 2006.

Per il leader spirituale del buddismo che dal 1959 vive in esilio a Dharamsala nel nord dell’India, le continue proteste cinesi, ormai, sono un fatto normale. “Dal 1969 dico che il futuro è dai tibetani. Mi sono ritirato ufficialmente da tutte le attività e le responsabilità politiche" ha dichiarato il Dalai Lama. Una posizione ribadita in molte occasioni, ma sempre attuale. Per 400 anni il Dalai Lama è stato il capo sia spirituale che politico del Tibet, ma oggi “l’istituzione del Dalai Lama non è più così importante per il futuro politico del Tibet, tant’è che il nostro popolo sta facendo le elezioni”. Tuttavia, ha concluso con la sua consueta ironia, “sembra che il Dalai Lama sia sempre molto importante per i cinesi. Sono più preoccupati i cinesi per il Dalai Lama che il Dalai Lama stesso”. Dall’alto dei suoi 81 anni, Tenzin Gyatso è oggi una personalità rispettata a livello globale, con contatti non solo formali con molti leader mondiali e non è certo quel “separatista che si batte per l’indipendenza del Tibet dalla Cina” che Pechino dipinge ad ogni sua apparizione internazionale.

La lezione che ha tracciato in questi anni il leader spirituale del buddismo tibetano è ciò che lui chiama un “approccio di compromesso”, che ricerca solo “un’autonomia significativa” per il Tibet in quanto parte della Cina, tramite tutele per la lingua, la religione e la cultura. Ma i tibetani, i rappresentanti della diaspora tibetana e i tanti buddisti di questa parte di Asia sono pronti a raccogliere questa importante e delicata eredità politica? Forse anche per far fronte a questa nuova sfida, durante la sua visita in Mongolia, Tenzin Gyatso ha annunciato il passaggio del sistema d’istruzione buddista verso un modello più moderno. Presso il complesso sportivo Buyant Uhaa della capitale mongola Ulan Bator, il 20 novembre il Dalai Lama ha parlato di fronte a più di 12mila persone (la maggior parte composta da monaci) e ha annunciato che anche nei monasteri buddisti mongoli, “l’istruzione buddista sarà sempre più ampia e olistica”. Un cambiamento che avvicinerà il modello di istruzione a quello dei monasteri nepalesi ed indiani, “dove l’insegnamento di scienze, matematica e inglese sono requisiti fondamentali per un’istruzione più completa”.

Una sfida educativa che dimostra una volta ancora la modernità di questo XIV Lama, che se non si è fatto spaventare fino ad oggi dalla Cina e non sembra potersi far spaventare dagli Stati Uniti di Donald Trump. “Non sono preoccupato delle dichiarazioni fatte da Trump durante la campagna elettorale” ha dichiarato al termine della sua 4 giorni in Mongolia,  aggiungendo che “sarò felice di incontrare Trump in futuro”. L’attuale Dalai Lama che ha descritto gli Stati Uniti come “la nazione leader del mondo libero”, immagina il suo futuro presidente impegnato a “lavorare assecondando la realtà”, magari proprio iniziando dalle deboli raccomandazioni formulate del vertice sul clima COP22 da poco conclusosi a Marrakesh. Perché Trump, il mondo, e anche tutti noi “dobbiamo incominciare a concentrarci sull’utilizzo di fonti rinnovabili di energia”. Il futuro è nostro, direbbe sua santità.

Alessandro Graziadei

venerdì 2 dicembre 2016

Alla rivoluzione in cabriolet!

Quando sono atterrato per la prima volta a Cuba era il 1 ottobre del 1997. Avrei compiuto 22 anni su quell’isola pochi giorni dopo, il 9 ottobre. Lo stesso giorno, ma 30 anni prima, era stato giustiziato a La Higuera in Bolivia Ernesto Guevara, un medico asmatico di 39 anni che a Cuba aveva lasciato una rivoluzione, alcuni incarichi governativi, una moglie e 5 figli. Le ossa del Che, assieme a quelle di sei altri combattenti cubani morti durante la campagna in Bolivia, erano state ritrovate e poi identificate pochi mesi prima e sarebbero state tumulate con tutti gli onori militari il 17 ottobre del 1997 a Santa Clara, città che nel 1959 era stata teatro di una battaglia fondamentale per la liberazione dell’isola dal dittatore Fulgencio Batista. Assieme a migliaia di cubani, centinaia di latino americani e due amici ero a Cuba per salutare per l’ultima volta quel famoso rivoluzionario argentino che una foto di Alberto Korda aveva contribuito a trasformare in un’icona del ‘900. Ma prima del gran giorno la nostra fratellanza con il popolo cubano era già iniziata con la manifesta incapacità di stare al passo di un centometrista caraibico scalzo che si dileguava con il nostro zainetto, qualche decina di dollari e la mia carta di credito.

In quegli anni Cuba iniziava a rialzarsi da quello che è stato chiamato “il periodo especial”. Era uno stato di emergenza che si era venuto a creare in seguito alla crisi dell’Unione Sovietica, alla caduta nel 1989 del muro di Berlino e con esso del “blocco socialista”, dal quale arrivavano a Cuba a prezzi agevolati oltre l’80% delle importazioni. Le ripercussioni sulla vita dei cubani furono devastanti e anche procurarsi da mangiare era diventato un problema che non sempre il sistema statalista poteva risolvere. Anche se questo complicato periodo era ormai alle spalle molte difficoltà rimanevano, noi eravamo alla fine europei in vacanza e fino a prova contraria almeno i soldi per un volo aereo li avevamo. Ci mettemmo il cuore in pace e pensammo alla colletta alimentare involontariamente donata al rapido cubano. Molto più strano ci sembrava come, in piena emergenza alimentare e mentre l’obeso e razzista occidente stava a guardare, questi scellerati di cubani non avessero mai pensato di smettere di dare un contributo economico, militare e umano decisivo ai sogni (non alle illusioni) socialiste e antirazziste in mezzo mondo, riuscendo anche ad aprire le porte del carcere al terrorista Nelson Mandela (ricordandoci che la lotta al razzismo, talvolta, non si fa solo a parole). Come se non bastasse, mentre il sano e razzista occidente stava sempre a guardare,  i farmaci a cuba diventavano merce rara e noi venivamo derubati per la seconda volta, dagli sportelli di qualche scassato aereo africano continuava a sbarcare a Cuba un vasto campionario di umanità in cerca di cure mediche gratuite.  Quando non sbarcavano i pazienti a decollare erano i medici cubani, quando non decollavano i medici ad atterrare erano studenti da ogni Sud che solo a Cuba potevano permettersi di studiare gratis. 

Come ha ricordato Lia Haramlik De Feo in uno dei pezzi più belli che abbia letto dopo la morte di Fidel Castro “nel resto dell’America Latina, potevo usare il mio status di residente a Cuba come una onoreficenza, una cosa che mi distingueva in positivo dalla massa europea. Soprattutto in Nicaragua. In Nicaragua, quando la gente scopre che vivi a Cuba si emoziona. Manca solo che ti abbracci. Perché, in un modo o nell’altro, tutti debbono qualcosa ai cubani. “Io mi sono laureato a Cuba, gratis!” “Mio padre è stato salvato da un medico cubano!” Una folla. Il Nicaragua trabocca di gente che in gioventù è stata presa e spesata da Cuba per studiare, che ha avuto vitto e alloggio gratis per anni, che ha con l’isola un debito a vita. E se tu vivi a Cuba, pare che ce l’abbiano anche con te, il debito. Ti trattano bene. Ti rispettano. I cubani sono rispettati, in America Latina. Se lo sono guadagnato”. Ed è proprio così. Quel mio viaggio nel 1997 fu l’inizio di una serie di voli che per anni mi hanno scaricato in tutto il Centro America. E non posso trovare parole migliori di quelli di Lia per dire che “se nasci povero, malato, sfortunato, è meglio se nasci a Cuba. Molto meglio, proprio. Fuori da lì, muori e muori male. Un povero non vuole essere guatemalteco, haitiano, dominicano. Vuole essere cubano, credimi”.

