domenica 18 febbraio 2018

Più lavoro (nero) per tutti!

Con quasi 108 miliardi di Euro evasi ogni anno in Italia uno si aspetta una campagna elettorale all’insegna dei rimedi all’evasione fiscale, almeno nella réclame. Invece, pare che il morbillo faccia più paura, nonostante i dati allarmanti che emergono dal breve, ma esplicito focus sul lavoro nel Belpaese di Censis e Confcooperative: “Negato, irregolare, sommerso: il lato oscuro del lavoro”. Presentato a Roma lo scorso 31 gennaio il focus fotografa un’evasione tributaria e contributiva che ha raggiunto quota 107,7 miliardi, quattro volte la manovra approvata dal Governo Gentiloni a fine anno, una cifra resa possibile dai moltissimi lavoratori che a causa degli alti tassi di disoccupazione hanno dovuto accettare un lavoro in nero tra le fila di quei 3,3 milioni di lavoratori impiegati in tutte le false imprese dei settori produttivi del Paese o tra i 100 mila occupati delle false cooperative, che ricorrendo al lavoro irregolare riducono il costo del lavoro di oltre il 50% mettendo fuori mercato le aziende che operano nella legalità.

Secondo la Commissione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva, istituita presso il Ministero dell’Economia e della Finanza, considerato l’insieme delle attività economiche, il salario medio orario sostenuto dalle imprese per retribuire un lavoratore regolare dipendente è di 16 euro, mentre il  salario pagato dalle aziende per un lavoratore irregolare corrisponde a 8,1 euro, quasi la metà del salario orario lordo. Il cosiddetto monte salariale irregolare nel 2014 ha raggiunto i 28 miliardi di euro, pari al 6,1% del valore complessivo delle retribuzioni lorde.  Il risultato è che tutte le realtà che ricorrono al lavoro irregolare mettono oggi una grave ipoteca sul futuro dei lavoratori lasciandoli privi delle coperture previdenziali, assistenziali e sanitarie. Fra le voci più rilevanti dell’evasione si distingue quella relativa all’Iva che sfiora i 36 miliardi di euro e quella da mancato gettito dell’Irpef pari a 35 miliardi di euro, mentre l’Irap fa registrare una mancata contribuzione di 8,5 miliardi e il mancato versamento dei contributi risulta pari a 2,5 miliardi per il lavoratore dipendente e a 8,2 miliardi per il datore di lavoro.

 “Attraverso questo focus - ha spiegato Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative - denunciamo ancora una volta e diciamo basta a chi ottiene vantaggio competitivo attraverso il taglio irregolare del costo del lavoro, che vuol dire diritti negati e lavoratori sfruttati. Se le false cooperative sfruttano oltre 100 mila lavoratori, qui fotografiamo un’area grigia molto più ampia, che interessa le tantissime false imprese di tutti settori produttivi che offrono lavoro irregolare e sommerso”. A conti fatti si può dire che la metà dei disoccupati prodotti dalla crisi sono stati risucchiati nell’illegalità visto che nel periodo 2012-2015 mentre nell’economia regolare venivano cancellati 462.000 posti di lavoro, 260.000 riconducibili a lavoro dipendente e 202.000 nell’ambito del lavoro indipendente, la schiera di chi era occupato illegalmente cresceva di 200.000 unità, arrivando a superare appunto la quota record di 3,3 milioni. Per il focus di Censis e Confcooperative "All’espansione del lavoro non normato ha contribuito in maniera prevalente l’occupazione dipendente che ha segnato un +7,4%, mentre sul fronte dell’occupazione regolare è la componente indipendente che, in termini relativi, ha subito un maggiore ridimensionamento registrando un -3,7%". 

Se sul piano territoriale, riguardo all’incidenza del lavoro irregolare sul valore aggiunto regionale, Calabria e Campania registrano le percentuali più alte (rispettivamente il 9,9% e l’8,8%), seguite da Sicilia (8,1%), Puglia (7,6%), Sardegna e Molise (entrambe con il 7,0%), la classifica delle attività a più ampio utilizzo di lavoro sommerso vede ai primi posti quelle legate all’impiego di personale domestico da parte delle famiglie, con un tasso di irregolarità che sfiora ormai il 60%. A seguire, ma con tassi più che dimezzati, troviamo le attività agricole e il terziario dove permane uno stock di occupati non regolari: “nel primo caso il tasso è del 23,4%, mentre nel secondo caso, e nello specifico delle attività artistiche, di intrattenimento e di altri servizi, risulta di poco inferiore con il 22,7%”. Rimane sempre elevata la quota di irregolari nei settori dell'accoglienza e della ristorazione con il 17,7%, e nelle costruzioni con il 16,1%. Più contenuti rispetto alla media totale delle attività economiche, ma in ogni caso in crescita nel 2015 rispetto al 2012, i valori relativi a trasporti e magazzinaggio con un 10,6% e al commercio con il 10,3% di irregolarità. 

Per quanto tutte le forme di nero siano condannabili, a detta di Gardini, “Va fatta una distinzione tra i livelli di irregolarità di una badante e quella di un lavoratore sfruttato nei campi, nei cantieri o nel facchinaggio. Il primo seppur in un contesto di irregolarità, fotografa spesso le difficoltà delle famiglie nell’assistere un anziano, un disabile o un minore. Qui le famiglie evadono per necessità. Le false imprese, invece, per moltiplicare i profitti e mettere fuori gioco le tantissime imprese che competono correttamente sul mercato”. Davanti a questi numeri la politica dovrebbe, almeno in campagna elettorale, proporre non solo un ragionato e progressivo taglio delle tasse, ma soprattutto una lotta senza quartiere all’evasione, la via forse più sensata per ottenere in prospettiva lo stesso risultato: alleggerire la pressione fiscale grazie all'indispensabile slogan "più lavoro (regolare e non nero) per tutti".

Alessandro Graziadei

sabato 17 febbraio 2018

Africa: quando la conservazione diventa una guerra

Non è un caso se, appena trenta anni fa, migliaia di animali selvatici di grandi dimensioni vagavano liberi e felici nelle aree protette dell’Africa centrale mentre oggi le loro popolazioni sono decimate. Secondo il rapporto “An Assessment of Poaching and Wildlife Trafficking in the Garamba-Bili-Chinko Transboundary Landscape” pubblicato lo scorso mese da Trafficil bracconaggio organizzato e il traffico di specie selvatiche da parte di attori non statali come gruppi armati e milizie militarizzate, minacciano gravemente la fauna selvatica dell’Africa centrale e in particolare la sopravvivenza di alcune delle specie più emblematiche della regione, come gli elefanti e le giraffe. Si tratta di un fenomeno che per il rapporto pubblicato da Traffic ha avuto una crescita incontrollata ed esponenziale principalmente nella grande area tra la Repubblica Centrafricana, la Repubblica Democratica del Congo e il Sud Sudan, dove operano le milizie Janjaouid del Sudan, la Lord’s Resistance Army dell’Uganda, i combattenti rivali anti-Balaka e Séléka della Repubblica Centrafricana, l’esercito ribelle che si oppone al Sudan’s People’s Liberation Army del Sud Sudan e numerose bande di bracconieri armate fino ai denti.

Se nel Parc national de la Garamba della Repubblica Democratica del Congo sono sopravvissuti  tra i 1.100  i 1.400 elefanti sui circa 20.000 presenti negli anni ’80, per le giraffe, ridotte oggi ad una quarantina di esemplari, il destino sembra essere stato anche peggiore. Ma mentre l’avorio ha registrato un drastico calo del suo prezzo nel più importante mercato mondiale, quello cinese, per via della decisone di Pechino di interrompere dal 2018 tutte le attività legate alla vendita e alla trasformazione delle zanne degli elefanti, lo scacciamosche, che in numerose società africane è ancora un simbolo di autorità ed è di solito fabbricato con la coda di  giraffa, fa ancora di questo animale uno dei principali obiettivi dei bracconieri e dei gruppi armati. Ma il traffico di animali in quest’area non risparmia neanche i nostri “cugini” scimpanzé la cui popolazione è diminuita del 98% in trent’anni, soprattutto a causa del bracconaggio. Le scimmie vengono sterminate per soddisfare la crescente richiesta di carne che “È particolarmente intensa intorno ai campi di sfruttamento minerario artigianale e di sfruttamento forestale, dove la carne di selvaggina è generalmente la principale fonte di proteine dei lavoratori e degli stessi gruppi armati”.

