domenica 18 settembre 2016

L’elettrificazione dei trasporti!

Se fino a qualche anno fa le auto elettriche erano percepite come una scelta fatta da pochi ed ostinati ambientalisti, oggi questi veicoli sono sempre più comuni. Il tema dei cambiamenti climatici, la crescente attenzione per la sostenibilità e soprattutto i radicali miglioramenti tecnologici hanno portato ad una elettrificazione dei trasporti che sembra rappresentare una sempre più valida alternativa alla "mobilità fossile" pubblica e privata. Secondo un recente rapporto della Bloomberg New Energy Finance, un’attendibile società di analisi, il prezzo ancora elevato delle auto elettriche, uno dei principali limiti alla loro attuale diffusione,  raggiungerà più o meno quello delle auto a combustibili fossili nel 2020, quando il costo delle batterie elettriche sarà sceso di circa il 65%. Grazie a questa contrazione dei costi se i veicoli elettrici attualmente rappresentano l’1% del mercato mondiale, nel 2040 ne copriranno circa il 35%, con un prezzo che per i modelli base tenderà ad essere di poco superiore ai 20 mila euro.

Anche in Italia il mercato delle auto elettriche sta gradualmente affermandosi. Il trend non è in linea con il resto dell’Europa, ma è in crescita grazie soprattutto al potenziale risparmio che è messo in preventivo dopo l’impegnativo investimento iniziale. Dal 2015 gli incentivi statali stanziati coprono il 15% del costo totale dell’auto elettrica, ci sono inoltre consistenti sconti sul bollo auto, sull’assicurazione e un pieno a base di corrente elettrica costa molto meno rispetto all’equivalente in benzina, gas o metano (costo che può essere abbattuto ulteriormente, e totalmente, se la propria abitazione è dotata di un impianto fotovoltaico). Si parla di soli 3-4 euro di carica per percorrere circa 200 km. Certo, le prestazioni cambiano a seconda del modello e dell’utilizzo, ma il risparmio medio è comunque importante e va considerata anche l’affidabilità del motore, soggetto a costi inferiori di manutenzioni giacché dotato di poche parti meccaniche in movimento. Altro punto a favore dell’elettrificazione dei trasporti riguarda le emissioni, visto che le auto elettriche non emettono sostanze inquinanti e non generano rumore o vibrazioni, garantendo in questo senso l’annullamento dell’inquinamento acustico e un ottimo confort di guida.

Certo oggi nella scelta elettrica permangono dei problemi. Ma oltre al costo dell'automobile, destinato come abbiamo visto a calare, anche la scarsa autonomia del veicolo che arriva oggi a 200/300 km al massimo, le poche colonnine pubbliche e i tempi di ricarica ancora molto elevati per i nostri standard (circa 40/50 minuti per un "pieno"), sembrano problemi destinati con il tempo ad essere sensibilmente ridimensionati visti i passi da gigante fatti in questo campo dalla tecnologia e dall’attenzione di un mercato sempre più attento e sensibile. Non è un caso se negli Stati Uniti dal 10 al 18 settembre si è tenuta la prima edizione della National Drive Electric Week, una settimana di eventi che punta a far comprendere agli americani l’importanza dei veicoli elettrici. Il Sierra Club, la più grande e diffusa associazione ambientalista Usa e la Vermont energy investment corporation (Veic) una ong fondata nel 1986 che punta a ridurre i costi economici e ambientali della produzione e dell’utilizzo di energia attraverso l’efficienza energetica, hanno già dato un loro primo contributo a questa nuova sensibilità elettrica a stelle e strisce con la pubblicazione del rapporto  Fully Charged, che spiega dettagliatamente i vantaggi dei veicoli elettrici per i consumatori e anche per il "sistema elettrico" in tutto il New England e di New York. 

Per una delle autrici del rapporto, Ingrid Malmgren, responsabile della politica dei trasporti della Veic, “Il New England e New York sono ben posizionati per beneficiare di una transizione verso i veicoli elettrici. La produzione di elettricità nella regione è tra le più pulite del paese e sta diventando ancora più pulita. I veicoli elettrici hanno un elevato rapporto costo-efficienza e forniranno benefici per il sistema elettrico, i consumatori, e le utilities.  Inoltre, l’elettrificazione dei trasporti può portare ad una diffusa salute ambientale e a benefici per lo sviluppo economico. Robuste politiche per l’energia pulita nel nord-est continuano a ridurre le emissioni derivanti dalla produzione di energia elettrica, rendendo i veicoli elettrici una componente fondamentale nell’aiutare gli Stati del Northeast a soddisfare i loro obiettivi energetici e climatici”.

Secondo il rapporto, infatti, le auto elettriche per i consumatori rappresentano molto di più che un risparmio economico. “I veicoli elettrici sono in grado di fornire risparmi sui costi quando le compagnie elettriche supportano e gestiscono le infrastrutture di ricarica, dato che sono in una posizione privilegiata per favorire una domanda equilibrata sulla rete elettrica e per fornire le ricariche nei momenti più convenienti. Attraverso una integrazione intelligente nel sistema elettrico del Northeast i veicoli elettrici potranno aumentare sia le vendite di energia elettrica che far avere bollette più basse per tutti i consumatori”. Per Mark Kresowik, vicedirettore di Sierra Club per la campagna Beyond Coal nel Northeast UsaI veicoli elettrici sono un'opportunità fondamentale per ridurre l’inquinamento che danneggia la nostra salute e contribuisce alla distruzione climatica. Quando la ricarica di un veicolo elettrico è alimentato da eolico e solare puliti  e sostenuta e gestita dalle compagnie elettriche, può fornire ancora più vantaggi ai consumatori, al sistema elettrico e all’economia di New York e del New England. Le compagnie elettriche e gli amministratori degli Stati possono, infatti, aiutare i Northeasterners a realizzare questi benefici economici e sanitari con programmi ben progettati”.

L’elettrificazione dei trasporti può quindi portare ad una diffusa salute personale, ambientale ed economica? Certezze e dubbi non mancano, tanto da rendere difficile rispondere a tutte le domande a cominciare da quanto è sostenibile la fonte elettrica quando non arriva dal solare e dall'eolico. Ma anche se restano incertezze sull’immediato, a quanto pare il futuro dell'automobile sarà molto probabilmente elettrico e sostenibile! 

Alessandro Graziadei

domenica 11 settembre 2016

Bahrein: quanto fa paura il pacifico dissenso?

Il Gran Premio del Bahrein quest’anno era la seconda prova della stagione di F1 ed è stato trasmesso in mondo visone domenica 3 aprile, dal circuito della capitale Manama. A distanza di mesi forse qualcuno di voi ricorda il successo del pilota tedesco Nico Rosberg su Mercedes. In pochi, però, ricorderanno che due mesi dopo il presidente del Centro per i diritti umani del Bahrain, Nabeel Rajab, è stato arrestato con l’accusa di “Diffusione di false informazioni e di voci con lo scopo di screditare lo stato”. Dopo tre mesi di isolamento il 5 settembre il giudice ha confermato il carcere e ha rinviato Rajab a giudizio il prossimo 6 ottobre. Già beneficiario di un provvedimento di grazia lo scorso anno per motivi di salute, questo attivista di 52 anni era stato fermato per aver organizzato proteste e aver “insultato” i vertici sunniti del Bahrain e della Arabia Saudita attraverso alcuni post e teweet diffusi in rete.  Dopo il rinvio a giudizio della scorsa settimana diverse ong e attivisti pro-diritti umani hanno lanciato un appello alle autorità del Bahrain, perché “fermino immediatamente il processo” a carico di Rajab, il quale rischia fino a 15 anni di galera “per accuse che violano il suo diritto di libera  espressione”. Mantenere in cella Nabeel Rajab per le critiche alle autorità del Bahrain, aggiungono, è segno del “profondo disprezzo per i diritti umani di base”.

