domenica 6 agosto 2017

Sapore di sale, sapore di… paraffina!

Una strana sostanza, simile ad una spugna, la stessa apparsa alcuni mesi fa in Yorkshire e in giugno all’Isola d’Elba, sulle coste della Toscana ed anche in alcune località della Liguria, ha invaso nelle scorse settimane trenta chilometri di spiagge incontaminate della Côte d’Opale nel Parc Naturel regional des Caps et Marais d’Opale, che si affaccia sulle acque francesi della Manica nel nord della Francia. Inizialmente, come era successo in Inghilterra e in Italia, non era chiaro di cosa si trattasse, ma per il Centre de documentation de recherche et d’expérimentations sur les pollutions accidentelles des eaux (Cedre), un’istituzione indipendente  creata nel 1979 nel quadro delle misure prese dopo il naufragio della petroliera Amoco Cadiz, non ci sono dubbi: “Le sostanze gialle che si sono spiaggiate da venerdì 14 luglio sulle spiagge da Berck a Ambleteuse si sono rivelate essere paraffina”.

Anche se in un comunicato la Prefettura di Pas-de-Calais ha confermato quanto già detto in giugno anchedall’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Toscana (Arpat) e cioè che “La paraffina non presenta pericolo per la salute pubblica o per la fauna e la flora” e che “Non ha alcun impatto sugli impianti di allevamento di ostriche o sulla pesca”, per l’organizzazione ambientalista Sea Mer Asso, che da tempo si occupa di monitorare l’inquinamento del litorale e di raccogliere i rifiuti che si depositano sulle sue spiagge “si tratta comunque di un inquinamento prodotto da sostanze derivanti dal petrolio e non è pensabile escludere un seppur minimo impatto sulla fauna e sulla catena alimentare marina”. Attualmente la cera di paraffina è utilizzata nella fabbricazione di molti prodotti, tra cui candele, pastelli e additivi alimentari e visto che siamo di fronte a sostanze trasportate spesso in grandi quantità da petroliere di passaggio lungo la Manica, è possibile ipotizzare che una delle tante navi che attraversano queste acque abbai lavato le proprie stive generando così l’invasione di queste spugne artificiali.

Per Jonathan Hénichart, presidente dell’associazione Sea-Mer Asso, anche se “Si tratta di un evento eccezionale” già “Due allarmi inquinamento relativi degli spiaggiamenti di paraffina industriale sono stati lanciati nel 2016. L’associazione si è sforzata di sensibilizzare le istituzioni pubbliche sui pericoli e i fastidi che rappresentano queste sostanze e ha realizzato diverse bonifiche. Le palline di paraffina industriale, di olio vegetale o animale e gli ammassi di grasso fuoriusciti dalle fogne fanno parte dei ritrovamenti quotidiani dei nostri volontari durante la pulizia delle spiagge. Lo scarico a mare dei residui della pulizia delle serbatoi delle navi-cisterna è poi una pratica autorizzata ad alcune condizioni della International Convention for the Prevention of Pollution from Ships (Marpol) dell’International Maritime Organization (Imo), ma alla luce di quanto sta accadendo, non sarebbe una brutta idea se queste autorizzazioni di scarico a mare di sostanze liquide che possono solidificarsi fossero sottoposte quanto prima ad una revisione”.

Attualmente ha concluso Hénicart “Le navi sono autorizzate a scaricare residui di cera paraffinica in mare, ma in quantità limitate e lontano dalla riva”, ma “l’enorme quantità di schiuma gialla porta a credere che qualcuno ne abbia svuotato più del dovuto e vicino a terra”. Vista la quantità di residui individuati sulla costa e in mare è possibile anche ipotizzare che a liberarsene siano state addirittura più navi, come è accaduto in Toscana in giugno quando un lungo tratto di costa che va da Marina di Massa a Marina di Grosseto, passando per l’Elba è stato invaso da queste spugne sintetiche. Secondo il presidente del Parco dell’Arcipelago Toscano Giampiero Sammuri, il quantitativo totale di spugne raccolte solo tra Portoferraio, Marciana e in parte Porto Azzurro è di alcune tonnellate ed è costato quasi 10mila euro anche se il materiale raccolto è stato classificato come materiale organico, codificato come non nocivo e smaltibile come un normale rifiuto urbano. “Siamo in ogni caso di fronte a un fatto molto grave di cui oggi non si sa a chi attribuire le responsabilità. L’impegno in corso è importante, ma dovranno esserci interventi più consistenti e uno sforzo in più del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare - ha detto Sammuri - Come Parco siamo ancora in attesa di sapere le cause dello sversamento e stiamo monitorando le conseguenze del danno. Dopodiché faremo azioni di rivalsa, costituendoci parte civile”.

