sabato 6 ottobre 2018

Anche noi vogliamo i papaveri!

Sul danno sanitario e la contaminazione ambientale prodotta dall’esposizione massiccia ai pesticidi in agricolturacominciamo ad avere un’ampia circolazione di numeri consolidati dalla letteratura scientifica. La stessa Fao, durante l’incontro internazionale sull’agro-ecologia dello scorso aprile, dal titolo Second International Symposium on Agroecologyè arrivata ad affermare che “Il modello della rivoluzione verde seguito all’industrializzazione dell’agricoltura e all’utilizzo della chimica di sintesi può considerarsi esaurito a causa dell’enorme impatto ambientale prodotto dall’uso massiccio di fertilizzanti chimici e pesticidi che ha contribuito all’inquinamento della terra, alla contaminazione dell’acqua e alla perdita di biodiversità”. Oltre alla morte lo scorso mese di Fabian Tomasi, il simbolo della lotta contro i pesticidi in Argentina, deceduto per una polineuropatia tossica diagnosticata dopo che aveva trascorso anni ad aprire e mescolare pesticidi in un’azienda agricola, a darci il termometro della situazione ci ha pensato negli stessi giorni il primo rapporto Cambia la terraun progetto promosso da Federbio, con il sostegno di ISDELegambienteLipu, e WWF

Citando autori e studi che hanno permesso in questi anni alla comunità scientifica di raddrizzare la rotta e smascherare le omissioni delle multinazionali protagoniste di questa “devastazione verde”, il rapporto ha valutato in “ventisei milioni di casi di avvelenamento all’anno, oltre 71 mila al giorno, l’impatto dell’intossicazione acuta da pesticidi a cui si somma l’effetto delle piccole dosi ripetute nel tempo, quelle su cui negli ultimi anni si sta concentrando l’attenzione della comunità scientifica perché determinano un incremento significativo del rischio di patologie cronico-degenerative come cancro, diabete, malattie neurodegenerative, malattie cardiovascolari e disturbi della sfera riproduttiva”. L’Italia in particolare conosce da vicino questo rischio chimico visto che è fra i maggiori consumatori di pesticidi a livello europeo. Dall’ultimo report dell’Agenzia europea per l’ambiente risulta, infatti, che il consumo di principio attivo nell'Unione europea è mediamente di 3,8 chili per ettaro, “in Italia invece si arriva a 5,7 chili per ettaro”, e in 10 anni, dal 2006 al 2016, "si è registrato un aumento della spesa per i pesticidi pari al 50% e per i concimi del 35%".

Le conseguenze? Un tipo di agricoltura intensiva accompagnata da un uso massiccio di diserbanti e concimi chimici è tra le principali responsabili dell’impoverimento del terreno e del calo della fertilità, per via della conseguente riduzione della materia organica e della concentrazione di microrganismi attivi naturali. Un dato inquietante per Federbio “perché ci vogliono migliaia di anni per creare pochi centimetri di terreno fertile, ma bastano pochi decenni per distruggerlo”, generando spesso un’erosione che comporta l’aumento del rischio di inondazioni e frane. “Un fenomeno che interessa ormai un terzo della superficie agricola del Paese e genera una perdita annuale di produttività pari a 619 milioni di euro”. Uno studio del 1992 sul tema del danno economico complessivo prodotto dall’uso dei pesticidi solo negli Stati Uniti arrivava a quantificarlo in 8miliardi di dollari l’anno. La ricerca è stata aggiornata in uno studio successivo pubblicato nel 2005 arrivando a valutare i costi derivati dall’uso dei pesticidi, spese sanitarie, perdita di produttività, perdita di biodiversità, costi per il disinquinamento del suolo e delle acque, in circa 10 miliardi di dollari all’anno nei soli stati a stelle e strisce. Un risultato simile emerge anche da uno studio del 2012 che ha valutato i costi legati all’intossicazione acuta da pesticidi nello Stato del Paranà, nel Sud del Brasile, quantificabili in 149 milioni di dollari ogni anno. In pratica per ogni dollaro speso per l’acquisto di pesticidi nel Paranà se ne spendono circa altri 1,28 per contenere l'effetto dell’avvelenamento. 

Cambiare il modo di pensare l’agricoltura oggi, quindi, significa "cambiare la destinazione di una significativa quota di risorse pubbliche che finora è servita a sostenere scelte ad alto impatto ambientale e sanitario, ma che può essere reindirizzata per sostenere un modello agricolo più sicuro, più sano e più equo”. Ma questo è solo un lato del problema prodotto negli anni dall’economia verde. L’IPCC, la task force di climatologi organizzata dall’Onu, ritiene che siano proprio i modelli agricolo e alimentare imperanti ad essere i responsabili per il 24% del rilascio dei gas serra che generano il cambiamento climatico. Per Federbio una conseguenza che può essere evitata scegliendo la strada dell’agro-ecologia visto che secondo i dati pubblicati dal Rodale Institute già nel 2011, “i sistemi di agricoltura biologica utilizzano il 45% in meno di energia rispetto a quelli convenzionali e producono il 40% in meno di gas serra rispetto all’agricoltura basata su metodi convenzionali”. Alla luce di queste proiezioni non è sbagliato pensare che l’agricoltura si potrebbe trasformare da problema in soluzione visto che i terreni biologici svolgono un ruolo di assorbimento del carbonio che può arrivare a circa mezza tonnellata per ettaro l’anno.  

Eppure secondo i numeri che vengono dall’Ufficio studi della Camera dei deputati: “su 41,5 miliardi di euro destinati dall’Europa all'agricoltura italiana, a quella biologica vanno appena 963 milioni di euro. In altri termini, il bio, che rappresenta il 14,5% della superficie agricola utilizzabile, riceve il 2,3% delle risorse europee”. Anche solo in termini puramente aritmetici, senza calcolare il contributo del biologico alla difesa dell’ambiente e della salute, è circa sei volte meno di quanto gli spetterebbe. Se ai dati dei fondi europei si aggiunge il cofinanziamento nazionale per l’agricoltura, pari a circa 21 miliardi, il risultato rimane praticamente invariato: “su un totale di fondi europei e italiani di circa 62,5 miliardi, la parte che va al biologico è di 1,8 miliardi, solo il 2,9% delle risorse”. Per Federbio siamo davanti ad una penalizzazione netta: "Nel capitolo di spesa destinato specificamente all’interno dei PSR (Piani di sviluppo regionale) alla vera e propria lotta al cambiamento climatico, solo il 9,5% delle risorse pubbliche va all’agricoltura biologica, mentre all’agricoltura integrata, che usa teoricamente meno pesticidi sul campo e l’agricoltura conservativa, una pratica in cui si evita di dissodare i terreni, ma utilizza ampiamente il glifosato, ricevono il 13% delle risorse". 

In altre parole, "gli italiani e gli europei in generale pagano per sostenere pratiche agricole che alla fine si ritorcono contro l’ambiente e contro la loro salute, a partire da quella degli agricoltori stessi”. Una situazione che occorre invertire subito, fornendo strumenti e opportunità a chi sceglie l’agricoltura pulita. Un paradosso che in Francia ha convinto, anche un giornale satirico (non sempre di buon gusto) come Charlie Hebdoa lanciare nel numero del 12 settembre un appello per l’eliminazione immediata di tutti i pesticidi di sintesi. Il titolo di questo appello è Noi vogliamo i papaveri: “Non riconosciamo più il nostro Paese; la natura è sfigurata. Un terzo degli uccelli è scomparso in 15 anni, metà delle farfalle in 20 anni; api e impollinatori muoiono a miliardi. Le rane e le cavallette sono come evaporate. I fiori selvatici diventano rari. Questo mondo che svanisce è nostro e ogni colore che soccombe, ogni luce che si spegne è un dolore definitivo. Ridateci i nostri papaveri! Ridateci la bellezza del mondo!”. L’obiettivo, per nulla ironico, è arrivare a 5 milioni di adesioni in due anni.