Per la famiglia reale del Bahrein Nabil Rajab è da anni un’autentica ossessione. Dopo averlo arrestato tra il 2012 e il 2014 per aver promosso e preso parte a manifestazioni nonviolente, ma non autorizzate e aver così arrecato “disturbo all’ordine pubblico” ha emesso un divieto di espatrio nei suoi confronti nel novembre 2014 (tuttora in vigore) al quale vanno aggiunti sei mesi di carcere nel 2015, poi ridotti a due per motivi di salute, per aver diffuso “un messaggio che potrebbe istigare l’opinione pubblica e mettere in pericolo la pace”. L’ultimo atto dell’accanimento giudiziario contro Rajab è quello che lo vedrà a giudizio il prossimo 6 ottobre, dopo l’arresto del 13 giugno, per i ripetuti interventi a favore della pace in Yemen che per l’autorità locale sono “diffusione di notizie false in tempo di guerra” e “offesa a pubblico ufficiale”. 

Le “notizie false” e le “offese” sono legate ai tweet e ai retweet di Rajab alla situazione dei diritti umani nelle prigioni del regno e alla drammatica guerra in Yemen, dove una coalizione guidata dall’Arabia Saudita e di cui fa parte anche il Bahrein, ha avviato il 27 marzo 2015 un’incessante campagna di bombardamenti aerei, molti dei quali costituiscono crimini di guerra denunciati anche dal nostro Giorgio Beretta su Unimondo perché avvengono anche con armi prodotte e spedite dall’Italia. In uno dei suoi tweet Rajab ha scritto: “La guerra produce odio, distruzione e terrore”, una frase per la quale rischia fino a 15 anni di carcere: 10 per le notizie false (articolo 133 del codice penale), due per l’offesa a uno Stato estero (articolo 215) e tre per quella alle istituzioni nazionali (articolo 216). 

Quello di Rajab è un caso simbolo, ma non è un caso isolato. Secondo il Centro per i diritti umani del Bahrain, lo scorso mese nell’arcipelago di 33 isole che compone questo piccolo stato del Golfo Persico, ci sono state “decine di arresti arbitrari, almeno 4 sentenze giudiziarie motivate politicamente e un totale di 3.000 persone detenute ancora senza la formalizzazione di accuse specifiche”.  “Questa notizia conferma che in Bahrein vige il criterio della tolleranza-zero contro il dissenso e l’attivismo pacifico, applicato attraverso misure arbitrarie come l’entrata e l’uscita dalle carceri” ha dichiarato James Lynch, vicedirettore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International all’indomani del primo arresto di Rajab. Amnesty International ha inoltre appreso che ad un gruppo di cinque attivisti è stato recentemente impedito di partire per la Svizzera, dove avrebbero dovuto prendere parte a una sessione del Consiglio Onu dei diritti umani. “Nelle ultime settimane è emerso chiaramente che alle autorità del Bahrein interessa poco di cosa il mondo pensa della situazione dei diritti umani nel paese e non si fanno problemi nell'impedire agli attivisti di parlare a livello internazionale” ha concluso Lynch.  

In una nota pubblicata il 16 agosto dalle Nazioni Unite si denuncia come oggi in Bahrein “Gli sciiti sono chiaramente presi di mira in base alla loro religione” e che “di recente abbiamo assistito alla dissoluzione dell’Al-Wefaq National Islamic Society” (il principale partito dell'opposizione sciita) accompagnata da una ondata di “arresti, detenzioni, interrogatori e contestazioni penali nei confronti di numerosi leader religiosi, cantanti, difensori dei diritti umani e dissidenti pacifici”. Di recente la repressione dell’opposizione sciita, da parte della monarchia sunnita al potere, oltre a registrare restrizioni dell’accesso ad internet, il divieto di spostarsi e di tenere sermoni pubblici per tutti i principali leader religiosi sciiti, ha visto la condanna a nove anni di carcere per Sheikh Ali Salman, il segretario del partito Al-Wefaq e la revoca della cittadinanza per Isa Qassim, il principale leader religioso sciita. Così, aspettando il prossimo Gran Premio, il Bahrain rimane una monarchia retta da una dinastia sunnita in un Paese in cui la maggioranza della popolazione è sciita e dove da troppo tempo la società civile chiede cambiamenti costituzionali e diritti sociali ed economici. Quegli stessi cambiamenti invocati anche nel 2011, sulla scia delle primavere arabe, e che il re del Bahrain ha soffocato grazie all'intervento militare dall’Arabia Saudita.

Alessandro Graziadei

sabato 10 settembre 2016

I panda, le aree protette e il futuro del pianeta

Gli ecosistemi che sorreggono l’economia, il benessere e la sopravvivenza del nostro pianeta sono al collasso. Le specie animali e vegetali si estinguono a ritmi che non hanno precedenti e il clima attraversa un drammatico cambiamento di natura antropica che non sembra poter essere arginato. Eppure, nonostante questo realistico quadro, dal World Conservation Congress dell’International union for conservation of nature (Iucn) ospitato dall’1 al 10 settembre alle Hawaii, emerge che una salvifica svolta ecologica è ancora possibile.  Per questa  ong internazionale, con sede in Svizzera, che dal 1948 si impegna a “persuadere, incoraggiare ed assistere le società di tutto il mondo nel conservare l’integrità e la diversità della natura e nell’assicurare che qualsiasi utilizzo delle risorse naturali sia equo ed ecologicamente sostenibile”, la conservazione della natura e il progresso umano non si escludono a vicenda. “Di fronte a enormi forze di trasformazione e degrado, ci sono scelte politiche, economiche, culturali e tecnologiche credibili e accessibili che possono ancora favorire e persino migliorare le risorse naturali del nostro pianeta promuovendo il benessere generale” ha spiegato l’Iucn nel documento che ha aperto i lavori del congresso. 

Certo è che questo percorso conservativo per essere credibile e praticabile, ha bisogno bisogno di nuove partnership in tutto il pianeta, tra governi, organizzazioni non governative, ambientalisti, scienziati, consumatori, produttori, urbanisti, imprenditori, organizzazioni indigene e finanziatori: “Ogni soggetto è in possesso di un pezzo fondamentale del puzzle e abbiamo bisogno di portare questi pezzi insieme e collettivamente completare il più grande enigma mai tentato:  garantire sistemi di supporto e tutela della natura in modo che la vita possa continuare a prosperare sulla Terra”. È questa la sfida collettiva per i prossimi 15 anni secondo l’Iucn e non è solo un'utopia. Alcune buone notizie, anche se ancora in ordine sparso, sono già state annunciate durante questi 10 giorni di lavori e fanno ben sperare. La prima, sicuramente la più mediatica, riguarda l’animale simbolo per eccellenza nella lotta alla conservazione delle specie animali: quel panda gigante scelto anche dal WWF come volto delle proprie battaglie che da quest’anno non è più una specie “a rischio estinzione”

Il mantenimento e l’aggiornamento periodico della Red List of Threatened Species o Lista Rossa delle Specie Minacciate, il più completo inventario del rischio di estinzione delle specie animali mondiali, è l'attività più nota ed influente condotta dalla Iucn. Nel 1965 l’ong aveva definito “rarissimo” e “a rischio estinzione” il panda gigante, ma dopo decenni di sforzi fatti di un’attenta politica di conservazione delle foreste in cui cresce il bambù che nutre l’animale, oggi il panda è rientrato nella più sicura categoria del “vulnerabile” e conta ben 1.864 adulti censiti in libertà. Non è però il caso di dormire sugli allori, per gli esperti dell’Iucn, infatti, “il cambiamento climatico potrebbe distruggere il 35% della foresta in cui cresce il bambù che alimenta i panda giganti nei prossimi 80 anni” e rimettere così seriamente a rischio l’esistenza della specie. “Assieme al bracconaggio, la distruzione dell’habitat, risulta la principale minaccia di estinzione” ha spiegato Carlo Rondinini, professore alla Sapienza di Roma e coordinatore della Red List per quanto riguarda la sezione mammiferi. “Oggi abbiamo rivisto la classificazione di circa metà delle specie. Ci sono alcuni successi da celebrare, ma dovremmo usare questi esempi positivi anche per aiutare gli animali e gli habitat che restano a rischio”. Se, infatti, gli sforzi della Cina per preservare le foreste in cui cresce il bambù sono stati premiati, nella Repubblica Democratica del Congo si stanno restringendo sempre più gli spazi vitali in cui abita il gorilla, la più grande fra le specie di primati. Questo ominide, nell'ultima revisione della Lista Rossa è finito nella categoria "gravemente a rischio", visto che la sua popolazione è diminuita di oltre il 70% in 20 anni e oggi non supera le 5mila unità.