Siamo sicuri? E allora le centinaia di “balseros” che hanno perso la vita sulle zattere di fortuna mentre tentavano di raggiungere le coste americane? “Abbiamo poco da rimproverare a Castro - diceva spesso nel 1997 il giornalista Pedro Garcìa Suàrez che abbiamo avuto la fortuna di avere come vicino di casa all’Avana - forse solo credere che quello che è successo qui sia veramente esportabile”. Ma la questione che lo colpiva di più delle critiche a Cuba era proprio legata ai migranti. “Prima o poi l’Africa si metterà in cammino alla volta dell’Europa. Se i più dovessero morire lungo la strada di chi sarà la colpa? Di chi parte o di chi non accoglie?”, diceva Suàrez, anticipando lo scenario attuale e ricordandoci “che qui è stato Castro, nel 1994, a convincere gli Stai Uniti che erano necessarie misure per garantire che l’esodo tra le due nazioni avvenisse in modo sicuro, legale e ordinato”.  Noi possiamo dire lo stesso? Purtroppo no. Ma la questione dei dissidenti e quella dei gay, qui sì che Cuba ha le sue responsabilità. Vero! Ma “Strano dittatore dunque, questo Fidel Castro - ha scritto all’indomani della morte Gennaro Carotenuto, professore di storia latino americana presso l’Università di Macerata - Fu dittatore per mezzo secolo dell’unico paese del continente americano che non ha conosciuto il dramma dei desaparecidos. Centinaia di migliaia di persone sono state fatte sparire nel frattempo da dittature e democrazie filostatunitensi in tutto il continente” ricordandoci anche che “Senza libertà di stampa, Cuba è pur sempre l’unico paese al mondo dove non è mai stato ammazzato un giornalista. E neanche un sindacalista, laddove in paesi come il Brasile, il Messico, la Colombia ne cade senza rumore uno al giorno”. Quanto ai gay è bene ricordare che oggi a l’Avana si celebra il Pride e che “sono 38 anni, non 15 giorni, che l'omosessualità non è più un crimine a Cuba, undici anni prima che l'OMS la rimuovesse dall'elenco delle malattie e prima di una buona metà degli Stati Uniti dove fino al 2003 era reato penale in una dozzina di stati, fino a vent'anni di carcere nel civilissimo Massachusetts” ha aggiunto in un post Carotenuto. Certo tutti dovremmo leggere “Prima che sia notte” di Reinaldo Arenas e ricordarci che negli anni ’60 e ’70 per volontà dello stesso Castro  vi è stato l'internamento degli omosessuali in campi di rieducazione e l'isolamento coatto dei malati di AIDS. “Ma chi astrae ciò da un mondo intero dove in quegli anni l'omosessualità era un tabù se andava bene, un crimine se andava male e gli omosessuali venivano e vengono assassinati, e dove l’AIDS era una colpa e un castigo divino, e pensa che Cuba sia stata la punta di lancia dell'omofobia nel mondo, è francamente un imbecilleha concluso Carotenuto.


Così, da quell’ottobre del 1997 mentre all’Avana Pedro Garcìa Suàrez e sua moglie Angelika sfamavano “quei 3 poveri ragazzi italiani derubati” e Daniel Diaz, un ragazzo cubano di Trinidad ci riportava “la reflex della vita” che avevamo distrattamente dimenticato davanti ai sui splendidi quadri, mi è capitato ancora di pensare alla propaganda di partito che ci ricordava che “nonostante l’embargo e le difficoltà economiche a Cuba non è stata chiusa una sola scuola, un solo ospedale e nessun cubano nel frattempo è morto di fame”. Il prezzo di tutto questo? La mancanza di libertà? Un solo partito legittimo, quello comunista? Insomma come mi chiedeva il nostro direttore Piergiorgio Cattani negli scorsi giorni “le cose buone che si sono fatte a Cuba sono state possibili solo mantenendo un regime?” E le possibili vie alternative, quelle che avrebbero evitato l’autoritarismo, avrebbero evitato anche la destabilizzazione e l'embargo economico degli Stati Uniti? “Sono un guevarista, molto critico rispetto al regime di Castro, ma la mia risposta è: ne dubito” ha scritto Miguel Benasayag, filosofo e psicanalista argentino e io sono d’accordo con lui. Tuttavia conclude Benasayag “si può capire che oggi non c’è bisogno né di lacrime né di feste. Ciò di cui abbiamo bisogno è pensare, nel nostro attuale contesto, come sia possibile lottare contro il nuovo ordine mondiale repressivo, quello che oggi, nella democrazia, condanna le persone e mette in pericolo la vita del nostro pianeta” e in questo Cuba, forse, qualcosa da insegnarci ce l'ha.

Come ha scritto José Miguel Sànchez “C’è sicuramente di meglio e di peggio al mondo che vivere a Cuba. Ma niente che gli somigli. Niente che valga questo desiderio e questa disperazione. Niente che dia tanto struggimento a chi qui non c’è mai venuto e niente che lasci tanta nostalgia in chi non se n’è mai andato”. Quanto alla rivoluzione cubana guidata da Fidel Castro c’è una cosa che mi ha sempre colpito. È personale lo so, ma la ritengo significativa per quanto il campione sia stato limitato. Io nel 1997 ho bloccato la mia carta di credito un’ora dopo quel primo vano tentativo di inseguimento del centometrista caraibico scalzo. Ma anche qui è stato più veloce di me ed è riuscito ad usarla. L’estratto conto che ho letto il mese dopo recitava: “Vento garaje – alquiler coche convertible”. Tra tutte le cose che avrebbe potuto fare per migliorarsi la vita con una carta di credito (e vi assicuro a Cuba ce ne erano molte) la priorità di quel ragazzo è stata affittarsi per un giorno un cabriolet. Non so se oggi quell’uomo sia più triste o più felice e non so neanche se si è mai reso conto che in un modo o nell’altro quel giro in cabriolet lo deve al “compagno Fidel” e ad uno stato che è stato capace di garantire a tutti i cubani una seppur minima copertura di tutte le loro esigenze fondamentali. A distanza di ‘20anni lo immagino ancora con qualche amico sfrecciare in cabriolet lungo il Malecon de l’Avana e non posso non pensare che, per quanto mi riguarda: la rivoluzione cubana a suo modo ha vinto; che quelli sono stati tra i soldi meglio spesi in vita mia; che il 4 dicembre mi piacerebbe essere come nel 1997 in mezzo ad una marea di cubani a salutare chi, non senza sbagliare, ha provato a costruire un altro mondo possibile; e infine che mi fa un po' di paura pensare cosa potrebbe fare, domani senza Fidel, un altro centometrista scalzo con la mia carta di credito.

Alessandro Graziadei

domenica 27 novembre 2016

Vinceremo la battaglia per la sostenibilità energetica! (Non oggi)

L’accordo di Parigi entrato in vigore il 4 novembre è un importante passo avanti nella lotta contro il riscaldamento globaleMa raggiungere degli obiettivi climatici più ambiziosi sarà estremamente impegnativo e richiederà un ridimensionamento dell'utilizzo delle fonti fossili e un miglioramento dell’efficienza energetica che non sarà immediato. L’implementazione degli attuali impegni internazionali (Trump permettendo), infatti, potranno solo rallentare il previsto aumento delle emissioni di carbonio legate all’energia da una media di 650 milioni di tonnellate all’anno, registrate a partire dal 2000, alle circa 150 milioni di tonnellate all’anno previste nel 2040. Sono queste alcune delle previsioni del World Energy Outlook 2016 (Weo 2016), pubblicato il 16 novembre dall’International energy agency (Iea) che ci ricordano come “L’era dei combustibili fossili appare tutt’altro che finita”.

