domenica 21 agosto 2016

La Vijesnica: le cupe vampe di una storia condivisa

Mi ha fatto impressione leggere l’invito che il Governo della Serbia ha voluto fare ai propri atleti impegnati fino a qualche giorno fa nelle Olimpiadi di Rio nel caso si fossero trovati a condividere il podio olimpico con atleti provenienti dal Kosovo:  “abbandonate le cerimonie di premiazione. Non possiamo ascoltare l’inno del Kosovo e guardare la loro bandiera”, aveva ammonito il ministro dello sport Vanja Udovicic, chiarendo però che la decisione finale spettava ai singoli atleti e che quella del Governo era una mera “raccomandazione”. Non c’è stata l’occasione per la Serbia di vedere da vicino né gli atleti, né le bandiere del Kossovo, ma questa semplice nota ci ricorda come le guerre che hanno disgregato la ex Jugoslavia negli anni ’90 dello scorso secolo abbiano lasciato ferite ancora non rimarginate. Una di queste ferite è stata per 22 anni la “Vijesnica” la storica Biblioteca Nazionale ed Universitaria di Sarajevo, distrutta nella notte tra il 25 e il 26 agosto 1992 dall’artiglieria serba e diventata una dei simboli di quella guerra tra serbi, croati e bosniaci che tra il 1992 e il 1995 ha insanguinato i Balcani e stretto nel più lungo assedio militare della storia moderna la capitale della futura Repubblica di Bosnia Erzegovina.

Se nel lungo secondo dopoguerra avessimo pensato che la distruzione del libro fosse una scena che non avremmo più rivisto ci sbagliavamo. La guerra al libro, simbolo dal grande significato collettivo, è ripresa e i libri sono tornati a bruciare a Sarajevo nel 1992 e non solo lì. In tutta la Bosnia biblioteche, archivi, musei e altre istituzioni culturalireligiose pubbliche e private furono distrutte nell’intento di cancellare quelle prove materiali capaci di ricordare alle generazioni future che vi fu un tempo in cui persone di diverse tradizioni etniche e religiose condividevano in Bosnia la vita. Nei mesi di guerra, a Sarajevo, durante quello che è stato definito un “urbanicidio”, a poche decine di metri dalla Vijesnica, finirono sotto il tiro degli assedianti anche tutti i luoghi di culto: i minareti delle moschee, il campanile della chiesa dei Francescani, la sinagoga Ashkenazita e persino la Cattedrale Ortodossa e la Chiesa vecchia, le chiese di quell’ortodossia a cui si rifacevano i nazionalisti serbi che volevano cancellare dalla storia quella città multiculturale. E così nei 44 mesi di assedio di questa città, dove da millenni convivevano mussulmani, cattolici ed ebrei e dove morirono 12 mila persone e furono oltre 50 mila i feriti, il rogo della Biblioteca di Sarajevo è diventato una delle tappe obbligate per cancellare per sempre un pezzo di questa storia condivisa.

La biblioteca costruita nel 1894 dagli austriaci la notte del 25 agosto 1992 fu colpita da bombe al fosforo capaci di generare fiamme persistenti, tanto che l’edificio continuò ad ardere per diversi giorni. “S’alzano i roghi al cielo, s’alzano i roghi in cupe vampe” cantavano i CSI nel 1996 ripercorrendo con una canzone la storia di quella guerra e di quella sera, quando due milioni di volumi (155mila rari o preziosi, 478 manoscritti unici) sparirono per sempre nonostante l’impegno di bibliotecari, vigili del fuoco e semplici cittadini bosniaci, serbi e croati che cercarono di mettere in salvo i libri dalle fiamme sotto i colpi dei cecchini. In questo disperato tentativo Aida Buturović, una giovane bibliotecaria, perse la vita dopo essere stata colpita da una scheggia di granata. Quando è stato chiesto a Kenan Slinic, comandante dei vigili del fuoco, perché mai rischiasse la vita, ha risposto: “Perché sono nato qui e loro stanno bruciando una parte di me”. “Certe cose si danno per scontate - ha raccontato una testimone - Ti accorgi di quanto ami la tua città quando la vedi in pericolo. Forse Vijesnica non è un edificio bello, con la sua buffa architettura moresca, ma rappresenta i ricordi di generazioni di studenti che qui hanno iniziato a scoprire il mondo. È più che bello: è intimamente nostro”. 

Anche per questo la biblioteca di Sarajevo è rimasta durante la guerra il luogo scelto dai suoi abitanti per mantenere viva la loro storia con letture di poesia, rappresentazioni teatrali e anche con la musica. La foto del violoncellista di Sarajevo Vedran Smailović che suona nella Biblioteca parzialmente distrutta ha fatto il giro del mondo e ha ricordato ai bosniaci che non tutto era andato perduto. Alcuni preziosi libri conservati nelle cantine da privati cittadini vennero riconsegnati alla fine della guerra e riapparve anche un’antica copia di un’Haggadah ebraica nascosta prima del bombardamento. Il libro era stato già salvato dai roghi nazisti nel 1941. Allora lo salvò il capo bibliotecario Dervis Korkut, un funzionario d’origine albanese e dal nome musulmano che nascose l’Haggadah grazie da un imam di un villaggio della Bosnia rurale, che la conservò nella modesta biblioteca della sua piccola moschea. Oggi forse non è insignificante ricordare che quelle persone erano di religione musulmana, come non è insignificante ricordare che il 9 maggio del 2014, dopo 22 anni la Biblioteca Nazionale ed Univeristaria di Sarajevo è stata riaperta al pubblico grazie a progetti di solidarietà e raccolte fondi lanciate da decine di associazioni e istituzioni in tutto il mondo. 

Alle volte i libri salvano e permettono un nuovo inizio, non solo per il sapere che tramandano, ma per ciò che rappresentano in una comunità. Sarajevo e la sua Vijesnica, nonostante l’indifferenza europea durante l’assedio, sono così diventate il paradigma positivo di un diritto di cittadinanza che oggi dovrebbe essere un principio cardine di un’Europa che in realtà sembra concedere nuovamente sempre più spazio al nazionalismo, alla chiusura identitaria e al tentativo di demonizzare ciò che altro da sé.

Alessandro Graziadei

sabato 20 agosto 2016

#Dismettiamole!

Lo scorso 8 agosto una di “loro” ha rotto le catene del rimorchiatore Alp Marine ed è finita sulle scogliere scozzesi, con 300.000 litri di gasolio nei serbatoi, mentre stava per essere trasferita in Mediterraneo. Altro indizio. Alcune di “loro” sono lì da decenni, a poche miglia dalle coste del Belpaese, anche se hanno ormai terminato la loro attività produttiva. Cosa sono? Indovinato? Sono le piattaforme petrolifere, alcune delle quali sono state salvate in Italia dal mancato quorum del referendum del 17 aprile, che ha ignorato le indicazioni uscite della COP 21 di Parigi che invitavano ad avviare subito una transizione verso le energie rinnovabili. Molte di queste piattaforme hanno ormai terminato la loro attività produttiva o erogano ormai talmente poco da far suppore che le compagnie stiano ritardando ad arte la loro chiusura formale per non accollarsi l’obbligo e gli oneri di smantellamento e il ripristino iniziale dei luoghi di estrazione, come previsto dalla normativa. Un’attività che creerebbe sicuramente più posti di lavoro di quanti ne richieda l’ordinaria attività estrattiva.