La tutela dell'ambiente sembra una lezione fatta propria dal Messico che in occasione di questo congresso ha annunciato che “Per la fine di quest’anno, tutte le isole del Messico saranno aree protette”. Il nuovo commissario messicano per le aree naturali protette, Alejandro Del Mazo, ha sottolineato nel suo intervento alla sessione inaugurale del World Conservation Congress, come  il suo Paese stia “lavorando al Decreto de protección di una nova area nel Caribe messicano di 5.5 milioni di ettari, che ospita una delle maggiori ricchezze naturali marine e che fa parte del Sistema Mesoamericano, che condividiamo con Belize, Guatemala e Honduras”. Un’iniziativa nata per rispettare entro il 2018 gli obiettivi di Aichi della  Convention on biological diversity (Cbd), tra i quali è stata stabilita la protezione del 17% delle aree terrestri e delle acque continentali e del 10% delle aree marine e costiere”. Inoltre mentre in Italia ci avviamo allo smantellamento del Corpo forestale dello Stato, Del Mazo ha annunciato la creazione in Messico di una División ambiental de la Gendarmería per proteggere le aree naturali protette, viste sempre più come “meccanismi efficienti ed efficaci per la conservazione della natura e per il raggiungimento degli Obiettivi dello sviluppo sostenibile”.

Anche se molte associazioni ambientaliste messicane avranno non poche cose da obiettare attorno a questa versione agiografica dell’impegno green del Governo messicano i trattati firmati a livello internazionale sembrano coraggiosi. Occorre adesso capire se e quando verranno realizzati e se le buone notizie uscite dall’ultimo congresso dell’Iucn avranno un seguito internazionale.

Alessandro Graziadei

domenica 4 settembre 2016

La “nostra” discarica elettronica indiana

L’e-waste è il nome con cui vengono chiamati tutti i prodotti elettronici destinati ad essere smaltiti dopo la loro “vita utile”, una vita sempre più breve e spesso affetta da obsolescenza programmata. Si tratta di un problema mondiale che l’Europa ha cominciato ad affrontare rendendo obbligatorio il ritiro e l’adeguato smaltimento da parte dei negozi di tutte le apparecchiature elettriche ed elettroniche (i così detti RAEE) a titolo gratuito e senza obbligo di acquisto di un dispositivo equivalente e chiedendo attraverso il Comitato economico e sociale europeo (Cese) una stringente legislazione comune all’Unione europea sull’obsolescenza programmata, capace almeno di “imporre ai produttori l’assunzione dei costi del riciclaggio dei prodotti la cui durata di vita sia inferiore ai 5 anni”. Ma fuori dall’Unione che succede?

La mancanza di una regolamentazione adeguata e l’aumento di una cultura consumistica senza controllo ha portato l’India a diventare oggi, assieme alla Cina, la più grande discarica di prodotti elettronici al mondo. L’India, infatti, è uno dei più grandi produttori di rifiuti elettronici in tutto il mondo, ma attualmente “soltanto il 2,5% di questi rifiuti viene riciclato”, come hanno ricordato gli esperti del settore riuniti a Jamshedpur (India) l’8 e il 9 luglio, per la ventesima edizione della Conference on Non-ferrous Minerals and Metals. Uno studio di Assocham-KPMG, che riunisce le camere di commercio e dell’industria indiana ha rilevato che il 70% dei rifiuti elettronici proviene da apparecchi dell’informatica, il 12% da dispositivi per le telecomunicazione, l’8% da apparecchiature elettriche e il 7% da attrezzature mediche. Ma il paese, non solo produce circa 1,8 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici ogni anno, che diventeranno 5,2 milioni entro il 2020, ma assorbe una quantità considerevole di spazzatura elettronica proveniente dai paesi più sviluppati.

Per i centoventi delegati che hanno discusso a Jamshedpur su come muoversi per realizzare degli standard di riciclaggio degli e-waste a livello mondiale, un ruolo importante verrà giocato dalle tecnologie, soprattutto quelle utili per separare e recuperare dai rifiuti i metalli critici e rari generati dalle principali aziende di metalli non ferrosi. Per gli esperti “le tecnologie innovative, ma economicamente sostenibili, potranno trattare i rifiuti in modo più efficace e più efficiente di quanto fatto fino ad ora”. Certo è che per i delegati “Saranno indispensabili nuovi punti di riferimento e standard internazionali comuni per consentire all’intero settore di gestire il problema prima che la crescente quantità di spazzatura elettronica a livello mondiale diventi una bomba impossibile da disinnescare”.

Proprio con l’intento di esplorare il rapporto tra questioni globali e soluzioni locali anche nel campo dei rifiuti l’Australian National University (Anu) ha organizzato lo scorso 25 e 26 agosto il  World-making and the environment in the Asia-Pacific region,  che ha preso in considerazione soprattutto il caso indiano e le problematicità che i RAEE presentano nel paese asiatico. Secondo una delle relatrici, Assa Doron, l’India si sta facendo carico di un problema mondiale ed è diventata la principale discarica per il nostro e-waste. “Tutto, dai computer, ai telefonini, ai televisori e agli elettrodomestici viene illegalmente esportato in India. Il paese stesso è diventato anche un grande hub del consumo, dove un sacco di prodotti elettronici vengono smaltiti con rischi per la salute e per l’ambiente”.  

In Occidente anche se ci impegniamo per un sempre più attento riciclaggio, sono talmente tanti i beni elettronici che utilizziamo e dismettiamo quasi a ciclo continuo, che non pochi finiscono nei Paesi in via di sviluppo, tanto che secondo l’United Nations Environment Programme (Unep), nel 2015 in India sino stati scaricati illegalmente fino al 90% dei rifiuti elettronici del mondo. Secondo la Doron, anche nel campo dell’inquinamento, “il rapporto tra il locale e il globale ha assunto un nuovo senso di urgenza” e “l’inquinamento provocato dai rifiuti umani permanenti, come la plastica, sono un forte richiamo all’importanza del locale per affrontare i problemi che hanno chiaramente dimensioni globali o macro-regionali”. Secondo Dipesh Chakrabarty, dell’università di Chicago, “L’e-waste è però solo una delle crisi globali che stanno emergendo in questa era geologica chiamata Antropocene, nella quale l’attività umana è quella che influenza maggiormente il clima e l’ambiente”.

Come ci ricorda il sociologo Zygmunt Bauman, quando parla di “glocalizzazione”, anche nel caso dei rifiuti occorre partire dall'individuo e dal locale, ma senza mai perdere di vista la relazione del micro con il macro. Per questo, oggi più che mai, la discarica elettronica indiana e anche un nostro problema, legato sempre più alla sostenibilità di un modello di consumo che produce 40 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici ogni anno.