La strage sembra essere simile a quella dei rinoceronti del Sudafrica che secondo i dati del South African Department of Environmental Affairs conta 1.028 rinoceronti uccisi illegalmente nel solo 2017,  paradossalmente un numero inferiore a quello registrato nei due anni precedenti e nel 2014 quando, a causa del mercato del corno dell’animale, il Sudafrica contò ben 1.215 rinoceronti abbattuti.  “Ad oggi il bracconaggio si concentra soprattutto nei territori a ridosso del Kruger National Park dove vive la più grande popolazione di rinoceronti del Sudafrica - ha spiegato il South African Department - dove i bracconieri che si trovano in queste aree si coordinano con le organizzazione criminali internazionali che hanno fatto del commercio di fauna selvatica in via d’estinzione un business multimiliardario”. La diminuzione del numero dei rinoceronti uccisi in Sudafrica per il terzo anno consecutivo è tuttavia incoraggiante. L’azione del Governo nel corso del 2017 ha mostrato il parziale successo del Programma Integrated Strategic Management Approach of Rhinoceros, che ha visto un incremento del numero di condanne per attività illegali legate al rinoceronte e il supporto alle comunità locali coinvolte in attività legali connesse alla tutela e alla conservazione della fauna selvatica.

Anche per il rapporto di Traffic, nella protezione dei grandi mammiferi minacciati dai gruppi armati, è fondamentale, oltre ad una cooperazione transfrontaliera tra gli Stati danneggiati dalle attività delle milizie armate e dai bracconieri, il ruolo delle comunità locali: “Rafforzare il ruolo delle popolazioni indigene nella gestione della fauna dovrebbe essere al centro di ogni strategia mirante a lottare contro il commercio illegale di specie selvatiche e  ad assicurare la protezione della fauna e della biodiversità in futuro” ha ricordato Bianca Notarbartolo dell’Unep sottolineando che “L’importanza del coinvolgimento delle comunità locali nella lotta contro il bracconaggio e del rafforzamento dei loro mezzi di sussistenza alternativi è attualmente largamente riconosciuta anche da diversi forum nazionali, regionali e mondiali, ma questi impegni devono essere accompagnati da una messa in opera efficace e sufficiente”.

Una missione non impossibile perché, anche se a detta dell'Unep “La conservazione è diventata un’impresa molto pericolosa”, per il rapporto di Traffic "Fortunatamente esistono sul terreno delle agenzie di conservazione devote e competenti" che  "dovrebbero essere pienamente sostenute (finanziariamente, logisticamente e politicamente) perché possano continuare a difendere la fauna e l’ecosistema contro le enormi pressioni che attualmente vengono esercitate su questi habitat”, talvolta e purtroppo, non solo da gruppi armati e milizie militarizzate, ma anche da una trasversale corruzione istituzionale. 

Alessandro Graziadei

domenica 11 febbraio 2018

Il biocarburante che uccide(va) i diritti e l'ambiente

Negli anni passati il boom di olio di palma ha causato soprattutto in Indonesia e in Malaysia, i due maggiori produttori mondiali, centinaia di cause legali tra popoli indigeni e industria agraria. Senza creare alcun benessere tra le popolazioni indigene di quelle aree, le piantagioni di olio di palma hanno continuato per decenni un’incessante opera di deforestazione e land grabbing diventando una costante minaccia sociale e culturale per le popolazioni indigene. Anche per questo lo scorso 17 gennaio il Parlamento Europeo ha votato con una larga maggioranza per il temporaneo abbandono da parte dell’Unione Europea dell’uso di olio di palma come biocarburante. La decisione non è ancora vincolante e deve essere prima approvata dai paesi membri dell’Unione, ma per l'Associazione per i Popoli Minacciati (APM) si tratta di una decisione che finalmente tutela i diritti umani, visto che quasi ovunque “la produzione dell’olio di palma comporta la violazione dei diritti economici, sociali e culturali dei popoli indigeni, con intere comunità che vengono cacciate e marginalizzate”.

Il ministro per le piantagioni e le risorse naturali malese Mah Siew, in seguito a questo divieto del Parlamento Europeo, ha accusato l’Europa di “apartheid sistematica contro determinate piante” e “determinate economie”. Un’accusa che l’APM considera assurda proprio in virtù delle terribili conseguenze (rese possibili anche dalla corruzione e all’abuso di potere diffusi nel paese asiatico) che hanno le piantagioni di olio di palma in Malaysia e che l’associazione denuncia dal 2012. Infatti, nonostante la Commissione Europea in passato abbia più volte dichiarato che la produzione di olio di palma destinata al mercato europeo di biodiesel dovesse provenire “da coltivazioni ecologicamente certificate”, per l’APM l’Europa non si era fino ad ora mai preoccupata di capire come si fosse arrivati ad avere una piantagione certificata né se per creare una piantagione fossero stati distrutti villaggi o messe in fuga delle comunità indigene. Per l’APM “La maggior parte delle 150.000 persone appartenenti ai popoli degli Orang-Asli della Malaysia hanno ormai perso definitivamente la possibilità di vivere sulla propria terra trasformata in piantagioni di olio di palma e anche da un punto di vista giuridico hanno poche speranze di poter ottenere la restituzione delle terre da cui sono stati cacciati”. 

La situazione è simile nella vicina Indonesia dove nelle isole di Sumatra e Kalimantan (Borneo) le piantagioni di olio di palma coprono circa 120.000 Km quadrati, una superficie pari a quella dell’intero nord Italia. Nella Papua occidentale l'area coltivata a olio di palma è quintuplicata tra il 2010 e il 2015 e anche qui a pagarne le conseguenze sono stati gli indigeni Papua che hanno perso la propria terra e sono stati costretti ad abbandonare la loro economia tradizionale. Anche se la Papua occidentale ospita ancora il 35% delle foreste pluviali dell'Indonesia, ogni anno intere aree di foreste vengono sacrificate alle piantagioni di olio di palma provocando un enorme pressione su migliaia di indigeni che vivono della loro economia tradizionale nelle foreste attraverso la caccia e la raccolta e/o coltivando piccoli campi per l’autoconsumo. “Poiché non posseggono però certificati di proprietà ufficiali, essi non hanno alcuna possibilità di far valere i loro diritti nei confronti delle autorità, delle multinazionali e degli imprenditori interessati alla loro terraha spiegato l’APM. Così quando la terra di una comunità indigena diventa interessante per una qualsiasi attività economica, la comunità viene semplicemente cacciata. 

Come se non bastasse a rischio non sono solo i diritti dei popoli indigeni, ma anche gli impatti ambientali che ha l'uso dell’olio di palma come biocarburante all’interno dei confini dell’Unione, visto che produce tre volte la quantità di emissioni di un diesel convenzionale. Per l’ong Transport & Environment (T&E ) la decisone del Parlamento europeo di porre fine al sostegno del biodiesel a base di oli vegetali prende atto anche del fatto che “Questi carburanti hanno emissioni superiori al gasolio regolare e sono causa di deforestazione e distruzione delle torbiere”. Per Laura Buffet, responsabile dei combustibili puliti presso T&E, “Il voto parlamentare invia un messaggio chiaro all'industria dei biocarburanti: lo sviluppo può provenire solo da combustibili avanzati  e sostenibili come i biocarburanti basati sui rifiuti. Questo compromesso reindirizza gli investimenti nei carburanti del futuro ed elimina il biodiesel da olio di palma, il biocarburante con il più alto rendimento”. 

Di fatto questa decisone mette la politica europea in materia di combustibili su una pista più equa, solidale e pulita, ma lascia comunque aperta la possibilità di utilizzare alcuni biocarburanti di seconda generazione non proprio sostenibili dal punto di vista ambientale fino al 2030. “Esortiamo per questo la Commissione europea e i governi dell’Unione a rafforzare la definizione e l’elenco dei biocarburanti avanzati, in modo da promuovere solo biocarburanti veramente sostenibili ed evitare gli stessi errori del passatoha concluso la Buffet.