Legambiente ha censito, tra le 69 concessioni per l’estrazione di gas e petrolio in Italia, ben 135 piattaforme a mare e 729 pozzi sparsi principalmente in Adriatico, ma presenti anche nel mar Ionio e nel canale di Sicilia. Di queste 38 piattaforme e 121 pozzi hanno ormai terminato la loro attività produttiva ed è per questo che l’ong ha lanciato lo scorso 8 agosto a Marina di Ravenna, in occasione della tappa della Goletta Verde, la campagna #Dismettiamole, “affinché si affermi un nuovo modello energetico pulito, rinnovabile e democratico, che faccia gli interessi dei cittadini italiani e non delle compagnie petrolifere”. Per esempio al largo della sola Emilia-Romagna ci sono 22 concessioni attive e produttive, ma ne esistono 3 di non produttive, una delle quali la piattaforma Morena 1 di fronte Cervia e Cesenatico da anni pronta (invano) per essere dismessa.

Dimissioni che per Legambiente andrebbero valutate anche per le piattaforme in funzione visto che sempre in Emilia stanno causando la perdita di volume del sedimento nel sottosuolo generando un abbassamento della superficie topografica. I dati dei monitoraggi Arpa evidenziano come la fascia costiera emiliana negli ultimi 55 anni si sia abbassata di 70 cm a Rimini e di oltre un metro da Cesenatico al delta del Po.  “La subsidenza rischia inoltre di aumentare l’impatto delle mareggiate e delle piene fluviali, favorendo l’erosione costiera, con perdita di spiaggia ed effetto negativo sulle attività turistiche rivierasche" ha sottolineato Lorenzo Frattini, presidente di Legambiente Emilia-Romagna. Per questo il tema dello smantellamento delle piattaforme è stato anche oggetto di una lettera di diffida di Legambiente, Greenpeace e WWF, inviata ancora nel maggio 2016 al Ministero dello Sviluppo Economico, sottolineando come, allo stato attuale dei fatti, diversi titoli abilitativi, per lo più localizzati entro la fascia delle 12 miglia, “siano da rivedere e da controllare accuratamente per determinarne l'eventuale non compatibilità con le normative di settore, con conseguente revoca del titolo e obbligo di ripristino e bonifica delle aree da parte delle società titolari".

In molte parti altre parti del mondo, infatti, questo processo di dismissione è già cominciato, basti pensare alle vicine Francia e Croazia che stanno portando avanti una moratoria generale. L’Italia invece rimane l’unica ad avere un così alto numero di attività vicine alla propria costa a vantaggio esclusivo delle compagnie petrolifere con impianti che per Legambiente ormai non sono strategici “né dal punto di vista energetico, né economico, mentre continuano a tutti gli effetti a mettere a rischio l’ecosistema marino e le altre attività legate al mare”. Per Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente, “Più volte hanno provato a rassicurarci ma, come volevasi dimostrare, nuovi pozzi, dentro e fuori le aree vincolate, e nuove attività di ricerca, estrazione e prospezione continuano a mettere a rischio il mar Adriatico, lo Ionio, il Canale di Sicilia e il mar di Sardegna Occorre evitare che nuovi tratti di mare siano coinvolti dall’impatto di queste attività, ma riteniamo sia giunto anche il momento di mettere in campo una strategia che si ponga l’obiettivo di dismettere le piattaforme presenti nel mar Mediterraneo e in quello italiano in particolare”.

Per Legambiente “In totale, nei mari italiani, ci sono ancora ben 7.254,5 chilometri quadrati destinati alle attività di ricerca, e 15.362,6 kmq interessati da nuove richieste”. Rientrano infine tra le future possibili minacce per i mari italiani anche le otto istanze di permesso di prospezione, delle indagini geofisiche altamente impattanti in quanto eseguite mediante la tecnica dell’airgun in quasi 95mila chilometri quadrati di mare. Proprio per fermare l’utilizzo della tecnica dell’airgun Goletta Verde ha rilanciato da nelle scorse settimane una petizione per vietare l’utilizzo di questa tecnica di ricerca degli idrocarburi in mare con il rapido rilascio di aria compressa che, producendo una bolla che si propaga nell’acqua, genera onde a bassa frequenza. Il rumore prodotto da un airgun è pari a 100.000 volte quello di un motore di un jet.

“Ci auguriamo - ha dichiarato la presidente di Legambiente Rossella Muroni - che venga intrapreso al più presto un serio percorso di confronto tra tutti i soggetti competenti per ragionare in maniera lungimirante su quale debba essere il futuro ambientale, energetico ed occupazionale del nostro Paese nei prossimi decenni. Al contrario del settore petrolifero, che rischia il fallimento a causa del calo dei consumi e del crollo del prezzo del petrolio, i settori delle rinnovabili e dell’efficienza sono in forte crescita e con norme e politiche adeguate potrebbero generare almeno 600mila posti di lavoro, circa 10 volte di più di quanto riesce a fare il settore petrolifero oggi”. Il progressivo smantellamento delle piattaforme potrebbe rappresentare l'inizio di una nuova era. 

Alessandro Graziadei

domenica 7 agosto 2016

C’è chi dice no! E studia alternative!

Che Paese vogliamo lasciare ai nostri figli? Per il Comitato Mamme NO Inceneritore di Sesto Fiorentino la risposta è chiara: un Paese migliore, soprattutto dal punto di vista ambientale. Per farlo questo gruppo di cittadine che condividono la speranza e l’impegno per la difesa della salute e la tutela dell’ambiente, chiede da tempo un confronto sulla realizzazione di un inceneritore nella piana fiorentina e cerca di evitare che le nuove generazioni debbano fare i conti con “gli effetti nocivi e irreversibili che tale impianto produrrebbe sulla salute umana e sull’ambiente”. Ma non siamo davanti al solito gruppo Nimby, “non nel mio giardino”, capace solo di dire di no. Le mamme fiorentine in questi mesi hanno promosso numerosi incontri pubblici con esperti del settore, medici, tecnici e gestori del ciclo dei rifiuti per cercare di vederci chiaro su un tema che interessa direttamente il diritto alla salute di tutta la cittadinanza e valorizzare le alternative all’incenerimento attualmente esistenti, come il percorso di gestione dei rifiuti noto sotto il nome di “Rifiuti Zero”. 

Fino ad oggi una valutazione comparativa, dal punto di vista economico, energetico, occupazionale e ambientale, tra un progetto di smaltimento dei rifiuti basato sull’inceneritore e un progetto di smaltimento dei rifiuti basato su una raccolta differenziata porta a porta, affiancata da un distretto del riciclo e un impianto di smaltimento a freddo, non è mai stata fatta dall’amministrazione locale. Eppure un approfondimento di questo tipo, “sarebbe anche d’obbligo secondo la legge”. Le realtà in cui non si persegue solo il “businness dell’incenerimento”, come il consorzio Contarina di Treviso, esistono e dimostrano che si può tranquillamente arrivare a differenziare l’85% dei rifiuti recuperando materie prime anche dal restante 15% con un moderno impianto a freddo di trattamento meccanico-biologico. Il residuo inerte è analogo per quantità al residuo dell’incenerimento, ma a differenza del primo non è tossico. “Una gestione di questo tipo è perfettamente in linea con la normativa europea, anzi rispetta l’ottica di un'economia circolare e il recupero di preziose materie prime che anche l’Europa sta promuovendo”. Per questo il comitato chiede “che tale valutazione venga effettuata da un'equipe in cui sia paritaria la presenza di esperti individuati dall’amministrazione e la presenza di esperti individuati dalla cittadinanza”

Oggi si legge sul sito delle Mamme NO InceneritoreLa zona della piana fiorentina, che comprende la parte nord della città, è considerata dall’Agenzia europea per l’ambiente una delle più inquinate di tutta Europa. Come se non bastasse in questa zona le amministrazioni locali hanno previsto la costruzione di grandi opere altamente inquinanti e impattanti sulla qualità dell'aria come l' inceneritore, un nuovo aeroporto e la terza corsia dell’autostrada”. Nella piana fiorentina, però, non sono state collocate, né lo saranno in futuro, stazioni di rilevamento della qualità dell’aria. Per questo le mamme hanno deciso di affrontare in modo propositivo il delicato tema del controllo delle sostanze inquinanti nell’aria con una campagna di corwfunding sulla piattaforma di Produzioni dal Basso! “Abbiamo bisogno di voi per dare vita all’autocostruzione di centraline per il monitoraggio della qualità dell’aria! Se le amministrazioni non vogliono analizzare la qualità dell’aria, ci penseremo noi cittadini!”.