Alessandro Graziadei

sabato 3 settembre 2016

La foresta va di moda?

Perdere anche una piccola parte del patrimonio forestale mondiale significa destabilizzare il clima e cancellare la più importante miniera di biodiversità della terra. Per questo l’accordo raggiunto alla Conferenza sul clima di Parigi lo scorso dicembre, in particolare con la firma del REDD+ sulla riduzione delle emissioni da deforestazione, fa ben sperare per la salute dei nostri polmoni verdi. Almeno sulla carta, secondo l’accordo, molti finanziamenti internazionali contro il cambiamento climatico dovrebbero cominciare ad essere erogati, già da quest’anno, anche su progetti pensati per la conservazione delle foreste, gli unici strumenti naturali utili a limitare la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera grazie alla loro capacità di riconvertirla in ossigeno. Ma quella presa a Parigi non è l’unica buona notizia che arriva su questo fronte e vien quasi da pensare che nel 2016 sia stato finalmente compreso il valore del patrimonio forestale mondiale.

Lo scorso mese, infatti, il governo del Bangladesh ha esteso fino al 2022 il bando sul taglio degli alberi nelle foreste naturali del Paese, una misura volta a proteggere la biodiversità. Oggi solo poco più del 10% del territorio del Bangladesh è ancora coperto da foreste e molte delle 5.000 specie di piante del Bangladesh sono o a rischio estinzione o sono già scomparse in pochi anni. Come se non bastasse la deforestazione contribuisce alle periodiche inondazioni che si succedono nelle pianure alluvionali del sistema del Gange-Brahmaputra, un’area estesa su circa il 75% della nazione. Forse anche per questo il 21 agosto nel corso di una riunione del Consiglio dei ministri, presieduto dal primo ministro Sheikh Hasina, il Governo ha appunto approvato la proposta presentata dal Ministero dell'Ambiente e delle Foreste di estendere il divieto al taglio degli alberi nelle foreste naturali del Paese fino al 2022.

Ma negli scorsi mesi anche il mondo della moda ha voluto dare il proprio contributo contro la deforestazione, chiamato in causa dal fatto che buona parte delle fibre definite “sintetiche” vengono prodotte a partire dalla cellulosa ricavata dal legno degli alberi. Da mesi, infatti, aumentano le aziende che hanno risposto all’invito dell’associazione canadese Canopy per adottare una policy più responsabile nei confronti delle foreste. Gli ultimi a sottoscrivere la proposta a fine maggio, sono stati Esprit, l’inglese Tesco, la canadese Simons e la svedese KappAhl. “Queste aziende leader nel settore dimostrano che l’approvvigionamento da foreste minacciate non è più di moda”, ha commentato Nicole Rycroft, fondatrice di Canopy. “Grazie all'impegno di oltre 65 marchi di abbigliamento, stiamo cambiando tutta la filiera del rayon. Ora stiamo lavorando con i produttori di viscosa in Cina, dove cercheremo di ottenere un serio impegno per le foreste entro l'anno prossimo”. L’obiettivo di Canopy è eliminare la deforestazione dall’intera filiera internazionale delle cosiddette fibre sintetiche entro il 2017 e per questo l’ong sta lavorando anche con i produttori di rayon e viscosa per implementare i propri impegni paralleli. “Alcuni produttori che rappresentano circa 65% della produzione mondiale hanno già preso impegni formali e verificheremo nei prossimi mesi gli sforzi di questi produttori per eliminare le controverse materie prime dalla loro catena di approvvigionamento tutelando così molti paesaggi forestali in via di estinzione” ha concluso la Rycroft.

E mentre il mondo della moda da il proprio contributo contro la deforestazione il Governo giapponese ha annunciato in febbraio che designerà 13.600 ettari di terra e 3.700 ettari di mare nella regione Yanbaru di Okinawa ad un parco nazionale, con l’obiettivo di soddisfare i criteri UNESCO per l’inclusione del nuovo parco nella lista del patrimonio mondiale dell'umanità. Il ministero dell’Ambiente ha per questo annunciato “nuove misure di protezione dell’area di Yanbaru, nella parte settentrionale dell’isola principale di Okinawa e delle isole Amami nella vicina prefettura di Kagoshima, puntando al riconoscimento della zona come Patrimonio Mondiale entro il 2018”. La zona rappresenta un habitat con caratteristiche uniche per la sua vegetazione subtropicale ed è possibile che nei prossimi anni il Governo prenderà in considerazione l'espansione del parco su un’ulteriore area di 7.800 ettari di terreno, attualmente dato in concessione temporanea all’esercito degli Stati Uniti.

Dal Texas, infine, è arrivata negli scorsi mesi un’altra “good news”: il Servizio Forestale  degli Stati Uniti ha rinunciato temporaneamente a cedere altre parti della Davy Crockett National Forest alle compagnie petrolifere per l’estrazione di petrolio e gas. Nella zona lo sfruttamento petrolifero è già presente sin dal 1970 su gran parte del territorio della foresta nazionale, ma i gruppi ambientalisti locali si erano opposti lo scorso aprile all’asta per l’affitto di nuovi terreni, sia per proteggere le foreste, sia per evitare un’ulteriore estrazione di combustibili fossili. “Siamo soddisfatti per la decisione del Servizio Forestale di sospendere l’asta per dare il tempo all’opinione pubblica di esprimere preoccupazioni, ma pensiamo che in generale non si debbano più vendere contratti di locazione per lo sfruttamento petroliero o di gas”, aveva detto Wendy Park, del Center for Biological Diversity. Anche per gli ambientalisti a stelle e strisce “lo sfruttamento di preziose foreste pubbliche deve finire” e “i combustibili fossili devono restare sottoterra se vogliamo evitare di peggiorare ulteriormente gli impatti dei cambiamenti climatici”.

Alessandro Graziadei

domenica 28 agosto 2016

Chi non bara sulle emissioni in Europa?

Lo scorso aprile, nell’ultimo giorno utile per trovare un accordo ed evitare il processo, la Volkswagen ha raggiunto un compromesso con le autorità Usa per chiudere il caso scoppiato dopo la scoperta delle centraline truccate di diversi modelli di auto a gasolio risultate molto più inquinanti di quanto dichiarato dalla casa produttrice. In base all’intesa, annunciata a San Francisco dal giudice Charles Breyer, la casa di automobilistica tedesca o riacquisterà le quasi 500mila vetture coinvolte nello scandalo o dovrà garantire gli interventi necessari per riportare le emissioni delle autovetture vendute ai livelli di legge compensando i clienti danneggiati. Volkswagen dovrà inoltre creare un fondo destinato a finanziare misure di protezione dell’ambiente negli Stati Uniti. Anche se l’ammontare totale della spesa non è stato reso noto, solo il costo dell’operazione di riacquisto di tutte le auto coinvolte nello scandalo si aggirerebbe attorno ai 7 miliardi di dollari, cifra alla quale Volkswagen dovrà aggiungere anche i 5 milioni di Euro che l’8 agosto l’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm o Antitrust) ha chiesto alla casa automobilistica di Wolfsburg per la manipolazione del sistema di controllo delle emissioni inquinanti in Italia.