Il vero problema è che il ormai il mare continua a riversare sulle coste europee e non solo materiale sempre più polverizzato e in particolare questi derivati della paraffina in mare e in spiaggia non ci dovrebbero stare. Non è la prima volta, però, che succede e gli episodi stanno diventando sempre più frequenti. Secondo Goletta Verde di Legambiente proprio per questo “è necessario continuare a monitorare il problema e approfondire tutti i possibili effetti di questo inquinamento”. Perché all’interno di questo materiale, non è impossibile escludere la presenza di sostanze pericolose come idrocarburi e idrocarburi alifatici e diverse ricerche ne documentano l’ingestione da parte di uccelli, cetacei e pesci che li scambiano per cibo. “Una recente ricerca di un gruppo indipendente di esperti realizzata nel mare del nord della Germania evidenzia la presenza di queste schiume nel 20% nello stomaco dei fulmari, un uccello molto diffuso nell’Atlantico settentrionale” ha dichiarato l’ong. Come ricordava Hénichart l’impressione è che l’Imo debba mettere presto mano ai suoi regolamenti rendendoli più stringenti. Il dubbio è che il lavaggio delle stive e delle cisterne in alto mare  nei mercantili sia una prassi consolidata e probabilmente effettuata anche con residui ben più inquinanti della paraffina.

Alessandro Graziadei

sabato 5 agosto 2017

Low carbon: il Costa Rica c'è, l’Europa ci sarà?

La Costa Rica, piccolo paese dell’America centrale di quasi 5.000.000 abitanti sparsi su 51mila chilometri quadrati, ha smantellato il proprio esercito nel 1948 dopo una violenta guerra civile. Come disse l’allora presidente José Figueres Ferrer “La Costa Rica deve tornare ad essere un paese con più insegnanti che soldati” e da quel momento non ha più avuto più avuto conflitti interni o esterni, ed ha ricevuto il premio Nobel per la pace nel 1987 con l’ex presidente Óscar Arias. Ma questo primato nonviolento non è l’unico che può vantare il paese centro americano. Lo scorso mese, infatti, il Centro Nacional de Control de Energía de Costa Rica ha annunciato un nuovo importante record sostenendo che “Nei primi 6 mesi del 2017, il Paese ha prodotto il 99,35% di elettricità da fonti rinnovabili, un dato che per l’Instituto Costarricense de Electricidad  “batte ogni risultato finora registrato negli ultimi trenta anni”.

Già nel 2016 il Paese aveva battuto un suo personale record coprendo per 250 giorni il fabbisogno di energia con la produzione proveniente da fonti rinnovabili, un risultato possibile solo perché da alcuni anni l'elettricità prodotta in Costa Rica arriva per il 74,85% dall’idroelettrico, l'11,10% dalla geotermia, l'11,92% dall’eolico, l’1,47% da biomasse, lo 0,01% dall'energia solare e solo lo 0,65% è prodotto con combustibili fossili. Una scelta energetica strategica per un Paese noto per aver conservato una straordinaria ricchezza di fauna selvatica, paesaggi e ambienti diversi e che persegue da decenni una politica di tutela e sostenibilità ambientale molto più ambiziosa che nel resto del Centro America. Anche a livello turistico l’Instituto Costarricense de Turismo (Ict) ha progettato e creato un programma di certificazione per il turismo sostenibile (Cst) riconosciuto anche dall’Organizzazione mondiale del turismo (Unwto), “con l’obiettivo di differenziare le aziende del settore del turismo in base al loro grado di sostenibilità in termini di natura, cultura e gestione delle risorse sociali”.

