sabato 14 ottobre 2017

“Bambino, armato e disarmato in una foto senza felicità”

Non è possibile raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile senza intensificare gli sforzi a favore della scolarizzazione e quelli contro il lavoro minorile. A dirlo non sono le parole di Paola Turci che nella canzone “Bambini” del 1989 cantava “Bambino, armato e disarmato in una foto senza felicità, sfogliato e impaginato in questa vita sola che non ti guarirà”, ma i dati diffusi nelle scorse settimane da tre importanti agenzie delle Nazioni UniteIl primo allarme è arrivato dall’Unicef lo scorso 6 settembre, con l'annuncio "che oggi l’11,5% dei bambini in età scolare", parliamo di 123 milioni presone, "non frequenta la scuola". Nel 2007 erano il 12,8%, cioè 135 milioni di ragazzi e ragazze, il che significa che negli ultimi 10 anni la percentuale di bambini e giovani tra i 6 e i 15 anni che non vanno a scuola è diminuita di pochissimo e rimane concentra per il 40% nei paesi meno sviluppati e per il 20% nelle zone di conflitto.  

Se a livello globale il 75% dei bambini in età da scuola primaria e secondaria che non frequentano la scuola si trova in Africa sub sahariana e in Asia del Sud, dove i livelli di povertà sono altissimi e rapidi gli incrementi della popolazione, i fattori che ancora oggi invertono ogni possibile progresso nella diffusione della scolarizzazione sono senza dubbio le guerre. Per l’Unicef “I conflitti in Iraq e Siria hanno prodotto altri 3,4 milioni di bambini che non seguono la scuola, portando il numero di scolari e studenti fuori dalle scuole, in Medio Oriente e in Nord Africa, ai livelli del 2007, con circa 16 milioni di individui non scolarizzati”.  Oggi, non solo in questi paesi martoriati dalla guerra, gli investimenti mirati a far crescere il numero di scuole e insegnanti non sono sufficienti. “L’approccio tradizionale al fenomeno non riporterà quei bambini a scuola e non li aiuterà a sviluppare le loro potenzialità, soprattutto se continueranno ad essere intrappolati nella povertà, nelle privazioni e nell’insicurezza” ha detto dice Jo Bourne, responsabile Unicef per l’Istruzione.

Alla base di questa condizione, che condanna milioni di ragazzini alla marginalità economica e sociale, c’è evidentemente un cattivo uso delle già scarse risorse di cui dispone la comunità internazionale. La mancanza di fondi per l’istruzione, in molti casi non considerata un’emergenza, come la fame, la salute o la sicurezza, sta colpendo duramente l’accesso alle scuole. In media meno del 2,7% degli appelli umanitari a livello globale sono dedicati all’istruzione e nei primi 6 mesi del 2017, l’Unicef ha ricevuto soltanto il 12% dei fondi richiesti per garantire istruzione ai bambini che vivono in situazioni di crisi. Nonostante le difficoltà generali esistono anche esempi virtuosi come l’Etiopia e la Nigeria, che pur essendo tra i paesi più poveri del mondo, negli ultimi 10 anni hanno fatto i più grandi progressi nel tasso di iscrizione a scuola dei bambini in età da scuola primaria con un aumento, rispettivamente, di oltre il 15% e di circa il 19%.

Si tratta di una speranza, che deve però fare i conti con un altro dramma dell’infanzia e cioè quello sfruttamento minorile che oggi coinvolge oltre 152 milioni di bambini tra i 5 e i 17 anni che sono costretti a lavorare contro la loro volontà, principalmente nei settori dell’agricoltura (70,9%), dei servizi (17,1%) e dell’industria (11,9%). Circa un terzo dei bambini tra i 5 e i 14 anni impiegati in lavoro minorile sono oramai definitivamente fuori dal sistema educativo, il 38% dei bambini tra i 5 e i 14 anni è coinvolto in attività pericolose e quasi i due terzi di essi, di età compresa tra i 15 e i 17 anni, lavorano più di 43 ore alla settimana. Un fenomeno che riguarda 72,1 milioni di minori in Africa, 62 milioni in Asia e Pacifico, 10,7 milioni nelle Americhe, 5,5 milioni tra Europa e Asia Centrale, e 1,2 milioni nei paesi arabi. Praticamente un bambino su dieci nel mondo. A denunciarlo sono stati due studi correlati sulle moderne forme di schiavitù e lavoro infantile presentati il 21 settembre all’Assemblea Generale dell’Onu a New York dall’Oil (Organizzazione Internazionale del lavoro delle Nazioni Unite) e dall’Oim (Organizzazione Internazionale per le migrazioni) assieme alla Walk Free Foundation e all’Alleanza 8.7, il partenariato globale che si prefigge di realizzare il punto 8.7 degli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile: cioè porre fine al lavoro forzato, alla schiavitù moderna, al traffico di esseri umani e per l'appunto al lavoro minorile.

“Il messaggio che stiamo diffondendo è molto chiaro - ha ricordato Guy Ryder, direttore generale dell’Oil - il mondo non sarà in grado di raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030 senza l’intensificazione degli sforzi per combattere questi drammi”. Perché se in passato per schiavitù si intendeva la proprietà “legale” di una persona nei confronti di un’altra, oggi la definizione moderna del termine si è drammaticamente estesa fino a comprendere pratiche come il traffico di esseri umani, la schiavitù per debiti, i matrimoni imposti e lo sfruttamento della prostituzione.  A pagare il costo più alto di queste nuove schiavitù sono soprattutto donne e ragazze che costituiscono “il 71% delle vittime del traffico di esseri umani, quasi 29 milioni di persone, il 99% delle vittime nel settore del commercio sessuale e l’84% di quelle sottoposte ai matrimoni forzati”.  Per Andrew Forrest, presidente e fondatore della Fondazione Walk Free, “Questi dati mostrano in maniera nitida il livello di discriminazione e disuguaglianze nel nostro mondo, come pure la tolleranza sconvolgente che permette che questo sfruttamento continui. Dobbiamo dire basta a queste ingiustizie” e non possiamo più rimandare il problema. 

Alessandro Graziadei

domenica 8 ottobre 2017

L’Italia contaminata

In Italia la definizione giuridica di “sito contaminato” comprende sia il piccolo incidente temporaneo, che il grande e duraturo inquinamento di origine industriale, per questo la fotografia della situazione ambientale del Belpaese risulta molto difficile da decifrare. La classificazione dei siti contaminati, attualmente, è divisa in due grandi ambiti: i Siti di interesse nazionale (Sin) la cui procedura di bonifica è attribuita al Ministero dell’Ambiente, e quelli di pertinenza regionale. Questa divisione porta con sé una grande differenza nello stato delle bonifiche nelle diverse regioni e una sostanziale incomunicabilità, sia tra le regioni, che tra le regioni e il Ministero. L’unica cosa certa è che oggi in Italia i siti inquinati che necessiterebbero di impellenti bonifiche sono oltre 20mila, 40 dei quali dichiarati “Siti d’interesse nazionale”. Peccato non si veda “l’interesse nazionale” per le bonifiche, visto che pochissimi sono stati riqualificati nonostante si tratti, nella maggior parte dei casi, di aree individuate e circoscritte per la prima volta nel 1988 e identificate dal Ministero come “aree fortemente inquinate bisognose di urgenti bonifiche”.