Il Weo-2016 prevede, infatti, che la domanda globale di petrolio continuerà comunque a crescere fino al 2040, soprattutto a causa della mancanza di facili alternative al petrolio nel trasporto merci su strada, nell’aviazione e nei petrolchimici. “Tuttavia, la domanda di petrolio per le auto diminuirà anche se il numero di veicoli raddoppierà nel prossimo quarto di secolo, grazie soprattutto ai miglioramenti in termini di efficienza, ma anche ai biocarburanti [non sempre così sostenibili…] e all’aumento di auto elettriche”. Nei prossimi 25 anni crescerà ancora, anche se di pochissimo, il consumo di carbone, “In quanto la domanda in Cina inizia a ripiegare grazie agli sforzi per combattere l’inquinamento atmosferico e diversificare il mix di combustibili”. Anche il mercato del gas sta cambiando e per il Weo-216 “In un mercato già ben fornito, il nuovo GNL proveniente dall’Australia, dagli Stati Uniti e altrove innesca un passaggio a mercati più competitivi e dei cambiamenti in termini contrattuali e di prezzi”.

Ma se gli investimenti in petrolio e gas naturale resteranno essenziali per soddisfare la domanda e sostenere il calo della produzione di energie fossili, la crescita delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica ha già cominciato a ridurre la richiesta delle importazioni di petrolio e di gas in molti Paesi.  Per questo le politiche dei governi, così come la riduzione dei costi in tutto il settore energetico, permetteranno nei prossimi 25 anni di raddoppiare le fonti rinnovabili tanto che per il direttore esecutivo dell’Iea, Fatih Birol, “Nei prossimi anni, vediamo dei chiari vincitori: il gas naturale, ma soprattutto l’eolico e il solare, che sostituiranno  il campione dei precedenti 25 anni: il carbone. Ma non esiste ancora un’unica storia del futuro energetico globale: in pratica, solo le politiche governative determineranno verso dove andremo” e ad oggi l’impegno internazionale è ben lungi dall’essere sufficiente per evitare il peggior impatto dei cambiamenti climatici sull'ambiente, in quanto limiterebbe solo l’aumento della temperatura media globale a non più di  2,7° C entro il 2100. 

Per l’Iea la strada verso i 2° C può essere raggiunta solo se le politiche per accelerare ulteriormente le tecnologie low-carbon e l’efficienza energetica verranno messe in atto subito e in tutti i settori. “Sarebbe necessario che il picco emissioni di carbonio venisse raggiunto nei prossimi anni e che l’economia globale diventasse carbon neutral entro la fine del secolo”. Il numero di auto elettriche, poi, dovrebbe superare i 700 milioni entro il 2040, riducendo di circa 6 milioni di barili al giorno la domanda di petrolio. Gli obiettivi di limitare l’aumento delle temperature a 1,5° C richiederebbe sforzi ancora più grandi, per il momento impensabili per l'attuale classe politica. Per Birol insomma la strada è ancora lunga: “Le rinnovabili fanno grandi passi avanti nei prossimi decenni, ma i loro progressi rimangono in gran parte confinati alla produzione di elettricità. La prossima frontiera per la storia delle rinnovabili è quella di espandere il loro utilizzo nei settori dell’edilizia, dei trasporti e dell'industria, dove esiste un enorme potenziale di crescita”.

Sarà possibile in tempi brevi? L’American Technion Society è convinta di sì ed ha già sviluppato una tecnologia che potrebbe migliorare l’efficienza delle celle fotovoltaiche grazie ad un team di ricercatori del Technion-Israel institute of technology di Haifa. Lo studio, da poco pubblicato su Nature Communications, è stato guidato da Carmel Rotschild, della facoltà di ingegneria meccanica della Technion, e ha dimostrato che le celle fotovoltaiche utilizzate fino ad oggi usano in modo ottimale una gamma molto ristretta dello spettro solare. Questa perdita di energia limita la massima efficienza delle attuali celle solari a circa il 30%. I ricercatori israeliani hanno sviluppato una nuova tecnologia basata su un processo intermedio che si verifica tra la luce solare e la cella fotovoltaica, che “assorbe la radiazione solare e converte il calore e la luce del sole in una radiazione ideale, che illumina meglio la cella fotovoltaica e consente una maggiore efficienza di conversione. Come risultato, l’efficienza del dispositivo è aumentata dal 30% al 50%” ha concluso Rotschild.

Adesso il team israeliano spera di sviluppare entro 5 anni una tecnologia completa, capace di un miglioramento dell’efficienza energetica da record. Un processo che potrebbe diffondere l’energia solare in tutti i campi. Anche in quelli dell’edilizia, dei trasporti e dell'industria auspicati dall’Iea. A quanto pare, di questi tempi, per salvare il clima (ammesso che siamo ancora in tempo), più che alle scelte della politica nazionale ed internazionale serve guardare alle scoperte della scienza.

Alessandro Graziadei

domenica 20 novembre 2016

È possibile eco-abitare?

Lo scorso 9 novembre Legambiente ha presentato ad Ecomondo di Rimini il rapporto “100 materiali per una nuova edilizia. Realizzato in collaborazione con l’Osservatorio Recycle ed Ecopneus  l’indagine ci racconta le innovazioni abbracciate da una parte del settore edilizio attraverso le quali è oggi possibile ridurre l’impatto sull’ambiente e produrre materiali ed interventi capaci anche di creare lavoro e opportunità per le imprese. I materiali naturali e salubri, quelli provenienti dal riciclo e i sistemi innovativi sono le tre chiavi scelte da Legambiente per mettere in evidenza in questo report le caratteristiche di un’edilizia dove le prestazioni, garantite da certificazioni indipendenti, assumono un ruolo centrale. Ma nelle 100 schede della ong si trovano anche le descrizioni delle tecnologie legate ai materiali compositi che utilizzano materie naturali (spesso attraverso il recupero di usi e competenze antiche), i sistemi pensati per migliorare le prestazioni antisismiche nella riqualificazione del patrimonio edilizio e quelli più adatti a raggiungere standard energetici e ambientali elevati. Così, attraverso le schede di materiali e di cantieri, inquadrate anche alla luce delle scelte europee e nazionali in materia di economia circolare e di efficienza energetica, si scopre che quello che fino a ieri è stato considerato un settore ad alto impatto ambientale e consumo di materiali, oltre che di suolo, può essere, invece, considerato un tassello fondamentale per una rivoluzione dell’economia circolare

Ogni anno in Italia vengono prodotti quasi 45 milioni di tonnellate di rifiuti inerti, vengono sfruttate 2.500 cave e circa 15 mila sono quelle esaurite ed abbandonate. Nel complesso oltre il 62,5% di quanto viene cavato è composto da inerti (come sabbia e ghiaia) che producono non pochi danni ambientali e al paesaggio. Per questo trasformare un problema come i rifiuti derivati dalle demolizioni (un tema di proporzioni enormi nel centro Italia dopo i terremoti di questi mesi) in una risorsa, attraverso una ri-trasformazione in mattoni è diventato fondamentale per una più concreta tutela ambientale. Ma ridurre il prelievo di materie prime e l’impatto delle cave sul paesaggio non è solo con un vantaggio per il territorio: “attraverso il riutilizzo dei rifiuti aggregati e degli inerti provenienti dalle demolizioni si avvierebbe una nuova filiera green in grado di produrre nuovi posti di lavoro, valorizzare ricerca e innovazione, contribuire a ridurre le emissioni di gas di serra. Oggi è possibile dare risposta a questi problemi, lo dimostrano le esperienze dei tanti Paesi dove ormai da anni si sta riducendo la quantità di materiali estratti con una forte spinta al riutilizzo  promosso anche con regole di tutela del paesaggio e gestione delle attività” ha spiegato l’ong. “Un punto va sottolineato con attenzione - ha spiegato Edoardo Zanchini vicepresidente di Legambiente -, oggi non esistono più motivi tecnici, prestazionali o economici per non utilizzare materiali provenienti da riciclo nelle costruzioni. È dimostro che i materiali da riciclo e recupero di aggregati possono essere assolutamente competitivi sia sul piano tecnico che su quello economico”. Eppure attualmente in Italia la capacità di recupero di inerti sfiora a malapena il 10% (anche se con differenze significative tra Regione e Regione e con alcune esperienze d’eccellenza che mostrano tutta la fattibilità dell’impresa), mentre in Europa l’Olanda con il 90% dei materiali recuperati è la nazione più virtuosa, seguita da Belgio (87%) e Germania (86,3%).  