Ad oggi il programma Cst della Costa Rica non solo valuta, ma assiste anche i proprietari delle aziende nel prendere decisioni strategiche che determineranno la conservazione a lungo termine dell’ambiente locale, una scelta fondamentale in un paese che vanta il 5% della biodiversità del mondo su un territorio tutelato per il 26% dal Sistema Nacional de Áreas de Conservación. Un contesto che potrebbe essere di ispirazione anche per i Paesi europei i quali, secondo quanto emerge dal briefing “Financing Europe’s low carbon, climate resilient future” pubblicato dall’Agenzia europea dell’ambiente (Eea), “devono accelerare rapidamente gli sforzi e definire i loro investimenti per adattarsi al passaggio verso un’economia low carbon sostenibile e resiliente al clima”. Come? L’Eea è convinta che una transizione verso un futuro low carbon costituisca una sfida importante che dipende in buona parte da “un sostanziale re-orientamento dei flussi finanziari verso gli investimenti più sostenibili”. 

Il briefing, che si basa sul nuovo studio “Assessing the state-of-play of climate finance tracking in Europe”, evidenzia come solo alcuni paesi europei, tra i quali Belgio, Estonia, Francia, Germania  e Repubblica ceca,  hanno trasformato gli obiettivi climatici e energetici in concrete esigenze d’investimento “con un approccio nazionale utile per tenere traccia delle spese relative all’cambiamento climatico”. Lo studio è un primo inventario su scala europea dei finanziamenti climatici nei 33 paesi membri dell’Eea ed ha cercato di individuare i limiti degli investimenti climatici interni. Il risultato è preoccupante, visto che lo studio ha identificato “Una mancanza di preparazione e informazione a livello nazionale per quanto riguarda i bisogni totali di investimento stimati, nonché i loro volumi di spesa pianificati e attuali per scopi climatici ed energetici". Di conseguenza, a quanto pare, "le stime dell’Unione europea relative ai fabbisogni totali di investimento finanziario per il clima non sono abbinati a valutazioni complementari nazionali”.

Stando a questo studio all’Europa mancano ancora concreti sforzi nazionali e di concerto per rafforzare il monitoraggio delle politiche energetiche sostenibili, ed occorre sviluppare “piani nazionali per aumentare i capitali e rispettare gli obiettivi relativi al clima e all’energia, rafforzando la fiducia degli investitori, aumentando l’attrattività degli investimenti e migliorando la certezza politica di tali scelte”. Attualmente l’Unione europea ha stimato la necessità di aumentare gli investimenti energetici di 177 miliardi di euro all’anno dal 2021-2030 e per colmare questo divario sarà necessario raddoppiare gli attuali investimenti in rinnovabili ed efficienza. “Questo - ha concluso l’Eea - richiederà la mobilitazione di fondi pubblici e privati che però forniranno anche significativi vantaggi aggiuntivi, in termini di nuovi posti di lavoro, di riduzione della povertà energetica, di una maggiore sicurezza energetica e di una migliore qualità dell’aria”. Proprio come accade in Costa Rica.

Alessandro Graziadei

sabato 29 luglio 2017

Il rigore thailandese

La Thailandia è un paese generalmente molto tollerante, ma vi sono alcuni simboli che non si possono in alcun modo toccare: il re e la bandiera sono due di questi. Ne sanno qualcosa i due turisti italiani di 18 e 20 anni che lo scorso gennaio sono stati fermati dalla polizia thailandese per aver strappato delle bandiere nazionali, un gesto considerato estremamente offensivo e inaccettabile non solo dalla legge, ma anche dalla cultura locale (come dal resto accade in altre parti del mondo). Ora il "rigore thailandese" sembra estendersi anche al mondo del lavoro e alla lotta alla corruzione con il varo lo scorso mese di alcuni provvedimenti per contrastare lo sfruttamento dei lavoratori migranti ed evitare l’elevato numero di abusi etici e legali da parte di alcuni monaci buddisti, al centro di frequenti casi di appropriazione indebita dei fondi governativi destinati ai templi.