Il progetto, forte del supporto di tecnici informatici, medici e ricercatori universitari che contribuiranno con la loro professionalità e competenza ad un'analisi dell’inquinamento dell’aria, vuole vederci chiaro su un fenomeno che causa oltre 400.000 morti premature all’anno nei soli paesi dell’Unione Europea. Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente l’Italia ha addirittura il record annuale di morti per smog con 59.500 decessi prematuri per il PM 2.5,  3.300 per l’Ozono e 21.600 per gli NOx nel solo 2012 e i dati più recenti non sembrano migliorare. I risultati scientifici del dossier annuale di Legambiente sull’inquinamento atmosferico e acustico Mal’Aria di città 2016, per esempio, hanno confermato che “Anche il 2015 per l’aria respirata nei centri urbani italiani è stato un anno da codice rosso, segnato da un’emergenza smog sempre più cronica”.  

Le centraline delle mamme NO Inceneritore analizzeranno per questo i livelli di inquinanti come PM 2.5 e PM 10, CO e NO2, per avere una fotografia completa della qualità dell’aria e degli inquinanti presenti nell’area. I dati raccolti saranno poi pubblicati su una piattaforma pubblica e utilizzati per uno studio scientifico utile sia per il rilevamento dell'inquinamento atmosferico, sia per gli effetti sulla salute umana.  “Ben presto gli investitori realizzeranno che non è conveniente costruire un inceneritore dove la popolazione non dà tregua e ha gli strumenti per non delegare a nessuno la tutela della propria salute” hanno spiegato le mamme. Un progetto importante utile ad aggiornare l’unica Valutazione di Impatto Sanitario effettuata nella zona dove dovrebbe sorgere l’impianto di incenerimento e che  risale al 2005: “Da allora molte cose sono cambiate, come la nascita di diversi centri commerciali, l’aumento demografico con la costruzione di nuove abitazioni, l’aumento dell’impatto di altri agenti inquinanti come il traffico aereo e quello automobilistico”. 

Abbiamo tempo fino al 9 settembre per contribuire al finanziamento di questo sistema di monitoraggio dell’aria low cost capace di sfruttare l’energia solare, rendendo così le centraline autonome anche dal punto di vista energetico, oltre che politico e scientifico. “Per ringraziarvi del vostro sostegno abbiamo previsto anche delle ricompense, che sono diverse e variano in base al vostro supporto” ha spiegato il propositivo comitato. Borracce di acciaio, magliette, workshop su come autocostruire una centralina, tour tra città e oasi naturalistiche locali e la possibilità di dare un nome ad una delle centraline sono a disposizione di chi sosterrà un progetto nato per evitare che il ciclo dei rifiuti inceneriti si trasformi in un ulteriore aumento delle emissioni inquinanti.

Alessandro Graziadei

sabato 6 agosto 2016

Quanto "costa" la biodiversità?

Quanto "costa" la biodiveristà, o meglio quanto "paga"? Possiamo dare un prezzo ai depositi di minerali o alle riserve di combustibili fossili e non darne uno a fiumi, foreste o popolazioni ittiche? Due anni fa uno dei padri della moderna “economia ecologica”, Robert Costanza dell’Australian National University, guidò un team di ricercatori internazionali nella redazione dello studio “Changes in the global value of ecosystem services” che stimò il valore dei “servizi ecosistemici” del Pianeta in 142 trilioni di dollari l’anno. Lo studio, pubblicato sul Global Environmental Change, sottolineava che la valutazione dei servizi ecosistemici non equivale alla loro mercificazione: “Molti servizi ecologici è meglio considerarli beni pubblici o come un pool di risorse comuni” che vanno dalla produzione alimentare alla protezione dalle mareggiate, dalla depurazione delle acque alla prevenzione dell’erosione del suolo o allo stoccaggio di CO2. Senza questi servizi ecosistemici la civiltà umana non funzionerebbe o funzionerebbe peggio, ma è difficile dar loro un prezzo e quindi gli ecoservizi restano in gran parte invisibili e sottovalutati dai mercati e dalla politica anche se il loro contributo al benessere umano è di circa due volte quello del Pil mondiale (circa 71,8 trilioni di dollari).

Per quanto lo studio non sia stato esente da critiche, sicuramente ha segnato un nuovo modo di guardare al nostro patrimonio naturale permettendoci di sapere il “costo” degli "stock naturali", anche se l’ampiezza delle misurazioni suggerisce che il Pil è in realtà un indicatore non sempre adeguato per descrivere la sostenibilità e il benessere di una società che perde la propria biodiversità. Al momento, come ci ricorda il Global Footprint Network, una sola cosa è certa: “la società umana vive in uno stato di overshoot ecologico già dagli anni ’70, perché ogni anno consumiamo e inquiniamo più capitale naturale e biodiversità di quanto l’ecologia globale possa ricostruirne naturalmente in un anno”.  Quindi se il capitale naturale è in declino, lo è anche il flusso di servizi ecosistemici che ci fornisceQuest'anno per esempio l’Overshoot Day, il giorno del sovrasfruttamento calcolato dal Global Footprint Network, cadrà l'8 agosto, in anticipo di 5 giorni rispetto al 13 agosto dello scorso anno. 

Fuori dalla metafora economica lo studio “Has land use pushed terrestrial biodiversity beyond the planetary boundary? A global assessment”, pubblicato in questi giorni su Science da un team internazionale di ricercatori, guidati da Tim Newbold dell’University college di Londra, ci chiarisce meglio le conseguenze: “I politici si preoccupano molto delle recessioni economiche, ma la recessione ecologica potrebbe avere conseguenze ancora peggiori, e il danno alla biodiversità che abbiamo subito aumenta il rischio che ciò accada - ha commentato Newbold - fino a quando non saremo in grado di invertire il trend, giocheremo a una roulette ecologica”. Per gli studiosi la perdita di biodiversità non più entro il limite di sicurezza suggerito dagli ecologisti: “i più grandi cambiamenti sono avvenuti in quei luoghi dove la maggior parte delle persone vive e questo potrebbe influenzare il loro benessere fisico e psicologico. Per farvi fronte, dovremmo preservare le restanti aree di vegetazione naturale e rigenerare i territori utilizzati dagli umani”. 

Lo studio in particolare ha analizzato i dati relativi a 39.123 specie e 18.659 luoghi sulla Terra raccolti all’interno del Predicts project, osservando che “nel 58,1% della superficie terrestre, dove vive il 71,4% dell’umanità, la perdita di biodiversità è tale da compromettere già la capacità degli ecosistemi di sostenere le società umane”. “Sappiamo che la perdita di biodiversità interessa la funzionalità dell’ecosistema, ma come questo avvenga non è del tutto chiaro – ha ammesso Newbold –. Quello che sappiamo è che in molte parti del mondo ci stiamo avvicinando ad una situazione in cui potrebbe essere necessario l’intervento umano per sostenere la funzionalità dell’ecosistema”. Senza questo intervento potrebbe non essere più possibile godere di un ambiente confortevole e predisposto alla vita.