La pratica dell’Antitrust riguarda la commercializzazione sul mercato italiano, a partire dall’anno 2009, di alcuni autoveicoli diesel della Volkswagen la cui omologazione è stata ottenuta con le stesse tecniche che sono costate la multa a stelle e strisce, cioè attraverso l’utilizzo di un software in grado di alterare il comportamento del veicolo durante i test di banco per il controllo delle emissioni inquinanti riducendo artificialmente le emissioni ossidi di azoto (NOx) rispetto a quelle potenzialmente emesse durante il normale utilizzo del veicolo su strada. “L’Autorità - si legge in una nota dell’Antitrust - ha ritenuto tale condotta scorretta ai sensi del Codice del Consumo poiché gravemente contraria agli obblighi di diligenza professionale e idonea, altresì, a falsare in maniera rilevante il comportamento economico dei consumatori, inducendoli ad assumere una scelta di consumo che non avrebbero altrimenti preso qualora consapevoli delle reali caratteristiche dei veicoli acquistati”. Se non fosse sufficiente l’Autorità ha ritenuto scorretta anche la presenza, in vari cataloghi informativi diffusi dal Gruppo, di messaggi pubblicitari che attribuiscono al produttore una particolare sensibilità ambientale e una specifica attenzione al livello delle emissioni inquinanti delle proprie autovetture. “Secondo l'Antitrust tali messaggi, alla luce di quanto emerso nel corso del procedimento, sono suscettibili di indurre in errore i consumatori, con riferimento alla vocazione ambientale, alla responsabilità sociale rivendicata dal produttore, nonché alle affermazioni del rispetto delle normative vigenti in materia”.

Ma la Volkswagen sarà poi l’unica pecora nera? Qualche dubbio mi viene e non solo perché ne guido da anni una. Già in gennaio anche il colosso francese Renault, oggetto di un’inchiesta in Francia voluta dal Governo di Manuel Valls dopo lo scandalo scoperto in Usa, aveva richiamato 15 mila vetture prima della loro messa sul mercato. Lo aveva annuncia il ministro dell’Ecologia, Ségolène Royal dopo che alcuni controlli in condizioni reali, effettuati dal Ministero, avevano mostrato valori inquinanti che sforano i limiti europei. Secondo la Royal, i controlli “dovranno d’ora in poi riguardare le emissioni quando la temperatura ambientale è molto alta, oppure sotto i -17 gradi, perché in quelle condizioni l’impianto di filtraggio degli scarichi non lavora più” quando le soglie di inquinanti, limitati per legge, vengono regolarmente infrante. Adesso però si viene a sapere dal Financial Times del 22 agosto che il report del governo francese presentato il 1 agosto scorso “ha omesso altri dati scomodi sull’inquinamento provocato da alcuni modelli della casa automobilistica Renault, di cui lo Stato è azionista al 20%”. Secondo le osservazioni di tre membri di questa commissione indipendente, composta in totale da 17 persone, nel report finale non c'è traccia dei dati inerenti le emissioni di NOx del modello Captur della Renault che hanno rilevato una presenza di ossido di azoto tra le nove e le undici volte superiore ai limiti stabiliti dall’Unione Europea (non diversa da quella di alcuni modelli di 500x della Fiat che hanno fatto registrare emissioni quasi 17 volte superiori ai limiti Ue). Eppure nelle conclusioni non si fa nessun cenno alla presenza di emissioni nocive, ma si avanza solo una “richiesta di vederci più chiaro”. Come mai? “Il report è stato fondamentalmente scritto dallo Stato e loro hanno deciso cosa sarebbe rimasto confidenziale”, ha detto il membro della commissione Charlotte Lepitre, dirigente dell’associazione ambientalista France Nature Environnement

La casa automobilistica francese ha immediatamente negato l’utilizzo di software per modificare i risultati dei test, spiegando che “i modelli sono conformi alle leggi e alle norme di ciascun mercato nel quale sono venduti” e il ministero dell’Ambiente francese ha respinto ogni accusa di aver occultato delle informazioni, spiegando che il report finale tiene conto delle opinioni di tutti i membri della commissione. Ma è importante ricordare che la manipolazione dei dati reali delle emissioni delle automobili non è un tema nuovo e non riguarda solo la Volkswagen e la Renault. Al contrario, secondo uno studio del 2014 di Transport and environment, appare chiaro come il gap fra i controlli in laboratorio e quelli su strada è un’abitudine che per il trasporto privato è passata in media dall’8% del 2001 al 31% del 2013. Per le nuove auto diesel le emissioni di ossidi di azoto sono in media cinque volte superiori su strada rispetto al limite consentito e solo un’auto su dieci rispetta il livello promesso anche su strada. Per alcuni modelli il divario è così grande che da anni era già emerso il sospetto che l’auto fosse in grado di rilevare quando è sottoposta o meno ad un test utilizzando un “impianto di manipolazione” (defeat device) che abbassi artificialmente le emissioni durante la prova.

Del resto in Europa gli addetti ai lavori conoscono da tempo altre tecniche che le case automobilistiche utilizzano per manipolare i dati dei test sul livello d’inquinamento e di emissioni prodotte, con il sostanziale beneplacito di Stati membri e Commissione europea. Come? Non si calcola l’energia consumata dall’aria condizionata; la batteria viene caricata prima del test; si utilizzano condizioni di temperatuta esterna “ideali”; si modificano i freni perché facciano meno resistenza… Il tutto alla luce del sole e grazie ad un sistema di controlli obsoleto e non indipendente rispetto ai costruttori stessi, che finanziano direttamente le agenzie di certificazione. Forse anche per questo non è un caso che il trucco sia stato “scoperto” negli Usa dove i test sono fatti da organismi indipendenti e il 10%-15% delle auto sono ritestate a campione. Così in questa battaglia permanente tra la nostra salute e le lobby dei costruttori non ci resta che domandarci: chi non bara sulle emissioni in Europa?

Alessandro Graziadei

sabato 27 agosto 2016

Era etiope. Adesso è un rifugiato "d'argento"!

Non ha proprietà miracolose o taumaturgiche (anche se chi la pratica va vaneggiando più di miracoli che di infortuni), ma la corsa, al pari di altri sport, capita talvolta risvegli dal torpore le coscienze. Accadde con Jesse Owens, il campione afro-americano che nel 1936 tolse il sorriso a Hitler dominando le Olimpiadi di Berlino. Accadde il 16 ottobre 1968 ai giochi di Città del Messico quando Tommie Smith e John Carlos, primo e terzo nella finale maschile dei 200 metri, sollevarono il pugno guantato di nero denunciando una discriminazione che l’America dimenticava solo davanti ai successi sportivi. Accadde l’anno prima quando una studentessa americana Katherine Switzer vestita con larghi pantaloni e un pesante maglione, prese parte e finì la Boston Marathon nonostante i 42 km fossero ancora vietati alle donne, aprendo la strada anche ad altre e più importanti rivendicazioni di genere. L’elenco potrebbe essere molto più lungo, ma sicuramente “la corsa” di queste simboliche rivolte sportive arriva fino al 21 agosto 2016 a Rio quando il maratoneta etiope Feyisa Lilesa è arrivato al traguardo portando le braccia sopra la testa, incrociate ai polsi e con i pugni chiusi, un gesto di protesta nei confronti del governo etiope, colpevole di perseguitare la popolazione Oromo

Il significato del gesto di Lilesa lo si è capito solo dopo, durante la conferenza stampa del campione etiope che ha vinto l’argento olimpico: “Ci ammazzano, ci mettono in prigione. Le persone spariscono: molti membri della mia famiglia non ci sono più, compreso mio padreha dichiarato l’atleta. Feyisa Lilesa è di etnia Oromo. Da quando fu rovesciato nei primi anni novanta il dittatore in esilio in Zimbabwe Hailè Mariàm Menghistu (condannato a morte per i crimini perpetrati durante il suo regime) alla guida dell’Etiopia ci sono i Tigrini, minoranza etnica molto potente che è ormai radicata in tutte le pieghe del potere e per non perderlo in questi anni non ha rinunciato a mettere in atto una durissima repressione. Di fatto, dal novembre 2015, il governo ha ucciso circa 400 persone e ne ha imprigionate molte di più in seguito alle proteste degli Oromo, il più grande gruppo etnico del Paese. A innescare le proteste dello scorso anno era stata la decisione del governo di implementare l’Integrated Development Master Plan, piano che prevedeva l’espansione urbana della capitale con la creazione di una zona industriale nella regione di Oromia e l’esproprio dei terreni agricoli dell’area interessata, con il conseguente spostamento forzato di molti Oromo. Benché il piano sia stato successivamente ridimensionate, le proteste sono continuate per chiedere riforme politiche, la liberazione dei detenuti politici e il ripristino di uno stato di diritto, visto che per le comunità indigene il passaggio sotto la giurisdizione del governo federale comporterebbe anche l’adozione dell’amarico come lingua ufficiale e l’abbandono della lingua oromo.