Per affrontare quest’ultimo problema le autorità thai hanno chiesto alle gerarchie buddiste una maggiore collaborazione nella rendicontazione delle finanze dei luoghi di culto. Ormsin Chivapruck, alto funzionario legato all’Ufficio del Primo ministro, il militare Prayuth Chan-ocha che ha guidato il colpo di Stato del 22 maggio 2014 assumendo la carica ad interim, ha annunciato la nuova disposizione governativa in seguito ad un incontro con tre membri del  Consiglio Supremo della Sangha, il massimo organo del buddhismo locale: Phra Prom Molee, governatore ecclesiastico regionale; Phra Prom Munee, del tempio di Wat Ratchabophit Maha Simaram e Phra Prom Bundit, abate di Wat Prayurawongsa. 

Con buona probabilità i monaci buddisti thailandesi riceveranno, entro i prossimi tre mesi, delle “carte d’identità intelligenti”, che sostituiranno i vecchi e poco dettagliati documenti cartacei e riporteranno le loro attività in sequenza temporale, affinché le autorità possano controllare i religiosi con maggiore facilità. Le informazioni dovrebbero includere i compiti assegnati ai monaci, quando sono stati ordinati, a quali templi sono riconducibili, quando sono stati promossi, se hanno in precedenza rinunciato ai voti e se in passato hanno commesso reati o hanno abusato di droghe. Un provvedimento importante per il nuovo corso thailandese visto che nel paese asiatico vi siano più di 32.000 monasteri con oltre 200.000 monaci buddisti la maggioranza dei quali dedica la vita a studiare conducendo un'esistenza monastica frugale e rigorosa che rischia di essere infangata a per colpa di pochi corrotti che provavano ad arricchirsi non certo grazie ad un karma migliore.

Il rigore voluto da Prayuth Chan-ocha nel mondo del lavoro, invece, è stato affrontato dal Governo con nuova legge approvata alla fine di giugno. Dalla presa di potere nel 2014, la giunta di governo ha condotto diverse campagne per regolare la forza lavoro straniera, spinta in parte dalle numerose denunce dei media sullo sfruttamento dei lavoratori non regolamentati da parte dei datori di lavoro. I lavoratori stranieri senza documenti rischieranno così multe tra i 1.000 e i 2.000 euro e pene fino a cinque anni di reclusione, mentre per i loro datori di lavoro le autorità hanno disposto ammende di 23.500 euro circa per ciascun lavoratore illegale. Il risultato per ora è che dal 28 giugno 16.000 lavoratori migranti provenienti dal Myanmar e più di 8.000 cambogiani, tutti senza regolari documenti, hanno fatto ritorno nei loro Paesi natii nonostante il provvedimento sia stato sospeso fino al 1 gennaio 2018.

Per l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom) in Thailandia sono presenti 3 milioni di lavoratori migranti, soprattutto birmani, cambogiani e laotiani. In cerca di reddito questi migranti economici non di rado sono minori, la categoria più a rischio di sfruttamento, abuso e traffico di esseri umani. Molto spesso il loro stipendio è annuale e dipende da una somma forfettaria, il che significa che sono costretti a prendere in prestito denaro dal loro datore di lavoro per comprare qualsiasi cosa. Un simile accordo per lo Iom “espone i migranti ad una serie di problemi, quali malattie dovute a povertà e malnutrizione, violazioni di diritti umani e debiti”. Questa mancanza di denaro è poi il fattore principale che incentiva i migranti a restare senza documenti, dal momento che molti di loro non sono in grado di permettersi le tasse per il rilascio di un passaporto che sarebbero detratte dai loro stipendi.