Come fare per cambiare questo trend? Si può cominciare con il far conoscere le possibilità dell'eco-abitare all'opinione pubblica. Per questo “Tra gli obiettivi del rapporto vi è quello di rendere comprensibile ai non addetti ai lavori la sostenibilità e la salubrità dei diversi materiali e la loro capacità di contribuire a una gestione sempre più efficiente dei cicli dell’energia e dell’acqua e di altre risorse naturaliha aggiunto Zanchini. “L’intenzione è anche quella di fotografare i cambiamenti in corso nel modo di progettare e di costruire, che caratterizzano quello che oggi viene chiamato green building, per aiutare i cittadini nelle loro scelte e per rendere espliciti i risultati che la ricerca e l’innovazione in questo settore stanno già producendo”. Perché questa prospettiva prenda davvero piede in Italia producendo risultati diffusi e vantaggi generali “adesso occorrono politiche che accompagnino questa prospettiva con scelte chiare, che aiutino a superare le barriere tecniche e giuridiche, ma anche di informazione” ha concluso Zanchini.

In Europa qualcosa si muove. Un esempio è la Direttiva 31/2010 che rispetto all’energia utilizzata rappresenta una chiara indicazione di cambiamento per il settore delle costruzioni. Dal 1° gennaio 2019, infatti, tutti i nuovi edifici pubblici dell’Unione europea e dal 1° gennaio 2021 tutti quelli nuovi ma privati, dovranno essere “near zero energy”, ossia garantire prestazioni di rendimento tali da non aver bisogno di apporti per il riscaldamento ed il raffrescamento, oppure dovranno soddisfarli attraverso l’apporto di fonti rinnovabili. E l’Italia cosa spetta? Per ora solo il referendum. Ma la direttiva europea 98/2008 ci obbliga a raggiungere, entro il 2020, un obiettivo pari al 70% del riciclo dei rifiuti da costruzione e demolizione e perché questo processo vada avanti serve da subito un impegno concreto del Governo, visto che ancora oggi nei cantieri dei lavori pubblici e privati, i capitolati sono una barriera insormontabile. Come mai? Nel Belpaese, infatti, pur essendo previsto l’obbligo di utilizzo di alcune categorie di materiali sostenibili, di fatto è impedito l’uso di quelli provenienti dal riciclo. Eppure solo aumentando la quantità di pneumatici fuori uso recuperati fino a raddoppiarla nel 2020, potremmo riutilizzarli per riasfaltare quasi 40.000 km di strade, con un risparmio energetico (considerando che non si userebbero più materiali derivati dal petrolio), di oltre 6,5 miliardi di kWh, pari al consumo annuo di una città come Modena, con un taglio alle emissioni di gas serra pari a 700 mila tonnellate. Non male è?

Alessandro Graziadei

domenica 13 novembre 2016

Lavarsi le mani per salvarsi la vita!

“Lavati le mani prima di sederti a tavola!”. Quante volte l’abbiamo sentita questa frase e sicuramente prima del 2008 quando il 15 ottobre è stata istituita la “Giornata mondiale per la pulizia delle mani”, meglio conosciuta come Global Handwashing Day”, che quest’anno ha avuto come slogan un esplicito “Rendere la pulizia delle mani un’abitudine”. Un gesto banale, scontato, al quale non sempre si da la giusta importanza e non solo nei paesi in via di sviluppo, dove talvolta l’assenza di acqua corrente, la carenza di vaccini, le difficili condizioni igieniche e la minor attenzione a questo semplice gesto ha effetti devastanti soprattutto sull’infanzia. Secondo l’UNICEF, infatti, nel 2015, “più di 300.000 bambini sotto i cinque anni sono morti in tutto il mondo a causa di malattie diarroiche legate a scarso accesso ad acqua potabile sicura e ai servizi igienici". Più di 800 bambini morti al giorno. Un’ecatombe che si sarebbe potuta evitare se tutti fossero stati messi nelle condizioni di lavarsi le mani con il sapone.

Oggi “La pulizia delle mani rappresenta una misura preventiva di prima linea per mantenere i bambini al sicuro da malattie. È semplice, è conveniente ed è un provato salvavita”, ha spiegato Sanjay Wijesekera, responsabile UNICEF per acqua e servizi igienici. “Ogni anno, 1,4 milioni di bambini muoiono a causa di malattie in gran parte prevenibili come la polmonite e la diarrea”, ha detto Wijesekera sottolineando quanto questi siano "numeri impressionanti”. Che fare? Basta poco, visto che potrebbero essere notevolmente ridotti lavorando con i bambini e le famiglie per incentivare il regolare lavaggio delle mani prima o dopo alcuni momenti considerati più critici dal punto di vista igenico. “A partire dalla nascita, quando le mani non pulite di assistenti al parto possono trasmettere pericolosi agenti patogeni, passando poi all’infanzia, alla scuola e oltre, lavarsi le mani è fondamentale per la salute di un bambino. Sappiamo, per esempio, che il lavaggio delle mani con sapone prima dei pasti e dopo aver usato la toilette potrebbe ridurre l’incidenza di infezioni diarroiche del 40% e il tasso di infezione di polmonite di circa un quartoha concluso Wijesekera.

Indicazioni che per Save the Children devono fare i conti con la realtà, visto che “su una popolazione di 7 miliardi di persone, 900 milioni non hanno ancora accesso a fonti d'acqua pulita e 2,6 miliardi vivono in pessime condizioni igieniche". Per la ong la diarrea è un’infezione intestinale molto pericolosa perché, oltre ad essere letale, spesso arreca danni nello sviluppo mentale del bambino. “La fornitura di acqua potabile e di servizi igienico-sanitari sono dunque fondamentali per rompere il circolo vizioso della povertà,  un corretto comportamento igienico poi aiuterebbe a prevenire malattie come diarrea, colera e tracoma. Per questa ragione, oltre alla sistemazione degli impianti, è importantissimo che l’educazione all’igiene nei programmi di cooperazione non venga mai trascurata” ha concluso Save the Children, che da anni si occupa di progetti mirati ad “una più attenta educazione sanitaria nelle scuole, nelle famiglie e nelle comunità dei paesi in via di sviluppo”.

Come negli anni passati, anche nel 2015, l’Africa Sub Sahariana è stata la regione con il più alto tasso di mortalità infantile al mondo e non a caso registra da anni anche i livelli più bassi di pulizia delle mani. Secondo gli ultimi dati UNICEF “nei 38 paesi della regione con dati disponibili, i livelli più alti di attenzione al lavaggio delle mani non superano il 50%”. Anche nelle strutture sanitarie spesso “non ci sono posti dove lavarsi la mani e circa il 42% di questi non hanno risorse d’acqua disponibili nel raggio di 500 metri”. L’emergenza del 2016 è però quella di Haiti, con il colera che si sta diffondendo velocemente a seguito dell'uragano Matthew, che ha devastato l’isola in ottobre. Nell'isola caraibica, un paese con poca acqua  pulita, povero di infrastrutture igienico-sanitarie e con un’epidemia di colera persistente, i casi sospetti di colera e diarrea acuta sono aumentati bruscamente dopo l’uragano. “Questo è il peggior degli incubi”, ha detto Marc Vincent, rappresentante UNICEF ad Haiti. A  più di un mese dall’arrivo dell’uragano, infatti, appare chiaro che “il colera può espandersi in aree dove in precedenza era poco presente e la diarrea potrebbe attaccare sempre più bambini già normalmente più vulnerabili. È essenziale un’azione immediata perché la salute di tutti i bambini dell’isola caraibica è oggi a rischio”.