Alessandro Graziadei

venerdì 28 settembre 2018

Puliamo il mondo! Come? Dal basso!

La gestione e lo smaltimento dei rifiuti ha assunto negli anni una dimensione sempre più preoccupante a livello internazionale e nazionale. Il problema non è dato solo dalla capacità di smaltimento e di riuso del rifiuto, (che in Italia può contare su alcune eccellenze), ma anche dalla quantità di rifiuti prodotti dai nostri stili di vita e da norme ancora incapaci di ridurli in modo significativo. Anche se nell’Unione europea le politiche per la gestione e lo smaltimento circolare dei rifiuti sono sempre più definite, diventa ogni giorno più importante promuovere un sistema economico in grado di minimizzare la produzione di rifiuti e nel contempo incentivare iniziative di informazione mirate al cambiamento degli stili di vita. Certo si tratta di processi non sempre brevi con ricadute non immediatamente visibili. Allora che fare intanto? Tuttavia se  il luogo in cui vivi è “brutto, sporco e incivile” hai la possibilità di dare subito il tuo contributo grazie a Legambiente che il 28, 29 e 30 settembre organizza come ogni anno  “Puliamo il Mondo”, un intero fine settimana dedicato a liberare dai rifiuti gli angoli più remoti dei nostri parchi, giardini, strade, piazze, fiumi, aree carsiche e spiagge.

Anche quest’anno, infatti, in tutta Italia è partita la grande campagna di volontariato ambientale che con Puliamo il Mondo cerca di diffondere una cultura ecologica che si fa prassi in questo ultimo fine settimana di settembre grazie a decine di operazioni di pulizia del nostro territorio. Conosciuta a livello internazionale come Clean Up the World, può contare sull’impegno della società civile e della cittadinanza, da 25 anni coordinate in Italia da Legambiente  con un migliaia di attività pratiche di raccolta dei rifiuti unite a un costante lavoro di informazione, sensibilizzazione e coinvolgimento che ha garantito nel tempo un profondo radicamento dell’iniziativa nella società, in primis nelle scuole. Come ha ricordato nelle scorse settimane Legambiente “Nel corso degli anni le innumerevoli iniziative ecologiche lungo la penisola sono state presidi di civiltà per opporsi all'inquinamento di qualsiasi tipo e da cui denunciare l’illegalità ai danni dell’ambiente e delle persone, diffondendo pacevirtù civica e rispetto dei beni comuni”. 

Quest’anno addirittura la Federazione Speleologica Europea ha assegnato alla Società Speleologica Italiana l’edizione 2018 del concorso per progetti di protezione dell’ambiente carsico EuroSpeleo Protection Label proprio grazie ad una iniziativa nata nel 2005 all’interno di Puliamo il Mondo. Per la Federazione Puliamo il Buio, che si inserisce nella più ampia cornice coordinata da Legambiente, è una “Iniziativa ben progettata e ben adattata ai bisogni identificati, con il pieno coinvolgimento di tutti gli stakeholder all'interno delle comunità. Le azioni intraprese nell’ambito di tale attività hanno avuto il riscontro anche delle autorità nazionali, promuovendo il miglioramento dei regolamenti relativi all'argomento”. Non da ultimo “Puliamo il Buio è ormai una attività molto efficace, sia per il monitoraggio delle aree carsiche e degli habitat sotterranei che per diffondere la cultura della loro protezione e conservazione”. Negli anni questa iniziativa ha permesso, infatti, di bonificare almeno in parte le discariche abusive sotterranee, documentarle, valutarne il grado di pericolosità e individuare i possibili rimedi, proponendoli all’opinione pubblica e alle amministrazioni locali.

In Italia la crescita della consapevolezza e l’interesse ai problemi ambientali anche della politica deve tanto a questa storica iniziativa e alle sue attività di disinquinamento. Non a caso oggi il Belpaese, pur conservando gravi criticità ambientali, può vantare anche molti traguardi. Per esempio è stato il primo Paese in Europa ad approvare la legge contro gli shopper non compostabili, (approvata nel 2006 ed entrata in vigore nel 2012), ad applicare dal 1 gennaio 2018 la messa al bando dei sacchetti leggeri e ultraleggeri di plastica tradizionale, a dire stop ai cotton fioc non biodegradabili  dal 2019 e alle microplastiche nei cosmetici a partire dal 2020. Non va inoltre dimenticato l’impegno sul fronte dell’economia circolare promosso da Comuni, Consorzi e numerose imprese private. “Ora - per  Stefano Ciafani direttore generale di Legambiente - i prossimi passi da compiere nel nostro Paese devono affiancare la sensibilità e la buona volontà dei cittadini ad un sistema di controlli efficace per garantire il rispetto delle leggi approvate”. Se Puliamo il Mondo vuole diventare ogni anno più “inutile” allora per Legambiente “servono nuove misure per contrastare l’usa e getta, ridurre l’uso eccessivo di acque in bottiglia, con conseguente consumo di grandi quantità di plastica, e allo stesso tempo occorre sviluppare la chimica verde, per riconvertire i vecchi petrolchimici in nuove bioraffinerie per promuovere filiere di produzione industriale innovative e rispettose dell’ambiente”. 

Un lavoro lungo come quello promosso dalla Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti (SERR), la campagna di comunicazione ambientale europea che dal 17 al 25 novembre promuove e premia azioni concrete e creative che hanno come obiettivo la riduzione dei rifiuti in tutta Europa e che quest’anno è dedicata alla prevenzione dei rifiuti pericolosi, cioè quelli che al loro interno contengono sostanze nocive per l’ambiente, con parti esplosive, infiammabili o tossiche. Tali sostanze si possono trovare (in piccole o grandi quantità) in molti prodotti di uso quotidiano come cosmetici, batterie, vernici, pesticidi, lampadine o i famosi Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (Raee), che in Italia sono ben gestiti dal Centro di Coordinamento RAEE. Questi rifiuti, se non smaltiti correttamente, rappresentano più di altri un rischio per l’ambiente e la salute umana. Come Puliamo il Mondo anche questa è una realtà consolidata che da dieci anni registra una crescente partecipazione di cittadini, pubbliche amministrazioni, istituti scolastici, associazioni, ong e imprese, tutte realtà impegnate a realizzare nella settimana SERR quante più azioni possibili volte alla riduzione dei rifiuti allo scopo di creare un grande momento di sensibilizzazione.  Cosa aspettate quindi? Puliamo il Mondo e il bando (c’è tempo fino al 31 ottobre) per partecipare alla Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti vi aspettano, con gesti semplici, concreti, civili, da fare insieme, per ripulire una volta per tutte i territori dai rifiuti e dall’ignoranza.