Alessandro Graziadei

sabato 10 febbraio 2018

I costi della guerra

I costi della guerra sono prima di tutto umani. Ogni anno nei 36 scenari di guerra contemporanei documentati dall’Atlante della Guerra e dei Conflitti  si cancellano le vite migliaia di persone e con esse il futuro di centinaia di regioni. Si calcola con una stima ottimistica che circa 167 mila persone hanno perso la vita nei conflitti armati di tutto il mondo nel 2015 e che più di 65 milioni di persone per gli stessi motivi sono state costretta a migrare nel 2016. Un numero di rifugiati senza precedenti, superiore agli abitanti dell’Italia e grande quanto quelli del Regno Unito, in fuga da comunità e spesso interi Paesi devastati nelle infrastrutture e nel tessuto economico. E se ai cinici verrà in mente che vendere armamenti genera indotto e posti di lavoro occorre spiegare loro che la ricaduta positiva del mercato delle guerra sull’economia mondiale, in realtà non esiste. Secondo i dati più recenti in mano all’Institute for Economics and Peace i conflitti e le violenze ci sarebbero costati 13,6 trilioni di dollari nel 2015, mentre per il rapporto “World Humanitarian Data and Trends” dell’Office for the Coordination of Umanitarian Affairs dell’Onu (Ocha), il mondo nel solo 2016 ha pagato alla guerra un tributo ancora più alto: 14,3 trilioni di dollari, pari al 12,6% del Pil globale. Un record negativo assoluto.

In particolare per l’Ocha se nel 2016 le spese militari sono costate 5,6 trilioni di dollari e la sicurezza interna ha richiesto circa 4,9 trilioni di dollari, pesando per oltre due terzi sui costi di guerre e conflitti, tutte le altre perdite economiche sono state causate direttamente dai conflitti per 1 trilione di dollari e dal crimine organizzato che spesso approfitta degli scenari bellici per 2,6 trilioni di dollari. Per Rob Smith, del World Economic Forum, non c’è da sorprendersi se il costo della guerra è aumentato negli anni visto che è in relazione al numero di conflitti: “Globalmente, nel 2006 c’erano 278 conflitti politici attivi. Dieci anni dopo, il numero di conflitti politici era salito bruscamente a 402”. Cifre ancora più chiare nel rapporto dell’Ocha secondo il quale se è vero che “Nel 2016, sono state 38 le crisi ritenute molto violente, cinque in meno rispetto al 2015, nel decennio 2006 – 2016, i conflitti di media intensità e le crisi violente hanno registrato un aumento esponenziale, passando dalle 83 del 2006 alle 188 del 2016”.

Per combattere queste crisi umanitarie e migliorare la vita di milioni di persone, l’ex Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon ha presentato una nuova Agenda for Humanity” che delinea cinque punti fondamentali utili, anche per l’Ocha, a ridurre non solo la sofferenza dell’umanità dovuta alla guerra, ma anche gli enormi costi economici dovuti alle violenze. Fondamentale per un’agenda mondiale veramente umana sarà “Prevenire e terminare tutti i conflitti” migliorando la leadership e le azioni preventive di mediazione; in caso di conflitto armato occorre “Rispettare le regole di guerra” e quindi la protezione dei civili e delle loro case al pari dell'assistenza umanitaria e medica; serve “Non lasciare nessuno indietro”, cioè affrontare la questione di profughi e degli sfollati assicurandosi che nessuno si dimentichi dell’educazione dei bambini durante le crisi; non si può dimenticarsi di “Lavorare in modo da porre fine ai bisogni”, senza assistenzialismo, ma attraverso lo sviluppo locale; ed infine è necessario “Investire in umanità”, puntando sulle capacità locali di risolvere i conflitti.

Per il recente rapporto Ocha se i governi del mondo si assumessero queste responsabilità nei confronti delle situazioni conflittuali sarebbe molto più facile aiutare l’Onu a raggiungere i suoi 17 obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030, che inseguono la promozione di società pacifiche, giuste e inclusive, libere dalla paura e dalla violenza in un contesto di conservazione del pianeta. Sì perché se i costi umani e quelli economici sono i minimi comuni denominatori della guerra, non possiamo dimenticare i suoi costi ecologici e ambientali. Secondo il grande economista Nicholas Georgescu-Roegen, ispiratore della moderna economia ecologica, “per farsi la guerra il genere umano spende ogni anno 6 volte di più di quanto sarebbe necessario investire per realizzare un’economia ecologica, in grado di creare lavoro e lenire le ferite che abbiamo causato all’ambiente che ci dà la vita. È dunque la pace il primo viatico per l’economia ecologica”.

Un’economia pacificata che a quanto pare sarebbe più rispettosa anche dei diritti animali, visto che nel caso specifico dell’Africa, secondo lo studio “Warfare and wildlife declines in Africa’s protected areas”, sostenuto dalla National Science Foundation assieme al Princeton Environmental Institute e appena pubblicato su Nature da Joshua Daskin e Robert  Pringle è evidente che “La guerra è stata un fattore costante nel decennale declino dei grandi mammiferi in Africa. A popolazioni che erano stabili nelle zone pacifiche è bastato solo un leggero aumento della frequenza dei conflitti per iniziare una spirale discendente”.  Nel loro studio, Pringle e Daskin hanno sottolineano come sarebbe utile “vedere le organizzazioni dedite alla conservazione e quelle umanitarie collaborare nei lavori di soccorso post-conflitto. La ripresa a lungo termine di una società dipende dalla salute e dalla speranza delle persone e gli ambienti naturali sani e ricchi di biodiversità sono risorse che catalizzano la salute e la speranza umana". È quello che si chiama un positive-feedback loop.

Alessandro Graziadei

sabato 3 febbraio 2018

Nonostante le alternative, siamo ancora dei fossili!

Secondo l’ultimo rapporto (rilanciato anche dal Kyoto club) di Climate Scorecard, una ong che monitora mensilmente gli sforzi fatti da parte dei principali Paesi inquinatori per attuare gli obiettivi previsti dall’Accordo di Parigi, “l’Italia ha sostenuto, direttamente e indirettamente, i combustibili fossili per 14,8 miliardi di euro nel 2016 e 13,2 miliardi di euro nel 2015”, un contributo in crescendo totalmente incoerente con la professata lotta ai cambiamenti climatici e basato su sussidi concessi sia alla produzione che al consumo, attraverso l’esenzione di accise, sconti e finanziamenti a tutto il settore del petrolio e del carbone. Per quanto riguarda l’Italia non si tratta di una vera e propria scoperta, visto che era già tutto nero su bianco nel Catalogo dei sussidi ambientali pubblicato l’anno scorso per la prima volta dal Ministero dell’Ambiente e all’interno del quale vengono presentati nel dettaglio tutti gli incentivi economici che impattano sull’ambientale messi in campo dallo Stato italiano. Ne emerge che l’Italia spende ogni anno in sussidi ambientalmente dannosi, 400 milioni di euro in più delle risorse messo in campo per incentivare un’economia più pulita.

Una posizione che, allargando il campo d’osservazione come ha fatto il Climate Scorecard, evidenzia come il Belpaese sia in buona o meglio “cattiva” compagnia visto che per tutti i 20 principali Paesi inquinatori i sussidi per i combustibili fossili che ammontavano a 4.900 miliardi di dollari in tutto il mondo nel 2013, sono saliti a 5.300 miliardi nel 2015 (un più 6,5% del Pil globale), con i sussidi al carbone, il più inquinante e climalterante dei combustibili fossili, che rappresentano circa la metà del totale. Al momento tutti i Paesi del G7 (Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone e Ue) si sono impegnati a porre fine a queste sovvenzioni entro il 2025, mentre le Nazioni facenti parte del G20 hanno annunciato la cessazione di tutti questi sussidi, ma non hanno ancora fissato una deadline. Tuttavia, in attesa di questo importante traguardo  e nonostante l’entrata in vigore dell’Accordo sul clima di Parigi siglato oltre due anni fa con l’idea di impegnare la comunità internazionale a contenere il riscaldamento globale “ben al di sotto” di +2°C, i sovvenzionamenti contribuiscono ancora in maniera determinante al surriscaldamento globale causato dalle emissioni di CO2 dei combustibili fossili "di stato".

Eppure, mentre il tempo che abbiamo a disposizione per frenare il riscaldamento globale prima che i suoi effetti divengano irreversibili è sempre meno, l’idea di un mondo più green non sembra impossibile. Anzi. Il nuovo rapporto “Renewable Power Generation Costs in 2017” presentato all’ottava assemblea dell’International Renewable Energy Association (Irena), tenutasi ad Abu Dhabi il 13 e 14 gennaio scorsi, dimostra che entro il 2019 i migliori progetti fotovoltaici e eolici offriranno energia elettrica a 3 centesimi di dollaro/kWh o meno,  un prezzo molto al di sotto di quello attuale di 5-17 centesimi di dollar/kWh con cui si produce energia tramite combustibili fossili. Per quanto riguarda l’Italia, l’Irena ha sottolineato come “Tale rapporto appaia particolarmente interessante nel contesto della Strategia Energetica Nazionale che prevede un target quantitativo del 28% di rinnovabili sui consumi complessivi al 2030 e un target elettrico del 55% al 2030 nonché  la cessazione della produzione di energia elettrica da carbone al 2025”. 