Insomma per proteggere bambini e minori dalle infezioni occorre garantire anche ai paesi in via di sviluppo un accesso ad acqua e sapone e permettere uno degli interventi sanitari meno costosi, ma più efficaci al mondo. Proprio l’invito a lavarsi le mani, da sempre ricordato da genitori e nonni, è attualmente anche “cantato” nel video con più di 80.000 visulaizzazioni girato nel 2015 dai dipendenti del Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston, dove una dottoressa intona una divertente parodia di “Shake it Off” di Taylor Swift, invitandoci a lavarci le mani ed elencandoci i tanti benefici di questa pratica utile a qualsiasi latitudine.

Alessandro Graziadei

domenica 6 novembre 2016

È tutta una questione di alberi (e di buon senso)!

Di fronte a problemi quali il cambiamento climatico e l’inquinamento gli alberi possono essere una parte importante della soluzione? È possibile. Secondo lo studioPlanting Healthy Air” pubblicato da The Nature Conservancy e presentato il 31 ottobre scorso al meeting annuale dell’American Public Health Association, “Un investimento di solo 4 dollari per cittadino nella piantumazione di alberi in alcune delle più grandi città del mondo, potrebbe migliorare la salute di decine di milioni di persone, riducendo l’inquinamento dell’aria e raffrescando le strade delle città”. Lo studio  realizzato in collaborazione con C40 Cities Climate Leadership ha così fornito agli amministratori pubblici dati utili per dimostrare che gli “investimenti in alberi” possono migliorare in poco tempo la salute pubblica urbana.

Soprattutto nelle grandi città, infatti, gran parte dell’inquinamento atmosferico, che proviene dalla combustione dei combustibili fossili utilizzati per riscaldarsi e spostarsi, causa ogni anno più di 3 milioni di morti per gli effetti delle polveri sottili: un inquinante atmosferico così piccolo che può entrare nel flusso sanguigno e nei polmoni, causando asma, malattie cardiache e ictus. Nel contempo le ondate di caldo cittadino, destinate ad aumentare con il cambiamento climatico, sono già oggi  uno dei fattori meteorologici più letali al mondo (soprattutto per le persone anziane che non hanno accesso all’aria condizionata). Che fare? In attesa di una decrescita che per il momento sembra distante anni luce dalle ricette che la dittatura del PIL suggerisce ai politici, il principale autore dello studio, Rob McDonald, sottolinea che “Gli alberi urbani possono salvare molte vite umane e sono altrettanto convenienti delle soluzioni più tradizionali come mettere depuratori sulle ciminiere o dipingere i tetti di bianco”. A quanto pare pochi ettari di alberi possono rimuovere più di un quarto dell’inquinamento da particolato e, quando vengono piantati nei posti giusti, sono in grado di offrire una barriera molto efficace filtrando l’aria cattiva e raffreddandola, proteggendo così la salute di tutti i cittadini. 

Il ritorno degli “investimenti in alberi” sarebbe quindi particolarmente vantaggioso in città ad alta densità di popolazione e ad alta concentrazione di sostanze nocive e caldo, come quelle di India, Pakistan e Bangladesh che sono in testa alla classifica mondiale delle città più inquinate. Ma i dati dello studio mostrano che anche i residenti di città come Roma e Milano, al pari di tutte le 245 città prese in esame, avrebbero un grande ed economico beneficio dalla piantumazione di alberi. “Un investimento globale annuo di 100 milioni di dollari sarebbe in grado di  raffrescare città dove vivono  77 milioni di persone e di ridurre fortemente il particolato che respirano 68 milioni di persone”. Per questo The Nature Conservancy  è convinta che ad oggi “Gli alberi sono la soluzione più rapida ed economica per rendere l’aria fresca e pulita, offrendo allo stesso tempo altri vantaggi, tra i quali  aree verdi urbane per i residenti, habitat per la fauna selvatica e ampie aree per lo stoccaggio di carbonio”.  

Per McDonald “Gli alberi da soli non possono risolvere tutti i problemi del mondo, ma sono un pezzo importante della soluzione”, quando non sono manipolati dagli interessi commerciali dell’uomo. Sì perché capita, in questi casi, che gli alberi possano diventare un problema come sta accadendo nelle foreste del Michoacán in Messico, uno dei principali produttori di avocado al mondo. La crescita delle esportazioni e l’aumento dei prezzi sui mercati internazionali dell'avocado stanno portando alla distruzione delle foreste di pini del Messico centrale dove gli agricoltori piantano i giovani alberi di avocado nella foresta (anche dove sono protette) e abbattono i pini man mano che crescono gli alberi da frutto, così nessuno si accorge che la foresta sta scomparendo. “Anche dove la deforestazione non si vede, ci sono avocado che crescono sotto i rami di pino, e prima o poi i pini saranno abbattutiha spiegato al network Salva le Foreste Mario Tapia Vargas, ricercatore presso l'Istituto Nazionale Messicano delle Ricerche sulle Foreste l’Agricoltura l’Allevamento e la Pesca

Come spesso accade non si tratta “solo” di tutelare la biodiversità, perché in questi la deforestazione è molto più di una questione scientifica. Le autorità hanno già rilevato piccoli appezzamenti convertiti in piantagioni di avocado nella riserva per le farfalle monarca essenziali per lo svernamento della specie. “Come se non bastasse, un albero maturo di avocado utilizza quasi il doppio dell’acqua della foresta naturale, e le piantagioni minacciano i leggendari torrenti cristallini di Michoacán, essenziali per le foreste e la fauna locali” ha ricordato Salva le Foreste. Secondo Greenpeace Messico, che dal 2010 denuncia il peggioramento della situazione, la deforestazione oggi minaccia seriamente anche le popolazioni autoctone: “oltre a devastare le foreste e minacciare le falde idriche, la coltivazione di avocado fa uso massiccio di prodotti chimici, mentre le casse di imballaggio dei frutti richiede grandi quantità di legna. Tutto questo rappresenta una minaccia per il benessere degli abitanti della regione” ha spiegato l’ong. Intanto le strade rurali che attraversano le montagne di questa zona del Messico fanno i conti con un aumento esponenziale del traffico di autocarri pesanti che trasportano i “nostri” avocado. È tutta una questione di alberi, quindi, di alberi e di buon senso.

Alessandro Graziadei

sabato 5 novembre 2016

I biocarburanti insostenibili

La direttiva 2015/1513 del Parlamento europeo dello scorso 9 settembre 2015 prevede “il raggiungimento del 10% in quota di energia da fonti rinnovabili in tutte le forme di trasporto dell’Unione europea entro il 2020”. Una scelta apparentemente ecologica e lungimirante che comporta il potenziamento dell'uso dei biocarburanti e lo sfruttamento di superfici agricole che potrebbero essere destinate alla coltivazione di prodotti per l’alimentazione umana e animale, con conseguenze non indifferenti sull’ambiente e sugli equilibri alimentari dei paesi in via di sviluppo. Secondo il nuovo rapporto OxfamTerra che brucia, clima che cambia: come l’industria condiziona la politica europea sui biocarburanti”, presentato lo scorso 26 ottobre, le lobby dei grandi produttori di biocarburanti, attraverso numerose operazioni di land grabbing, stanno privando numerose comunità locali nel sud del mondo della terra necessaria alla propria sussistenza, aumentando contemporaneamente le emissioni di CO2 in atmosfera. Una politica energetica che a quanto pare “fino al 2012 ha richiesto 78.000 km quadrati di terra in più, un’area più grande di Belgio e Olanda messi insiemeha sottolineato Oxfam.