Che fare? Per ora siamo ben lontani dall’individuare un punto di equilibrio verso uno sviluppo sostenibile, ma far finta che il problema non esista non farà che allontanare la soluzione. Ecco se proprio dobbiamo contabilizzare la natura leggendo queste informazioni come un rapporto finanziario annuale sul Pianeta terra non possiamo non accorgerci che stiamo buttando il valore e la vivibilità dei nostri beni comuni più importanti e non sorprende che, la politica asservita all’attuale sistema economico, senza un paragone monetizzabile, non si renda conto di distruggere ogni giorno un valore cruciale per il benessere mondiale. “Questa dinamica somiglia al vendere stock option dal proprio portafoglio di investimenti più velocemente di quanto si accumulino gli interessi, alla fine il valore del portafoglio decade” ha concluso Costanza.

Come mai? Come ha scritto anche il Climate Progressuno dei motivi centrali per il quale le economie umane continuano a emettere massicce quantità di anidride carbonica, nonostante l’incombente minaccia del cambiamento climatico, è che non c’è alcun costo per  tali emissioni. Gli accordi di Kyoto, l'ultimo di Parigi o il Social cost of carbon (Scc) "sono stati un tentativo di mettere un cartellino del prezzo su queste emissioni: dice ai policymakers quali costi si dovrebbero imporre agli emettitori quando si progettano un sistema di cap-and-trade, una carbon tax o norme ambientali simili”. Ecco perché studi come quello dell’Australian National University che cercano di rendere il valore degli ecosistemi naturali visibile anche ai mercati sono importanti e servono a ricordareci che se il capitale naturale può ricostituirsi nel tempo, e non sempre è vero, a volte può essere consumato troppo in fretta e bisognerebbe urgentemente prenderne atto. 

Alessandro Graziadei

domenica 31 luglio 2016

Le vie dell’atomo sono infinite...

La notizia non dovrebbe stupirci. Chernobyl ci ha insegnato che il Cesio-137 ha una emivita di circa 30 anni e continua a rappresentare un rischio per l’ambiente e la salute umana per centinaia di anni. Quindi sapere (proprio nei giorni nei quali si ricorda il tragico anniversario dello sgancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki) dal recente rapporto “Atomic Depths: An assessment of freshwater and marine sediment contamination” di Greenpeace Iternational, che “La contaminazione radioattiva nei fondali marini al largo della costa di Fukushima è centinaia di volte al di sopra dei livelli antecedenti il 2011” non ci sorprende. Già nell’aprile del 2011 ad un mese dal terremoto era chiaro che oltre al drammatico numero dei morti travolti dallo Tsunami che aveva colpito il Giappone, le conseguenze del disastro nucleare di Fukushima erano destinate a lasciare segni indelebili e apparentemente invisibili, non solo attorno alla centrale Fukushima Daiichi, ma anche nell’Oceano pacifico, ben oltre il limite delle acque territoriali giapponesi. Ma una cosa sicuramente stupisce, ed è che “la contaminazione nei fiumi locali è fino a 200 volte superiore rispetto a quella dei sedimenti oceanici”.

Dal 21 febbraio all’11 marzo di quest’anno il “Radiation survey team” imbracato a bordo della nave da ricerca Asakaze, supportata dalla Rainbow Warrior, la nave ammiraglia di Greenpeace, ha condotto un’indagine sottomarina lungo la costa di Fukushima e nei sistemi fluviali in un’ampia area attorno alla centrale interessata dal disastro di 5 anni fa, raccogliendo molti campioni poi analizzati da un laboratorio indipendente a Tokyo. Secondo i risultati su 19 campioni di terreno prelevati in tre fiumi della regione (l’Abakuma, il Niida e l’Ota), 18 presentano indici di radioattività superiori ai mille becquerel per chilogrammo. Per avere un termine di paragone è bene sapere che il governo del Giappone indica che il livello standard di radioattività nell’acqua potabile non può superare i 10 becquerel per chilogrammo. Nel dettaglio le analisi dei prelievi fatti nel Niida, a circa 30 chilometri a nordest della centrale, dove al momento non ci sono restrizioni al reinsediamento delle persone, hanno rivelato contaminazioni altissime, con 29.800 Bq/kg per il cesio radioattivo 134 e 137. Altri campioni prelevati alla foce del fiume Abukuma, nella prefettura di Miyagi, 90 chilometri a nord del cadavere nucleare della centrale, hanno rivelato livelli pari a 6.500 Bq/kg.

Ai Kashiwagi, energy campaigner di Greenpeace Japan, ha spiegato che “I livelli estremamente elevati di radioattività che abbiamo trovato lungo i sistemi fluviali evidenziano l’enormità e la longevità sia della contaminazione ambientale, che dei rischi per la salute pubblica derivanti dal disastro di Fukushima. Questi campioni fluviali sono stati presi in zone in cui il governo Abe sta affermando che per le persone è sicuro a vivere. Ma i risultati dimostrano che non non è possibile un ritorno alla normalità dopo questa catastrofe nucleare”. La situazione, come anticipavamo, è migliore sul fondale marino davanti alla centrale dove sono stati trovati e analizzati campioni che arrivano a 120 Bq/kg, rispetto ai 0,3 Bq/kg registrati prima dello Tsunami dell’11 marzo 2011. Come era prevedibile purtroppo per quanto “bassi” i livelli di contaminazione trovati 60 km a sud della centrale nucleare sono quasi uguali a quelli che si trovano a 4 km da Fukushima Daichi. Per Kendra Ulrich, senior global energy campaigner di Greenpeace Japan, che “I livelli di radiazione nei sedimenti al largo della costa di Fukushima siano più bassi rispetto alla contaminazione del terreno è quello che ci aspettavamo ed è  in linea con altre ricerche. La vastità dell’Oceano Pacifico, insieme a forti e complesse correnti, fa sì che il più grande singolo rilascio di radioattività nell’ambiente marino abbia portato alla dispersione della contaminazione”. 

Nel complesso l'indagine basta a Greenpeace Japan per sostenere che “la previsione del Governo di eliminare l’ordinanza di evacuazione dalle aree contaminate entro il marzo 2017 rappresenta un rischio inutile e dannoso”.  Per gli ambientalisti giapponesi “Le vaste distese di foreste e di sistemi di acqua dolce contaminati conserveranno una fonte di radioattività per il prossimo futuro, in quanto questi ecosistemi non possono semplicemente essere decontaminati”.  “La comunità scientifica deve ricevere tutto il sostegno necessario per continuare la ricerca sugli impatti di questo disastro - ha concluso Ulrich - Oltre alla contaminazione in atto nelle foreste e nei fiumi, la grande quantità di radioattività in loco, presso l’impianto nucleare distrutto, rimane una delle più grandi minacce nucleari per le comunità di Fukushima e dell’Oceano Pacifico intero”. 