Buone notizie a livello mondiale arrivano anche dall’energia eolica che per l’Irena è già disponibile al prezzo di una qualsiasi altra fonte di energia: "i costi medi mondiali negli ultimi 12 mesi per l’eolico ammontano ora a 6 centesimi di dollaro/kWh (-23% dal 2010) e può toccare anche i 4 centesimi di dollaro/kWh". I costi per il fotovoltaico poi sono diminuiti del 73% dal 2010 con un costo di produzione costante dell’energia sull’intera vita operativa dell’impianto di 10 centesimi di dollaro/kWh, e dovrebbero ridursi ulteriormente entro il 2020. Buone notizie arrivano dagli impianti solari di Abu Dhabi, Cile, Dubai, Messico, Perù e Arabia Saudita che grazie a sempre più efficienti tecnologie hanno registrato in questi anni i costi più bassi per la produzione di energia solare, che oggi è pari a 3 centesimi di euro in kWh. Infine anche i nuovi progetti di bioenergia e geotermia commissionati nel 2017 hanno avuto un costo energetico medio ponderato globale di circa 7 centesimi di dollaro / kWh. Secondo quanto emerge dai dati forniti da tutti i settori analizzati, entro il 2020 tutte le tecnologie per la produzione di energie rinnovabili attualmente commercializzate concorreranno, e persino batteranno sul prezzo, i combustibili fossili, con una produzione pari a 3-10 centesimi di dollaro/kWh. Un risultato che per il direttore generale dell’Irena, Adnan Z. Amin, segna un cambiamento significativo nel paradigma energetico: “Questi cali dei costi nelle tecnologie dimostrano il livello senza precedenti con cui l’energia rinnovabile sta sconvolgendo il sistema energetico globale”.

L’impressione, supportata dai dati, è che ormai l’utilizzo di fonti rinnovabili per produrre  energia, non sia più semplicemente una scelta “ambientalista”, ma sia una scelta conveniente anche da punto di vista economico. Per questo, anche a livello italiano, da questa campagna elettorale ci si aspetterebbe qualche promessa in più nei confronti di un settore che ha ampi margini di crescita e ottime prospettive per migliorare i livelli di occupazione, salute e tutela ambientale. Arriverà?

Alessandro Graziadei

domenica 28 gennaio 2018

Teheran: - pene capitali + diritti civili?

Dal 1998 a oggi l’Iran ha giustiziato quasi 10.000 persone per il reato di spaccio e possesso di droghe. Un numero impressionante, ma che non stupisce visto che fino allo scorso agosto bastavano 30 grammi di cocaina per finire nelle mani del boia. La scorsa estate però il Parlamento ha innalzato il quantitativo minimo di droga detenuta per poter essere condannati a morte portandolo a 2 kg per la cocaina e a 50 kg per oppio, derivati dell’oppio e marijuana. Secondo fonti ufficiali di Teheran la nuova legge avrà effetto retroattivo permettendo così, a partire da questi primi mesi del 2018, una revisione dei processi e delle condanne a morte che dovrebbero coinvolgere i 5.000 prigionieri detenuti nel braccio della morte con l’accusa di possesso e spaccio di droghe e ancora in attesa di essere giustiziati. Di questi, almeno il 90% hanno un’età compresa fra i 20 e i 30 anni. 

Il capo della magistratura iraniana, l'ayatollah Sadegh Larijani, ha confermato nelle scorse settimane che “la maggior parte delle condanne capitali saranno commutate in detenzioni carcerarie”. Una decisione a lungo attesa da attivisti e ong per i diritti umani, come ha sottolineato Mahmood Amiry-Moghaddam di Iran Human Rights (IHR). “Se applicato in modo adeguato questo cambiamento alla legge rappresenterà uno dei passi più significativi verso la riduzione dell’uso della pena di morte in Iran”.  L’applicazione della norma non è per Amiry-Moghaddam un colpo di spugna verso i criminali, ma l’occasione per risparmiare la vita a persone non sempre incarcerate nella piena evidenza della loro colpevolezza. “Dato che la maggior parte dei condannati per reati legati alla droga provengono dalle fasce più giovani ed emarginate della popolazione spesso non hanno risorse per ricorrere in appello e ottenere una modifica della loro sentenza”. 

Già nel 2016 il ministro iraniano della Giustizia Mostafa Pourmohammadi aveva annunciato la ricerca di “punizioni efficaci alternative alla pena capitale non solo per quanto riguarda i reati di detenzione e spaccio di droghe", auspicando una revisione delle leggi e la conseguente riduzione del numero di esecuzioni capitali limitate solo ai casi di “reati gravi”. Una posizione più “morbida” in contrasto con la violenta repressione, con decine di morti e centinaia di arresti, che ha subito la “rivolta” promossa soprattutto dai giovani iraniani contro l’aumento dei prezzi, la corruzione e le posizioni liberticide del Governo. Eppure proprio alla vigilia degli scontri, Teheran, forse nel tentativo di tamponare il malcontento, aveva annunciato per voce del generale della polizia della capitale, che le autorità non avrebbero più richiesto il carcere per chi viola il codice d’abbigliamento islamico nella capitale. Al posto della prigione, le persone scoperte ad indossare un abbigliamento “inadeguato” adesso saranno invitate a frequentare corsi rieducativi. 

Un’altra solo parziale “buona notizia” per la presidenza del moderato Hassan Rouhani, che in modo graduale sta liberalizzando i costumi iraniani, nonostante i non pochi fautori della linea più dura e conservatrice presenti tra le forze di sicurezza e nel sistema giudiziario del Paese. Anche per questo le regole restrittive per l’abbigliamento restano ancora in vigore al di fuori della capitale e, stando a quanto riporta l’agenzia iraniana Tasmin, i recidivi potrebbero ancora affrontare le conseguenze legali di un regolamento in vigore nella Repubblica islamica sin dalla rivoluzione del 1979. In base ad esso, “le donne devono coprire i capelli e indossare abiti larghi e lunghi”, un diktat che molte giovani donne iraniane hanno deciso apertamente di sfidare indossando veli che lasciano in modo parziale scoperta la testa, soprattutto a Teheran, dove agli uomini sono ancora vietati “il torso nudo e i pantaloni corti”.

Un regolamento che stride con un’altra storica decisone: quelle che per la prima volta dalla Rivoluzione islamica del 1979 ha visto, dall’11 al 15 dicembre, la capitale iraniana ospitare cinque concerti degli Schiller. La band musicale pop elettronica occidentale guidata dal leader e compositore Christopher von Deylen, una delle star mondiali del settore con oltre sette milioni di dischi venduti in tutto il mondo, ha fatto registrare il tutto esaurito anche tra i giovani iraniani sempre più stanchi dell’egemonia della leadership religiosa e in cerca di un riscatto almeno ricreativo. Nessuno fino allo scorso dicembre si era potuto esibire in pubblico in Iran dal bando imposto dagli ayatollah, che considerano la musica occidentale parte di un piano finalizzato alla “invasione culturale” del Paese. Nel 2008 il tentativo di organizzare un concerto del cantante irlandese Chris de Burgh era saltato all’ultimo minuto, proprio a causa di un veto imposto dalla leadership religiosa, nonostante il permesso già ottenuto dal ministero della Cultura.

Adesso, tre le proteste di piazza, sembra che la guida del presidente Rouhani, confermato per un secondo mandato il 19 maggio scorso, dopo aver incassato l’accordo sul nucleare, una timida crescita economica e un rilancio del turismo punti ad una liberalizzazione dei diritti civili e culturali. Ma con molti diritti umani sistematicamente negati, la strada è ancora lunga. Ayatollah permettendo.