Nel 2012, oltre il 40% della terra necessaria per la produzione europea di biocarburanti era situata in paesi extraeuropei dai quali dipendiamo per l’importazione. “In questo quadro abbiamo lanciato l’allarme sull’incremento del numero di accordi per l’acquisizione di terra su larga scala a spese delle comunità locali e degli episodi di violenza collegati con lo sfratto di intere comunità dai terreni dove vivevano, coltivavano, cacciavano e si guadagnavano da vivere da generazioni” ha spiegato Oxfam. Il report, che analizza l’impatto devastante di questa politica dell’Unione in tre continenti, riporta casi emblematici di intere comunità private dei propri diritti e rimaste vittime dell’esproprio di terre abitate per generazioni in Tanzania, Perù e Indonesia. Tutti contesti dove a causa di vuoti normativi e di un debole sistema di governance non è possibile (o non c’è la volontà) di tutelare adeguatamente i diritti alla terra dei popoli indigeni. Questo dimostra che “Le decisioni volte a diversificare le fonti energetiche e a tagliare i combustibili fossili, sono spesso prese dai paesi dell’Unione europea senza attente valutazioni sulla sostenibilità sociale e ambientale delle fonti alternative utilizzate” ha dichiarato Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam. 

Ignorando questa grave situazione ad oggi l’Ue si fa responsabile, direttamente o indirettamente, di espropri di terre determinando povertà, fame e migrazioni dai paesi più vulnerabili, lasciando campo libero a forze di mercato che ignorano totalmente la sostenibilità dell’intero pianeta. Come è possibile? Secondo gli ultimi dati contenuti nel Registro per la trasparenza dell’Unione europea, solo l’anno scorso i produttori europei di biocarburanti hanno speso oltre 14 milioni di euro per l’assunzione di quasi 400 lobbisti per influenzare la politica europea. “In tutto parliamo di 600 lobbisti: un numero superiore all’intero staff della Direzione Generale per l’Energia della Commissione europeaha spiegato Oxfam. Questo significa che la lobby dei produttori europei di biocarburanti, da sola, impiega 121 lobbisti per difendere i propri interessi, 7 per ogni funzionario che lavora alla nuova politica sulla sostenibilità delle bioenergie della Commissione europea. Un’influenza che, oltre a danneggiare il clima e la vita di migliaia di persone, secondo le stime di Oxfam sta già costando ai cittadini europei tra i 5,5 e i 9,1 miliardi di euro ogni anno in termini di esenzioni fiscali e sussidi pubblici alle imprese del settore, finanziati da tutti noi attraverso tasse, bollette e rincari alla pompa dei carburanti.

Come se non bastasse un’analisi comparata dell’impronta ecologica della filiera dei biocarburanti dimostra che nella maggior parte dei casi la produzione degli “eco-carburanti” inquina quasi il 50% in più dell’energia prodotta da combustibili fossili. Così facendo, l’Unione europea sta rischiando di venire meno ai propri impegni internazionali per lo sviluppo sostenibile e di mettere a repentaglio gli impegni assunti per contrastare il cambiamento climatico in pieno contrasto con l’Accordo di Parigi sul clima.  “Per questo motivo lanciamo un appello urgente affinché l’Unione europea presenti entro un mese un piano di riforma della legislazione che attualmente consente l’utilizzo di biocarburanti ottenuti da colture sottratte alla produzione di cibo nei paesi poveriha aggiunto la Bacciotti.

Una nuova politica che per Oxfam dovrebbe includere anche una riflessione sulle emissioni indirette di carbonio derivanti dal cambio di destinazione di uso della terra e una revisione delle esenzioni fiscali e dei sussidi pubblici alle imprese di questo settore. Addio biocarburanti quindi? Non per forza. Produrli con criteri etici e sostenibili non è impossibile e neanche anti-economico. Sempre nella direttiva Ue 2015/1513, infatti, si fa distinzione tra i diversi gruppi di colture che producono impatti differenti sul land grabbing dando già particolare rilievo a quelli cosiddetti “avanzati”. Si tratta per esempio di biocarburanti che derivano dalla produzione di alghe o rifiuti capaci di soddisfare la migliore opzione ambientale e sociale, annullando i rischi di land grabbing e di cambio di destinazione d’uso dei suoli. Sì può fare quindi, basta volerlo. Intanto fino a quando l’Ue non si doterà di criteri minimi per la sostenibilità ambientale e sociale dei biocarburanti sarà di fatto complice di un sistema profondamente ingiusto e per nulla ecologico.

Alessandro Graziadei

domenica 30 ottobre 2016

Sono i popoli indigeni i migliori conservazionisti!

In settembre diversi leader indigeni si sono recati a Ginevra dove Tauli-Corpuz, relatrice alle Nazioni Unite per i popoli indigeni, ha presentato un'ampia ricerca sulle scioccanti condizioni in cui vivono queste popolazioni in Brasile, dove attualmente “il Governo brasiliano non sta facendo nulla per proteggere i diritti dei popoli indigeni del paese”. La Tauli-Corpuz ha posto l’accento in particolare sul “deterioramento della tutela dei loro diritti” e ha sottolineato come “Nonostante le difficoltà che [gli indigeni brasiliani] hanno sopportato, rimangono risoluti a mantenere le loro terre e a determinare autonomamente il loro futuro”. Molte tribù per questo subiscono da anni una violenza genocida da parte di sicari intenzionati a derubare le popolazioni autoctone di terre e risorse da consegnare a ricchi imprenditori senza scrupoli. “Non abbiamo acqua ne cibo adeguati. Siamo esseri umani, ma ci spruzzano addosso pesticidi come se fossimo parassiti… Nonostante l’uccisione dei nostri leader e il massacro del nostro popolo, continuiamo a combattere per la nostra tekoha [terra ancestrale]” ha dichiarato Eliseu Lopes, leader guarani, chiedendo all'Onu che le loro terre siano difese con urgenza. 

L'ultimo leader indigeno brasiliano ad essere ucciso lo scorso 11 ottobre è stato João Natalício, da sempre in prima linea nella lotta del popolo Xukuru-Kariri per rivendicare la loro terra ancestrale. “La regione ha una storia di violenza legata alle lotte territoriali” ha detto alla ong brasiliana CIMI un altro leader locale e “João per questo suo impegno in difesa dei nostri diritti era un leader storico del nostro popolo”. Secondo un recente rapporto del CIMI nel 2015 sono stati uccisi 137 indiani brasiliani. Quasi quotidianamente queste popolazioni subiscono aggressioni armate e attualmente sono costrette a vivere in condizioni terribili ai margini delle strade e in campi sovraffollati perché le loro terre sono state destinate a piantagioni su larga scala. Anche per questo, mentre il Presidente brasiliano Michel Temer ha minacciato ulteriori tagli al budget alla Fondazione Nazionale dell'Indio (FUNAI) lasciando così i territori indigeni alla mercé degli invasori, assieme ad altre tribù i Guarani e gli Xukuru-Kariri stanno protestando contro il PEC215, un emendamento alla costituzione brasiliana che se approvato indebolirebbe drasticamente i loro diritti rendendo quasi impossibile il ritorno alla terra ancestrale