Anche se un recente comunicato del ministero del Lavoro thailandese ha chiarito che il costo per un passaporto normale è di circa 200 euro, in realtà i migranti pagano quasi otto volte il dovuto e secondo alcune Ong locali è per questo che così tanti lavoratori stranieri hanno fatto ritorno nei loro paesi d’origine nel giro di poche settimane. Al momento per ottenere un maggior numero di migranti regolari, il portavoce del ministero del Lavoro Heng Sour ha dichiarato che il ministero produrrà, a partire dalla prima settimana di agosto, dei “libretti di viaggio”, dal costo di 110 Euro ed equivalenti ai passaporti, rilasciati in tutti gli uffici governativi della Thailandia. Attualmente però a maggior parte dei lavoratori non sarebbe però in grado di richiedere neanche questo documento, in quanto per ottenerne il rilascio è necessario avere con sé almeno un certificato di famiglia, una carta d’identità e il certificato di nascita. Senza questi documenti, la maggior parte dei migranti dal 2018 non avrà altra scelta se non quella di tornare volontariamente a casa.

Nonostante l’apparente frenata nei rimpatri di queste ultime settimane, dopo la sospensione della nuova legge, resta quindi da capire quanti migranti riusciranno ad avere i documenti prima della fine dell'anno e cosa accadrà nel 2018, quando le dure sanzioni economiche entreranno definitivamente in vigore. Nel frattempo, l’attuazione del decreto ha già prodotto i primi effetti negativi sull’economia della Thailandia. Alcuni gruppi industriali in primis le società di costruzioni affermano che l’80% dei lavoratori hanno già abbandonato i cantieri. Anche i rappresentanti del settore ittico hanno espresso grande preoccupazione, affermando che i lavoratori stranieri sono essenziali per quasi 30mila barche del comparto. “Il settore privato è in stato di shock - ha dichiarato Tanit Sorat, vicepresidente della Confederazione dei datori di lavoro della Thailandia - perché i posti di lavoro lasciati liberi sono quelli che i thailandesi non sono disposti ad occupare”. A quanto pare, tutto il mondo è paese e non sempre il rigore paga.

Alessandro Graziadei

domenica 23 luglio 2017

Il made in Italy che ci salverà…

Il futuro della nostra società dipende dalla capacità di de-carbonizzazione la produzione di energia mondiale entro il 2050 e dalle soluzioni che riusciremo a trovare per rallentare il processo inquinante legato al nostro insostenibile sistema produttivo. Due sfide che scienziati e ricercatori italiani stanno affrontando da diversi anni con risultati importanti in molti campi, a cominciare da quello legato allo sviluppo delle così dette “smart grid, le reti intelligenti e flessibili, capaci di sfruttare appieno la trasmissione e la distribuzione dell’energia. Questo almeno è quanto emerso a Pechino durante il primo workshop organizzato lo scorso giugno nell’ambito di Mission Innovation, la coalizione di 23 governi  di cui l'Italia è capofila, che ha deciso di impegnarsi per duplicare entro il 2021 gli investimenti in tecnologie e reti intelligenti per l’energia rinnovabile.

Per Stefano Besseghini l’amministratore delegato di RSE, l’ente italiano di Ricerca sul Sistema Energetico che ha coordinato i lavori a Pechino “Nel settore smart grid ci sono attività di ricerca che potranno avere sviluppi concreti tra una decina di anni, ma ce ne sono altre che possono portare benefici nel brevissimo periodo. Come la digitalizzazione dei sistemi elettrici per monitorare i carichi di rete e per aiutare l’utente finale a gestire i consumi di casa in maniera più efficiente”. In tutti questi campi l’Italia si sta ritagliando un ruolo di leadership in termini di contenuti e sviluppo industriale, sottolineato anche dalla richiesta di India e Cina di svolgere per Mission Innovation il ruolo di co-leader. Se le smart grids negli ultimi dieci anni ci hanno permesso progressi formidabili “Ora ci attende un salto impegnativo per arrivare a una vera decarbonizzazione della società entro il 2050. Dunque dobbiamo pensare in grande, dobbiamo progettare un vero e proprio smart energy system” ha spiegato Luigi De Santoli, ordinario di energy management e responsabile energia all’Università La Sapienza di Roma.