Alessandro Graziadei

sabato 27 gennaio 2018

L’isola da visitare con leggerezza

Palau non è solo un paradiso fiscale della black list dell'Unione europea. Lo stato insulare del Pacifico occidentale è la tredicesima nazione più piccola al mondo con una popolazione di meno di 20.000 persone e una lunga storia di primati mondiali nel campo della conservazione. Fu il primo Paese nel 2009 a creare un santuario degli squali nelle sue acque nazionali vietando  la distruttiva pratica della pesca a strascico e nel 2015 l’unico capace di istituire la più grande area marina protetta al mondo, quel Palau National Marine Sanctuary che, in mezzo milione di chilometri quadrati, ospita un patrimonio di biodiversità che conta più di 1.300 specie di pesci e 700 di coralli. Primati che lo rendono uno dei soli 6 Paesi al mondo ad avere una designazione Unesco che protegge sia il suo ambiente, che la sua cultura, una caratteristica che lo fa diventare ogni anno la meta di oltre 160.000 visitatori, un numero che pare destinato a crescere con un impatto antropico sull’ecosistema locale non sempre sostenibile. Che fare?

Il Governo locale ha lanciato in dicembre la Palau Pledge, un’innovativa iniziativa di turismo responsabile pensata per attirare l’attenzione sulle sfide ecologiche legate al futuro di Palau attraverso l’invito a sottoscrivere, sul passaporto di ogni turista che entra nel Paese, una promessa vincolante presa direttamente con i bambini di Palau che dice: “Bambini di Palau, prendo questo impegno come vostro ospite, per preservare e proteggere la vostra bella e unica casa insulare. Giuro di visitarla con leggerezza, di comportarmi gentilmente e di esplorare con attenzione. Non prenderò ciò che non mi è stato dato. Non farò del male a ciò che non mi fa del male. Le uniche impronte che lascerò sono quelle che verranno spazzate via”. In questo modo Palau ha aggiornato la sua politica turistica con una proposta scritta  dei bambini di Palau e ispirata alla locale tradizione Palauana del Bul, una moratoria dei leader tradizionali di Palau che pone fine immediatamente al sovra-consumo e alla distruzione di una specie, luogo o cosa.

A quanto pare il singolare giuramento timbrato sul passaporto è stato ritenuto necessario non solo per il costante incremento turistico, ma dopo che i comportamenti di molti turisti hanno iniziato a compromettere l’ambiente incontaminato di Palau e ad avere un impatto negativo sulla sua cultura. Adesso il Governo può agire con multe fino a 1 milione di dollari contro chiunque violi le condizioni dell’impegno preso firmando il proprio passaporto. Per Tommy E. Remengesau Jr, Presidente di Palau, convinto sostenitore dell’importanza della tutela ambientale “ognuno è responsabile per l’attuazione del cambiamento. È nostra responsabilità mostrare ai nostri ospiti come rispettare Palau, così come è loro dovere mantenere l’impegno firmato quando ci visitano”. Di fatto questa piccola nazione insulare è un grande Stato oceanico nel campo della conservazione dell’habitat, da sempre il cuore cultura locale. “Per sopravvivere facciamo affidamento sul nostro ambiente e se il nostro bellissimo Paese scomparisse per il degrado ambientale, saremmo l’ultima generazione a godere sia della sua bellezza, che della sua biodiversità. […] Speriamo che il Palau Pledge aumenti la consapevolezza globale della responsabilità che questa generazione ha nei confronti della prossima a livello locale e mondiale” ha concluso Remengesau Jr.

Intanto, mentre on line il Palau Pledge è illustrato da un video nel quale i bambini di Palau spiegano l’enorme impatto che i turisti possono avere sulle loro isole e sul loro mare, all’aeroporto internazionale di Palau e in tutto il Paese sono già pronti da alcuni mesi i punti informativi e le infografiche tradotte (compreso il timbro sul passaporto) nelle lingue dei Paesi dai quali provengono i principali flussi turistici, per ricordare ai visitatori le condizioni del Palau Pledge. A cominciare dal 2018, inoltre, il Palau Pledge sarà implementato da due associazioni di Palau (il Palau Conservation Society e il Friends of the Palau National Marine Sanctuary) e istituzionalizzato dal Governo attraverso i ministeri  interessati, in particolare dal ministero dell’Istruzione, che lo utilizzerà nell’educazione dei bambini, per aiutarli a capire il ruolo essenziale che svolgono e che svolgeranno nel proteggere il futuro del loro fragile e straordinario Paese. Per il Governo, infatti, “Anche le comunità locali e le imprese, a cominciare da quelle turistiche, devono essere incoraggiate ad aderire al Pledge e ad impegnarsi a sostenere le leggi per la conservazione di Palau, aiutando i visitatori a capirle, celebrando la bellezza unica di Palau”.

Per Laura Clarke, che con Nicolle Fagan, Jennifer Koskelin-Gibbons e Nanae Singeo compongono il Palau Legacy Project, un gruppo di professionisti volontari che vivono a Palau e che hanno collaborato con il Governo nella ricerca delle strategie di comunicazione utili a diffondere questo messaggio di conservazione, “il Palau Pledge vuole aiutare gli ospiti a capire il ruolo vitale che svolgono nel proteggere Palau per la prossima generazione. Di fatto, la maggior parte dei visitatori non è consapevole del grave impatto che hanno le loro azioni o di ciò che possono fare per aiutare la popolazione locale nella conservazione dell'ecosistema”. Così mentre i cittadini di Palau e il suo Governo danno questa lezione di ecologia profonda al mondo, ora tocca ai visitatori fare la loro parte praticando e imparando un turismo responsabile e il più possibile sostenibile!

Alessandro Graziadei

domenica 21 gennaio 2018

Quando finiranno le discriminazioni in India?

I circa 200 milioni di Dalit dell’India, che una volta venivano chiamati anche “intoccabili”, avevano posto grandi speranze nella vittoria elettorale del 2014 dell’attuale premier Narendra Modi. Ma le aspettative per una progressiva riduzione delle discriminazioni e un miglioramento della loro situazione sociale sono andate deluse. Per questo nelle scorse settimane centinaia di migliaia di Dalit hanno protestato a Mumbai contro il perdurare della discriminazione nei loro confronti e contro la violenza da parte dei nazionalisti hindù. In seguito a queste proteste di massa che hanno bloccato il traffico della metropoli, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha invitato il premier Narendra Modisia a porre fine alla perdurante discriminazione di questo gruppo di popolazione particolarmente svantaggiato, sia a prendere pubblicamente le distanze dalla violenza degli estremisti hindù contro le minoranze etniche e religiose del paese”.

Le proteste erano iniziate dopo la morte violenta del 28enne Rahul Phatangale, un giovane Dalit che è stato ucciso a Pune il 1 gennaio 2018 da un nazionalista hindù durante le commemorazioni del 200esimo anniversario della battaglia di Bhima-Koregaon, la battaglia che nel 1818 aveva segnato la vittoria dei Dalit e dei soldati britannici contro i membri di una casta alta. Ora per l’APM “Se si continua a non perseguire, a non punire e a non condannare pubblicamente le violenze e le aggressioni dei nazionalisti hindù contro Dalit, Cristiani e Musulmani, l’India rischia di dover affrontare un anno particolarmente difficile, durante il quale le prossime elezioni politiche possono fungere da pretesto per un aumento delle violenze contro le minoranze”. Al momento è evidente che la tutela delle minoranze in India è insufficiente e necessita urgentemente di interventi politici utili a difendere i diritti umani, civili, economici, sociali e culturali.

Mentre i Dalit sono sempre più spesso vittime di aggressioni, omicidi, stupri, rapimenti e saccheggi da parte degli estremisti hindù, continuano anche le discriminazioni nel sistema scolastico e nel mercato del lavoro, tanto che la disoccupazione tra i Dalit è tuttora il doppio rispetto alla media nazionale. Di conseguenza il crescente malcontento tra i Dalit sta causando sempre più proteste pubbliche, tanto che nel solo stato federale del Maharashtra negli ultimi due anni sono state quasi 100 le manifestazioni pubbliche organizzate da questa minoranza per difendere i propri diritti. Ma per l’APM la violenza degli estremisti nazionalisti hindù non colpisce solo i Dalit ed interessa in modo crescente anche chi appartiene a una delle varie minoranze religiose dell’India compresi cristiani e musulmani. “Se il governo indiano non adotta finalmente misure per porre fine alla crescente violenza estremista, la maggiore democrazia dell'Asia rischia di essere minata dall’instabilità socialeha spiegato l’APM. 