Così mentre le radiazioni non fanno più notizia, le tonnellate di acqua altamente contaminata si aggiungono alla sfida senza precedenti di dover gestire tre nuclei di reattori fusi. Esistono quindi “minacce presenti e future, che sono principalmente i continui sversamenti di acqua radioattiva dalla stessa centrale” e il progressivo ampliamento della contaminazione nel suolo della regione attraverso “i fiumi e gli estuari costieri“, ha concluso la ong. Il rapporto di Greenpeace uscito il 22 di luglio giunge solo pochi giorni dopo che la Tepco, la compagnia che gestisce la centrale, ha ammesso per la prima volta che il suo sistema per tenere sotto controllo le falde acquifere al di sotto dei reattori, non è in grado di contenere il flusso al 100%. Curioso tempismo.

Alessandro Graziadei

sabato 30 luglio 2016

#RefettoRìo: l’equazione semplice

L’avanzo di oggi = il pranzo di domani. L’equazione semplice è quella che ha sempre animato le cucine delle nostre nonne. Con il pane vecchio ti faccio gli gnocchi di pane, con il riso avanzato delle crocchette impanate, con la pasta del giorno prima una frittata, con la polenta della domenica un pasticcio con il formaggio e con le verdure che hai avanzato un dado vegetale… Insomma non si butta via niente in cucina e gli avanzi di ieri ricucinati oggi non hanno nulla da invidiare ai piatti originalmente avanzati. Con questo spirito gli chef pluri-stellati Massimo Bottura e David Hertz hanno dato il via al progetto "RefettoRìo" che li vedrà applicare questa semplice equazione in occasione delle prossime Olimpiadi a Rio dal 5 al 21 agosto, quando proveranno a recuperare il cibo avanzato al villaggio olimpico per trasformarlo in ottimi piatti destinati a chi quel cibo non può pagarlo.

Tutto è iniziato a Milano, durante la scorsa Esposizione universale e la sua ambiziosa idea di "nutrire il pianeta". “Allora mi sono detto be’, cominciamo col dare uno stop agli sprechi, come la mia nonna, che il pane raffermo me lo riproponeva pucciato nel latte e zucchero. Ma hai idea di quanto sia buona quella roba lì? - ha spiegato Bottura -. Ogni anno nel mondo 1,3 miliardi di tonnellate di cibo commestibile finiscono al macero. Se le recuperassimo saremmo a cavallo, non ti pare?”.  Così durante Expo Bottura ha dato vita al Refettorio Ambrosiano, tuttora attivo, che ha trasformato in piatti stellati per chi vive difficoltà economiche oltre 15 tonnellate di cibo che altrimenti sarebbero state buttate, anche grazie a centinaia di volontari e cuochi internazionali, tra cui Virgilio Martinez, Gaston Acurio, Ferran e Albert Adrià, solo per citarne alcuni. Un’esperienza riuscita che ha convinto lo chef dell’Osteria Francescana (di recente premiato come miglior ristorante del mondo) ad esportare l’iniziativa a Rio grazie ad una collaborazione tra la sua ong Food for Soul e quella dello chef David Hertz, fondatore di Gastromotiva che da oltre 10 anni lavora, a partire dalla cultura del cibo, nelle zone più disagiate del Brasile e del Messico. 

Realizzato in collaborazione con l’artista Vik Muniz che ha creato nel locale un’Ultima Cena di 6 metri con i cibi sprecati, i designer Humberto e Fernando Campana e il light designer Maneco Quinderé, il RefettoRìo sarà inaugurato, in un edificio che era in disuso, il 9 agosto a Lapa, nel centro di Rio grazie anche all’iniziativa del ministero delle Politiche agricole brasiliano e dalla città di Rio de Janeiro. Un contesto da locale stellato dove “saranno serviti ottimi pasti alle persone in difficoltà recuperando il cibo in surplus del villaggio olimpico” hanno spiegato Hertz e Bottura lo scorso 8 luglio dalla sede della FAO di Roma “per promuovere un impiego consapevole del cibo nella sua interezza, in cui il recupero alimentare si allinea al recupero della dignità umana”. “Anche il pane secco o una crosta di parmigiano potranno diventare oro per tante persone che vivono nelle favelas brasiliane” ha assicurato Bottura che oltre a servire pasti gratuiti ha pensato al futuro di chi verrà sfamato organizzando al  RefettoRìo anche corsi di cucina e di nutrizione per i giovani in condizioni di necessità delle favelas, corsi volti soprattutto alla promozione di frutta e verdura fresche come alternativa al pessimo cibo confezionato diffusissimo nelle favelas.

Come a Milano anche a Rio tutto prenderà vita soprattutto grazie ai volontari, chef stellati da tutto il mondo e giovani cuochi formati sul campo durante i progetto di Gastromotiva. “Tutte persone speciali - ha assicurato Hertz - dal grande chef allo straordinario fornaio kenyota non ci saranno differenze e avremmo tutti un unico obiettivo”. Quale? Una mensa stellata, ma comunitaria capace di servire 19mila pasti, recuperando 12 tonnellate di eccedenze alimentari che saranno prodotte durante tutta la durata dei Giochi, sfamando 108 persone ad ogni servizio e formando più di mille giovani con l’ABC della cucina economica e sana. Quanto basta per legare quest’esperienza assistenziale ad una dimensione di cittadinanza basata sull’educazione alimentare, culturale e sociale. “C’è bisogno che tutti prendano la responsabilità tra le mani perché cucinare, in questo caso, è una chiamata all'azione. Noi chef dobbiamo trasformarci in canali per donare buone intenzioni. All’inizio - ha concluso Hertz - non erano molte le aziende disposte ad aiutarci, poi qualcosa è cambiato. L’impegno costante ci ha portato al risultato che tutti vedrete tra qualche giorno”.

RefettoRìo andrà avanti con il suo servizio anche dopo la fine delle olimpiadi. Entro l’anno, poi, Massimo Bottura, Food for Soul e Caritas dovrebbero aprire una nuova mensa a Torino. Ma lo chef modenese si prepara anche a sfamare gli Stati Uniti, grazie al progetto portato avanti con Robert De Niro per la creazione di un refettorio nel Bronx capace di garantire pasti caldi, buoni e sani agli homeless di New York. Lui la definisce una “soup kitchen”, un laboratorio di cultura alimentare per provare ad arginare almeno un po’ la vergogna della fame e dello spreco di cibo. 

Alessandro Graziadei

sabato 23 luglio 2016

Droga: il "Triangolo d’oro" mondiale...

È comunemente chiamato il “Triangolo d’oro”, ed è un’area al confine fra Myanmar, Laos e Thailandia dedita alla produzione di droga, tanto da essere considerata la fonte principale della produzione di oppio, eroina e metanfetamina di tutto il mercato asiatico, seconda per importanza e dimensione solo alla “Mezzaluna d’oro” dell’Afghanistan. La Cina è diventato negli anni un importante mercato per i signori della droga del “Triangolo d’oro” visto che un rapporto pubblicato nel 2015 dal governo di Pechino ha ricondotto “il 90% delle 9,3 tonnellate di eroina e le 11,4 tonnellate di metanfetamina sequestrate nel 2014” a questa regione, confinante con la provincia meridionale cinese dello Yunnan. A 12 mesi da quel primo rapporto poco sembra essere cambiato in quest’area del sud est asiatico e a quanto pare “il Triangolo d’oro continua ad essere per la Cina la regione più pericolosa in tema di produzione di stupefacenti”.