Pensare in grande, adesso, significa lavorare allo sviluppo dell’interconnessione tra più sistemi energetici (per il riscaldamento e l'elettricità in primis) messi in relazione grazie ad un’unica “super smart grid” integrata che punta a un taglio radicale delle emissioni di CO2 e ad un aumento esponenziale dell’efficienza. Un “macro” traguardo energetico che fa il paio con un recente “micro” successo, che viene dal lavoro di un team di ricercatori del dipartimento di Fisica sempre dell’Università La Sapienza di Roma e dell’Istituto di nanotecnologia del Consiglio nazionale delle ricerche (Nanotec-Cnr) che hanno dimostrato come alcuni batteri geneticamente modificati possono essere utilizzati come minuscoli propulsori in micro macchine invisibili all’occhio umano, la cui velocità di rotazione può essere regolata con una luce di intensità variabile. Si tratta di batteri come l'Escherichia coli che si sono rivelati fantastici “nuotatori”, capaci di percorrere più di dieci volte la loro lunghezza in un secondo, approssimativamente, in proporzione, la stessa velocità di un ghepardo.

Questo genere di batterio, noto più per le indagini di Golette Verde di Legambiente sulla qualità dei nostri mari e le infezioni ad esso dovute per l’assenza di depuratori lungo le coste italiane, che per le sue virtù energetiche, si scopre così essere un “motore flagellare”, una sorta di motore elettrico, alimentato da un flusso di cariche che la cellula accumula costantemente anche in assenza di ossigeno. “Utilizzando un processo di stampa laser 3D su scala nanometrica - ha spiegato Claudio Maggi, ricercatore del Nanotec-Cnr - possiamo realizzare dei micromotori composti di anelli circolari, sulla cui superficie esterna sono state scavate delle micro cavità in grado di intrappolare una singola cellula batterica e costringerla a spingere il rotore” con un sistema che combina un’elevata velocità di rotazione ad un’enorme riduzione delle fluttuazioni. Un sistema che per Roberto Di Leonardo, il docente della Sapienza che ha guidato il team di ricercatori, “Può già produrre centinaia di rotori indipendentemente controllati, che utilizzano luce come fonte primaria di energia e che, un giorno, potrebbero essere alla base di componenti dinamici per microrobot”. 

Ma se il mondo scientifico italiano si sta distinguendo nel campo energetico, anche le nuove tecnologie applicate alla tutela ambientale attraverso plastiche  biodegradabili al 100%, non sembrano da meno. Dalle ricerche realizzate da Bio-on in collaborazione con l’Istituto per l’Ambiente Marino Costiero (Iamc) del CNR di Messina che ha testato questa nuova tecnologia, la bio plastica presentata lo scorso 5 giugno e brevettata con il nome di Minerv Biorecovery apre scenari senza precedenti per le bonifiche ambientali e il risanamento di inquinamento da idrocarburiQuesta speciale bio plastica garantisce in 3 settimane la pulizia dell’acqua di mare inquinata, perché le particelle che la compongono sono l’ambiente ideale per ospitare gli speciali microrganismi che eliminano il petrolio dal mare. Per Marco Astorri, Presidente e CEO di Bio-on “Da oggi offriamo al mondo e al mercato la tecnologia per intervenire in modo efficace, naturale ed ecologico in caso di disastri ambientali come lo sversamento di petrolio in mare”.

Le particelle di queste micro polveri, gettate nel mare inquinato, formano una struttura porosa adatta ad ospitare una serie di batteri, presenti naturalmente in ambiente marino, che si nutrono della bioplastica, si moltiplicano e si rafforzano fino ad attaccare il petrolio. I processi biodegradativi si attivano in circa 5 giorni e la frazione degradabile degli idrocarburi (ad esempio il petrolio) viene eliminata in circa 20 giorni. “È la natura che cura se stessa perché la nostra bioplastica, di origine vegetale, serve a proteggere e a nutrire questi batteri accelerando la loro naturale azione” ha spiegato Astorri. Le micro polveri alla base di Minerv Biorecovery, infatti, sono biodegradabili al 100% e non rilasciano residui in mare a differenza di molte soluzioni applicate oggi in questi casi e i microrganismi attivi, dopo aver eliminato gli inquinanti, tornano ai normali livelli dell’ambiente marino. L’applicazione di questa nuova tecnologia consentirà la pulizia non solo in caso di eventi disastrosi, ma anche nella quotidiana manutenzione di porti o siti industriali. Una scoperta veramente straordinaria per il futuro di tutto l’ambiente marino. 