Di fatto dalla vittoria elettorale nel 2014 del partito nazionalista hindu BJP (Bharatiya Janata Party - Partito del popolo indiano) di Narendra Modi si assiste ad un preoccupante aumento delle violenze nei confronti di tutte le minoranze religiose e etniche in tutti gli stati federali indiani in cui il BJP è al potere. Parallelamente è cresciuta anche la violenza e la sistematica violazione dei diritti dei popoli indigeni indiani. Oltre alle attuali “conservazioni selettive”, già nel 2002 bande di nazionalisti hindu si sono rese responsabili di un vero e proprio pogrom contro la popolazione musulmana nello stato del Gujarat il cui governatore era all'epoca proprio Narendra Modi. Allora oltre 1.000 persone di religione musulmana furono uccise e più di 2.000 case e 2.400 esercizi commerciali furono distrutti e dati alle fiamme mentre la polizia restava a guardare. Nel 2008 la violenza dei nazionalisti hindu dello stato federale di Orissa si scatenò contro i credenti cristiani. Allora 53.000 persone di fede cristiana furono cacciate da  315 villaggi, 151 chiese furono distrutte, 4.640 case saccheggiate e bruciate, circa 60 persone di fede cristiana furono uccise e molte furono minacciate di morte se non si fossero convertite all'induismo.

Così mentre da anni i militanti dell’organizzazione giovanile estremista hindu RSS (Rashtriya Swayamsevak Sangh - Organizzazione Patriottica Nazionale) intimidiscono credenti e minacciano denunce per presunte violazioni della legge anti-conversione, adesso la popolazione di credo musulmano teme che la politica di ghettizzazione simile all'apartheid praticata dal BJP da anni, principalmente nello stato del Gujarat, possa ora essere estesa a tutto il territorio nazionale visto che, nel corso del 2017, il partito nazionalista indù del premier Narendra Modi ha dominano tutte le elezioni dei cinque Stati indiani nonostante l’impopolare bando delle rupie.

Alessandro Graziadei

sabato 20 gennaio 2018

Al bando cotton fioc e microplastiche?

Sta finendo la legislatura che ha approvato il maggior numero di leggi di iniziativa parlamentare per la tutela dell’ambiente. Eppure dopo l’illusione della conquista di nuovi e sempre più europei diritti civili guadagnati con la legge sulle unioni civili e quella legge sul biotestamento, subito compensate dalla mancanza del numero legale nella votazione sullo ius soli e dallo stallo della legge sui caregiver familiari, qualche dubbio sulla credibilità di alcuni di questi provvedimenti è d’obbligo anche in materia ambientale, visto che Governo e Parlamento sembrano essersi fatti dettare l’agenda politica più dagli umori della campagna elettorale che da reali convinzioni politiche. Al momento, dopo l'infelice proposta dei sacchetti biodegradabili a pagamento per l'ortofrutta, l’approvazione trasversale in Commissione Bilancio degli emendamenti a prima firma Ermete Realacci, che prevedono la messa al bando dal 2019 dei cotton fioc non biodegradabili e non compostabili e lo stop dal 2020 all’uso delle microplastiche nei cosmetici, rappresentano sicuramente due buone notizia per l’ambiente e fanno pensare all’Italia come ad una apripista europea nel contrasto dell’inquinamento che soffoca mari, fiumi e laghi non solo nel nostro Belpaese.  “Ora vigileremo affinché si arrivi all’approvazione definitiva” ha commentato Stefano Ciafani direttore generale di Legambiente, ricordando l’impegno della ong che nel 2017 ha lanciato, insieme a Marevivo, Greenpeace, Lav, Lipu, MedSharks e WWF, l’appello #faidafiltro (sottoscritto da molte personalità del mondo della ricerca scientifica, dello spettacolo, dello sport, del mondo produttivo e dai rappresentanti delle aree protette italiane) per ribadire l’urgenza di arginare il problema dei cotton fioc non biodegradabili e delle microplastiche nei cosmetici. 

Si tratta, purtroppo, di due battaglie fondamentali per la tutela ambientale. Se questa estate con la campagna #norifiutinelwc Legambiente ha rintracciato quasi 7.000 cotton fioc in 46 diverse spiagge italiane e ci ha ricordato le corrette abitudini per evitare che i cotton fioc finiscano in mare attraverso gli scarichi delle nostre case, il 20 dicembre l'ong ha pubblicato i risultati poco rassicuranti del secondo anno di indagini condotte da Goletta Laghi 2017 assieme ad ENEA sulla presenza di microplastiche nei laghi e nei fiumi italiani. Per Legambiente è chiaro che oggi “Il problema del marine litter e delle microplastiche in acqua non riguarda solo mari e oceani, che rischiano di diventare zuppe di plastica, ma anche i bacini lacustri e fiumi” visto che microplastiche, con dimensione inferiore ai 5 millimetri, sono state trovate nei laghi Iseo, Maggiore, Garda, Trasimeno, Como e Bracciano. Risultati analoghi, visto che le particelle di plastica sono trasportate il più delle volte dai corsi d’acqua, sono stati riscontrati in alcuni corsi fluviali immissari ed emissari di questi laghi: il fiume Oglio per l’Iseo, l’Adda per il Lago di Como, il Sarca immissario nella parte trentina del Garda e nel Mincio suo emissario. 

Tra i bacini lacustri che presentano più microparticelle - ha spiegato Legambiente - ci sono quello di Como e il lago Maggiore. Il primo con una densità media di 157.000 particelle per chilometro quadrato, nella parte settentrionale, e con un picco di oltre 500.000 particelle in corrispondenza del restringimento tra Dervio (Lc) e Santa Maria Rezzonico (Co). Il lago Maggiore invece presenta una densità media di 123.000 particelle per chilometro quadrato, con un picco di oltre 560.000 particelle in corrispondenza della foce del fiume Tresa, tra Luino e Germignaga (Va), sul quale insiste il depuratore”.  Certo non se la passano bene neanche quello di Bracciano e di Iseo: il primo, presenta una media di 117.000 particelle per chilometro quadrato, mentre il secondo ha fatto registrare una media 63.000 particelle. Valori medi più bassi interessano il lago di Garda, con  quasi 10.000 particelle per chilometro quadrato e il Trasimeno con 7.914 particelle su chilometro quadrato.

Per Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente, quello che emerge è un dato inconfutabile: “Le microplastiche sono ormai sempre più presenti negli ecosistemi marini e terrestri, si tratta di un inquinamento di difficile quantificazione e impossibile da rimuovere totalmente. […]. Le cause sono per lo più legate alla cattiva gestione dei rifiuti a monte che deriva dagli scarichi degli impianti di depurazione e da quelli che ancora oggi finiscono nei fiumi e nei laghi senza trattamento alcuno”. Per fronteggiare questo problema e ridurre gli impatti, servono politiche di buona gestione su tutto il bacino idrografico, attività di sensibilizzazione e leggi efficaci di prevenzione come quelle approvate dalla Commissione Bilancio. Soprattutto “è prioritario che il monitoraggio delle microplastiche sia inserito tra le attività istituzionali di controllo ambientale previste dalle norme sulla qualità dei corpi idrici, come fatto per il mare e le spiagge, considerando le microplastiche come indicatore per la definizione dello stato di salute anche delle acque interne” ha aggiunto Zampetti.

“Dai dati ottenuti sulla presenza di microplastiche negli immissari ed emissari dei laghi subalpini - ha concluso Loris Pietrelli, ricercatore ENEA - è evidente la stretta correlazione fra numero di microplastiche e presenza di impianti di depurazione delle acque reflue urbane. Sarebbe pertanto opportuno migliorare i processi di depurazione e contemporaneamente migliorare ulteriormente la normativa in via di approvazione”. Infine, c’è da sperare che lo stop ai cotton fioc non biodegradabili e alle microplastiche nei cosmetici, sia accolto dal prossimo Governo senza ricorrere a deroghe, proroghe ed illeciti, come per anni è accaduto  per il bando dei sacchetti di plastica e come ha fatto il Parlamento europeo, che ha da poco posticipato al 2030 il suo impegno nel riusare o riciclare tutti gli imballaggi di plastica.

Alessandro Graziadei

domenica 14 gennaio 2018

Architutti: architetti libera tutti

“Non si può pensare un’architettura senza pensare alla gente” è uno dei motti dell’architetto Richard Rogers che un gruppo di ragazze ha scelto per definire il proprio lavoro e la voglia di costruire spazi progettati attorno alle misure delle persone. Di tutte le persone. Nasce così nella primavera 2017 l’esperienza di Architutti con “l’intento - ci scrivono - di diffondere, raccontare e spiegare che cosa vuol dire essere un architetto per tutti, che progetta per le persone, che non applica in modo sterile una normativa, ma attiva una sensibilità profonda e ripensa il progetto con un approccio inclusivo e olistico”. Abbiamo provato a capire chi sono e perché in un mondo di “Archistar” soliste c’è qualcuno che da grande ha voluto far parte di un gruppo di “Architutti” che pensano alla libertà come ad una forma di accessibilità.