Secondo quanto emerso durante RemTech Expo, la fiera che dal 20 al 22 settembre a Ferrara si è occupata di bonifica, riqualificazione, recupero e tutela del territorio che ha visto confrontarsi sul tema anche il Consiglio nazionale dei chimici, quello dei Sin non è un problema da poco, visto che occupano ancora lo 0,81% del territorio nazionale, cioè qualcosa come 600 chilometri quadrati di aree marine, lagunari e lacustri e altri 1.600 chilometri quadrati di aree dello Stivale. La Lombardia con cinque siti contaminati è la regione più esposta all’inquinamento dei Sin, seguita da Piemonte, Toscana, Puglia e Sicilia con quattro siti ciascuna. La maggioranza delle regioni italiane ha un solo un sito contaminato, che tuttavia basta e avanza per compromettere la salute umana in vaste aree di territorio, come già documentato anche da Unimondo grazie all’ultimo rapporto I numeri del cancro in Italia 2017Presentato al ministero della Salute lo scorso 19 settembre dall’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) e dell’Associazione italiana registri tumori (Airtum), per il rapporto "la relazione tra cancro e inquinamento è sempre più evidente in aree in cui la contaminazione ambientale è di particolare rilevanza sia per tipologia che per diffusione”. 

Nonostante questo, attualmente rimane ancora da bonificare circa l’80% del territorio compreso nei Sin nazionali, eppure risanarli sarebbe un’operazione conveniente non solo dal punto di vista ambientale. Per Confindustria e il rapporto del settembre 2016 Dalla bonifica alla reindustrializzazione, infatti, “investendo 10 miliardi di euro per le necessarie operazioni se ne attiverebbe il doppio, e 5 tornerebbero allo Stato sotto forma di entrate fiscali. Senza contare i 200mila posti di lavoro che verrebbero creati, incrociando sostenibilità ambientale, sociale ed economica”. Se ne deduce che una “bonifica sostenibile”, ovvero un processo di gestione e bonifica di un sito contaminato, finalizzato ad identificare la migliore soluzione, che massimizzi i benefici della sua esecuzione dal punto di vista ambientale, magari tramite un processo decisionale condiviso con i portatori di interesse e le comunità locali, potrebbe trasformarsi in uno straordinario volano di crescita economica locale, oltre che in un risanamento ambientale nazionale.

Le competenze in Italia per portare avanti bonifiche sostenibili non mancano, in primis quelle dei chimici che in questo quadro sono chiamati a dare il loro fondamentale contributo professionale. “Contributo, - ha sottolineato a Ferrara Nausicaa Orlandi, presidente del Consiglio nazionale dei chimici - che va ben oltre le competenze in tema di analisi chimico-fisica, ma che si allarga all’insieme di attività essenziali per assicurare una gestione efficiente ed efficace delle bonifiche, sia sotto l’aspetto operativo che amministrativo. Si tratta, infatti, di farsi carico anche di tutta la fase di gestione dei rifiuti e del loro smaltimento. La conoscenza specifica delle tematiche connesse alla caratterizzazione dei siti inquinati è fondamentale per la progettazione di un intervento di bonifica di suolo e di falda, in linea con il continuo aggiornamento della normativa tecnica del settore. Non per ultimo, il chimico può affiancare altri professionisti coinvolti nei piani di bonifica ed eventualmente nelle fasi di recupero e riutilizzo dei materiali oggetto di intervento”.

Se i professionisti non mancano, il tema delle bonifiche in Italia è ancora trascurato e spesso rallentato non solo dai costi della gestione dei rifiuti, ma soprattutto dai tempi lunghi della politica per  l’approvazione e la realizzazione degli interventi e, in diversi casi, dalla complessa interazione tra gli enti di controllo. Che fare? Per trasformare una speranza in realtà, Confindustria ha individuano 4 punti chiave: “intervenire sull’offerta di risorse finanziarie, ragionando su meccanismi incentivanti che lo Stato può mettere a disposizione del privato; intervenire sulla domanda di risorse finanziarie, formulando proposte volte a favorire il risanamento ai fini del riuso delle aree; avanzare proposte per un ulteriore snellimento e razionalizzazione delle procedure; e favorire l’utilizzo di tecnologie in loco, tecnologie innovative diverse da scavo e smaltimento, non ultima anche l’ipotesi, se possibile, del riciclo dei materiali”. Agli ottimi spunti di Confindustria aggiungiamo, come più volte suggerito anche da Legambiente,  l’applicazione certa del principio “chi inquina paga” anche all’interno di quel mondo di industriali responsabili di eventuali contaminazioni.

Alessandro Graziadei

sabato 7 ottobre 2017

I numeri del cancro e quelli dell’inquinamento

La lotta all’inquinamento all’interno dell’Unione europea è una corsa ad ostacoli con notevoli differenze geografiche nel grado di adesione agli obiettivi fissati a Parigi nel 2015. Tra i 27 paesi europei che hanno sottoscritto gli ultimi accordi sul clima, infatti, solo la Svezia ha registrato un grado di adesione eccellente agli impegni presi; Germania e Francia hanno registrato un grado sufficiente; 16 paesi un grado insufficiente o scarso e altri 9, tra cui l’Italia, un grado molto scarso di adesione agli impegni. Ma cosa centra questo con il cancro? Secondo il censimento ufficiale “I numeri del cancro in Italia 2017”, presentato lo scorso 19 settembre a Roma dall’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) e dell’Associazione italiana registri tumori (Airtum), ben più di qualcosa, visto che, come conferma un intero capitolo del rapporto dedicato alla qualità dell’aria che respiriamo, “È ormai ben accertato che l’inquinamento atmosferico, tramite carcinogeni certi come il PM e il benzene e altri inquinanti classificati come probabili carcinogeni, causi il tumore del polmone e sia un importante fattore di rischio per il tumore della vescica”. 

È sì perché d’aria si muore, in Europa e in particolare in Italia, dove, come ci ha ricordato Legambiente con una ricerca elaborata in gennaio sui dati delle Agenzie Regionali per la Protezione dell’Ambiente (Arpa), Torino, Frosinone, Milano, Venezia, Vicenza, Padova, Treviso sono solo alcuni dei  capoluoghi di provincia che hanno superato la soglia limite di polveri sottili nel 2016. A fronte di un numero massimo di 35 giorni all’anno previsti dalla legge con concentrazioni superiori ai 50 microgrammi di polveri sottili al metro cubo, Torino conta 86 giorni fuori soglia, Frosinone 85, Milano e Venezia 73, Vicenza 71, Padova e Treviso 68. E la classifica prosegue registrando un totale di 32 città in allarme smog nel 2016. Per questo “Sono urgenti e necessari interventi strutturali, di lunga programmazione, i cui tempi di messa in opera superano quelli del mandato elettorale di un sindaco. Serve un piano nazionale che aiuti i primi cittadini a prendere e sostenere le decisioni giuste: misure strutturali e permanenti, anche radicali e a volte impopolari, per la cui realizzazione occorrono, per altro, investimenti largamente al di sopra della portata dei Comuni, stretti dal patto di stabilità”.

Non ci stupisce quindi sapere che il censimento di Aiom e Airtum documenta un significativo aumento dei nuovi casi di tumore in Italia, passati dai 365.800 del 2016 ai 369mila (192mila tra i maschi e 177mila tra le femmine) stimati per il 2017. In tutto 3.200 casi di cancro in più. Le 5 neoplasie più frequenti nel 2017 nella popolazione italiana risultano essere del colon-retto (53mila nuovi casi), seno (51mila), polmone (41.800), prostata (34.800) e vescica (27mila). Sono stati invece 177.301 i decessi attribuibili al cancro in un anno, il 2014 (dove si fermano gli ultimi dati Istat disponibili), rappresentando così con il 29 %la seconda causa di morte di tutti i decessi, dopo le patologie cardio-circolatorie (37%). Il tumore che ha fatto registrare nel 2014 il maggior numero di decessi è guarda caso quello al polmone (33.386), seguito da colon-retto (18.671), mammella (12.330), pancreas (11.186) e stomaco (9.557). Dati ancor più preoccupanti se pensiamo che nel contesto nazionale si registrano significativi miglioramenti nei tassi di sopravvivenza della popolazione colpita da una diagnosi di cancro. Tanto che i cittadini che si sono ammalati nel 2005-2009 hanno una sopravvivenza migliore rispetto a chi è stato colpito dalla malattia nel quinquennio precedente, sia negli uomini (54% vs 51%) sia nelle donne (63% vs 60%) e oggi oltre 3 milioni e trecentomila cittadini (3.304.648) vivono dopo la diagnosi, il 24% in più rispetto al 2010.