Human Rights Watch, citando un rapporto dello scorso giugno che includeva le interviste a 125 testimoni, ha raccontato di come in passato  “Le forze di sicurezza hanno sparato indiscriminatamente sulla folla, hanno ucciso persone durante retate di massa e hanno torturato i manifestanti detenuti. Dato che gli studenti delle scuole primarie e secondarie in Oromia sono stati tra i primi a manifestare contro il Governo, molti degli arrestati o uccisi erano bambini e ragazzi di età inferiore ai 18 anni”. Secondo Amnesty International, che già dal 2014 denuncia la violazione dei diritti umani nei confronti di molti esponenti Oromo, il 6 e il 7 agosto scorsi ad Olimpiade appena avviata almeno cento persone sono state uccise dalla polizia etiope durante delle proteste nelle regioni di Oromiya e Amhara e in particolare ad Bahir Dar il capoluogo regionale dell’Amhara, dove in diverse migliaia avevano preso parte ad una manifestazione antigovernativa. “Le forze di sicurezza etiopi hanno sistematicamente fatto ricorso a un uso eccessivo della forza nei loro errati tentativi di mettere a tacere le voci di dissenso”, ha dichiarato Michelle Kagari, vice direttore regionale di Amnesty per l’Africa Orientale, il Corno d’Africa e la regione dei Grandi Laghi. Centinaia di persone sono così finite nei centri di detenzione non ufficiali, tra cui le basi di addestramento dell’esercito e della polizia. “Siamo estremamente preoccupati che l’uso di strutture di detenzione non ufficiali possa esporre le vittime a ulteriori violazioni dei diritti umani, tra cui la tortura e altre forme di maltrattamento”, ha concluso Kagari. 

Nei video di questi scontri con la polizia che circolano su internet è possibile vedere i manifestanti che fanno lo stesso gesto che ha fatto Lilesa alla fine della sua maratona olimpiaca, un gesto che poi Lilesa ha ripetuto anche sul podio durante la premiazione. Nessuno in patria, però, vedrà le immagini del maratoneta etiope e nessuno potrà sentire le sue parole perché quello spezzone di audiovideo è stato censurato dal regime etiope che ha fatto dei suoi corridori un vanto nazionalistico. “Il Governo etiope ha scacciato migliaia di persone dalla loro terra, le ha imprigionate o le ha uccise per le loro legittime proteste. Parlare di questo è molto pericoloso, quindi cosa potevo fare come atleta? ha spiegato ai cronisti Lilesa. “Ora se torno in Etiopia forse mi uccideranno. Se non verrò ucciso forse mi metteranno in prigione, se non mi metteranno in prigione mi bloccheranno all’aeroporto. Forse sarò costretto a trasferirmi in un altro paese”. Così nel giorno della medaglia che vale gli sforzi individuali di una vita, Lilesa ha voluto arrivare al traguardo ricordando al mondo che la sua gente viene assassinata e incarcerata mentre lotta per difendere la sua terra e i suoi diritti. Questo atleta di 26 anni partito per Rio da Etiope e diventato in questi giorni un rifugiato, ha vinto "solo" l'argento, ma come cantava Francesco De Gregorinon è mica da questi particolari che si giudica un giocatore, un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia” (la stessa che non può vantare il nuotatore americano Ryan Lochte). Non sarebbe brutto vedere molte nazioni fare la fila per accogliere la sua domanda di asilo politico, possibilmente indipendentemente dai pensieri interessati delle rispettive federazioni di atletica, e magari spendere una parola pubblica ed ufficiale per il suo popolo.

Alessandro Graziadei

domenica 21 agosto 2016

La Vijesnica: le cupe vampe di una storia condivisa

Mi ha fatto impressione leggere l’invito che il Governo della Serbia ha voluto fare ai propri atleti impegnati fino a qualche giorno fa nelle Olimpiadi di Rio nel caso si fossero trovati a condividere il podio olimpico con atleti provenienti dal Kosovo:  “abbandonate le cerimonie di premiazione. Non possiamo ascoltare l’inno del Kosovo e guardare la loro bandiera”, aveva ammonito il ministro dello sport Vanja Udovicic, chiarendo però che la decisione finale spettava ai singoli atleti e che quella del Governo era una mera “raccomandazione”. Non c’è stata l’occasione per la Serbia di vedere da vicino né gli atleti, né le bandiere del Kossovo, ma questa semplice nota ci ricorda come le guerre che hanno disgregato la ex Jugoslavia negli anni ’90 dello scorso secolo abbiano lasciato ferite ancora non rimarginate. Una di queste ferite è stata per 22 anni la “Vijesnica” la storica Biblioteca Nazionale ed Universitaria di Sarajevo, distrutta nella notte tra il 25 e il 26 agosto 1992 dall’artiglieria serba e diventata una dei simboli di quella guerra tra serbi, croati e bosniaci che tra il 1992 e il 1995 ha insanguinato i Balcani e stretto nel più lungo assedio militare della storia moderna la capitale della futura Repubblica di Bosnia Erzegovina.

Se nel lungo secondo dopoguerra avessimo pensato che la distruzione del libro fosse una scena che non avremmo più rivisto ci sbagliavamo. La guerra al libro, simbolo dal grande significato collettivo, è ripresa e i libri sono tornati a bruciare a Sarajevo nel 1992 e non solo lì. In tutta la Bosnia biblioteche, archivi, musei e altre istituzioni culturalireligiose pubbliche e private furono distrutte nell’intento di cancellare quelle prove materiali capaci di ricordare alle generazioni future che vi fu un tempo in cui persone di diverse tradizioni etniche e religiose condividevano in Bosnia la vita. Nei mesi di guerra, a Sarajevo, durante quello che è stato definito un “urbanicidio”, a poche decine di metri dalla Vijesnica, finirono sotto il tiro degli assedianti anche tutti i luoghi di culto: i minareti delle moschee, il campanile della chiesa dei Francescani, la sinagoga Ashkenazita e persino la Cattedrale Ortodossa e la Chiesa vecchia, le chiese di quell’ortodossia a cui si rifacevano i nazionalisti serbi che volevano cancellare dalla storia quella città multiculturale. E così nei 44 mesi di assedio di questa città, dove da millenni convivevano mussulmani, cattolici ed ebrei e dove morirono 12 mila persone e furono oltre 50 mila i feriti, il rogo della Biblioteca di Sarajevo è diventato una delle tappe obbligate per cancellare per sempre un pezzo di questa storia condivisa.