Alessandro Graziadei

giovedì 27 settembre 2018

La fotografa che ha salvato gli Yanomami

È la fotografa e attivista Claudia Andujar, sfuggita da bambina alla persecuzione nazista, il Premio Goethe di quest’anno. Una delle massime onorificenze culturali della Germania, in passato toccata tra gli altri al musicista Daniel Barenboim, agli scrittori John le Carré e Amos Oz, e all’architetto Daniel Libeskind, è stata consegnata alla Andujar il 28 agosto “per il suo straordinario lavoro fotografico con gli Yanomami”, che ha dato vita ad una campagna per i diritti di questo popolo indigeno portata all’attenzione internazionale da Survival International e "indispensabile per la creazione della più grande area di foresta tropicale al mondo sotto controllo indigeno" ha ricordato l’illustre sciamano yanomami Davi Kopenawa, noto come il “Dalai Lama della foresta” . Per il direttore generale di Survival International Stephen Corry, presente alla cerimonia di premiazione, “il  contributo di Claudia Andujar è stato fondamentale per salvare questa tribù amazzonica che non sarebbe mai sopravvissuta senza il suo tenace attivismo e le sue straordinarie immagini in bianco e nero della tribù”. Solo nel 1992, infatti, dopo una campagna lunga decenni che ha visto tra i protagonisti anche la Andujar, il Brasile ha finalmente riconosciuto e deciso di preservare il territorio di questo popolo indigeno, che le autorità brasiliane non custodiscono ancora adeguatamente visto il continuo taglio dei fondi al Dipartimento brasiliano agli Affari Indigeni (Funai) che avrebbe il compito di proteggerlo.

Nata a Neuchâtel in Svizzera nel 1931, la Andujar è cresciuta a Nagyvárad, l’attuale Oradea, al confine tra Romania e Ungheria fino a quando la sua città fu occupata dai nazisti e il padre di origini ebree venne deportato in un campo di concentramento dal quale non fece più ritorno. Con la madre riuscì a scappare negli USA, dove Claudia iniziò gli studi umanistici all’Hunter College di New York fino a quando nel 1956 si trasferì in Brasile, iniziando quella carriera di fotografa che la portò negli anni ’70 ad incontrare il popolo Yanomami. Visitando più volte la tribù e vivendo a lungo con questo popolo Claudia è diventata ben presto, con la sua macchina fotografica, la testimone dei bulldozer che radevano al suolo i villaggi yanomani per costruire l’autostrada transcontinentale e delle numerose epidemie di malattie infettive importate prima dagli operai prima e dai cercatori d’oro illegali poi, e che in quegli anni decimarono la popolazione della tribù. “Nei campi di concentramento della seconda guerra mondiale i prigionieri erano marchiati con numeri tatuati sulle braccia. Per me erano segni di una condanna a morte” ha raccontato Claudia al Goethe Institute qualche mese prima di ricevere il premio. “Quello che ho cercato di fare in seguito con gli Yanomami è battermi per la loro sopravvivenza, impedire il più possibile la loro condanna a morte”.

Ad oggi nella riserva Yanomami del Brasile settentrionale vivono oltre 22.000 indigeni, mentre la popolazione totale Yanomami, compresi coloro che vivono in Venezuela, è di circa 35.000 persone. Per Survival International questo popolo ha tradizioni antiche e uno stile di vita comunitario: “vivono da sempre in grandi case comuni chiamate yano o shabono, credono fortemente nell’uguaglianza tra le persone e non riconoscono capi. Nessun cacciatore mangia mai la carne dell’animale che ha ucciso, ma la cede ad amici e familiari. In cambio, riceverà la carne da un altro cacciatore”. Gli Yanomami vivono nel pieno rispetto dell’ambiente che abitano grazie ad una “sofisticata relazione con l’ecosistema che li circonda e una vastissima conoscenza botanica. Nella vita quotidiana utilizzano circa 500 piante per nutrirsi, curarsi, costruire case e altri manufatti”. Ad oggi “almeno tre gruppi di Yanomami restano ancora incontattati, nel senso che evitano intenzionalmente l’interazione con la nostra società "degli usi e dei consumi”. Una scelta rivelatasi saggia visto che negli scorsi mesi al confine tra Brasile e Venezuela è scoppiata l’ennesima epidemia di morbillo che ha colpito una tribù Yanomami isolata e con poche difese immunitarie verso questa malattia. Come in passato la regione è stata invasa da migliaia di cercatori d’oro, una delle probabili fonti dell’epidemia che solo sul fronte brasiliano ha fatto alcuni morti e 23 ospedalizzati. Sul fronte venezuelano Survival International e la ong venezuelana Wataniba  hanno fatto appello alle autorità del paese affinché forniscano assistenza medica immediata a queste remote comunità, un’ipotesi che al momento rimane ancora piuttosto improbabile visto le condizioni del Venezuela.  

“Quando i popoli indigeni vengono contagiati da malattie comuni come morbillo o influenza, che non hanno mai conosciuto prima, sono in molti a morire. Intere popolazioni possono essere spazzate via” ha commentato Corry. “Queste tribù sono i popoli più vulnerabili del pianeta. L’assistenza medica urgente è la sola cosa che può salvare queste comunità dalla distruzione”. Una condizione che ha ricordato nella prima settimana di settembre anche lo sciamano e amico di Claudia Andujar, Davi Kopenawa durante il suo soggiorno in Italia per presentare l’edizione italiana del suo libro “La caduta del cielo. Edito da Nottetempo, il libro è la testimonianza della ricchezza della cultura, della storia e dello stile di vita degli Yanomami della foresta amazzonica e un resoconto unico della storia di Davi, strenuo difensore dei diritti dei popoli indigeni di tutto il mondo. La visita di Davi è stata anche l’occasione per ascoltare dal vivo il suo messaggio rivolto al mondo e a noi “popolo della merce” direttamente dal cuore dell’Amazzonia brasiliana “nella speranza che i non-indigeni possano imparare e pensare non solo a se stessi”. Una richiesta di sostegno arrivata mentre un controverso progetto di legge attualmente in discussione al Congresso brasiliano potrebbe aprire la terra degli Yanomami a progetti minerari su larga scala. Le compagnie minerarie hanno già presentato oltre 650 richieste di concessione e i rappresentanti politici de "il popolo della merce" chiaramente ci stanno pensando...

Alessandro Graziadei

domenica 23 settembre 2018

I Popoli del Pacifico hanno l’acqua alla gola

Nel settembre del 2013 al meeting del Pacific Islands Forum (Pif), riunito per l’occasione a Majuro, la capitale delle Isole Marshall, veniva approvata la Dichiarazione di Majuro per la leadership climatica che impegnava le isole del Pacifico ad essere delle “Climate Leaders” protagoniste di un futuro sostenibile soprattutto per quei Popoli del Pacifico che già nel 2013 rischiavano di trovarsi con l’acqua alla gola a causa del cambiamento climatico. L’allora padrone di casa, il presidente delle Marshall Christopher Loeak, rivolgendosi ai delegati dei 15 Paesi del Pif, ai rappresentanti di Unione europea, di Usa e di molti Paesi del mondo aveva ricordato come mentre molte isole del Pacifico lentamente scompaiono sotto il livello dell’acqua e sono spazzate da fenomeni meteorologici sempre più devastanti, “La mia terra rimane la mia unica casa, il mio patrimonio e la mia identità in un modo che la lingua inglese non può catturare, sta scomparendo. Eppure questo è il mio Paese e io starò sempre qui, anche quando l’acqua ci sommergerà”. Il problema è che dei destini dei Popoli del Pacifico, al netto di alcuni accordi commerciali e dell’interesse di una fiorente industria del turismo specializzata nell’organizzare vacanze da sogno, non frega nulla a nessuno.  