A dispetto degli sforzi messi in campo dall’esecutivo cinese per fermare il narcotraffico lungo il confine, alimentato da gruppi criminali e bande ribelli armate, il commercio rimane ancora “d’oro”. Lo scorso anno l’uso di droghe sintetiche come metanfetamine e ketamine in Cina ha superato in diffusione e popolarità quello dell’eroina. Ad oggi in Cina vi sono almeno 3 milioni di tossicodipendenti certificati che risultano essere sempre più giovani e provengono dai più svariati ambiti sociali ed economici. Ma il problema va ben oltre la Cina. Già nel 2013 un rapporto del Dipartimento per la droga e il crimine delle Nazioni Unite (UNODOC) riferiva che “il Triangolo d’oro copre almeno il 18% della coltivazione e vendita mondiale di oppio” ed è di questi giorni la notizia che in Laos sempre più donne vengono sfruttate per il traffico di stupefacenti perché, secondo i signori della droga, si mescolano con maggiore facilità nella folla e passano più inosservate ai controlli rispetto agli uomini.

Ad oggi non vi sono ancora cifre ufficiali, ma secondo alti funzionari della polizia del Laos vi è un “forte e preoccupante aumento di arresti fra le donne per reati legati al narcotraffico", in particolare di anfetamine. La maggior parte delle donne arrestate ha oggi un’età compresa fra i 30 e i 50 anni, spesso è in stato interessante e proviene dalle aree abitate principalmente da minoranze etniche. Solo nella provincia centrale di Bolikhamsay, nelle scorse settimane, la polizia ha arrestato un centinaio di donne per possesso e traffico di stupefacenti: “Le donne si trasformano in corrieri - hanno spiegato i poliziotti - perché sembrano andare per i fatti propri, passando il più delle volte inosservate”. Non solo corrieri, aggiunge la fonte di polizia, visto che fra le persone fermate ci sono sempre più spesso un “numero cospicuo di rivenditrici e di spacciatrici”. Pur crescendo in maniera progressiva in questi ultimi anni, il fenomeno è passato quasi sotto silenzio fino a poco tempo fa, ma è sempre più evidente anche alla polizia che “per molte donne è difficile stare lontane dal traffico illegale, perché provengono da famiglie povere, e spesso vengono sfruttate”.

Per contrastare il fenomeno del narcotraffico, il Primo Ministro del Laos Thongloun Sisoulith ha promosso di recente una campagna di sensibilizzazione in cui invita i concittadini a combattere contro l’uso e lo spaccio di droga. Lo scorso mese il premier ha dato di persona alle fiamme un carico di droga sequestrato dalle autorità che contava 4,3 milioni di dosi tra anfetamine, cannabis e metanfetamine, oltre ad altre droghe sintetiche. Egli ha definito il traffico “un ostacolo allo sviluppo sociale ed economico” della nazione, oltre che una risorsa importante “per il crimine e la corruzione” che si traduce con un tasso sempre più elevato di arresti per droga non solo in Laos. Anche in Thailandia si registra una crescita esponenziale di arresti di donne di origine laotiana, tanto che diverse fonti giornalistiche parlano di un numero di prigioniere del Laos nelle prigioni thailandesi pari a 1.352 unità. Un dato superiore ad altre nazioni dell’area, considerando che le detenute birmane sono 581 e quelle cambogiane 552. 

Quello che accade in Laos sembra rispecchiare un trend mondiale che non ha preferenze di genere ed è stato messo nero su bianco nel documento finale sottoscritto dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite 2016 (UNGASS) lo scorso aprile con un'esortazione a tutti i paesi a “prevenire e contrastare” il crimine collegato alla droga, cercando di annientare “coltivazione, produzione, manifattura e traffico illeciti” di cocaina, eroina, metanfetamina e altre sostanze vietate dalle leggi internazionali. Il documento riafferma anche l’impegno dell’ONU a “ridurre l’offerta e [raggiungere l’obiettivo] con ogni mezzo possibile”. Eppure, sempre secondo i dati dell’ONU, l’approccio utilizzato finora nella lotta al narcotraffico è stato un fallimento di proporzioni epiche. Lo scorso maggio, sempre l’UNODOC, ha pubblicato il World Drug Report del 2015, nel quale si legge che nonostante i miliardi di dollari spesi per sradicare raccolti illeciti, sequestrare carichi di droga e arrestare i trafficanti, “il numero di persone che fanno uso di droghe è il più alto di sempre”. Secondo i dati contenuti nel rapporto, “246 milioni di persone in tutto il mondo - una su 20 tra i 15 e i 64 anni - hanno fatto uso di droga nel corso del 2013, un aumento di 3 milioni rispetto all'anno precedente”. E ancora più allarmante è il fatto che nel rapporto 27 milioni di persone siano state classificate come “tossicodipendenti problematici”, dei quali soltanto uno su sei ha avuto accesso a un trattamento per la dipendenza.

Alessandro Graziadei

domenica 17 luglio 2016

Il crowdfunding contro la privatizzazione dei beni comuni

Il crowdfunding della società civile, l’impegno di amministrazioni illuminate e un trasversale amore per i beni comuni sembrano essere la nuova frontiera della tutela ambientale che va dal Parco Nazionale Abel Tasman in Nuova Zelanda al Parco Nazionale di La Maddalena in Italia. Sì perché solo così è tornata pubblica la spiaggia di Awaroa, in Nuova Zelanda, un paradiso di sabbia bianca e mare turchese che si trova all’estremo Nord della South Island, l’isola più grande dell'arcipelago neozelandese. Da circa un decennio era di proprietà di un ricco uomo d’affari Michael Spackman che l’aveva acquistata nel 2008 e ne aveva fatto un “piccolo” paradiso privato chiuso al pubblico. Lo scorso anno Spackman aveva messo in vendita la spiaggia al prezzo di due milioni di dollari, una cifra che nessun neozelandese avrebbe potuto sostenere da solo, tanto meno i maori per i quali la spiaggia è sacra. 

E allora tutti per uno e uno per tutti, e tanto meglio se i "tutti" sono 40 mila persone! Lanciata sulla piattaforma di crowdfunding neozelandese Givealittle da due cognati per contribuire agli insufficienti 350 mila dollari offerti dal Governo, la raccolta fondi per ricomprare Awaroa ha avuto un successo straordinario e in poco più di tre settimane è stato raccolto un milione e 700mila dollari. Così il destino di questo paradiso naturale bianco e turchese spesso citatato nella mitologia maori è cambiato grazie ai tantissimi neozelandesi che hanno deciso di unire le loro forze per acquistarla. Certo ci sono voluti quattro giorni di trattative per convincere Spackman ad accettare una cifra più bassa rispetto a quella richiesta, ma alla fine il 10 luglio i cittadini nozelandesi ce l’hanno fatta e la spiaggia Awarosa è tornata un patrimonio di tutti. Sarà così nuovamente parte dell’Abel Tasman National Park e verrà gestita proprio dalla locale comunità maori, un’ulteriore garanzia che nessuno potrà permettersi di farne nuovamente una "piscina" privata.

Una storia a lieto fine, come quella che in marzo ha visto protagonisti gli allievi e gli insegnanti della classe 2B della scuola media di Mosso, un piccolo comune montano della provincia di Biella, in Piemonte. Il 15 febbraio i ragazzi e gli insegnanti, dopo aver letto che l’isola di Budelli nel Parco della Maddalena sarebbe stata di nuovo messa all’asta, hanno pensato di mettere in piedi una grande colletta attraverso il crowdfunding per acquistare l’isola e far sì che rimanesse italiana ed incontaminata. “Abbiamo calcolato che se ogni studente delle scuole italiane avesse messo 50centesimi, avremmo potuto raccogliere subito i fondi necessari” avevano dichiarato i ragazzi. Pronti, via! La classe aveva allestito una campagna di raccolta fondi con Produzioni Dal Basso e firmato un protocollo d’intesa con WWF Italia per il supporto operativo. “Il nostro obiettivo era vincere l’asta con le donazioni di tutti gli studenti d’Italia, regalare Budelli alla collettività e farla diventare l’isola dei giovani”. 