La biblioteca costruita nel 1894 dagli austriaci la notte del 25 agosto 1992 fu colpita da bombe al fosforo capaci di generare fiamme persistenti, tanto che l’edificio continuò ad ardere per diversi giorni. “S’alzano i roghi al cielo, s’alzano i roghi in cupe vampe” cantavano i CSI nel 1996 ripercorrendo con una canzone la storia di quella guerra e di quella sera, quando due milioni di volumi (155mila rari o preziosi, 478 manoscritti unici) sparirono per sempre nonostante l’impegno di bibliotecari, vigili del fuoco e semplici cittadini bosniaci, serbi e croati che cercarono di mettere in salvo i libri dalle fiamme sotto i colpi dei cecchini. In questo disperato tentativo Aida Buturović, una giovane bibliotecaria, perse la vita dopo essere stata colpita da una scheggia di granata. Quando è stato chiesto a Kenan Slinic, comandante dei vigili del fuoco, perché mai rischiasse la vita, ha risposto: “Perché sono nato qui e loro stanno bruciando una parte di me”. “Certe cose si danno per scontate - ha raccontato una testimone - Ti accorgi di quanto ami la tua città quando la vedi in pericolo. Forse Vijesnica non è un edificio bello, con la sua buffa architettura moresca, ma rappresenta i ricordi di generazioni di studenti che qui hanno iniziato a scoprire il mondo. È più che bello: è intimamente nostro”. 

Anche per questo la biblioteca di Sarajevo è rimasta durante la guerra il luogo scelto dai suoi abitanti per mantenere viva la loro storia con letture di poesia, rappresentazioni teatrali e anche con la musica. La foto del violoncellista di Sarajevo Vedran Smailović che suona nella Biblioteca parzialmente distrutta ha fatto il giro del mondo e ha ricordato ai bosniaci che non tutto era andato perduto. Alcuni preziosi libri conservati nelle cantine da privati cittadini vennero riconsegnati alla fine della guerra e riapparve anche un’antica copia di un’Haggadah ebraica nascosta prima del bombardamento. Il libro era stato già salvato dai roghi nazisti nel 1941. Allora lo salvò il capo bibliotecario Dervis Korkut, un funzionario d’origine albanese e dal nome musulmano che nascose l’Haggadah grazie da un imam di un villaggio della Bosnia rurale, che la conservò nella modesta biblioteca della sua piccola moschea. Oggi forse non è insignificante ricordare che quelle persone erano di religione musulmana, come non è insignificante ricordare che il 9 maggio del 2014, dopo 22 anni la Biblioteca Nazionale ed Univeristaria di Sarajevo è stata riaperta al pubblico grazie a progetti di solidarietà e raccolte fondi lanciate da decine di associazioni e istituzioni in tutto il mondo. 

Alle volte i libri salvano e permettono un nuovo inizio, non solo per il sapere che tramandano, ma per ciò che rappresentano in una comunità. Sarajevo e la sua Vijesnica, nonostante l’indifferenza europea durante l’assedio, sono così diventate il paradigma positivo di un diritto di cittadinanza che oggi dovrebbe essere un principio cardine di un’Europa che in realtà sembra concedere nuovamente sempre più spazio al nazionalismo, alla chiusura identitaria e al tentativo di demonizzare ciò che altro da sé.

Alessandro Graziadei

sabato 20 agosto 2016

#Dismettiamole!

Lo scorso 8 agosto una di “loro” ha rotto le catene del rimorchiatore Alp Marine ed è finita sulle scogliere scozzesi, con 300.000 litri di gasolio nei serbatoi, mentre stava per essere trasferita in Mediterraneo. Altro indizio. Alcune di “loro” sono lì da decenni, a poche miglia dalle coste del Belpaese, anche se hanno ormai terminato la loro attività produttiva. Cosa sono? Indovinato? Sono le piattaforme petrolifere, alcune delle quali sono state salvate in Italia dal mancato quorum del referendum del 17 aprile, che ha ignorato le indicazioni uscite della COP 21 di Parigi che invitavano ad avviare subito una transizione verso le energie rinnovabili. Molte di queste piattaforme hanno ormai terminato la loro attività produttiva o erogano ormai talmente poco da far suppore che le compagnie stiano ritardando ad arte la loro chiusura formale per non accollarsi l’obbligo e gli oneri di smantellamento e il ripristino iniziale dei luoghi di estrazione, come previsto dalla normativa. Un’attività che creerebbe sicuramente più posti di lavoro di quanti ne richieda l’ordinaria attività estrattiva.

Legambiente ha censito, tra le 69 concessioni per l’estrazione di gas e petrolio in Italia, ben 135 piattaforme a mare e 729 pozzi sparsi principalmente in Adriatico, ma presenti anche nel mar Ionio e nel canale di Sicilia. Di queste 38 piattaforme e 121 pozzi hanno ormai terminato la loro attività produttiva ed è per questo che l’ong ha lanciato lo scorso 8 agosto a Marina di Ravenna, in occasione della tappa della Goletta Verde, la campagna #Dismettiamole, “affinché si affermi un nuovo modello energetico pulito, rinnovabile e democratico, che faccia gli interessi dei cittadini italiani e non delle compagnie petrolifere”. Per esempio al largo della sola Emilia-Romagna ci sono 22 concessioni attive e produttive, ma ne esistono 3 di non produttive, una delle quali la piattaforma Morena 1 di fronte Cervia e Cesenatico da anni pronta (invano) per essere dismessa.

Dimissioni che per Legambiente andrebbero valutate anche per le piattaforme in funzione visto che sempre in Emilia stanno causando la perdita di volume del sedimento nel sottosuolo generando un abbassamento della superficie topografica. I dati dei monitoraggi Arpa evidenziano come la fascia costiera emiliana negli ultimi 55 anni si sia abbassata di 70 cm a Rimini e di oltre un metro da Cesenatico al delta del Po.  “La subsidenza rischia inoltre di aumentare l’impatto delle mareggiate e delle piene fluviali, favorendo l’erosione costiera, con perdita di spiaggia ed effetto negativo sulle attività turistiche rivierasche" ha sottolineato Lorenzo Frattini, presidente di Legambiente Emilia-Romagna. Per questo il tema dello smantellamento delle piattaforme è stato anche oggetto di una lettera di diffida di Legambiente, Greenpeace e WWF, inviata ancora nel maggio 2016 al Ministero dello Sviluppo Economico, sottolineando come, allo stato attuale dei fatti, diversi titoli abilitativi, per lo più localizzati entro la fascia delle 12 miglia, “siano da rivedere e da controllare accuratamente per determinarne l'eventuale non compatibilità con le normative di settore, con conseguente revoca del titolo e obbligo di ripristino e bonifica delle aree da parte delle società titolari".

In molte parti altre parti del mondo, infatti, questo processo di dismissione è già cominciato, basti pensare alle vicine Francia e Croazia che stanno portando avanti una moratoria generale. L’Italia invece rimane l’unica ad avere un così alto numero di attività vicine alla propria costa a vantaggio esclusivo delle compagnie petrolifere con impianti che per Legambiente ormai non sono strategici “né dal punto di vista energetico, né economico, mentre continuano a tutti gli effetti a mettere a rischio l’ecosistema marino e le altre attività legate al mare”. Per Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente, “Più volte hanno provato a rassicurarci ma, come volevasi dimostrare, nuovi pozzi, dentro e fuori le aree vincolate, e nuove attività di ricerca, estrazione e prospezione continuano a mettere a rischio il mar Adriatico, lo Ionio, il Canale di Sicilia e il mar di Sardegna Occorre evitare che nuovi tratti di mare siano coinvolti dall’impatto di queste attività, ma riteniamo sia giunto anche il momento di mettere in campo una strategia che si ponga l’obiettivo di dismettere le piattaforme presenti nel mar Mediterraneo e in quello italiano in particolare”.