Da quel 2013, infatti, poco o nulla è cambiato tanto che ad inizio mese durante una visita a Sydney, il primo ministro delle Isole Samoa, Tuilaepa Aiono Sailele Malielegaoi, intervenuto al Lowy Institute, alla vigilia del Pacific Islands Forum di Nauru ha detto che il cambiamento climatico è ormai, “nell’indifferenza generale” una  “minaccia esistenziale per tutta la nostra famiglia del Pacifico” e ha aggiunto che “Qualsiasi leader mondiale che negasse l’esistenza del cambiamento climatico dovrebbe essere portato in un ospedale psichiatrico”. Sailele si è mostrato chiaramente molto preoccupato per lo scarso impegno internazionale nei confronti dei cambiamenti climatici, che ha definito “la più grande minaccia al sostentamento, alla sicurezza e al benessere dei popoli del Pacifico” aggiungendo che “Samoa e altre isole del Pacifico stanno già  avvertendo gli effetti  del riscaldamento globale. Diverse isole minori della regione sono state inghiottite [dall’oceano] negli ultimi anni a causa dell’innalzamento del livello del mare”. Una accusa diretta non solo al Presidente statunitense Donald Trump, ma anche al nuovo premier l’australiano Scott Morrison, un negazionista climatico che vorrebbe seguire le orme di Trump e abbandonare l’Accordo di Parigi, per poter non rispettare gli impegni presi dall’Australia nel tagliare le sue emissioni di gas serra.  

Ma Sailele, premier di un piccolo Paese insulare dipendente dagli aiuti di Usa e Australia, ha accusato di “menefreghismo climatico” anche altri giganti come India e Cina che, insieme agli Usa, “sono i tre Paesi che sono responsabile di tutto questo disastro” e ha invitato la comunità internazionale ad avere “un’ambizione maggiore per limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi centigradi e salvare così i paesi delle isole del Pacifico che invano continuano a sollecitare un’azione più rapida da parte di tutti i Paesi del mondo”. Per il presidente delle Samoa è finito il tempo delle dichiarazione di intenti e occorre iniziare ad affrontare il cambiamento climatico concretamente:  “Conosciamo tutti il problema, ne conosciamo tutti le cause, conosciamo tutti le soluzioni. C’è bisogno solo di un po’ di coraggio politico, un po’ di fegato politico per riuscire a dire alla gente del proprio Paese cosa fare per non avere la certezza di un disastro ambientale”. Un appello che è rimbalzato fino a Bangkok dove era in corso la Conferenza sul cambiamento climatico dell’United Nations framework convention on climate change (Unfccc) che doveva preparare gli orientamenti per l’attuazione  dell’Accordo di Parigi  e ridisegnare le linee guida da approvare alla 24esima Conferenza delle parti Unfccc che si terrà a dicembre a Katowice, in Polonia

Anche in Tailandia il “grido più forte” e arrivato dal Pacifico con il presidente delle Isole Fiji e della COP23, Josaia Voreqe Bainimarama, che ha ricordato come deve ancora essere raggiunto un consenso utile a creare orientamenti chiari per la piena attuazione dell’Accordo di Parigi. Oltre alla delicata situazione dei Paesi del Pacifico, ormai in tutto il mondo gli effetti dei cambiamenti climatici stanno diventando più evidenti e più severi e i Nationally Determined Contributions non sembrano più sufficienti per mantenere fede agli obiettivi dell’accordo di Parigi. “Penso che tutti sappiamo che non abbiamo fatto abbastanza progressi -  ha ammonito Bainimarama -. Senza linee guida di implementazione con le quali tutti possano convivere, a Katowice rischiamo il caos e la possibilità di un ulteriore ritardo nella lotta al cambiamento climatico” e visto che le intenzioni non sono azioni, “dobbiamo affrontare le cause dei cambiamenti climatici ora e dobbiamo gettarci all’attacco del problema senza trattenere un’oncia di energia”. Una promessa realizzabile? Per Bainimarama si tratta di un duro lavoro, “Ogni nazione deve prendere decisioni che potrebbero essere politicamente difficili. Ma è per questo che siamo stati scelti come leader,  perché i leader fanno un duro lavoro, prendono le decisioni difficili per il bene comune e le difendono”. 

Il problema appunto appaiono i leader, non tutti capaci di una politica moralmente ed ecologicamente consapevole del fatto che il fallimento semplicemente non è più un’opzione. Nonostante questo sono sempre di più i protagonisti economici, ma anche della società civile che stanno cercando di accelerare una mitigazione climatica. I governi guidano chiaramente il processo di cambiamento climatico, ma da soli non possono affrontare la sfida e hanno bisogno del sostegno di tutti questi attori “minori”.  Le 2018 Climate Weeks in Africa, Asia e America Latina, il Global Climate Action Summit a San Francisco del 12-14 settembre scorsi,  la Climate Week di New York della prossima settimana e le molte iniziative verdi di comuni e città sparse per il mondo, sono tutti eventi che dimostrano chiaramente che siamo pronti ad attuare l’accordo di Parigi come previsto nel 2015. Ora le voci dei Paesi poveri e vulnerabili come quelli del Pacifico vanno ascoltate e occorre proteggere soprattutto queste comunitàche pagano più di altre le terribili conseguenze  di questa crisi climatica, senza averne però una responsabilità diretta. 

Alessandro Graziadei

sabato 22 settembre 2018

Myanmar: prove di genocidio?

Il trattamento dei Rohingya è “un esempio da manuale di pulizia etnica”. Così si era espresso già nel settembre del 2017 l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umaniZeid Ra’ad al-Hussein, auspicando una commissione d’inchiesta e parlando delle violenze sistematiche perpetrate dal Myanmar nei confronti di questa minoranza musulmana dei Rohingya, quella  “che nessuno vuole” e contro la quale nel 2012 è partita un’ondata di violenze guidata dalla popolazione con la complicità dell’esercito. Questa brutale operazione sicurezza che ha fatto centinaia di vittime e migliaia di profughi è apparsa decisamente sproporzionata rispetto all’offensiva condotta da alcuni gruppi armati di Rohingya dichiaratamente indipendentisti. Ad un anno di distanza, la pesante accusa contenuta nel rapporto finale della commissione d’inchiesta incaricata dal Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr) delle indagini sulle violenze etnico - religiose che hanno attraversato gli Stati di RakhineKachin e Shan sembra essere senza appello: I vertici militari del Tatmadaw birmano (l’esercito del Myanmar), in particolare il comandante in capo Min Aung Hlaing e cinque generali “dovrebbero essere processati per aver orchestrato i gravi crimini perpetrati su vasta scala”, come omicidi, sparizioni forzate, torture e violenze sessuali.

Nel documento pubblicato il 27 agosto dalla commissione d’inchiesta presieduta dall’ex procuratore generale indonesiano Marzuki Darusman e giunta a tali conclusioni dopo aver interrogato 875 vittime e testimoni delle violenze, sotto accusa è finito anche il Governo guidato dal 2015 dalla National League for Democracy (Nld) della leader democratica Aung San Suu Kyi.  Pur riconoscendo il “limitato controllo” che può esercitare sui militari, nonostante dal 2016 sia Consigliere di Stato, Ministro degli Affari Esteri e Ministro dell’Ufficio del Presidente, la Signora è accusata nel rapporto di “aver permesso ai discorsi d’odio di prosperare”; “aver distrutto prove e documenti” e “non aver protetto le minoranze dai crimini di guerra e da quelli contro l'umanità”, commessi dall’esercito. Davanti al materiale fotografico, video e immagini satellitari, raccolti dalla commissione durante le indagini partite nel marzo del 2017, il governo di Aung San Suu Kyi ha respinto la maggior parte delle accuse sulle presunte atrocità commesse dalle Forze di sicurezza contro i musulmani Rohingya ricordando il suo impegno nella costruzione dei centri per riaccogliere in Rakhine i profughi Rohingya fuggiti in Bangladesh.