Le comunità indigene assieme a Survival international e ad altre associazioni per la protezione dei popoli autoctoni stanno chiedendo anche attraverso un mail bombing (che ha superato le 13.000 adesioni) che il PEC215 venga abbandonato e che i diritti territoriali indigeni siano rispettati. Senza la loro terra, i popoli indigeni brasiliani rischiano la catastrofe. Ma non solo loro! Nel suo rapporto Tauli-Corpuz ha anche sottolineato che in tutto io mondo i popoli indigeni "sono i migliori conservazionisti e custodi del mondo naturale", anche se ancora troppo spesso sono sfrattati illegalmente dalle loro terre ancestrali nel nome di una conservazione “associata alla violazioni dei diritti umani nei loro confronti”. Sempre nel mese di settembre, per esempio,  due persone sono state uccise e altre venti sono state ferite nel corso di uno sfratto violento nel Parco Nazionale di Kaziranga, in India, tristemente noto per la sua politica dello "sparare a vista”. Lo sfratto di tre villaggi, condotto nel nome della conservazione, ha coinvolto 1.000 addetti alla sicurezza e ruspe usate per distruggere centinaia di case, una scuola costruita dal governo e una moschea. “Le famiglie sfrattate appartenevano a una comunità musulmana non indigena, sorta ai margini del Parco Nazionale decine di anni fa - ha ricordato Survival - Quest’area dovrebbe essere inclusa a breve nel parco, a seguito della sua espansione e la Corte Suprema di Guwahati, che ha ordinato lo sfratto nell’ottobre del 2015, ha affermato che Qui non dovrebbero esserci più abitazioni umane”. Come spesso accade prima dello sfratto le famiglie non hanno ricevuto alcun finanziamento, né alcun alloggio alternativo. “Abbiamo vissuto in quest’area per decine di anni e all’improvviso il governo ci ha detto di andarcene… Le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco su di noi” ha dichiarato Rafiq Ali, un leader della comunità di Banderdubi.

Altri villaggi tribali hanno ricevuto ordini di sfratto dallo stesso tribunale indiano e adesso più di 600 famiglie indigene temono che questi metodi brutali saranno impiegati anche contro di loro. Tra i villaggi che rischiano lo sfratto c’è anche quello di Akash Orang, un ragazzo di sette anni a cui un guardaparco ha sparato alle gambe lo scorso luglio. Si trova tuttora in ospedale in condizioni serie, nonostante le rassicurazioni del Dipartimento alle Foreste Indiano che ha promesso di prendersi cura di lui. Molte delle persone che vivono in questi villaggi, infine, sono già state sfrattate in precedenza, alcune più di una volta, mano a mano che i confini del parco si sono allargati. Tutto questo è in netta violazione della legge indiana e di quella internazionale, che stabiliscono con chiarezza che i popoli indigeni possono essere trasferiti dalla propria terra solo con il loro consenso libero e informato.

Per Survival “Le grandi organizzazioni per la conservazione spesso sostengono questa drammatica situazione. Non denunciano mai gli sfratti. Il World Wildlife Fund (WWF) offre addirittura dei tour commerciali del parco"Survival ha da alcuni anni promosso una campagna contro gli sfratti forzati nelle riserve delle tigri indiane e contro la militarizzazione della conservazione, che ha portato alla politica dello “sparare a vista” in vigore a Kaziranga. È tempo di cambiare paradigma e ricordare al mondo, come è stato più volte dimostrato, che i popoli indigeni sono i migliori conservazionisti e custodi del mondo naturale. "A guidare il movimento ambientalista dovrebbero essere loro – collaborando nella lotta al bracconaggio. Invece vengono ancora sfrattati ed esclusi, distruggendo così le loro vite e danneggiando la conservazione" ha concluso Survival.

Alessandro Graziadei

sabato 29 ottobre 2016

La green economy è una risposta alla crisi?

La green economy si è dimostrata una delle più significative ed efficaci risposte alla crisi? A quanto pare sì! Sono 385mila le aziende italiane che dal 2010 hanno investito (o lo faranno quest’anno) in tecnologie verdi per ridurre l’inquinamento, risparmiare energia e contenere le emissioni di CO2. Il valore aggiunto prodotto dalla green economy nel solo 2015 è stato di 190,5 miliardi di euro, pari al 13% del totale complessivo, con la Lombardia in testa, con una quota del 15,4%, seguita da Emilia-Romagna (14,3%), Lazio (14,1%), Piemonte (13,8%) e Trentino-Alto Adige (13,6%). Sul fronte occupazionale questi dati si sono tradotti in 2 milioni 964mila occupati che oggi applicano competenze specifiche legate alla sostenibilità e alla tutela ambientale in tutta Italia, una cifra che corrisponde al 13,2% dell’occupazione complessiva nazionale e che sembra destinata a salire ancora entro fine dicembre. In controtendenza rispetto all’andamento generale del Jobs Act, infatti, le assunzioni nel settore della green economy, sempre più stabili e qualificate, sono cresciute di 21.300 unità nel 2015 contribuendo ad oltre il 10% dell’aumento complessivo del lavoro nel paese. In totale, si stima, che a fine 2016 le assunzioni programmate di “green jobs” in senso stretto (72.300) e le figure ibride con competenze verdi (176.800) arriveranno nell’insieme a 249mila, pari al 44,5% della domanda complessiva di lavoratori non stagionali. 

Sono questi i numeri di GreenItaly 2016, il settimo rapporto di Fondazione Symbola e Unioncamere, presentato lo scorso 21 ottobre a Roma e che fotografa un settore che ha fatto una scelta votata all’investimento economico ed occupazionale, per nulla scontata in tempi di crisi, ma a quanto pare oltre che coraggiosa anche vincente. “Queste imprese - ha affermato durante la presentazione del Rapporto il presidente di Fondazione Symbola, Ermete Realacci - dimostrano che il nostro posto nel mondo non è quello della competitività a bassi prezzi e dumping ambientale e sociale, ma quello della qualità, fatta di cura dei dettagli, di attenzione al capitale umano, di coesione, bellezza, innovazione e sostenibilità”. Investendo green le aziende italiane a quanto pare diventano non solo più sostenibili, ma soprattutto più competitive e aprono un sentiero occupazionale importante nella green economy e nell’economia circolare made in Italy che “ha trovato un modello produttivo grazie a innovazione, ricerca e tecnologia che rafforzano l’identità e le tradizioni, enfatizzandone i punti di forza”. I dati del Rapporto dimostrano che la scelta green paga anche per quanto riguarda la digitalizzate nel nostro tessuto produttivo: “Basti pensare - ha aggiunto il presidente di Unioncamere, Ivan Lo Bello - che 4 aziende su 5 del settore sono presenti sul web, hanno processi digitalizzati e puntano sulle digital skills, contro poco più della metà delle imprese non green”. 

Per  la Coldiretti, che ha collaborato alla realizzazione del rapporto GreenItaly 2016, uno dei settori che più è stato toccato dalla rivoluzione verde è quello agricolo. “L’agricoltura italiana è diventata la più green d’Europa con il maggior numero di certificazioni alimentari a livello comunitario per prodotti a denominazione di origine Dop/Igp, la leadership nel numero di imprese che coltivano biologico, ma anche la minor incidenza di prodotti agroalimentari con residui chimici fuori norma supportata dalla decisione di non coltivare organismi geneticamente modificati”. In soli tre anni il Belpaese ha visto aumentate di sette volte le aziende agricole che producono energie rinnovabili (+603%) e raddoppiare quelle che svolgono un’azione di recupero importante nei confronti di varietà che non sarebbero mai sopravvissute alle regole delle moderne forme di distribuzione (+97,8%). Anche per questo oggi l’Italia può contare su 504 varietà bio-diverse iscritte al registro viti contro le 278 dei cugini francesi e su 533 varietà di olive contro le 70 spagnole, ma sono state salvate dall’estinzione anche 130 razze allevate tra le quali ben 38 razze di pecore, 24 di bovini, 22 di capre, 19 di equini, 10 di maiali, 10 di avicoli e 7 di asini, sulla base dei Piani di Sviluppo Rurale voluti dall’Unione europea. “L’Italia - ha concluso la Coldiretti - detiene non a caso il record europeo della biodiversità, con 55.600 specie animali pari al 30% delle specie europee e 7.636 specie vegetali. Un primato raggiunto anche grazie al fatto che in Italia ci sono ben 871 i parchi e aree naturali protette che coprono ben il 10% del territorio nazionale”. 