Dietro questi numeri che danno speranza ci sono però migliaia di persone le cui patologie e sofferenze hanno legami importanti con l’inquinamento ambientale, perché se è vero che “Molti degli inquinanti generati dalle attività antropiche sono gli stessi di quelli prodotti da sorgenti naturali” sono principalmente, “i fattori climatici e le caratteristiche morfologiche degli ambienti urbani, dove si concentra la gran parte delle attività antropiche inquinanti, che ne favoriscono l’accumulo e la concentrazione” si legge nell’analisi di Aiom e Airtum.  Le principali fonti di emissione in Italia sono note: “traffico stradale e riscaldamento residenziale ai primi posti, seguiti - come ha conferma anche il XII rapporto sulla Qualità dell’ambiente urbano dell’Ispra - dalle combustioni industriali, ed emissioni dovute ad agricoltura e allevamenti intensivi di animali”. Infine un altro fattore di rilievo nel rapporto tra cancro e inquinamento è costituito dalla presenza dei 44 Siti inquinati di interesse nazionale (Sin), aree cioè “in cui la contaminazione ambientale è di particolare rilevanza sia per tipologia che per diffusione”.

Non siamo quindi davanti ai soliti dati “ambientalisti-allarmisti”, ma ad una situazione che oltre a dei costi umani insostenibili ha anche dei costi economici. La spesa per la sanità pubblica in Italia direttamente connessa all’inquinamento è stimata tra i 47 e 142 miliardi l’anno stando a dati relativi al 2010. In particolare la scarsa e alle volte pessima qualità dell’aria, contribuisce all’incremento non solo dei costi per le cure oncologiche, ma anche a quelli per malattie croniche sempre più diffuse come quelle degli apparati cardiocircolatorio e respiratorio, quali asma, allergie, broncopneumopatia cronica ostruttiva (COPD, nella sigla inglese), o a quelli dovuti a patologie come il diabete, le malattie del fegato e l’obesità. Che fare? Secondo i dati raccolti nel report, almeno in Italia, “la lotta all’inquinamento atmosferico procede molto lentamente, per non parlare delle bonifiche nei Sin nazionali, completate appena per il 20%”.  Purtroppo senza una maggiore consapevolezza politica e investimenti sull’uno e l’altro fronte, “l’Italia continuerà a rimanere indietro non solo nella strada verso uno sviluppo sostenibile, ma anche in quella che porta a una migliore salute dei propri cittadini”, hanno concluso Aiom e Airtum. Ma per il Parlamento, purtroppo, l'emergenza è solo il morbillo.

Alessandro Graziadei

sabato 30 settembre 2017

L’Italia rinnovabile

Una speranza si aggira per l’Italia, quella di raggiungere l’obiettivo 100% energie rinnovabili entro il 2050. A dirlo è lo studio  “Clean and Renewable Wind, Water, and Sunlight (WWS) All-Sector Energy Roadmaps for 139 Countries of the World”  condotto da 27 ricercatori delle Università di Stanford, Berkeley, Berlino e Aarhus. Secondo lo studio lo scenario “tutto rinnovabili” riassunto dalla sigla “Wws” (wind, water and sunlight) potrebbe centrare l’obiettivo dell’80% del fabbisogno soddisfatto già nel 2030 e nel ventennio successivo quello del 100%, grazie ad un calo del costo dell’energia capace di far risparmiare 382 Dollari pro capite l’anno, una cifra che salirebbe a 7.733 Dollari l’anno considerando anche i minori costi climatici e sanitari legati all’inquinamento. Lo studio, inoltre, calcola che con il sistema “Wws" implementato al massimo delle sue potenzialità, l'Italia potrebbe evitare da qui al 2050 circa 46.543 morti premature all’anno per inquinamento e creare 485.857 nuovi posti di lavoro, al netto dei 164.419 persi nel settore dei fossili.

Un traguardo che per l’Associazione nazionale energia del vento (Anev), proprio partendo dai risultati di questo studio, dovrebbe ricordarci “L’importanza strategica del settore eolico e di quello delle rinnovabili in generale per il nostro Paese” e “convincere i pubblici decisori a non trascurare la rilevanza di questi dati”. Per l’Anev le energie rinnovabili non sono il futuro, ma il presente, visto che già oggi “sono convenienti e apportano benefici tangibili all’ambiente, all’economia, alla salute dei cittadini. Il Governo italiano non deve sprecare le opportunità che il settore delle rinnovabili gli offre se vuole garantire un futuro migliore alle generazioni dei nostri figli”. Eppure secondo una recente analisi svolta da ANEV “se il potenziale di capacità dell’eolico on-shore italiano al 2030 potrebbe essere pari a 15.800 MW, la potenza attualmente installata è ferma a circa 9.400 MW, con altri 1.100 MW  che hanno da poco ottenuto il diritto all’incentivazione e potrebbero quindi essere costruiti nel giro di pochi anni”. Un dato importante, ma in assenza di nuovi incentivi il rischio è che “nel 2030 la potenza eolica in esercizio potrebbe addirittura scendere a 7.000 MW”.

Per ora il Governo ha lancia messaggi rassicuranti e in occasione dell’incontro a Firenze del Global geothermal alliance lo scorso 11 settembre ha dichiarato, per voce del ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, che “In linea con l’impegno assunto alla Cop21 di Parigi il Governo è determinato a promuovere l’energia rinnovabile e a investire in tecnologie innovative a emissioni zero e a ridotto impatto ambientale, anche nel settore della geotermia”. Sì perché oltre alle “Wws” l’Italia può contare su un’enorme quantità di energia pulita e rinnovabile presente nel proprio sottosuolo, visto che secondo le più recenti stime fornite dal Ministero dello Sviluppo economico, investendo nella geotermia il Belpaese potrebbe rinunciare a qualcosa come 500 milioni di tonnellate di petrolioCome per le altre rinnovabili, però, al momento questo obiettivo appare lontano, tanto che in riferimento alla produzione di energia elettrica nazionale, appena il 2% della domanda viene soddisfatto grazie all’energia geotermica.

In questo quadro la Toscana, che non a caso ha ospitato il Global geothermal alliance, rappresenta un'eccellenza del geotermico e può vantare 34 centrali gestite da Enel green power che hanno fornito nell’ultimo anno ben 5.871 GWh, quanto basta per coprire il 30,78% del fabbisogno elettrico regionale. Eppure, anche se in Toscana la geotermia è stata impiegata per la prima volta per fini industriali oltre 100 anni fa e nonostante gli studi che l’Agenzia regionale di sanità conduce da anni non hanno evidenziato legami tra la presenza delle centrali geotermiche e la salute della popolazione residente, alcuni comitati locali hanno sollevato non poche perplessità attorno all'ulteriore sviluppo di questa energia rinnovabile. Come spesso accade i dubbi arrivano non tanto dal tipo di energia, quanto dalle tecniche di estrazione e dal proliferare di richieste per l’esplorazione dei sistemi geotermici toscani da parte di numerose società, che non sempre appaiono in grado di offrire le necessarie garanzie in termini ambientali, di salute e di positive ricadute lavorative sul territorio.