Per il portavoce del Governo Zaw Htay, Naypyidaw “non ha autorizzato la missione d’inchiesta dell’Onu ad entrare in Myanmar”, e anche per questo il Governo birmano “non condivide né accetta le conclusioni del Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani” circa le violenze nello Stato occidentale di Rakhine ai danni della minoranza Rohingya. Htay ha annunciato l’istituzione di una Commissione indipendente d’inchiesta (ICoE), costituita dal governo birmano per rispondere alle “false accuse formulate dalle agenzie delle Nazioni Unite e da altre comunità internazionali”. Il portavoce ha criticato anche Facebook per aver rimosso dal web, poche ore dopo la pubblicazione del rapporto, gli account del comandante Hlaing e di altri quattro alti ufficiali. La commissione, infatti, aveva evidenziato il ruolo svolto da Facebook, descrivendolo come “uno strumento utile per coloro che cercano di diffondere l’odio”. Myo Nyuntportavoce della Nld, ha puntato il dito contro “il piano sistematico per assecondare le rivendicazioni territoriali e le aspirazioni autonomiste dei bengali [i Rohingya], dipinti dalla Commissione dell’Onu "solo come persone oppresse e non come violenti indipendentisti". “Abbiamo già predisposto tutto per il rimpatrio dei profughi, ma nessuno torna dal Bangladesh. Perché? – si è chiesto Nyunt – Non possiamo credere che su 700mila, nessuno dei rifugiati voglia tornare in Myanmar. Se vogliono tenere 700mila persone in Bangladesh fino a quando queste non abbiano ottenuto il riconoscimento internazionale dei loro obiettivi territoriali, sappiano che non solo i Rakhine [gruppo etnico locale] ma tutto il Myanmar saprà reagire”.

Per la commissione dell'Onu, visto che ad oggi “l’impunità è radicata a fondo nel sistema politico e legale del Myanmar”, l’unica possibilità di ottenere giustizia è attraverso il sistema giudiziario internazionale, magari chiedono al Consiglio di sicurezza dell’Onu di rimandare la posizione del Myanmar alla Corte penale internazionale dell’Aia o di creare un tribunale internazionale ad hoc, ma non prima di aver garantito “un embargo sulle armi” e “sanzioni individuali mirate contro quanti sembrano essere i più responsabili”. Intanto poche settimane fa Wa Lone e Kyaw Soe Oo, due giovani reporter che lavoravano per l’agenzia di stampa britannica Reuters e investigavano sull’uccisione extragiudiziale di 10 Rohingya nel villaggio di Inn Din, sono stati condannati dalla Corte distrettuale di Yangon a sette anni di carcere, per “aver raccolto ed ottenuto documenti riservati”. Gli imputati, a quanto pare, in dicembre hanno violato una legge sui segreti di Stato risalente al periodo coloniale e rischiavano una pena massima di 14 anni. 

I giornalisti, che hanno sempre respinto le accuse, hanno raccontato al giudice di essere stati raggirati dopo aver accettato un invito a cena da parte di alcuni poliziotti che hanno consegnato loro proprio il materiale riservato che ha permesso di arrestarli poco dopo. “Credo nella democrazia e nella libertà di stampa, non ho fatto nulla di male”, ha detto Lone in aula rivolto ai suoi sostenitori commentando la sentenza che per Khin Maung Zaw, il difensore dei due giornalisti, “fa male alla libertà di stampa, fa male alla democrazia, fa male al Myanmar”.  Una settimana prima della sentenza un centinaio di giornalisti avevano marciato a Yangon a sostegno dei loro colleghi e chiederne l’immediato rilascio come l’Onu, che dopo la condanna ha chiesto di valutare una amnistia per i due reporter che da accusatori si sono trasformati in accusati.

Alessandro Graziadei

domenica 16 settembre 2018

Che fine farà la nostra biodiversità?

Nel lontano 1992 all’Earth Summit di Rio Henry Kendall, premio Nobel per la fisica e allora presidente dell’Union of Concerned Scientists, esortava le società umane ad “operare un cambiamento profondo nella loro gestione della Terra e della vita che ospita” assieme ad altri 1.700 firmatari, tra i quali un centinaio di altri Premi Nobel, con uno dei primi manifesti sullo stato del nostro pianeta. A rischio c’era la sopravvivenza dell’ecosistema così come lo conosciamo e come è arrivato fino a noi. Dopo più di un quarto di secolo a che punto siamo? Secondo Franck Courchamp, direttore della ricerca del Centre National de la Recherche Scientifique (Cnrs) di Parigi e tra i firmatari di un nuovo appello sullo stato del nostro pianeta firmato questa volta da 15.000 scienziati di 184 paesi diversi e presentato lo scorso novembre a Bonn durante la 23esima conferenza (Cop23) dell’United Nations Climate Change Conference (Unfccc), “La maggioranza degli indicatori ecologici che erano in rosso un quarto di secolo fa hanno virato allo scarlatto” e non abbiamo più tempo da perdere se vogliamo evitare “una miseria generalizzata e una perdita catastrofica di biodiversità”.

Redatto da alcuni dei massimi specialisti internazionali del funzionamento degli ecosistemi e comparso anche sulla rivista dell’Università di Oxford BioScienceil World Scientists’ Warning to Humanity: A Second Notice ha evidenziato come in materia di foreste, di oceani, di clima e di biodiversità “le traiettorie che abbiamo preso sono molto preoccupanti e ci portano a sbattere contro un muro”. In una recente intervista su CNRS  Le Journal, Courchamp ha evidenziato come se è vero che in questi ultimi 25 anni il divieto imposto ai clorofluorocarburi (Cfc) e ad altre sostanze che impoveriscono lo strato di ozono ha avuto degli effetti molto positivi e sono stati segnati alcuni importanti traguardi nella lotta contro la fame e la povertà estrema, oggi “Ecologicamente parlando, tutto o quasi va più male, va molto più male”. Per esempio Continuiamo a distruggere le foreste a un ritmo sfranato. Dal 1993 sono stati rasi al suolo 120 milioni di ettari a vantaggio dell’agricoltura. Negli oceani, le zone morte [deprivate di ossigeno], hanno fatto un boom del più 75%, mentre l’acqua potabile pro capite disponibile nel mondo per abitante è diminuita del 26 %. Le emissioni di biossido di carbonio [CO2] e le temperature medie del globo sono cresciute ancora. Une percentuale enorme di mammiferi, rettili, anfibi, uccelli e pesci è scomparsa. Senza dimenticare che uno studio, troppo recente per essere menzionato nell’appello, ha dimostrato che, in meno di tre decenni, le popolazioni di insetti volanti (bombi, libellule, farfalle e atri ditteri) sono diminuiti di circa l’80% in Europa e senza dubbio anche altrove”.

Catastrofisti o realisti? Per Courchamp “Siamo [noi scienziati] semplicemente realisti”. Di fronte a questa situazione, la biosfera andrebbe preservata “tutelando le foreste”, “intensificando la lotta al bracconaggio”, “riducendo lo spreco alimentare”, “favorendo una dieta di origine vegetale”, “educando la sensibilità dei bambini verso la natura” e “progettando e promuovendo nuove tecnologie ecologiche, per ridurre ipso facto la quota di combustibili fossili”. L’appello presentato a Bonn punta il dito anche contro la crescita demografica. Courchamp fa notare come “in 25 anni, il numero di esseri umani è aumentato del 35%, il che è incredibilmente elevato. Siamo sempre più numerosi e consumiamo troppo. Ma viviamo su un pianeta con risorse limitate che non possono soddisfare il fabbisogno alimentare, tra gli altri, di una popolazione infinita. La Terra non sarà mai in grado di nutrire più di 15 miliardi di bocche, anche supponendo che poniamo fine all’attuale sovra-consumo, che ripartiamo meglio le risorse e che si verifichino ipotetici progressi agricoli e salti tecnologici”. Per lo scienziato francese non è una questione di religione o di ideologia, ma un problema di risorse disponibili: Per alcuni Paesi in via di sviluppo è importante comprendere l’importanza di ridurre la crescita della popolazione. Questo dovrebbe passare, come sostenuto dal nostro appello, da una maggiore generalizzazione della pianificazione familiare e dei programmi di accesso all’istruzione per le ragazze”.