Prima di tutto complimenti! Il 17 dicembre l’idea di Chiara Dallaserra e Francesca Bulletti di Architutti, squadra di architetti tutta al femminile, ha vinto il concorso di idee “Includi…Amo”.

Grazie! La nostra proposta per una Scuola inclusiva è piaciuta alla giuria di questo concorso di idee organizzato dalla direzione didattica Paolo Vetri di Ragusa, capofila della Rete provinciale per l’inclusione, che ha deciso di premiare il nostro “kit per il restyling inclusivo”. Abbiamo pensato che fosse utile fornire degli strumenti per intervenire opportunamente, ma con semplicità, sul patrimonio edilizio esistente. Il nostro kit raccoglie una serie di elementi semplici da mettere in opera e non invasivi con cui rendere più inclusivo e accessibile qualsiasi tipo aula di scuola d’infanzia. Ogni pezzo che abbiamo proposto ha uno spirito giocoso, invita il bambino ad interagire per comporlo e stimola l'utilizzo di più sensi. L’idea prevede porte sensoriali da toccare, per consentire anche ai bambini con difficoltà visive di capire in quale aula stanno entrando; pareti forate che posso diventare un grande tavolo da gioco verticale; finestre con una cornice larga su cui tutti i bambini, anche quelli con difficoltà motorie, possono sedersi comodamente per ammirare il paesaggio; armadietti con maniglie intercambiabili che comunicano il loro contenuto; pavimenti modulari che individuano delle aree funzionali e permettono di allestire l’aula a seconda delle esigenze. Infine la tana, un gioco costituito da quattro pannelli in legno uniti da tre cerniere che possono formare una casetta o un tunnel adatto a tutti, ma utile, ad esempio, per i bambini con autismo che possono aver bisogno di un luogo tranquillo, lontano dagli altri.

Cosa vi unisce?

Prima di tutto ci unisce una convinzione: ogni luogo, ogni ambiente ha significato e si determina in base alle persone che lo abitano. Ci unisce la passione per i racconti di queste persone, la volontà di immaginare le loro vite e di trovare le migliori soluzioni per progettare uno spazio accogliente. Ci unisce un percorso di formazione e specializzazione in Universal Design presso l'Istituto Europeo di Design di Venezia. Ci separano per buona parte dell’anno diverse centinaia di chilometri, ma gli architutti sono così, sparsi per l’Italia, hanno diversi accenti, tanti interessi e un grandissimo obiettivo comune. Siamo architetti ed è il nostro potere e la nostra responsabilità rendere fruibile uno spazio al maggior numero di persone.

Come è nata l’idea di Architutti?

Per alcuni anni, dopo la formazione in Universal Design, i momenti in cui ci incontravamo peregrinando per l'Italia in cerca di convegni e conferenze di settore, sono stati occasione di condivisione, scambio e confronto. Ogni volta rientravamo a casa con un nuovo entusiasmo, nuovi spunti per la quotidianità della professione, nuovi contatti e sempre più convinte che il modo in cui volevamo fare architettura fosse effettivamente possibile. La naturale prosecuzione è stata di costruire (siamo pur sempre architetti!) un contenitore in cui condividere questi spunti attraverso il racconto di progetti e la buona cultura sulla progettazione inclusiva. Il nome perfetto per questo contenitore lo ha trovato Francesca e ci è subito piaciuto!

Cosa vuol dire per voi progettare pensando alle persone?

Progettare pensando alle persone può significare tante cose, ma ha un unico e importante punto di partenza: l’ascolto. Se siamo capaci di lasciarci trasportare dall’utente a comprendere le sue reali  necessità e i suoi bisogni allora progettare per tutti diventa un percorso lineare. Alla base dell'Universal Design, del Design for All, dell'Inclusive Design c'è sempre l'assunto che progettare per tutti significa concepire ambienti, sistemi, prodotti e servizi che siano di per sé fruibili e usabili in modo autonomo da ogni persona, indipendentemente da età, capacità, condizione sociale, etc. al di là dell'eventuale presenza di una condizione (permanente o temporanea) di disabilità.

Il senso della nostra professione è capire le esigenze di una persona e riuscire a trasformarle in soluzioni per un ambiente, in qualcosa di adatto e adattabile, in uno spazio che accoglie e aiuta invece di creare barriere e difficoltà. È così che l'architettura si pensa, ascoltando la 'gente' che la vive. 

Dalla crescente attenzione e sensibilità alla qualità della vita e alla vivibilità dell'ambiente deriva il superamento concettuale di un’idea di barriera architettonica come problema esclusivo della persona con disabilità, a favore di una concezione eco sistemica più attenta alle esigenze di tutti. In questo senso l'approccio che noi proponiamo al “progetto per tutte le persone” tiene conto dei moltissimi aspetti legati ai bisogni specifici, agli interessi, alla sicurezza,...ma non in sommatoria, in un sistema organico e integrato, sintesi e mediazione di vari momenti di analisi progettuale.

La normativa, in tema di barriere architettoniche, scopro sfogliando il vostro sito, è piuttosto ricca e, al contrario di quanto si pensi,  affonda le sue radici già negli anni ’70. Com’è cambiata nel tempo la sensibilità e il linguaggio su questi temi in architettura?

I primi documenti normativi che fanno riferimento alle “barriere architettoniche” risalgono, sia in Europa che negli Stati Uniti, a periodi post conflitto, quando si presentò la questione degli invalidi di guerra. In Italia, dagli anni '70, l'apparato legislativo è stato arricchito e completato per i diversi ambiti di intervento, ma non sono stati fatti enormi passi avanti, considerando che le principali normative attualmente in vigore risalgono agli anni ’80 (Legge 13/1989 e il relativo regolamento di attuazione DM 236/1989). Ma non è tanto la legge in sé ad essere obsoleta, quanto piuttosto la sua applicazione e comprensione. Purtroppo i tecnici troppo spesso applicano in senso letterale la norma, “incollando” sopra ad un progetto da autorizzare alcune prescrizioni richieste dagli organi di controllo, senza considerare invece il grado di fruibilità e di vivibilità uno degli aspetti fondanti un progetto fin dalle fasi preliminari. Quello che manca è la capacità di porsi le giuste domande, consultando poi i relativi spunti prestazionali nelle diverse normative: la struttura risponde alla relazione della persona con l'ambiente? È veramente utilizzabile in autonomia e sicurezza da persone con esigenze diverse e specifiche? Trasformando cosi le risposte in temi di riflessione e sfide progettuali per la ricerca della soluzione spaziale ottimale, superando così la visione dell'accessibilità come aspetto di limitazione della bellezza e della qualità architettonica e il pregiudizio sulla rigidità delle norme stesse.

Nell'ambito socio-sanitario negli ultimi decenni abbiamo assistito ad un'importante evoluzione, espressa con la pubblicazione nel 2001 da parte dell'Organizzazione Mondiale della Sanità dell'ICF - Classificazione Internazionale del Funzionamento, Disabilità e Salute, che fornisce un’ampia analisi dello stato di salute degli individui. Con l'ICF si introduce il concetto innovativo di correlazione fra salute dell'individuo e ambiente, arrivando fino alla definizione di disabilità, intesa come una condizione di salute in un contesto socio-ambientale sfavorevole.

Nel settore tecnico invece si sta costruendo molto lentamente la consapevolezza che anche l'ostilità e il disagio degli spazi sono responsabili della non-abilità delle persone, che l'ambiente stesso può essere disabilitante e che quindi la vivibilità e il benessere ambientale sono responsabilità anche del progettista.

Spesso è utile per capire un fenomeno andare per esclusione. Cosa non è per voi l’architettura accessibile?

L'architettura ignorante. L'oggetto che ignora il suo stesso scopo, che risponde ad una domanda sbagliata. E l'architettura pigra: quella fatta di fretta, in cui non ci si è presi il tempo di sviluppare un progetto organico, dove coesistano l'aspetto economico, funzionale ed estetico, dove si cerchi di ottimizzare le risorse ambientali rispondendo ad un bisogno attuale con occhio lungimirante.
Ad esempio non è accessibile un ponte veneziano nuovissimo, costosissimo, ma pericoloso perché non si distinguono tra loro i gradini e la pavimentazione è scivolosa; non è accessibile uno sportello Atm troppo alto per le persone piccole o sedute che non arrivano a leggere il monitor e che quindi semplicemente si rivolgeranno ad un'altra banca; non è accessibile una scritta gialla su sfondo bianco.