Come è andata a finire? L’11 marzo è uscita la notizia che Budelli non era più in vendita. Il giudice, infatti, ha riconosciuto il diritto di prelazione del Parco Nazionale dell'Arcipelago di La Maddalena, che è diventato il proprietario dell’isola e Budelli è tornata ad essere un “bene comune”. “Molti pensano che se non fosse stato per tutto il rumore che abbiamo fatto, non sarebbe successo così in fretta! Ci piace pensare che sia così! Ora il secondo obiettivo: Budelli deve diventare l’isola dei giovani: WWF e il Parco Nazionale di La Maddalena ci hanno sostenuti in quest'idea fin dall'inizio e ora possiamo impiegare la nostra colletta per questo scopo!” hanno dichiarato i ragazzi e i professori di Mosso dalla loro pagina Facebook e sul loro sito Nonsisbudellilitalia.com.

Su questo obiettivo dicono i ragazzi “Vorremmo coinvolgere tantissime scuole! Sarebbe bello se in ogni scuola o classe si individuasse un ambasciatore per Budelli incaricato di raccogliere i soldi in contanti dai ragazzi, che poi un adulto dovrebbe provvedere a versare tramite la piattaforma" dove continuano ad arrivare contributi dall’Italia e da ogni parte del mondo: Costa Rica, Andalusia, Paesi Bassi… Giuseppe Paschetto, docente di matematica e scienze della classe, ha spiegato che la forza del progetto sta nell'aver ricevuto "molto sostegno dalle scuole di tutta Italia. Sono stati in tantissimi a scriverci, ora sarà importante creare una linea d’azione che coinvolga Parco, Stato, Regioni e scuole italiane” e predisporre con l’Ente parco, il Wwf e le scuole coinvolte piani e varie attività didattiche adatte alle esigenze delle singole scuole che prenderanno parte al progetto.

Il progetto dei ragazzi di Mosso arriva assieme alla decisione del Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca (Miur) di introdurre l’educazione ambientale come materia obbligatoria nelle scuole di ogni ordine e grado, proprio a partire dal prossimo anno scolastico. L’isola dei giovani a Budelli rappresenterebbe quindi il compimento di un progetto didattico nazionale, all’interno del quale le scuole potrebbero facilmente trovare metodi di confronto e cooperazione. “Andremo avanti così, le manifestazioni di interesse che sono arrivate sono tantissime. Siamo quindi più che mai convinti che il progetto sia praticabile”, ha concluso il professor Paschetto, che come noi sogna un futuro dove il bene comune non debba essere salvato dal crowdfunding, ma considerato una risorsa. Ai ragazzi della 2B della scuola media di Mosso è chiaro, speriamo lo sia anche alla classe dirigente, se non a quella attuale, almeno a quella futura.

Alessandro Graziadei

sabato 16 luglio 2016

Riciclo = meno cambiamento climatico, più benefici economici!

È stato Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il Decreto del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del Mare numero 121 del 31 maggio 2016, che contiene le indicazioni per lo svolgimento delle attività di ritiro gratuito “1 contro 0” dei Rifiuti generati da apparecchiature elettriche ed elettroniche (i così detti RAEE). Il decreto, conforme a quanto previsto dal D. Lgs. 49/2014, prevede dal 22 luglio 2016 il ritiro obbligatorio da parte dei distributori con superficie di vendita almeno di 400 mq (mentre possono aderirvi facoltativamente gli altri distributori con superfici di vendita minori) di RAEE anche di piccolissime dimensioni, a titolo gratuito e senza obbligo di acquisto di un dispositivo equivalente. Una norma apparentemente insignificante, ma utile allo sviluppo di un’economia circolare e funzionale alla lotta contro i cambiamenti climatici

Come? Secondo il Green economy report (Ger), il rapporto che fa il punto sull’impatto del sistema del riciclo dei Raee a livello europeo e italiano, la lotta al cambiamento climatico è oggi “strettamente legata al mondo della gestione dei rifiuti tecnologici”. Presentato lo scorso 7 luglio e redatto da Remedia, uno dei  principali Consorzi italiani per la gestione eco-sostenibile dei rifiuti tecnologici, in collaborazione con la Fondazione sviluppo sostenibile,  il rapporto evidenzia l'impatto positivo della raccolta dei RAEE in termini di performance ambientali misurate non solo attraverso il Carbon footprint (bilancio delle emissioni dei gas serra), bensì anche attraverso altri indicatori quali il Water footprint (bilancio idrico), il Material footprint (bilancio delle risorse) e il Land Footprint (bilancio nel consumo del suolo). Ciò che emerge, in sintesi, è un risparmio di acqua non consumata pari a 659.845 m3, 70.378 tonnellate di risorse non prelevate dall’ambiente e 336 ettari di territorio non sfruttato. In particolare, per quanto riguarda i rifiuti tecnologici raccolti e trattati da Remedia, dal punto di vista dei materiali l’analisi evidenzia un recupero del 21% di plastica, 20% di vetro, un 6% di altra categoria ed addirittura un 53% di metalli, come acciaio e ferro (77,7%), piombo (9,1%), alluminio (6,3%) e rame (6,2%). 

Nel corso del 2015 il solo consorzio Remedia ha gestito oltre 39.800 tonnellate di rifiuti tecnologici di cui 33.300 tonnellate di RAEE domestici (83,7%) e 3.600 tonnellate di RAEE professionali (9,1%) oltre a 2.900 tonnellate di pile e accumulatori (7,3%) e 600 tonnellate di altri tipi di rifiuti raccolti in 698 centri di raccolta comunali. Di questa enorme quantità di rifiuti l’88,4% è stato avviato al recupero di materia ed il 3,1% trasformato in energia; solo l’8,1% è stato destinato allo smaltimento finale in discarica, mentre lo 0,4% è stato avviato alla termodistruzione. Secondo quanto stimato nel rapporto, solo in Italia il riciclo dei Raee nel 2015 ha permesso di evitare l’emissione di circa 550 mila tonnellate di CO2, mentre allargando lo sguardo all’intera Europa il computo sale a 2,9 milioni di tonnellate di CO2.

Ma il riciclo dei rifiuti tecnologici ha ricadute positive non solo sull’ambiente, ma in generale sull’economia del Paese. Al positivo impatto sul clima, infatti, associa anche quello sul risparmio di materiali vergini, un dato importantissimo per un Paese come il nostro, povero di materie prime. Dall’elaborazione della Fondazione sviluppo sostenibile emerge, infatti, che nell’ultimo anno “Remedia in Italia ha contribuito a ridurre i costi di importazione di materie prime per un valore complessivamente stimato in circa 16 milioni di euro”. Senza contare “i benefici economici indiretti dati dagli impatti positivi per le imprese del comparto del recupero: il valore economico distribuito (ossia il totale di costi sostenuti per assicurare l’efficace funzionamento del sistema) è pari a 9,71 milioni di euro, in crescita di circa il 20% rispetto all’anno precedente” ha spiegato Remedia.
Un vantaggio economico simile a quello europeo dove, secondo la Ellen MacArthur Foundation e il McKinsey Center for Business and Environment,l'economia circolare vale per l'Europa un aumento del 7% del Pil”. Ma un'economia basata sul riciclo  può funzionare in modo efficace solo se si è capaci di attribuire il giusto prezzo legato all’utilizzo di materie prime vergini da parte dell’industria, che non deve considerare soltanto i costi di produzione, ma anche gli impatti ambientali attraverso un fisco più verde e l’incentivo all’acquisto di prodotti riciclati. Per questo già nel dicembre del 2015 è stato pubblicato dalla Commissione europea un pacchetto di misure per incentivare l’economia circolare e che nelle intenzioni dovrebbero produrre risparmi annuali pari a 600 miliardi di euro, 580 mila nuovi posti di lavoro oltre ad un taglio del 2-4 % delle emissioni serra.