Ma dopo il fallimento dell’appello del 1992 il rischio è che anche questo autorevole appello alla politica in nome di una maggiore sostenibilità resti inascoltato. Per Courchamp, tuttavia, “l’opinione pubblica in generale è oggi molto più consapevole delle minacce ambientali di quanto non lo fosse nel 1992” e per il direttore del Cnrs “Le prossime generazioni o passeranno necessariamente alla storia perché riusciranno a fermare la distruzione dell’ambiente, o ne subiranno tutte le conseguenze”. Una prospettiva, quella della tutela ambientale che per i firmatari del manifesto deve arrivare non solo dai Governi, ma da “una marea di iniziative di base”, perché solo “Una moltitudine di iniziative individuali e micro-azioni quotidiane della società civile possono avere un effetto decisivo, semplicemente perché siamo miliardi”. Le scelte responsabili ed informate di noi consumatori, al momento, sembrano essere l’unico modo per migliorare subito lo stato del pianeta e del suo patrimonio di biodiversità.

Alessandro Graziadei

sabato 15 settembre 2018

Grecia: Tilos si alimenterà con la sola energia rinnovabile

Alla fine la Grecia, almeno sulla carta, ce l'ha fatta ed è tornata a crescere, anche se la ripresa ha avuto costi sociali drammatici e Atene ha ancora molta strada da fare se vuole sperare di restituire i 280 miliardi di euro di prestiti europeiLo scorso 20 agosto il premier greco Alexīs Tsipras ha così potuto annunciare da Itaca “la fine dell’Odissea” dovuta al piano di austerità imposto della Troika (il trio composto da Fondo monetario internazionale, Bce e Commissione europea) durato otto anni e che nel 2015 aveva provato invano a rifiutare forte dei risultati del referendum che lui stesso aveva indetto contro le condizioni dei creditori europei. Si è chiusa così, solo a livello formale, la crisi più difficile dell'eurozona e 8 anni difficilissimi per i greci che hanno subito un taglio netto a stipendi, pensioni e in settori pubblici primari come l’educazione e la sanità. Ogni nuovo taglio è stato scandito da durissime proteste in piazza proprio come quella dei Vigili del Fuoco ad Atene nel 2017 contro i tagli di 4 mila contratti, un terzo del totale sacrificati per ragioni di austerity e alla luce dei quali non sembrano casuali le difficoltà mostrate da Atene nel domare gli incendi che a luglio hanno distrutto l’Attica e fatto oltre 100 morti. 

Incendi compresi, da adesso la situazione non migliorerà per i greci e serviranno decenni prima che Atene ripaghi i suoi prestiti, sempre che sia possibile. Dal 2010 ad oggi la Grecia ha perso un terzo del suo PIL e mezzo milione di persone sono emigrate all’estero. Nello stesso periodo, il 20% più povero della popolazione ha perso il 42% del suo potere d’acquisto. Lo stato ha un debito di 320 miliardi di euro, pari al 180% del PIL, il secondo rapporto più alto del mondo e il tasso di disoccupazione, sebbene sia diminuito e sia attualmente al 21% (percentuale che sale al 42,8% per quella giovanile), è tra i più alti d’Europa. Il Governo dovrà mantenere uno stretto controllo sulla spesa pubblica cercando il modo di riportare le persone nel mondo del lavoro, possibilmente con stipendi dignitosi, in modo che possano ripagare i loro prestiti bancari e far ripartire i consumi.  Nonostante l’acqua alla gola o forse proprio per questo, complici gli aiuti europei e le condizioni economiche migliori grazie al turismo, dal 2019 Tilosuna piccola perla greca del Dodecaneso dove ho avuto la fortuna di approdare qualche anno fa per una breve vacanza, ha puntato sullo sviluppo energetico rinnovabile e ha da poco annunciato che si alimenterà “solo con eolico e solare” al punto da essere presto “energeticamente indipendente”.   

Un traguardo raggiunto grazie al progetto europeo Tilos Horizon che prevede lo sfruttamento dell’energia solare e eolica attraverso sistemi di accumulo. Sull’isola, che è ancora estranea al turismo di massa ed è la meta turistica di molti greci, si sta lavorando per rendere operativo il progetto che ha già visto nascere un importante parco di pale eoliche e pannelli solari entrando così nella prima fase sperimentazione. Se le prove daranno esito positivo, durante l’estate 2019, Tilos sarà la prima isola del Mediterraneo che utilizzerà solo energia rinnovabile. Il progetto, finanziato nell’ambito del programma Horizon 2020 a cui partecipano 13 soggetti tra aziende e istituti di sette paesi dell’Unione europea tra i quali Germania, Francia, Grecia, Gran Bretagna, Svezia, Italia e Spagna, ha l’obiettivo di dimostrare come il potenziale dello stoccaggio di batterie, a livello locale e su piccola scala, possa svolgere un ruolo multifunzionale all’interno di una micro rete di distribuzione dell’energia elettrica su un’isola che interagisce anche con le rete elettrica principale. 

Gli impianti realizzati hanno una potenza di quasi mille kilowatt: 800 eolici e 160 di energia solare, quanto basta per soddisfare la domanda elettrica di quasi 780 abitanti e durante il picco della stagione turistica anche quella di circa 3.000 turisti. La principale sfida per i ricercatori è stata quella di costruire speciali batterie al sodio-nichel, prodotte in Italia, indispensabili per immagazzinare l’energia degli impianti rinnovabili. “Queste batterie sono insensibili alla temperatura esterne, e non hanno problemi, né quando fa troppo caldo, né quando fa troppo freddo. Sono molto utili e posso funzionare anche parzialmente, a seconda della disponibilità dell’energia rinnovabile”, ha spiegato Marco Todeschini, ingegnere elettrico italiano della Fzsonick che ha fornito i sistemi di accumulo. Se il progetto darà buoni risultati potrebbe essere replicato in altre isole con caratteristiche simili, cioè contesti che presentano una popolazione contenuta, ma con variazioni che rendono l’approvvigionamento di energia problematico durante la stagione turistica, anche per l’inadeguatezza delle reti elettriche standard che dovrebbero assicurare il rifornimento direttamente dal “continente”. 

Il progetto è stato sostenuto finanziariamente dalla Commissione Europea per l’80 per cento (11 milioni di euro su un costo totale di 15 milioni) e anche da Tilos Park, un’associazione di residenti nata per proteggere e promuovere il patrimonio naturale e culturale dell’isola. I cittadini sperano che l’iniziativa generi un effetto positivo sul turismo portando un aumento del numero di visitatori, in particolare tra i viaggiatori attenti alla sostenibilità come ha ricordato Maria Kamma, sindaco di Tilos: “Cerchiamo visitatori, turisti in realtà, persone che visiteranno la nostra isola perché amano l’ambiente e vogliono proteggerlo, preservando la natura così come ci è stata donata”Ma gli abitanti di Tilos e le loro ubique capre non sono soli. In questo contesto di crisi alcune isole (anche l'isola danese di Samsø è passata da una realtà in crisi a un paradiso ecologico che vive di turismo sostenibile ed energie rinnovabili) stanno diventando laboratori naturali per sperimentare nuove tecnologie, nuovi sistemi, ma anche nuovi approcci politici grazie alla condivisione del progetto con la cittadinanza. Un modello che forse potrebbe essere applicato anche in alcune isole minori italiane.