È quindi la massima compatibilità con l’ambiente e la salute uno degli obiettivi del prossimo futuro della risorsa geotermica che, come ha ricordato Adnan Z. Amin, direttore generale dell’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (Irena), “A livello globale resta in gran parte inutilizzata, nonostante il suo enorme potenziale per la generazione di energia a basse emissioni di carbonio anche nell’uso diretto nel riscaldamento e nel raffreddamento. In questo momento possiamo sfruttare solo il 6% del potenziale geotermico mondiale accertato, ciò vuol dire che il settore rappresenta opportunità significative per decarbonizzare il sistema energetico e favorire la crescita economica in 90 paesi con risorse acclarate”. Oggi, infatti, la geotermia rappresenta appena lo 0,3% delle capacità installate che utilizzano fonti rinnovabili nel mondo, ma le stime più caute fanno corrispondere il potenziale globale geotermico ad un valore di circa 200GW. Se sarà un mercato che saprà mantenere fede alle sue promesse verdi è però ancora presto per dirlo.  Adesso, almeno a livello Italiano, occorre lavorare sull’individuazione di leggi e meccanismi utili per la riduzione di qualsiasi rischio sanitario ed ambientale attraverso la creazione di nuove leggi e più opportuni quadri regolatori.

Alessandro Graziadei

domenica 24 settembre 2017

L’azzardo è sempre un azzardo!

L’azzardo è sempre un azzardo. È un business che invece di creare benessere lo brucia, consumando i legami sociali e il risparmio. In un periodo di crisi (forse più strutturale che congiunturale), con l’accrescersi delle disuguaglianze economico-sociali, la contrazione del welfare e l’inasprirsi delle situazioni di bisogno anche estremo, per milioni di italiani il ricorso alla fortuna è stata un’illusoria opportunità per provare a rimettere le cose a posto. In poco più di 10 anni l’azzardo legalizzato ha portato un numero crescente di italiani a diventare giocatori abituali, un milione e mezzo dei quali, secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, è oggi affetta da disturbi comportamentali compulsivi. Per questo sono nate realtà come la Consulta Antiusura, il Movimento No Slot, Alea e la Campagna Slot Mobche hanno evidenziato la pericolosità anche dell’azzardo “legale”, quello cioè offerto dallo Stato, che ha coperto “i buchi di bilancio promuovendo il gioco con una visione miope di breve periodo, senza valutare l’impatto sociale che questo comporta e, come al solito, se i profitti vanno in mano alle aziende che operano nel business, i costi sociali ricadono sulla collettività”, in primis quelli per la cura dei giocatori e la lotta alla criminalità organizzata, che ha sempre cercato di sfruttare questa gallina dalle uova d’oro.   

Finalmente il 7 settembre è stata raggiunta un’intesa unanime nella Conferenza Unificata Stato, Regioni ed Autonomie locali su un nuovo documento con alcune proposte utili a ridurre i rischi di dipendenza dal gioco d’azzardo. Dopo più di un anno di difficilissima trattativa e dopo una prima ridicola bozza di accordo, adesso, per il Movimento No Slot, “La politica ha dovuto mettersi al passo con la società civile. Ci è riuscita? Evidentemente no. Ma qualche tema, qualche passo, in un’agenda che si vorrebbe piena solo di rabbia rancore o superficiali appelli a vuoto, siamo riusciti a farlo passare. A partire dalla trasparenza della discussione e del confronto […] su bozze non più nascoste o trafugate, ma online utili per la pubblica discussione”. Un principio di ascolto, insomma, è stato avviato sul tema del contrasto all'azzardo e alcune conquiste come la sussidiarietà nel contrasto, il valore delle leggi regionali e dei regolamenti comunali impugnate dal Governo fino a tre anni fa, il riconoscimento seppur parziale che tutto l’azzardo è un disvalore sociale e economico o la questione della trasparenza sui dati, sembrano oggi punti fermi del dibattito.

Per ora, stando al nuovo documento, si sa per certo che entro il 30 aprile 2018, verranno definitivamente tolte dal mercato oltre 142 mila macchine attraverso un processo di rottamazione. “Un’altra misura a lungo attesa è il dimezzamento, in tre anni a partire dall’intesa, dei punti di vendita del gioco pubblico,  attualmente  stimati in circa 100mila. Al termine del processo di riduzione, dovrebbero restare circa 55 mila punti gioco certificati sul territorio nazionale” ha spiegato la Federazione Italiana degli Operatori dei Dipartimenti e dei Servizi delle Dipendenze (FeDerSerD). Secondo la proposta del Governo anche le Regioni e gli Enti locali potranno adottare, nei rispettivi piani urbanistici e nei regolamenti comunali, criteri che, per tutelare la salute e la pubblica sicurezza, siano volti a una equilibrata distribuzione nel territorio dell’azzardo legale, allo scopo di evitare il formarsi di ampie aree nelle quali l’offerta di gioco pubblico sia o totalmente assente o eccessivamente concentrata. Un altro elemento importante per la FeDerSerD e che finalmente “I controlli contro il gioco illegale saranno inaspriti, attribuendo competenze  specifiche  anche agli organi di polizia locale, attraverso un apposito potere sanzionatorio e l’attribuzione dei relativi proventi ai comuni”.

Per quanto riguarda invece l’azione preventiva e di contrasto al gioco d’azzardo patologico, il nuovo documento prevede di aggiornare e potenziare le prestazioni di prevenzione, cura e riabilitazione rivolte alle persone affette da disturbo da gioco d’azzardo. Per questo le realtà impegnate nella battaglia contro l’azzardo hanno chiesto al Governo "l’apertura di un confronto a livello europeo per una legislazione comunitaria omogenea sulla pubblicità dell’azzardo e di stabilire nuove norme per riconoscere il giocatore e la sua età consentendo la giocata esclusivamente attraverso la Carta Nazionale dei Servizi e la Tessera Sanitaria”, oltre ad eliminare la possibilità di inserire banconote dal valore superiore a 100 euro, prevedere  nuovi  interventi   tecnologici   per la  salvaguardia   del  giocatore  e  il contrasto delle derive problematiche e patologiche. 

Come ha ben capito il Movimento No Slot siamo davanti ad una svolta che per quanto insufficiente, non sembra ridursi solo al contrasto della patologia. Forse ormai è chiaro anche al Governo che il problema insito nel gioco d’azzardo è a monte, nelle scelte, ed è pertanto etico, politico, economico e al tempo stesso civile. Perché il gioco d’azzardo di massa, forse, trasferisce ricchezza, ma sicuramente non ne produce. Non solo, oltre ad essere in modo sempre più manifesto, una questione di salute pubblica, di legalità e di malessere familiare e sociale, la pervasività dei nuovi giochi a moneta rischia di compromettere destinazione e natura di luoghi da sempre ritenuti primariamente d’incontro e relazione, anziché solo di consumo, come lo sono stati per anni i bar o le sale d’attesa. Per questo speriamo che questo nuovo documento sia solo il punto di partenza di una futura legge condivisa dal Governo e dal Parlamento.

Alessandro Graziadei

sabato 23 settembre 2017

Sarà l’Europa a salvare una foresta polacca?

È capitato a tutti, anche agli europesiti più convinti, di chiedersi ogni tanto “A cosa serve l’Europa?”.  Le risposte possono essere le più varie e potrebbero contemplare anche la decisone presa il 13 luglio dalla Commissione europea di deferire la Polonia alla Corte di Giustizia Europea a causa del taglio indiscriminato degli alberi della foresta di Białowieża, un sito protetto da Rete Natura 2000, una serie di aree ecologiche diffuse su tutto il territorio dell’Unione ai sensi della Direttiva 92/43/CEE “Habitat” e istituite per tutelare a livello comunitario gli habitat naturali e le specie di flora e fauna minacciati o rari. Un tempo di proprietà dei re polacchi, che la utilizzavano come riserva di caccia, la foresta di Bialowieza, inserita dal 1979 dall’Unesco nella lista dei siti mondiali “Patrimonio dell’umanità”, è giunta sino a noi praticamente inalterata, muta superstite delle foreste che in passato avevano occupato l’intero territorio europeo dal Baltico al Mar Nero. Questa foresta situata lungo il confine tra la Bielorussia e la Polonia ospita alcuni degli alberi più grandi del continente assieme all’ultimo grande mammifero selvatico d’Europa, il bisonte. Purtroppo solo il 16% di questa foresta è protetto dallo status di parco nazionale e altre piccole aree sono protette dall’Unione Europea e dall’Unesco. 