Un esempio? Prendiamo il nostro smartphone: “Secondo la Commissione europea - ha concluso Remedia - se il 95% dei telefoni cellulari dismessi fosse raccolto, si potrebbero generare risparmi sui costi dei materiali di fabbricazione pari a oltre 1 miliardo di euro”. Analogamente, se si passasse dal riciclaggio alla rimessa a nuovo dei veicoli commerciali leggeri, si risparmierebbero materiali per un valore di oltre 6,4 miliardi di euro l’anno, 140 milioni in costi energetici, oltre a ridurre le emissioni emissioni di gas serra di 6,3 milioni di tonnellate. Come cantava Jack Johnson, anche nei caso dei RAEE occorre far proprie “The 3 R’s” e occorre farlo subito!

Alessandro Graziadei

domenica 10 luglio 2016

La pace è in marcia verso il 9 ottobre

Il pacifismo è stato spesso ridotto al “semplicistico” ed “idealista” rifiuto della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie fra gli stati. Ridicolizzato, quando non strumentalizzato, il pacifismo, con il suo tentativo di risoluzione nonviolenta dei conflitti, è però un valore universale che dovrebbe essere così largamente condiviso da diventare uno dei valori fondanti di un’opinione pubblica democratica capace di rivendicare la pace come diritto umano. Come fare allora a valorizzare il pacifismo in un momento dove terrorismo, teppismo, allarmismo e guerre sembrano condizionare tanto l’agenda politica quanto l’opinione pubblica? Una delle soluzioni più logiche dovrebbe essere il disarmo, ma la riduzione delle spese militari per ora rimane intoccabile, visto che in questo settore, almeno in Italia, le spese continuano a crescere, immuni ai tagli e alle crisi. 

Anche quest’anno il dibattito attorno al disarmo si è riacceso con la Festa della Repubblica del 2 giugno. Al di là della sua coerenza con lo spirito repubblicano guadagnato con il suffragio universale e non con le armi, ogni anno, nonostante un suo significativo ridimensionamento, la parata militare ci costa ancora due milioni di euro. Un’inezia se si pensa che ogni giorno la nostra Repubblica spende quasi 50 milioni di euro in spese militari, 48 nel 2016, di cui quasi 13 milioni per l’acquisto di nuovi armamenti. Tutte spese contabilizzate dal nuovo Documento programmatico pluriennale della Difesa (2016-2018) e che salgono a 17,7 miliardi se si considerano i 1,27 miliardi di finanziamenti del Ministero dell’Economia e delle Finanze alle missioni militari e i 2,54 miliardi del Ministero per lo Sviluppo Economico (Mise) per i programmi di riarmo. Finanziamenti, quelli del Mise, che anche quest’anno garantiscono alla Difesa una continuità di budget per l’acquisto di nuovi armamenti per un totale di 4,6 miliardi di euro. 

L’altro dato significativo che emerge dal nuovo Documento programmatico è che la spesa per il personale, invece di diminuire come previsto dalla riforma Di Paola, nel 2016 aumenterà del 2,7 per cento rispetto allo scorso anno scorso, con 10 miliardi di euro messi a disposizione per pagare 90mila ufficiali e sottufficiali e 82mila soldati di truppa. Per non parlare della famigerata “pensione ausiliaria”, una regalia sopravvissuta alla guerra fredda ridotta, ma non abolita, che continua a costare oltre 400 milioni all’anno o i 200 preti-generali e preti- colonnelli che pesano ancora sulle casse dello Stato per 20 milioni l’anno tra stipendi e pensioni. A sorprendere anche l’aumento del 21,6 per cento delle spese per “funzioni esterne” della Difesa con i suoi 118 milioni contro i 97 del 2015, che comprendendo anche i voli militari di Stato dovrebbero fare i conti con il leasing dell’”Air Force Renzi”, il cui costo dovrebbe essere di circa 15 milioni di euro l’anno.

Eppure in questi ultimi anni la corsa alle armi, non solo italiana, non ha scongiurato la delinquenza e la guerra. Anzi. Se negli USA le armi causano 30 mila morti civili all'anno, in campo militare l’idea distruttiva in base alla quale “la guerra è inevitabile” e dunque dobbiamo essere pronti a farla tutte le volte che è necessario sembra nascondere una nuove forme di colonialismo piuttosto che offrire una soluzione convincente all’instabilità globale. Una considerazione che sta alla base dell’appello della Tavola della Pace e dalla Rete della Pace che lo scorso 10 giugno hanno inviato tutti i costruttori di pace ad opporsi a queste politiche irresponsabili e a rafforzare l’impegno per la pace anche partecipando domenica 9 ottobre 2016 alla Marcia PerugiAssisi della Pace e della Fraternità. “Facciamo in modo che la PerugiAssisi sia la marcia di coloro che si oppongono a questa realtà, che si indignano, la rifiutano e si impegnano quotidianamente a trasformarla costruendo pace, accoglienza, solidarietà, dialogo, nonviolenza e fraternità” hanno chiesto gli organizzatori che si oppongono non solo a questa continua corsa agli armamenti, ma ad “un modello di vita insostenibile che produce ingiustizie, crisi e guerre”.

Per le due realtà che da anni mobilitano una buona parte del pacifismo italiano, “ad aggravare la situazione si stanno facendo strada in Europa alcune idee e politiche pericolose che aumentano le paure, accentuano le divisioni, avvelenano i rapporti e allontanano le soluzioni”. Per la Tavola della Pace “Una prima idea pericolosa è quella di chi sostiene che possiamo fare a meno dell’Europa” perché anche se l’Europa che oggi conosciamo non ci piace, questo non vuol dire che dobbiamo buttarla via. Occorre piuttosto “rifare l’Europa realizzando l’originale progetto di pace, giustizia sociale e fratellanza”. Solo così sarà possibile contrastare un’altra idea pericolosa come quella che “dobbiamo impedire a chi cerca rifugio nel nostro continente di arrivare da noi”.  Questa idea “ci sta avvelenando l’aria che respiriamo rendendoci ogni giorno più soli, più poveri e impauriti. È l’idea che corrode la nostra capacità di affrontare assieme le grandi e piccole sfide del nostro tempo proprio quando constatiamo che solidarietà e cooperazione sono le fondamenta della convivenza” ha spiegato la Rete della Pace.

Per gli organizzatori della PerugiaAssisi le istituzioni hanno il dovere di proteggere chi è in pericolo e assicurare il rispetto del diritto internazionale perché come più volte abbiamo provato a spiegare anche su Unimondo non è vero che “la solidarietà è un lusso che non ci possiamo più permettere!”. Fino a prova contraria ad oggi l’immigrazione non è un problema economico, ed anzi potrebbe essere una risorsa.  Certo i tempi sono difficili, “La sfida della pace è immensa, ma non impossibile” e ritrovarsi in tanti tra Perugia ed Assisi il prossimo 9 ottobre potrebbe essere un modo per cominciare a ricostruire la pace ed il pacifismo italiano, come altre volte è successo nella storia di questa importante e pacifica marcia.

Alessandro Graziadei