Inoltre non è accessibile lo spazio che crea discriminazione, come un banco separato per un bambino con autismo in un'aula di scuola: accessibilità e inclusività si riferiscono prima di tutto ad un'attitudine verso la nostra società, di cui la progettazione architettonica e il design non sono che alcune delle possibili e auspicabili espressioni.

In un recente libro “Nessuno può volare” edito da Feltrinelli, Simonetta Agnello Hornby affronta in modo leggero e profondo il tema della disabilità e lo fa insieme con il figlio George, che da anni vive su una sedia a rotelle per una sclerosi multipla progressiva. In una delle sue recenti presentazioni, appena preso il microfono in mano, la Hornby senza troppi preamboli ha voluto lanciare l’appello per una campagna a favore dei gabinetti pubblici. Dobbiamo quindi partire dal gabinetto per parlare di accessibilità, adattabilità e visitabilità?

Parlando di accessibilità si finisce sempre a parlare di gabinetto! Sarebbe interessante superare questo binomio che nei decenni ha creato un'iconografia del “bagno disabili” davvero tremenda, un sunto dei migliori strafalcioni architettonici, una vera barriera mentale verso il tema dell'accessibilità, che relega peraltro la disciplina ad una sfera meramente fisiologica, ignorandone gli aspetti culturali e ideologici.

D'altra parte, però, il bagno è l'ambiente architettonico che presenta maggiori barriere, principalmente perché è il luogo di cui davvero tutti prima o poi hanno bisogno e in cui tutti vorrebbero avere il massimo grado di intimità ed autonomia. Proprio per questo motivo, nel progetto di un servizio accessibile, non dovrebbe essere cosi difficile usare l'immaginazione e simulare la ritualità della pratica (lo facciamo tutti!) per prevedere delle soluzioni che rendano l'operazione fattibile, se non addirittura comoda: ad esempio il pulsante dello sciacquone si colloca in basso, in una posizione esterna e raggiungibile, non per un vezzo del normatore, ma perché una persona seduta altrimenti non potrebbe azionarlo, con tutto il fastidio e l'imbarazzo (e il puzzo) che ne può conseguire!

Il mondo occidentale odierno, dal punto di vista architettonico, è il miglior mondo possibile per un una persona con disabilità?

Esistono luoghi che consentono di essere o non essere persone autonome e libere. Ma soprattutto felici. Il luogo che preferiamo è sempre quello che ci fa stare meglio, in tutti i modi possibili. Quello dove ci possiamo muovere, dove possiamo uscire, lavorare, trascorrere il tempo libero facendo ciò che vogliamo… Se il mondo occidentale sia il miglior posto possibile? Di sicuro dopo il 2006 gli stati che hanno adottato la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità si sono impegnati a conseguire l'accessibilità attraverso la progettazione universale. La Convenzione, adottata da 192 paesi, firmata da 126 e ratificata da 49, con i suoi 50 articoli rappresenta il primo grande trattato sui diritti umani del nuovo millennio. Essa riconduce la condizione di disabilità all’esistenza di barriere ambientali e sociali e impone agli Stati parte di eliminare tali ostacoli, introducendo il concetto di “Accomodamento ragionevole” (le modifiche e gli adattamenti necessari ed appropriati che non impongano un carico eccessivo, per assicurare alle persone con disabilità il godimento di un esercizio) e di “Progettazione universale”.

È un documento di grandissima importanza per la promozione di una nuova cultura riguardo alla condizione delle persone con disabilità e delle loro famiglie, che promuove i concetti cardine di dignità, autonomia individuale, eguaglianza, accessibilità, inclusione nella società, per assicurare alle persone con disabilità l'accesso all'ambiente fisico, ai trasporti, all'informazione e alla comunicazione e ad altri servizi aperti o pubblici, ai fine di consentire di vivere in maniera indipendente e di partecipare pienamente a tutti gli ambiti della vita.

Ho l’impressione che a determinare questo “miglior mondo possibile” non siano solo progetti isolati, ma un piano organico e coordinato che coinvolge le amministrazioni…

Un altro binomio: il contenuto e il contenitore. Non è possibile parlare di accessibilità isolandola dal contesto. Ogni azione per migliorare la fruibilità deve avere intorno un piano pensato e misurato, fatto di aspetti che determinano il contenuto, come attrattività, necessità, servizi offerti; e di aspetti che riguardano i contenitori, i luoghi, i collegamenti, le informazioni.

Pensiamo per esempio ad un bellissimo albergo accogliente, completamente privo di qualunque barriera: se non esistessero informazioni dettagliate ed adeguate sulle sue caratteristiche e su come raggiungerlo, mezzi pubblici attrezzati, marciapiedi percorribili o una rampa all’ingresso, tutta la fatica fatta per renderlo accessibile sarebbe stata vana, perché l'albergo sarebbe senza barriere, ma irraggiungibile. Ed inoltre quell'albergo lavorerà tanto più quanto l'offerta turistica del territorio risulti attrattiva anche per persone, in questo caso, con difficoltà motorie, che altrimenti non sarebbero motivate a pernottare proprio lì. L'accessibilità parte dalla grande scala, per arrivare al dettaglio e coinvolge tutti gli attori, pubblici e privati, che agiscono su un territorio. È una responsabilità delle Amministrazioni elaborare degli efficaci Piani di Eliminazione delle Barriere Architettoniche negli spazi pubblici (il PEBA come strumento di pianificazione esiste, purtroppo ce ne sono ancora pochi...), così come dei singoli privati, enti o associazioni promuovere l'accessibilità di spazi, servizi e cultura. L’Universal Design è qualcosa di complesso e composto che prevede una valutazione a 360° della vivibilità e utilizzabilità delle nostre città per renderle un luogo più adatto a tutti.

Ad ascoltarvi quello che mi sembra di capire è che voi non progettate spazi, ma luoghi che possono diventare possibilità e punti d’incontro proprio perché inclusivi.

Esatto. L'obiettivo ideale è che un luogo diventi interessante proprio per la storia delle persone che lo abitano. Di recente ci siamo occupate del progetto degli spazi esterni e interni di una fattoria sociale, una struttura immersa in un meraviglioso paesaggio trentino, ma dove è la presenza e il coinvolgimento delle persone con disabilità nella gestione della parte agricola di produzione e trasformazione dei prodotti ad essere il vero aspetto di attrazione. Ecco quindi che tema dell'accoglienza, nelle sue sfaccettature fisiche e umane, e della possibilità di mettere tutti i visitatori nella condizione di poter visitare il giardino dei sensi oppure di mangiare comodamente nell'agriturismo, è diventato il tema centrale del progetto. La vocazione inclusiva della struttura, una volta conclusa, contribuirà a rendere più seducente il luogo.

Tutti per una e una per Architutti?  Con quale impegno guardate al presente e al futuro vostro e della vostra architettura?

Essere un gruppo è la nostra forza, unire le nostre energie ci ha concesso di tradurre in professione la nostra passione. La condivisione di saperi ed esperienze (ovviamente diverse a seconda dei territori in cui siamo attive, che coprono mari e monti) è uno stimolo costante per formarci e crescere insieme in questo settore. In tema di accessibilità infatti c'è ancora tanto da dire, promuovendo buone pratiche e cultura, facendo ricerca e sperimentazione; e tanto da fare, iniziando sul serio ad immaginare universale, sia nelle nuove costruzioni, ma soprattutto nel recupero del patrimonio esistente, partendo dall'eliminazione dei piccoli scalini, fino al progetto di spazi multisensoriali. Cominciare con un'attenta analisi dei bisogni, con possibili momenti di consultazione pubblica, ipotizzare un uso facile, comodo, sicuro degli spazi, ricercare soluzioni ottimali, flessibili ed economiche... noi Architutti vogliamo progettare e costruire luoghi belli e che abilitano.

Che dire, grazie a Francesca Bulletti e Chiara Dallaserra di Architutti per i tanti spunti e le interessanti risposte. Dal vostro lavoro non solo emerge l’idea che non c’è libertà senza accessibilità, ma si capisce che la fragilità è una risorsa sociale (oltre che economica) che anche l’architettura ha l’obbligo di mostrare e valorizzare.

Alessandro Graziadei