La scellerata decisione del Governo polacco di intaccarne la biodiversità della Białowieża risale al marzo del 2016, e nonostante le continue proteste dei movimenti ambientalisti e della società civile polacca, il ministro dell’ambiente Jan Szyszk ha dato il via ad una serie di operazioni di disboscamento nel distretto forestale di Białowieża con la scusa ufficiale “che il legno di questa foresta rischia essere sprecato marcendo sotto i colpi del Bostrico dell’abete, un coleottero che divora la corteccia dell’abete rosso”. Ma per il network internazionale Salva ForesteIn gioco non ci sono gli abeti rossi in decomposizione, ma evidenti interessi commercialivisto che “gli scienziati hanno sbugiardato le ragioni scientifiche del taglio promosso dal Governo polacco”. “Se permettiamo che diventi una foresta produttiva, perderà il suo valore e la sua biodiversità e ci vorranno centinaia di anni per porre rimedio a questa distruzione” aveva ricordato un anno fa Rafał Kowalczyk, direttore dell’Istituto di ricerca sui Mammiferi di Białowieża, sottolineando come  “in aree dove l’abete non riesce a rigenerare, sarà rapidamente sostituito da altre specie, come il carpino e il tiglio, più adatte alle nuove condizioni ambientali. Inoltre, una foresta naturale è e deve essere ricca di legno morto: non è uno spreco, come sostiene il ministro, ma un habitat essenziale per un gran numero di invertebrati e di altri animali”. 

Per questo nell’aprile del 2017 la Commissione aveva sollecitato la Polonia a non proseguire operazioni di deforestazione estese dando un mese di tempo al Governo polacco per adeguarsi, senza però ottenere nessun rallentamento delle operazioni di abbattimento che sono continuate al ritmo sostenuto di circa 1.000 alberi al giorno fino a poche settimane fa.  Cosa ha convinto il Governo polacco? L’Europa! Secondo la Commissione europea, infatti, la Corte di Giustizia Europea può per legge “prescrivere misure provvisorie volte a richiedere a uno Stato membro di trattenersi da attività che causano danni gravi e irreparabili prima della pronuncia della sentenza” e in particolare il taglio della foresta di Białowieża “richiede l’adozione di provvedimenti provvisori, trattandosi di un caso eccezionalmente urgente e grave, dato il danno irreparabile alla foresta causato dalle operazioni forestali”. Per questo la Corte Europea di Giustizia ha intimato in agosto al governo polacco la sospensione immediata del taglio di alberi nella foresta di Bialowieza, bloccando non solo l’estensione del taglio di legname, ma anche la riduzione dei vecchi alberi morti in tutta la foresta. Un provvedimento che al momento pare resterà in vigore finché la Corte di giustizia europea non emetterà una sentenza definitiva sul caso.

Per Salva Foreste la decisione della Corte conferma ciò che la Commissione europea, l'Unesco e la maggioranza degli scienziati avevano ripetutamente sottolineato: "è l’aumento degli abbattimenti di alberi, e non il coleottero dell'abete rosso a minacciare gli habitat forestali e quindi il taglio di alberi deve essere fermato, prima di causare devastazioni irreparabili”. Sarà così l’Europa a salvare una foresta polacca? Possibile, ma non scontato. Attualmente mentre continuano le proteste degli attivisti provenienti da tutto il mondo per fermare i bulldozer e le motoseghe, gli ecologisti denunciano l’invio da parte del Governo polacco di squadre di guardie forestali da tutta la Polonia per contrastare le proteste pacifiche con violenze e minacce alla salute e alla vita stessa dei manifestanti. 

Una situazione che non ci stupisce, visto che la Polonia è oggi governata da “Diritto e Giustizia”, un partito della destra nazionalista che ha già sfidato altri regolamenti e trattati europei, ha ristretto la libertà dei media e provato a limitare l’indipendenza dei magistrati con un provvedimento che solo dopo giorni di proteste da parte di migliaia di cittadini polacchi il presidente Andrzej Duda si è rifiutato di firmare. Al momento, internamente, la credibilità della proposta politica del partito Diritto e Giustizia è alternativa all’Europa e viene da una ripresa economia in crescita, ma estremamente fragile, basata sulle rimesse dei molti emigrati, sulle commesse delle industrie europee e sui fondi comunitari. Per questo la chiusura alle richieste di Bruxelles, anche in materia di tutela ambientale, ma non ai suoi fondi strutturali, non sembra una strategia che l’Europa potrà tollerare ancora a lungo.

Alessandro Graziadei

domenica 17 settembre 2017

L’emergenza incendi e la riforma dei parchi

Quest’estate l’emergenza incendi non ha conosciuto né tregua, né confini regionali. Sono andati in fumo 124mila ettari di boschi, molti dei quali in aree protette e dal grande valore naturalistico, come quelle dei Parchi naturali e dei siti di Rete Natura 2000, la rete europea a cui afferiscono i Siti di Importanza Comunitaria designati sulla base della direttiva Habitat e le Zone di Protezione Speciale. “Non solo il Vesuvio, ma anche tante altre aree protette, nazionali e regionali, sono state interessate dalla morsa degli incendi: dal Cilento e Vallo di Diano, al Gargano, dall’Alta Murgia alla Majella, dalla Sila al Pollino al Gran Sasso passando per la Riserva dello Zingaro in Sicilia, sono troppe le aree di pregio del centro-sud finite in balia di eco-criminali e piromani” ha ricordato Legambiente. Il quadro che emerge dall’analisi della ong è davvero preoccupante: “Quasi un terzo dell’intera superficie percorsa dal fuoco, tra il 1 gennaio e il 6 agosto 2017, ha interessato le aree di maggior valore naturalistico presenti in Italia […] invece in tutta la Penisola la superficie complessiva bruciata, dall’inizio del 2017 fino al 10 agosto, ha superato quota 101.000 ettari, più che raddoppiando quanto andato in fumo in tutto il 2016”.

I responsabili sono i criminali, i piromani, l’incuria, la distrazione e il cambiamento climatico, ma sono le Regioni le istituzioni che hanno le principali responsabilità nella gestione della aree protette e in questa recente emergenza incendi hanno dimostrato una grande impreparazione nel prevenire e mettere in sicurezza il prezioso patrimonio naturalistico. Per questo secondo Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente, “Governo, Comuni, Enti parco e soprattutto Regioni assumano piena consapevolezza del danno enorme che deriva dall’arrivare impreparati alla stagione critica per il rischio incendi, ancor più oggi che i cambiamenti climatici stanno ulteriormente aggravando tale rischio. In particolare i diciassette anni trascorsi dalla pubblicazione delle legge 353 del 2000, che assegna competenze e ruoli per prevedere, prevenire e contrastare gli incendi boschivi, rappresentano un arco temporale tale da rendere inaccettabile questo disastro ambientale”.

Per la ong serve più prevenzione e un’efficace politica di adattamento ai cambiamenti climatici perché “nei troppi e ingiustificati ritardi regionali e nazionali, ha pesato anche la burocrazia, la mancanza di un’efficace macchina organizzativa e di politiche di gestione forestale sostenibili, come dimostra la situazione reale e il ritardo nell’aggiornamento dei piani antincendio dei parchi e delle riserve naturali dello Stato” ha spiegato Ciafani. Allo stato attuale risultano solo 13 i piani antincendio vigenti nei Parchi italiani, otto con l’iter non ancora concluso e due con il piano antincendi recentemente scaduto e da aggiornare, nonostante sia previsto per legge che ogni tre anni venga redatto dall’area protetta e approvato dal Ministero dell’Ambiente, una volta sentito il parere dell’ormai ex Corpo Forestale dello Stato. Eppure per Ciafani “Un piano che deve rispondere a fenomeni così variabili, perché legati al clima che cambia si deve approntare in un mese al massimo e a ridosso dell’inizio della stagione estiva in modo da utilizzare analisi e previsioni più credibili. Non può essere perciò più il meccanismo di predisposizione, approvazione e inserimento nel piano regionale come prevede attualmente la legge 353/2000. È una norma che risponde alle esigenze di una burocrazia cervellotica, ma non alle esigenze di tutela dei boschi dagli incendi”. 