Per Legambiente “In totale, nei mari italiani, ci sono ancora ben 7.254,5 chilometri quadrati destinati alle attività di ricerca, e 15.362,6 kmq interessati da nuove richieste”. Rientrano infine tra le future possibili minacce per i mari italiani anche le otto istanze di permesso di prospezione, delle indagini geofisiche altamente impattanti in quanto eseguite mediante la tecnica dell’airgun in quasi 95mila chilometri quadrati di mare. Proprio per fermare l’utilizzo della tecnica dell’airgun Goletta Verde ha rilanciato da nelle scorse settimane una petizione per vietare l’utilizzo di questa tecnica di ricerca degli idrocarburi in mare con il rapido rilascio di aria compressa che, producendo una bolla che si propaga nell’acqua, genera onde a bassa frequenza. Il rumore prodotto da un airgun è pari a 100.000 volte quello di un motore di un jet.

“Ci auguriamo - ha dichiarato la presidente di Legambiente Rossella Muroni - che venga intrapreso al più presto un serio percorso di confronto tra tutti i soggetti competenti per ragionare in maniera lungimirante su quale debba essere il futuro ambientale, energetico ed occupazionale del nostro Paese nei prossimi decenni. Al contrario del settore petrolifero, che rischia il fallimento a causa del calo dei consumi e del crollo del prezzo del petrolio, i settori delle rinnovabili e dell’efficienza sono in forte crescita e con norme e politiche adeguate potrebbero generare almeno 600mila posti di lavoro, circa 10 volte di più di quanto riesce a fare il settore petrolifero oggi”. Il progressivo smantellamento delle piattaforme potrebbe rappresentare l'inizio di una nuova era. 

Alessandro Graziadei

domenica 7 agosto 2016

C’è chi dice no! E studia alternative!

Che Paese vogliamo lasciare ai nostri figli? Per il Comitato Mamme NO Inceneritore di Sesto Fiorentino la risposta è chiara: un Paese migliore, soprattutto dal punto di vista ambientale. Per farlo questo gruppo di cittadine che condividono la speranza e l’impegno per la difesa della salute e la tutela dell’ambiente, chiede da tempo un confronto sulla realizzazione di un inceneritore nella piana fiorentina e cerca di evitare che le nuove generazioni debbano fare i conti con “gli effetti nocivi e irreversibili che tale impianto produrrebbe sulla salute umana e sull’ambiente”. Ma non siamo davanti al solito gruppo Nimby, “non nel mio giardino”, capace solo di dire di no. Le mamme fiorentine in questi mesi hanno promosso numerosi incontri pubblici con esperti del settore, medici, tecnici e gestori del ciclo dei rifiuti per cercare di vederci chiaro su un tema che interessa direttamente il diritto alla salute di tutta la cittadinanza e valorizzare le alternative all’incenerimento attualmente esistenti, come il percorso di gestione dei rifiuti noto sotto il nome di “Rifiuti Zero”. 

Fino ad oggi una valutazione comparativa, dal punto di vista economico, energetico, occupazionale e ambientale, tra un progetto di smaltimento dei rifiuti basato sull’inceneritore e un progetto di smaltimento dei rifiuti basato su una raccolta differenziata porta a porta, affiancata da un distretto del riciclo e un impianto di smaltimento a freddo, non è mai stata fatta dall’amministrazione locale. Eppure un approfondimento di questo tipo, “sarebbe anche d’obbligo secondo la legge”. Le realtà in cui non si persegue solo il “businness dell’incenerimento”, come il consorzio Contarina di Treviso, esistono e dimostrano che si può tranquillamente arrivare a differenziare l’85% dei rifiuti recuperando materie prime anche dal restante 15% con un moderno impianto a freddo di trattamento meccanico-biologico. Il residuo inerte è analogo per quantità al residuo dell’incenerimento, ma a differenza del primo non è tossico. “Una gestione di questo tipo è perfettamente in linea con la normativa europea, anzi rispetta l’ottica di un'economia circolare e il recupero di preziose materie prime che anche l’Europa sta promuovendo”. Per questo il comitato chiede “che tale valutazione venga effettuata da un'equipe in cui sia paritaria la presenza di esperti individuati dall’amministrazione e la presenza di esperti individuati dalla cittadinanza”

Oggi si legge sul sito delle Mamme NO InceneritoreLa zona della piana fiorentina, che comprende la parte nord della città, è considerata dall’Agenzia europea per l’ambiente una delle più inquinate di tutta Europa. Come se non bastasse in questa zona le amministrazioni locali hanno previsto la costruzione di grandi opere altamente inquinanti e impattanti sulla qualità dell'aria come l' inceneritore, un nuovo aeroporto e la terza corsia dell’autostrada”. Nella piana fiorentina, però, non sono state collocate, né lo saranno in futuro, stazioni di rilevamento della qualità dell’aria. Per questo le mamme hanno deciso di affrontare in modo propositivo il delicato tema del controllo delle sostanze inquinanti nell’aria con una campagna di corwfunding sulla piattaforma di Produzioni dal Basso! “Abbiamo bisogno di voi per dare vita all’autocostruzione di centraline per il monitoraggio della qualità dell’aria! Se le amministrazioni non vogliono analizzare la qualità dell’aria, ci penseremo noi cittadini!”.

Il progetto, forte del supporto di tecnici informatici, medici e ricercatori universitari che contribuiranno con la loro professionalità e competenza ad un'analisi dell’inquinamento dell’aria, vuole vederci chiaro su un fenomeno che causa oltre 400.000 morti premature all’anno nei soli paesi dell’Unione Europea. Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente l’Italia ha addirittura il record annuale di morti per smog con 59.500 decessi prematuri per il PM 2.5,  3.300 per l’Ozono e 21.600 per gli NOx nel solo 2012 e i dati più recenti non sembrano migliorare. I risultati scientifici del dossier annuale di Legambiente sull’inquinamento atmosferico e acustico Mal’Aria di città 2016, per esempio, hanno confermato che “Anche il 2015 per l’aria respirata nei centri urbani italiani è stato un anno da codice rosso, segnato da un’emergenza smog sempre più cronica”.  

Le centraline delle mamme NO Inceneritore analizzeranno per questo i livelli di inquinanti come PM 2.5 e PM 10, CO e NO2, per avere una fotografia completa della qualità dell’aria e degli inquinanti presenti nell’area. I dati raccolti saranno poi pubblicati su una piattaforma pubblica e utilizzati per uno studio scientifico utile sia per il rilevamento dell'inquinamento atmosferico, sia per gli effetti sulla salute umana.  “Ben presto gli investitori realizzeranno che non è conveniente costruire un inceneritore dove la popolazione non dà tregua e ha gli strumenti per non delegare a nessuno la tutela della propria salute” hanno spiegato le mamme. Un progetto importante utile ad aggiornare l’unica Valutazione di Impatto Sanitario effettuata nella zona dove dovrebbe sorgere l’impianto di incenerimento e che  risale al 2005: “Da allora molte cose sono cambiate, come la nascita di diversi centri commerciali, l’aumento demografico con la costruzione di nuove abitazioni, l’aumento dell’impatto di altri agenti inquinanti come il traffico aereo e quello automobilistico”. 

Abbiamo tempo fino al 9 settembre per contribuire al finanziamento di questo sistema di monitoraggio dell’aria low cost capace di sfruttare l’energia solare, rendendo così le centraline autonome anche dal punto di vista energetico, oltre che politico e scientifico. “Per ringraziarvi del vostro sostegno abbiamo previsto anche delle ricompense, che sono diverse e variano in base al vostro supporto” ha spiegato il propositivo comitato. Borracce di acciaio, magliette, workshop su come autocostruire una centralina, tour tra città e oasi naturalistiche locali e la possibilità di dare un nome ad una delle centraline sono a disposizione di chi sosterrà un progetto nato per evitare che il ciclo dei rifiuti inceneriti si trasformi in un ulteriore aumento delle emissioni inquinanti.

Alessandro Graziadei