Alessandro Graziadei

domenica 9 settembre 2018

Fukushima Daiichi: la vita e i diritti dei “liquidatori”

Chernobyl ci ha insegnato che la radioattività può continuare a rappresentare un rischio per l’ambiente e la salute per centinaia di anni. Nel marzo del 2013, infatti, sono state trovate tracce di Cesio 137, oltre la soglia prevista in caso di incidente nucleare, nella lingua e nel diaframma di 27 cinghiali del comprensorio alpino della Valsesia in Italia. Anche se non è stato possibile risalire all’origine certa della radioattività, come ci aveva ricordato Elena Fantuzzi responsabile dell’Istituto di Radioprotezione dell’Enea, “Il cesio 137 è un radionuclide artificiale prodotto dalla fissione nucleare. Viene rilasciato quindi solo da siti nucleari”. Le ipotesi più accreditate sono subito state quelle secondo cui il cesio potrebbe essere ancora quello rilasciato dall’incidente della centrale nucleare di Chernobyl nel 1986. Per questo i numerosi rapporti sulle conseguenze ecologiche del disastro nucleare di Fukushima seguito al terremoto/tsunami dell’11 marzo 2011, che in questi anni hanno confermato la contaminazione radioattiva dei fondali marini al largo della costa di Fukushima come centinaia di volte al di sopra dei livelli antecedenti il 2011 e quella nei fiumi locali fino a 200 volte superiore rispetto a quella dei sedimenti oceanici, non ci sorprendono più.

Ai costi ecologici vanno aggiunti quelli economici visto che dopo l’incidente del marzo 2011 i costi delle bollette giapponesi si sono alzati di almeno 327 miliardi di yen e la Tepco continua a sborsare miliardi per la gestione delle attrezzature indispensabili per mantenere in sicurezza il cadavere radioattivo della centrale di Fukushima Daiichi e per trattare l’acqua radioattiva, che ha invaso i sotterranei dei reattori di Fukushima. In realtà queste “spese supplementari straordinarie” sono pagate dal governo che sta risarcendo “temporaneamente” i danni a nome della Tepco, una compagnia ormai fallita e tenuta in piedi dallo stesso Governo giapponese solo per gestire l'emergenza. Ora secondo tre esperti dell’Onu per i diritti umani il Giappone deve agire con urgenza anche “per proteggere decine di migliaia di lavoratori che sarebbero stati sfruttati ed esposti a radiazioni nucleari tossiche durante i lavori per bonificare la centrale nucleare danneggiata di Fukushima Daiichi”. 

A sollevare il problema nelle scorse settimane sono stati Baskut Tuncak, relatore speciale per i diritti umani nella gestione delle sostanze e dei rifiuti pericolosi, Urmila Bhoola, relatrice speciale sulle forme contemporanee di schiavitù e Dainius Puras, relatore speciale sul diritto al godimento del più alto livello raggiungibile di salute fisica e mentale. Secondo quanto riporta un comunicato del 16 agosto dell’United Nations human rights council (Unhrc), i tre esperti sarebbero “profondamente preoccupati per il possibile sfruttamento dei lavoratori, per i rischi di esposizione alle radiazioni, per la possibile coercizione nell’accettare condizioni di lavoro pericolose a causa di difficoltà economiche e per l’inadeguatezza delle misure di formazione e di protezione. Siamo ugualmente preoccupati per l’impatto che l’esposizione alle radiazioni può avere sulla loro salute fisica e mentale”. La contaminazione dell’area e l’esposizione alle radiazioni rappresentano, infatti, un grave pericolo anche in condizioni di protezione ottimali per tutti i “liquidatori” che ancora oggi stanno cercano di mettere in sicurezza l’area teatro della catastrofe nucleare.  

Secondo l’Unhcr nell’ambito del programma di decontaminazione sono stati reclutati decine di migliaia di lavoratori che includerebbero anche lavoratori migrantirichiedenti asilo e persone senza fissa dimora. La notizia non è di per sé una novità, almeno in Giappone. La Tokyo Electric Power Company (Tepco), la compagnia nucleare proprietaria di Fukushima Daiichi, era infatti, già finita più volte nei guai per il trattamento dei lavoratori impiegati nella bonifica. Già nel 2013 un’inchiesta della Reuters aveva fatto emergere a Fukushima Daiichi “diffusi abusi sul lavoro e le denunce di lavoratori con retribuzioni improvvisamente ridotte”. A luglio invece, un’indagine condotta dal ministero della giustizia giapponese ha mostrato che 4 società edili avevano assunto tirocinanti stranieri per farli lavorare alla decontaminazione radioattiva della centrale. L’inchiesta ha rilevato che una delle 4 società aveva pagato solo 2.000 yen (18 dollari, 16 euro) al giorno i tirocinanti, meno di un terzo dei 6.600 yen forniti dal governo come indennità speciale per il lavoro di decontaminazione. E i lavoratori coinvolti non sono certo sono pochi: sul suo sito web il ministero della salute, del lavoro e del welfare giapponese ha dichiarato che nel 2016 “sono stati impiegati 4.786 lavoratori” mentre il Radiation Worker Central Registration Centre of Japan ha indicato che “in cinque anni, fino al 2016, sono stati assunti ben 76.951 lavoratori addetti alla decontaminazione”. 

Ora anche la nota dei tre esperti dell’Onu denuncia come “Rapporti dettagliati evidenziano che i contratti di decontaminazione sono stati attribuiti a diversi grandi appaltatori e che sono stati subappaltati a centinaia di piccole imprese, senza esperienza in materia, destando preoccupazione. Queste disposizioni, insieme all’utilizzo di intermediari per reclutare un numero considerevole di lavoratori, potrebbero aver creato condizioni favorevoli per l’abuso e la violazione dei diritti dei lavoratori”. Dopo che nel 2017 gli esperti di diritti umani delle Nazioni Unite avevano avviato un dialogo con il Governo giapponese, in queste settimane Tokyo ha finalmente preso in considerazione la necessità di rafforzare la protezione per i lavoratori dichiarandosi disponibili ad affrontare al meglio “il problema dei diritti e dell’esposizione dei lavoratori alle radiazioni tossiche”. Sarà vero?

Alessandro Graziadei

sabato 8 settembre 2018

Il fenomeno migratorio e il "differenziale paranoico"

Nell’interessante libro “Nella mente del terrorista” incentrato sui motivi profondi che sono all’origine dell’odierna violenza islamista, che il nostro ex collega Omar Bellcini ha pubblicato con Einaudi lo scorso anno intervistando lo psicoanalista Luigi Zoja, possiamo trovare alcuni passaggi molto utili per inquadrare il fenomeno migratorio sempre più ostaggio di un “differenziale paranoico” sospeso tra una realtà statistica e una percezione irrealistica. Qualche esempio? La percezione del numero di mussulmani:  “In Germania e in Svezia, l’immaginazione popolare ritiene che il numero di mussulmani presenti nei rispettivi paesi sia tre o quattro volte più alto del dato reale. In Polonia e Ungheria, si arriva a 50 o addirittura 70 volte”. Per Zoja “è chiaramente un residuo paranoico” che interessa anche il Belpaese dove “Un sondaggio Ipsos-Mori del 2016 rivela che la percezione è di cinque volte superiore alla realtà. Si crede siano il 20%”. Se Per Zoja e Bellicini già con la percezione del numero di mussulmani ci muovevamo in “territori preoccupanti di paranoia collettiva” la situazione non sembra migliorare quando parliamo di migranti. Secondo l’analisi “Immigrazione in Italia: tra realtà e percezione” divulgata il 27 agosto dall’Istituto Cattaneo, gli italiani sono il popolo europeo che ha l'idea più errata del reale peso dell’immigrazione