Per questo le emergenze che hanno interessato le aree protette questa estate, in particolare l’azione incendiaria e criminale contro il nostro patrimonio di biodiversità boschiva del Belpaese, sono la spia di quanto sia urgente dotare il sistema parchi di norme adeguate e applicabili immediatamente, che siano in grado di garantire un futuro alle straordinarie risorse naturali e culturali che queste aree tutelano e valorizzano. Norme che devono fornire ai parchi fondi adeguati, strumenti e strategie efficaci a contrastare le sfide a cui sono sottoposti, prima tra tutte gli effetti dei cambiamenti climatici, principale fattore di perdita di biodiversità su scala globale, ed essere capaci di coinvolgere e rendere protagoniste le comunità locali ed i diversi stakeholder. Per questo il Club Alpino Italiano, FAI-Fondo Ambiente Italiano, Legambiente, Slow Food Italia e Touring Club Italiano hanno voluto richiamare il Governo alle sue responsabilità ricordando come dopo otto anni di discussioni sia necessario chiudere nel migliore dei modi la lunga fase che sta accompagnando la proposta di riforma della legge sulle aree protette 394/91 per fornire un contributo essenziale alla conservazione di habitat e specie fondamentali anche per l’economia e la tenuta sociale e civile del nostro Paese.

“Ci preme ricordare in particolare che i parchi, diffusi sul 20% del territorio nazionale, sono anche presidi contro lo spopolamento delle aree interne, dove agricoltura e zootecnica possono esprimersi al meglio senza impattare sull’ambiente - ha concluso Slow Food - una ragione di più per evitare il rischio che questo straordinario bene comune si trovi a essere negoziato con piccoli o grandi interessi”.  Tuttavia, nonostante alcuni recenti passaggi parlamentari ne abbiano migliorato l’impianto rispetto alla proposta originaria, alcuni aspetti della nuova legge sulle aree protette non convincono la società civile, come per esempio l’introduzione di royalties per le attività estrattive o la governance dei parchi, che prevede che i direttori vengano scelti dai presidenti in base alle sole competenze manageriali, favorendo l’appartenenza rispetto alla professionalità. È quindi chiaro, nell’attuale legge licenziata dalla Camera a fine giugno, un ridimensionamento della componente scientifica e conservazionista a vantaggio dei poteri locali. Per questo le associazioni ambientaliste continuano “a chiedere al legislatore di farsi carico del problema e rivedere in Senato quello che a nostro avviso tocca ancora migliorare affinché questa revisione della 394/91 porti veramente verso una nuova fase di rafforzamento dei parchi e delle aree protette del nostro Paese”.

Alessandro Graziadei

sabato 16 settembre 2017

La Corea del Nord tra sanzioni internazionali e assistenza umanitaria

Non so a voi, ma a me capita spesso di ripensare alle parole del Premier norvegese Jens Stoltenberg all’indomani delle stragi di Oslo e Utøya nel 22 luglio 2011: “Siamo un piccolo Paese, ma un grande popolo. Non rinunceremo mai ai nostri valori: risponderemo agli atti di violenza con più democrazia, più libertà e più umanità”. Gli attentati fecero 77 morti, 69 erano ragazzi, uccisi uno ad uno da Anders Behring Breivik  l’auto proclamatosi “salvatore del cristianesimo” e “difensore della cultura conservatrice in Europa ” oltre che anti-papista, anti-multiculturalista, anti-marxista, anti-islamista e per non farsi mancare niente anche anti-sionista. Sono parole che non mi hanno lasciato indifferente e, indipendentemente da ogni giudizio penale e morale, sicuramente mi hanno fatto riflettere sulle nostre possibili reazioni davanti al “male”, anche quando questo sembra presentarsi nella sua forma più autentica. Qualcosa di analogo, pur nelle differenze dovute al contesto e alle responsabilità, l'ho provato leggendo un recente comunicato stampa che annunciava come “La Corea del Sud non esclude di sostenere, attraverso le agenzie delle Nazioni Unite, l’assistenza umanitaria al Nord al di fuori di ogni considerazione politica”, il tutto a poche ore dall’ennesima provocazione militare di Pyongyang, mentre quattro jet americani F-35B invisibili e 2 bombardieri strategici B-1B simulavano un bombardamento strategico nei cieli sudcoreani e Trump dal podio del Palazzo di Vetro lanciava il suo ultimatum alla Corea del Nord minacciandone la "distruzione".

Solo l’11 settembre scorso, il Consiglio di sicurezza dell’Onu aveva votato all’unanimità un incremento delle sanzioni economiche che prevedono il taglio del 30% delle forniture di petrolio, un bando sull’export del tessile nordcoreano, una delle più importanti industrie del Paese con un volume di affari di almeno 700milioni di dollari e delle misure per bloccare l’impiego di manodopera nordcoreana all’estero. Tutte sanzioni che si aggiungono a quelle votate il 5 agosto e che mettono il bando alla vendita di carbone, minerali e prodotti ittici della Corea del Nord, riducendo così di almeno un miliardo di dollari i guadagni annuali di Pyongyang. Il lancio di un altro missile a lunga gittata il 15 settembre sembra essere stato proprio una risposta alla mossa Onu arrivata dopo che lo scorso 29 agosto Pyongyang aveva lanciato un altro missile sopra il Giappone e dopo l'annuncio, il 3 settembre, dell’ennesimo esperimento nucleare. Eppure se il precedente Governo conservatore della Corea del Sud aveva sospeso gli aiuti al Nord attraverso le agenzie delle Nazioni Unite dopo i test nucleari e missilistici nordcoreani del 2016, la mossa di Seul, che sembra aver spiazzato la diplomazia internazionale, è pienamente in linea con il conciliante “Moon style” del neo presidente sudcoreano Moon Jae-in, in carica solo dallo scorso 10 maggio 2017.

Secondo uno studio dell’Onu, pubblicato alcuni mesi fa, il 70% della popolazione in Nordcorea è malnutrito: "la maggior parte dei bambini al di sotto dei 24 mesi di età e il 50 per cento delle donne in stato di gravidanza o in allattamento, soffrono di un’insufficiente varietà alimentare che porta a carenze di micronutrienti e ad un alto tasso di malnutrizione acuta e cronica". Per questo Seul ha pianificato di donare 8 milioni di dollari di aiuti al Nord attraverso agenzie dell’Onu, con una risposta umanitaria all’aggressività militare di Pyongyang che per il Governo di Moon non è in contraddizione con le sanzioni votate dall’Onu la scorsa settimana, anzi è vero il contrario visto che nelle difficoltà economiche, indipendentemente dalle nazionalità, i più colpiti sono spesso le persone vulnerabili, a cui è rivolta l’assistenza e che “Seul prevede di sostenere con l’invio di cereali e attraverso alcuni programmi di vaccinazione”. Un’operazione che “Il governo non pensa possa compromettere lo spirito delle sanzioni imposte dalle Nazioni Unite”.