Alessandro Graziadei

sabato 22 luglio 2017

La transizione ecologica di Nicolas Hulot

Nicolas Hulot, classe 1955, è stato un giornalista e un ambientalista francese almeno fino al 17 maggio scorso quando il neo presidente francese Emmanuel Macron lo ha chiamato a guidare il ministero dell’Ecologia, Sviluppo Sostenibile e Energia per mettere a disposizione del Paese il suo decennale impegno nella difesa dell’ambiente. Hulot non ha perso tempo e lo scorso 6 luglio ha presentato il suo “Plan climat, un progetto in divenire declinato in un piano di azione lungo tutto il quinquenio presidenziale di Macron e che per Hulot è una sorta di “Colonna vertebrale alla quale si potranno aggiungere delle vertebre” ma che deve “Accelerare la messa in opera dell’Accordo di Parigi”. Un obiettivo fondamentale e ancora insufficiente, visto che gli impegni nazionali dei Paesi del mondo per la riduzione dei gas serra non permetteranno di contenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2° C. 

In realtà a leggere “Plan climat” non si trovano delle grandissime novità  rispetto agli orientamenti già annunciati da Hollande e ancor prima da Sarkozy. L'unica vera rivoluzione che non è sfuggita alla cronaca è stata la proposta di vietare la vendita di auto a benzina e gasolio nel 2040, un obiettivo che anche altri Paesi come Norvegia, Olanda, Inghilterra e la stessa India si sono dati nell’immediato futuro. Anche se Hulot non ha detto quali saranno le misure messe in campo per raggiungere questo obiettivo per la Réseau Action-Climat (Rac) “Delle misure possono essere messe in atto ben prima del 2040 per ridurre le emissioni di CO2 di tutti i veicoli. La Francia deve farsi portavoce a livello europeo delle norme obbligatorie di limitazione delle emissioni di CO2 entro il 2025 delle auto e dei camion, così come proporre un rafforzamento delle procedure di controllo e l’attuazione delle sanzioni ai costruttori di automobili e le autorità nazionali in caso di non conformità”.

Oltre a questo annuncio altamente mediatico per Hulot esistono alcune priorità per salvare il clima, come per esempio fare della Francia un Paese carbon neutral entro il 2050 e “trovare un equilibrio tra le emissioni di gas serra dell’uomo e la capacità degli ecosistemi di assorbirle”. Per riuscirci il ministro ha annunciato la pubblicazione, entro il  prossimo marzo, di una strategia nazionale per mettere fine all’importazione di prodotti forestali agricoli che contribuiscono alla deforestazione come l’olio di palma e la soia ogm per il bestiame, prodotti che stanno distruggendo intere foreste in Asia, Africa e Amazzonia. Dato che la deforestazione è responsabile del 10% dei gas serra, Hulot è convinto che questa decisione sia molto importante, “perché chiuderemo una finestra che dà la possibilità di incorporare dell’olio di palma nei biocarburanti”. 

Un’altra priorità del ministro ecologista riguarda il prezzo del carbonio. Il sistema Emission Trading System (ETS), utilizzato da 12 mila siti industriali nell’Unione europea, dovrebbe funzionare come deterrente economico per i settori più inquinanti, costretti all’acquisto di quote di CO2 pagate a tonnellata. Se l’obiettivo previsto da  François Hollande e confermato nel programma elettorale di Macron era di 100 euro per tonnellata di carbonio entro il 2030, per il nuovo Plan climat di Hulot, l’obiettivo è “insufficiente per mettere il mondo sulla traiettoria dei 2° C”, quindi il prezzo del carbonio deve essere rivisto al rialzo, fissato con la legge di bilancio entro il 2018, ed esteso ai gas HFC, utilizzati nei climatizzatori e nei frigoriferi. In questa direzione va anche l'idea di chiudere le 4 ultime centrali a carbone francesi entro il 2022, il piano per incentivare nei prossimi 5 anni l'eolico e solare e la realizzazione di un programma di rinnovamento termico degli edifici. L'obiettivo è il rinnovamento di metà delle abitazioni più modeste entro il 2022, per diminuire le emissioni e i consumi di elettricità, gasolio e gas attraverso un fondo pubblico di 4 miliardi di euro.