L’Istituto Cattaneo in questo interessante lavoro di approfondimento ha analizzato i dati di Eurobarometro riguardanti la percezione dei cittadini sulla presenza di migranti in ciascuno degli Stati-membri dell’Unione EuropeaLa domanda rivolta agli intervistati era: “Per quanto ne sa Lei, qual è la percentuale di immigrati rispetto alla popolazione complessiva in Italia?”.  All’Istituto Cattaneo precisano che “in questo sondaggio, per immigrati si intendono soltanto le persone nate fuori dai confini dell’Unione Europea e che attualmente risiedono legalmente nel nostro paese”, ma è verosimile pensare che questa sovrastima sia valida anche per gli “irregolari” non in possesso di un valido titolo di soggiorno e che l’ultimo Dossier del centro studi Idos, relativo al 1° gennaio 2017, quantifica in 491mila persone. L’incidenza degli irregolari sul totale della popolazione straniera presente sarebbe quindi dell’8,2%. Tornando al risultato emerso dall'analisi dell’Istituto Cattaneo appare chiaro che: “In Europa gli italiani sono quelli che più sovrastimano il fenomeno immigrazione, infatti, molti italiani pensano che sia più alta la percentuale di immigrati presenti nel proprio Paese”. La percentuale di immigrati realmente presenti nel Paese, un 7% e quella stimata o percepita, un 25%, determina anche quel “maggior livello di ostilità verso l’immigrazione e le minoranze religiose” di una parte degli italiani. 

L’elaborazione dell’Istituto Cattaneo su dati Eurobarometro rileva anche una differenza piuttosto netta tra i residenti al nord e quelli al centro-sud: “Gli intervistati del nord Italia stimano un livello di immigrazione di circa il 20%, mentre nelle altre zone la percentuale di immigrati è indicata, in media, attorno al 26%, con uno scarto di 6 punti percentuali tra nord e sud”. Un dato ritenuto particolarmente significativo perché contrasta con la realtà della diffusione degli immigrati nelle regioni italiane. La distanza tra il dato reale e quello stimato, infatti, è maggiore al sud dove la presenza di immigrati è inferiore al 5% della popolazione, al contrario, lo scarto tra realtà e percezione è più contenuto nelle regioni del nord, dove la percentuale di immigrati è più elevata e raggiunge punte di circa il 10% della popolazioneInsomma, come hanno evidenziato anche Zoja e Bellicini "si ha più paura degli immigrati dove ce ne sono meno e quindi quando non li si conosce", e ne ha più paura “chi ha un livello culturale ed economico più basso” ed è più facilmente arruolabile in questa guerra tra poveri.  

Fermo restando che anche la percezione di un problema è di per sé un problema, la capacità di analisi dell’italiano medio sembra preda di un analfabetismo funzionale sconfortante, frutto di diseguaglianze economiche sempre più eclatanti orientate da un’abile quanto irresponsabile scelta di comunicazione politicaforse incapace di occuparsi dei fatti e dei problemi reali del Paese. Il risultato è l’aumentare dei fenomeni di razzismo? Difficile a dirsi al momento senza dati statistici capaci di leggere l’enorme massa di informazioni che quotidianamente ci propongono gli organi di stampa. Tuttavia questa paranoia collettiva nei confronti dei migranti presenta numerose analogie con la cultura popolare contemporanea dove come ricorda Zoja “siamo esposti ad una bulimia di informazioni che non incoraggia l’analisi approfondita e la critica dei fatti” e spesso “agisce come un gigantesco moltiplicatore dei sospetti”. Il rapporto evidenzia bene come il preoccupante quadro politico sia talvolta agevolato anche dai mass-media dove “su questo argomento i dati a disposizione dell’opinione pubblica sono spesso frammentari e talvolta presentati in maniera partigiana, stiracchiandoli da una parte o dall’altra in base agli interessi dei partiti. Il che contribuisce spesso a proiettare un’immagine distorta della realtà del fenomeno migratorio in Italia, dove le percezioni contano più dei dati concreti”.  

Un’arma di distrazione di massa che fa dimenticare il PIL, la disoccupazione, l’evasione fiscale, le mafie, l’inquinamento, la tutela ambientale, la fragilità idrogeologica di un territorio e delle sue infrastrutture, tutti problemi che dovrebbero avere la priorità non solo nell’agenda di governo, ma anche in quella mediatica a tutto vantaggio invece di politiche xenofobe e razziste che hanno effetti deleteri su un’opinione pubblica che sembra spesso impreparata quando non addirittura ben predisposta.  Ecco allora che nascono casi come quello dell’imprenditrice Agitu Ideo GudetaNata ad Addis Abeba, in Etiopia quando aveva 18 anni è venuta in Italia per studiare sociologia all’Università di Trento da dove è poi tornata nel suo paese. Nel 2010 è stata costretta a scappare perché aveva ricevuto minacce da parte del governo guidato dal Fronte di liberazione del Tigrè (Tplf), al potere dal 1991. In Trentino, nella valle dei Mocheni, dove è tornata, gestisce da anni un allevamento di capre e un caseificio di successo nato dall’idea di recuperare le razze caprine autoctone e valorizzare i terreni del demanio, abbandonati dagli allevatori locali nel corso degli ultimi decenni. Nelle scorse settimane, come ha ricordato in un tweet la giornalista Valentina Furlanetto qualcosa è cambiato per lei e “La capra felice”, la sua azienda: «Mi ha scritto la mia amica Agitu Ideo Gudeta. Ha ricevuto minacce di morte. È una sociologa che alleva capre e produce formaggi in Trentino da vent'anni. In vent'anni nessuno si era accorto che è nera. “Me ne ero dimenticata anch’io - mi ha detto - fino a oggi”».  

Che fare quando anche una persona che da decenni è un'imprenditrice di successo si scopre "nera" agli occhi di chi si sente improvvisamente legittimato dalla politica a dichiarare senza vergogna il proprio ridicolo razzismo, abboccando all'irreale minaccia dell'invasione dei migranti? Zoja nell’introduzione di Nella mente del terrorista si sofferma su una delle funzioni del giornalismo, che dovrebbe aiutare l'opinione pubblica a formarsi una scala di gravità fra i pericoli che la minacciano. Per esempio, “Secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente, solo nel 2012 il numero dei morti per la cattiva qualità dell’aria ha superato in Italia le 83.000 unità”. Un dato incredibile e in costante crescita negli ultimi anni visto che nella sola Unione Europea nel 2015 per Legambiente  se ne contavano 400.000 di decessi per “mal’aria” e per l’Organizzazione Mondiale della Sanità ogni anno nel mondo la contabilità dei “caduti per inquinamento” sale a circa 3 milioni. “Dalle cifre - suggerisce Zoja - risulta chiaro che trascurare l’ambiente è un crimine ben più grave e più minaccioso. Ma questo metterebbe in discussione le abitudini quotidiane del consumatore sovrano”. Meglio quindi lasciarci distrarre dal "differenziale paranoico" che il fenomeno migratorio sembra catalizzare in modo emblematico e farci contagiare da “infezioni psichiche collettive”. Del resto fare la voce grossa con un rifugiato è sempre più facile che farla con la famiglia Benetton.

Alessandro Graziadei