Se approvato, il sostegno sudcoreano sarebbe la prima assistenza umanitaria di Seul nell’amministrazione di Moon Jae-in e fornirebbe 4,5 milioni di dollari per un programma gestito dal Programma Alimentare Mondiale, (Wfp) e il resto andrebbe a sostenere un progetto per la nutrizione, i farmaci e i vaccini del Fondo Internazionale per l’Emergenza Infanzia delle Nazioni Unite, (Unicef). Due filoni di intervento dichiarati fondamentali proprio dal presidente Moon che al vertice G20 del 20 luglio scorso, aveva ricordato, proprio citando i casi di malnutrizione tra i neonati nordcoreani, che “l’assistenza nei settori assistenziale e medico non dovrebbe essere collegata a situazioni politiche”. Ma, senza nulla togliere all’importante e lungimirante sostegno umanitario sudcoreano, la Corea del Nord è veramente sul lastrico? Secondo David Straub, analista del Sejong Institute, il colpo inferto dalle sanzioni Onu al regime di  Kim Yong-un è durissimo e a lungo andare, quasi insostenibile, visto che dovranno essere tagliati molti programmi militari e Kim non potrà più “comprarsi” l’affetto della nomenklatura del Paese, come ha fatto finora, attraverso la concessione di beni di gran lusso in un paese ridotto quasi alla fame.

Eppure per David Albright, esperto dell’Institute for Science and International Security rilanciato da Pietro Orteca la scorsa settimana su Remocontro.it, “il rischio è quello di sottovalutare il contrabbando che cinesi e russi alimentano attraverso un florido mercato nero”, grazie alle frontiere in comune e a transazioni finanziarie che per evitare il blocco dei pagamenti, vengono fatte a Singapore. Ad oggi circa il 90% del contrabbando nordcoreano passa attraverso la Cina e il resto transita per la frontiera russa e questo nonostante Pechino si sia più volte  impegnata a vigilare su questi traffici. Il risultato è che oggi sono oltre 5 mila le società commerciali cinesi che “coprono” gli interessi di Kim Jong-Un, interessi che purtroppo, siamo pronti a scommettere, non cercheranno di eliminare quelle carenze di cibo, farmaci e vaccini con le quali si confronta quotidianamente la popolazione nord coreana.

Alessandro Graziadei

domenica 10 settembre 2017

“Ma che che che occasione, ma che affare…”

Ogni volta che un comunicato stampa arriva in redazione annunciando l’ennesima concessione alla deforestazione petrolifera, mineraria, energetica, agricola o dovuta all’allevamento, sempre in nome di un’economia votata ad uno sviluppo considerato potenzialmente illimitato, mi torna in mente Edoardo Bennato e la sua “Vendo Bagnoli”, con quel ritornello provocatorio: “Ma che che che occasione, ma che affare, vendo Bagnoli chi la vuol comprare, colline verdi mare blu, avanti chi offre di più…”.  Canticchiando questo motivo, alcune settimane fa, ho letto il comunicato del WWF brasiliano che annunciava come “Il 23 agosto il governo federale di centro-destra del Brasile ha pubblicato un decreto che abolisce la Reserva Nacional de Cobre e Associadas (Renca), un’area protetta che si estendeva su 47.000 Km, più grande della Danimarca e estesa quanto lo stato brasiliano di Espírito Santo, a cavallo degli Stati di Pará e  Amapá”. Guarda caso si tratta di una riserva forestale ricca di minerali preziosi quali oro, rame, titanio e acciaio, nonché di tante altre risorse naturali di cui abbonda l’Amazzonia

Come ha ben spiegato Lorenzo Di Muro su LimesIl tempismo non è casuale: la massima carica dello Stato a inizio agosto ha scongiurato l’apertura di un processo d’impeachment a suo carico - sono altre 20 le richieste nel cassetto della presidenza della Camera - anche grazie ai voti dei ruralistas; parlamentari espressione degli interessi latifondiari, vicini ai colleghi armamentistas ed evangelici, con i quali forma il vituperato fronte Bbb: Bibbia, bovini e pallottole, dall’acronimo portoghese Bíblia, Boi e Bala. Soprattutto, la misura di Temer, al centro del dibattito politico da mesi, fa parte di un più ampio pacchetto di riforme del settore minerario, tra cui la riduzione del 27% della foresta di Jamanxin nel Pará e la variazione del regime delle royalties, e più in generale di una privatizzazione dell’economia, in linea con l’impostazione neoliberista seguita all’estromissione di Dilma Rousseff”. 

La Renca era stata dichiarata area naturale protetta e pertanto esclusa dallo sfruttamento economico nel 1984, durante la dittatura militare, per limitare la penetrazione di capitali privati e stranieri in settori strategici dell’economia brasiliana. Per ora il decreto firmato da Temer sostiene che “L’abolizione di cui tratta l’art. 1º non esclude l’applicazione di norme legislative specifiche sulla protezione della vegetazione autoctona” e più in generale la legislazione brasiliana proibisce l’attività mineraria nelle Unidades de conservação classificate come a protezione integrale e quindi anche nelle 9 aree protette della Renca, dove l’attuale legislazione brasiliana permette attività estrattive solo nella Floresta Estadual do Paru. Ma c’è chi non si fida. Così, nonostante Temer abbia deciso di fare una parziale marcia indietro, apportando nelle scorse settimane delle modifiche al decreto per la salvaguardia dell'ambiente e delle comunità indigene, 8 senatori brasiliani hanno presentato un Projeto de Decreto Legislativo (PDC 160/2017) per cercare di bloccarlo e un giudice federale di Brasilia, Rolando Valcir Spanholo, ha accolto parzialmente una petizione popolare presentata nei giorni scorsi contro la misura governativa, sostenendo che "per una scelta così importante non basta un decreto, ma serve l'intervento del Congresso".

Del resto anche per il senatore  Randolfe Rodrigues di Rede Sustentabilidade  “l’estinzione della Renca mette a rischio riserve naturali di fondamentale importanza” come ha certificato anche il rapporto “Renca – situação legal dos direitos minerários da Reserva Nacional de Cobre” pubblicato a luglio dal WWF e che per il suo direttore esecutivo Maurício Voivodicrischia di produrre una serie di conflitti tra attività minerarie e conservazione della biodiversità e popoli indigeni”. Inoltre, sempre secondo il rapporto, la principale area della Renca che interessa l’industria mineraria coincide proprio con una zona di protezione integrale: la Reserva Biológica (Rebio) de Maicuru, dove, secondo i dati del Serviço Geológico Brasileiro (Cprm) ci sono forti indizi di presenza di rame e oro.

Cosa accadrà è presto per dirlo, ma intanto la volontà di aprire le aree protette a favore degli interessi privati sembra non riguardare solo il Brasile. Anche se non è ancora pubblica, il Segretario gli interni Usa, Ryan Zinke,  ha presentato alcune settimane fa alla Casa Bianca la sua raccomandazione finale sul futuro delle terre e delle acque pubbliche attualmente protette come "National Monuments". La raccomandazione ha fatto seguito a un ordine esecutivo del presidente Usa Donald Trump che ha avviato il riesame dei confini di queste aree, con il chiaro intento di svenderle all’industria mineraria e alle multinazionali. Il Washington Post ha scritto che sicuramente le revisioni guarderanno tre National Monument:  Bears Ears; Grand Staircase-Escalante; Cascade-Siskiyou, ma non si conosce il destino riservato ad altri 21 monumenti nazionali come Sequoia, Mojave Trails, Organ Mountains Desert Peaks per i quali sono previsti solo degli “aggiustamenti”.

Per ora il 24 agosto il Sierra Club, ha presentato, in base al Freedom of Information Act, una richiesta di poter accedere ai dettagli sulle raccomandazioni di Zinke sul futuro di queste terre pubbliche e protette.  Per il suo direttore esecutivo, Michael Brune, il rapporto è “profondamente inquietante”, e “l’unica informazione reale riportata nella relazione era la volontà di Zinke di spazzare via il sostegno straordinario per la salvaguardia delle protezioni nei National Monuments. Non saremo affrettati. La verità è nei dettagli, che sono quel che intendiamo conoscere con questa richiesta”. Tuttavia anche secondo Rhea Suh, la presidente del Natural Resources Defense Council (Nrdc), siamo di fronte a “Un attacco senza precedenti al nostro patrimonio naturale […] che non è di Trump. Appartiene a te e me, ai nostri figli e nipoti. Per generazioni queste aree protette hanno ospitato le nostre vacanze estive, gite in famiglia e le avventure dell’infanzia. Sono la casa della fauna selvatica e una parte fondamentale del patrimonio naturale americano. Sono un pezzo del tessuto nazionale che non lasceremo che Trump distrugga”. Per questo gli ambientalisti si mobilitano perché come canta Bennato questa “è un’asta, conto fino a tre!”. 