Con una lungimirante per quanto non sempre scontata azione di tutela dell’ambiente l’Italia si è così portata al vertice della sicurezza alimentare mondiale con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari (0,4%), una quota inferiore di quasi 4 volte rispetto alla media europea (1,4%) e di quasi 14 volte quella dei prodotti extracomunitari (5,7%). Una strada che non solo nel comparto agricolo, ma in tutti i settori produttivi, salva il clima, salva il lavoro e allo stesso tempo rende più competitiva l'Italia. Nonostante questa risposta positiva alla crisi, anche quest’anno nella nuova legge di Bilancio, se si escludono rafforzamento gli ecobonus in edilizia, l’introduzione di una "fiscalità agevolata verde" rimane un miraggio e il Governo non sembra aver capito cosa la green economy potrebbe ancora dare al Paese in termini di posti di lavoro e sostenibilità ambientale se anche dalla politica arrivasse la spinta necessaria a sostenere questo trasversale e sempre più indispensabile settore di sviluppo economico ed umano.

Alessandro Graziadei

domenica 23 ottobre 2016

Per una "nuova agenda urbana”!

L’Assemblea generale dell’Onu ha da tempo riconosciuto la necessità di trovare una via più sostenibile allo sviluppo delle città. Per questo dopo la prima edizione a Vancouver nel 1976 e la seconda a Istanbul nel 1996, è toccato a Quito, la capitale dell’Ecuador, ospitare dal 17 al 21 ottobre Habitat III, la terza conferenza sull’abitare e lo sviluppo urbano sostenibile delle Nazioni Unite, che mirava a definire quella che per il segretario generale uscente dell’Onu Ban Ki-moon è la “nuova agenda urbana” indispensabile per “riorganizzare il modo in cui pensiamo di gestire le città e di viverci”. Una città che non è stata scelta a caso visto che per Joan Clos, direttore esecutivo di Onu-Habitat, “Quito è una città simbolo del Sud globale, ed è qui che esistono la maggior parte dei grossi problemi ed è qui che abbiamo bisogno del più grande sostegno. L’urbanizzazione si è accelerata nel corso degli ultimi 20 anni. Abbiamo scoperto che l’urbanizzazione ha un potenziale enorme e rappresenta anche dei rischi enormi. La pianificazione urbana e lo sviluppo vanno di pari passo e sono una delle questioni strategiche alle quali è di fronte il pianeta”.

Una prospettiva quella dell’habitat urbano quanto mai attuale visto nelle città vive oggi il 54% della popolazione mondiale, una cifra che arriverà al 66% entro il 2050. Secondo l’Unesco, che a Quito ha presentato il rapportoCulture: Urban Future”, “A giudicare dalle tendenze attuali, l’urbanizzazione dovrebbe proseguire a un livello e a un ritmo crescenti, soprattutto in Africa e in Asia. Entro il 2030, il mondo dovrebbe contare 41 megalopoli ospitanti ciascuna almeno 10 milioni di abitanti". Ma l’urbanizzazione massiva e rapida ha spesso l’effetto di moltiplicar le sfide per le città, creando più bidonville e rendendo più difficile l’accesso agli spazi pubblici, "un processo che si traduce spesso in un aumento della disoccupazione, delle ineguaglianze sociali, della discriminazione e della violenza”. Di fatto oggi circa un quarto dei cittadini del mondo vive in bidonville o in “quartieri informali” senza accesso ai sevizi di base e agli spazi vitali adeguati per dar loro delle prospettive di vita migliori, le stesse che spesso vengono inseguite traferendosi in città.

Non è un caso, quindi, se aprendo il 17 ottobre scorso Habitat III Ban Ki-moon ha voluto ribadire che “Il successo degli obiettivi per lo sviluppo sostenibile dipenderà in gran parte dalla capacità di rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, resilienti e sostenibili” e che “Il nuovo programma urbano ci aiuterà a ripensare il modo in cui costruiamo, gestiamo e viviamo nelle città”. Negli scorsi giorni a Quito, gli Stati hanno così provato a costruire un quadro sostanziale di impegni e di programmi di azione con un unico obiettivo comune: l’attuazione con successo del Programma per lo sviluppo sostenibile entro il 2030. Un traguardo che passa inevitabilmente anche per la trasformazione delle nostre città, visto che qui si concentrano non solo le persone, ma spesso anche i tassi più alti di inquinamento e di consumo energetico, con conseguenze drammatiche sul cambiamento climatico

Come ha ricordato Christian Friis Bach, il segretario esecutivo della Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite (UNECE), alla vigilia di questo incontro, “oggi le cause di inquinamento atmosferico locale spesso si trovano al di là dei nostri confini e molte città non saranno in grado di rientrare nei livelli massimi degli inquinanti atmosferici indicati dall'OMS con la sola attuazione di misure locali” come constatato dal recente Rapporto di Valutazione Scientifica della Convenzione sull'inquinamento atmosferico transfrontaliero a lunga distanza (Air Convention) proprio dell’UNECE. “Questo è il motivo per cui è assolutamente necessaria un’azione congiunta a livello transfrontaliero”. Ad oggi l’attuazione dell’Air Convention ha già contribuito a diminuire i livelli di inquinamento dell’aria nel corso degli ultimi 35 anni, un risultato che è possibile replicare proprio partendo dalle città, “i veri centri di innovazione contro l'inquinamento atmosferico che potrebbero diventare un fattore chiave di innovazione politica” ha concluso Bach.  Anche per questo la “nuova agenda urbana” insiste su “una migliore governance, una migliore pianificazione e una migliore progettazione urbana”, così come su “maggiori investimenti in energie rinnovabili, mobilità sostenibile, infrastrutture di qualità e accessibilità”, tanto ai servizi di base quanto ad alloggi economici e adeguati, magari passando “dal maggior coinvolgimento delle donne”, una delle tappe individuate come utili per la costruzione di città più sicure e più produttive per tutti.

Con queste linee guida per Clos “le città e gli agglomerati possono svolgere un ruolo immenso nella lotta contro la povertà e nella costruzione di società inclusive che favoriscano la partecipazione di tutti. Per questo nel ripensare le nostre città, dobbiamo essere guidati dal principio di prosperità condivisa e di inclusione”. Di questo ne è convinta anche la direttrice generale dell’UNESCO, Irina Bokova che ha ricordato come il rapporto "Culture: Urban Future" spieghi bene come “La cultura sia spesso al centro del rinnovamento delle città e della loro capacità di innovazione”. E in effetti il rapporto  dimostra come spesso gli sforzi di recupero e ricostruzione di siti di inestimabile valore come il santuario di Al-Askari  a Samarra, in Iraq, o degli antichi mausolei di Tombouctou in Mali, hanno ristabilito la coesione sociale in comunità devastate dalla guerra, migliorato i loro mezzi di sussistenza e gettando le basi per il dialogo e la riconciliazione.

Da questo punto di vista Habitat III costituisce una base per la costruzione di una  partnership mondiale utile a combattere le disuguaglianze e favorire uno sviluppo più sostenibile, accomunando le autorità nazionali, regionali e soprattutto locali. Il successo di questo documento, basato più di altri sull’azione immediata, dipenderà adesso dalla collaborazione e dalle reali intenzioni di tutte le parti interessate, a tutti i livelli.

Alessandro Graziadei