Alessandro Graziadei

sabato 9 settembre 2017

Quella doppia sporca dozzina!

Sono passati 10 anni da quando il Comune di Capannori, per primo in Europa, lanciò la sfida ai rifiuti accogliendo l’invito di Rossano Ercoliniche si occupa attivamente della loro gestione da 34 anni e dello scienziato Paul Connett. Ad oggi il comune può vantare circa l’82% di raccolta differenziata con una produzione pro capite annuale di rifiuto urbano residuo di 82 kg e una qualità elevata dei materiali intercettati nelle differenziate, con basse presenze di impurità e importanti remunerazioni da parte dei consorzi di filiera. Nonostante gli ottimi risultati è però ancora troppo elevata la frazione costituita dalle plastiche, che rappresenta una percentuale di circa il 40%.  Seppur in buona parte differenziata una minoranza  è ancora indirizzata da COREPLA, il consorzio del CONAI che cura la raccolta delle plastiche, al recupero di energia  attraverso l’incenerimento, anziché al recupero di materia, a causa di un quadro normativo europeo e nazionale che ancora consente la produzione di residui che non possono essere differenziati, e talvolta neppure inceneriti.

Ecco perché nell’agosto del 2016 il Centro Ricerca Rifiuti Zero del comune di Capannori, Zero Waste Italy e l’Associazione Ambiente e Futuro per Rifiuti Zero hanno lanciato la campagna “La doppia sporca dozzina” che dopo un anno è diventata una vertenza permanente che sta allargando la sua partecipazione comunitaria raggiungendo sempre più realtà istituzionali e della società civile grazie ad incontri, assemblee, interviste, passaggi in radio e televisioni locali e nazionali. Questo successo ha spinto gli organizzatori ad inserire la campagna in un “Kit Formativo” che sperimentalmente è stato rivolto alle scuole e tradotto in un percorso didattico con gli studenti che consiste nella “scoperta collettiva” di che cosa troviamo nel rifiuto urbano. “Questa lezione si è rivelata molto potente e con semplicità disarmante fa scoprire a tutti le patologie che si manifestano nei nostri acquisti e la responsabilità dei produttori” ha spiegato Ercolini. “A livello locale poi questa campagna è stata resa complementare con il lancio del progetto Famiglie a Rifiuti Zero dove circa 40 famiglie di Capannori (100 persone in tutto) stanno dimostrando che non solo si può differenziare quasi tutto, ma che si può ridurre la plastica che va alla raccolta differenziata facendo acquisti più informati e alla lunga anche più economici”. 

Ma la campagna in questione va oltre il livello locale e si estende a quei 251 Comuni a Rifiuti Zero dove sono attive efficaci iniziative per la riduzione dei rifiuti. Se, infatti, le comunità più virtuose possono arrivare a risolvere fino all’85% del problema rifiuti, trasformando questi in risorse con la pratica della raccolta differenziata porta a porta, le isole ecologiche e la diffusione di centri per la riparazione e il riuso di abiti, scarpe, borse, mobili, elettrodomestici, computer ecc… circa un 15% “rimane sullo stomaco del sistema di gestione degli scarti”. Che fare? La campagna ha individuato una “Black List” di 24 prodotti usa e getta e sta provando a sensibilizzare sia i consumatori che i produttori a fare meglio, evitando quanto più possibile lo spreco grazie a concrete alternative. Si tratta di prodotti che spesso non hanno alternativa allo smaltimento e per questo occorre pensare ad una riprogettazione industriale che coinvolga, in assenza di una legge ad hoc, almeno la responsabilità del produttore che spesso è un’azienda multinazionaleProprio su alcuni prodotti “alternativi” e “riprogettati”, ma già commercialmente disponibili, il Centro Ricerca Rifiuti Zero sta svolgendo una sorta di “sperimentazione” per certificarne il funzionamento, l’affidabilità e la disponibilità sul mercato.

Sotto la lente di ingrandimento in questa “doppia sporca dozzina” non mancano mai assorbenti, pannolini e pannoloni che con il loro 25% sul totale dei rifiuti urbani residui sono la voce più impattante. Se per gli assorbenti ne esistono di biodegradabili da conferire nell’organico ed è sempre più diffusa la coppetta mestruale igienica, per i pannolini l’alternativa più efficace rimane il pannolino lavabile, che però per essere sufficientemente pratica dev’essere integrata con un servizio di lavanderia per permettere alle famiglie che lo vogliono di poterne disporre a basso costo. Più complicato è il problema dei pannoloni, legato anche all’invecchiamento demografico, ma che un interessante progetto pilota in provincia di Treviso sembra aver risolto puntando sulla separazione degli scarti reinseribili in cartiera e nell’industria della “plastica di seconda vita”. Pure i Cotton-fioc, troppo spesso scaricati nel water e quindi corresponsabili dell’inquinamento da plastiche nei mari, hanno varianti vegetali e in plastica biodegradabile, anche se in realtà è ormai riconosciuto come non sia molto salutare infilare questi prodotti nelle orecchie la cui igiene e pulizia può essere ottenuta con normali pezzi di tessuto inumiditi di olii essenziali. Che dire poi degli accendini? Ne esistono di ricaricabili come esistono spazzolini da denti interamente biodegradabili ed autocompostabili al pari di dentifrici distribuiti in alternative confezioni riciclabili  e sempre più spesso in pastiglie. Anche le figurine adesive, che non possono essere riciclate perché plastificate, possono essere sostituite da figurine in carta o con appositi angoli “ad incastro” come sperimentato dal WWF. Gli scontrini fiscali, invece, sono tutti prodotti in carta chimica non riciclabile e a base di bisfenolo, una sostanza ritenuta cancerogena. Dal 1996 se ne prevede la dismissione e un sistema alternativo che mantenga tutte le caratteristiche tese ad evitare le evasioni fiscali, ma per ora non si è ottenuto un cambio di registro come invece è avvenuto nel caso della capsule per il caffè sempre più spesso prodotte con sistemi in plastica biodegradabile al pari degli appendi abiti che hanno valide alternative in ferro e legno, ma che adesso possono anche essere conferiti nel multi-materiale, cosa non ancora possibile per cd e dvd.

Se per gomme da masticare, rasoi usa e getta, mozziconi di sigaretta, stoviglie, penne, pennarelli e carta forno si stanno moltiplicando le soluzioni “alternative”, i comportamenti virtuosi e i sistemi di raccolta dedicati, per altri prodotti segnalati nella “Doppia Sporca Dozzina” come i guanti in lattice, le salviette deumidificanti, i cerotti, il nastro adesivo, la carta carbone, al momento la sfida alla sostenibilità  è ancora aperta, come per gli imballaggi compositi e poli-accoppiati troppo spesso impossibili da differenziare per via di una deregulation a cui ricorrono, sia i grandi gruppi dell’industria alimentare, che alcuni produttori di biologico ancora legati all’usa e getta. Un problema nazionale che non può prescindere dal fatto che “ridurre è sempre meglio di differenziare e di riciclare e se vogliamo davvero arrivare a zero rifiuti dobbiamo, anche a Capannori, erodere lo zoccolo duro degli smaltimenti obbligati costituiti in gran parte da prodotti non riciclabili oppure falsamente riciclabili” ha concluso Ercolini.

Alessandro Graziadei