Tra gli obiettivi dichiarati, ma non dettagliati dal Plan climat, figura anche la lotta all’artificializzazione dei suoli e la riduzione del nucleare con la chiusura 17 reattori entro il 2025, che la Rac ritiene essere “la condizione indispensabile per lasciare il posto allo sviluppo delle energie rinnovabili e alla trasformazione energetica della Francia”. Per quanto riguarda la tassa sulle transizioni finanziarie TTF il plan climat non la cita, anche se e questa tassa potrebbe finanziare la tutela ambientale e climatica in Europa e nei Paesi più vulnerabili.  Per questo il commento di Cyrille Cormier, responsabile clima ed energia di Greenpeace France non è stato lusinghiero nei confronti dell’antico alleato ambientalista sottolineando che se “Sulla diagnostica non c'è niente da ridire” mancano ancora “le misure concrete di fronte all’emergenza climatica”. Per Cornier “L’obiettivo della fine della vendita dei veicoli a benzina e gasolio entro il  2040 invia un segnale utile ed interessante, ma ci piacerebbe davvero sapere quali sono le prime tappe di questo progetto e capire come fare in modo che questa ambizione non diventi un’altra speranza delusa” visto che “gli annunci da soli non fanno una politica energetica”. 

Insomma Nicolas Hulot darà realmente seguito ad una transizione energetica e allo sviluppo delle rinnovabili o incarnerà quel prototipo di ambientalista di belle speranza alla Paolo Gentiloni, che dopo la militanza in Legambiente, una volta arrivato al Governo, diventa improvvisamente più realista del re?

Alessandro Graziadei

domenica 16 luglio 2017

Lo sviluppo inizia con l'istruzione

Dal recente Rapporto del Consiglio sociale ed economico delle Nazioni Unite sul progresso globale dell'Agenda 2030, presentato in occasione dell'High Level Political Forum dell'Onu che si è chiuso pochi giorni fa a New York, emergono molti progressi, ma anche alcuni passi indietro preoccupanti lungo la strada che ci deve portare alla realizzazione di tutti gli obiettivi siglati nel 2015 dai 193 Paesi Onu. In particolare per il Rapporto, il “Goal 4”, l'obiettivo che mira ad estendere a tutti un'istruzione di qualità, anche se evidenzia un trend globalmente migliorato, rileva che ancora in nove Paesi su 24 del Sud Sahara e in sei su 15 Paesi latino-americani, “meno della metà degli studenti al termine della scuola primaria ha acquisito le sufficienti nozioni linguistiche e matematiche”. Per gli analisti dell'Onu che hanno raccolto i dati aggiornati al 2014, “circa 263 milioni di bambini e giovani non hanno terminato gli studi, inclusi i 61 milioni che hanno dovuto abbandonare gli studi fin dall'istruzione primaria”. Di questi abbandoni scolastici il 70% è concentrato in Asia meridionale e in Africa subsahariana.

Un andamento che l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (Unesco) attraverso il Global Education Monitoring Report ha messo sotto la lente di ingrandimento il 21 giugno scorso presentando il “Reducing global poverty through universal primary and secondary education”, un’analisi degli impatti dell’educazione sulla crescita economica e sui livelli di povertà a livello mondiale. I dati elaborati dall’Istituto di statistica dell’Unesco dimostrano che negli ultimi anni non vi è stato un grande progresso nella riduzione del numero di bambini che non frequentano la scuola e che a livello globale, dopo un iniziale miglioramento negli anni successivi al 2000, i bambini, gli adolescenti e i giovani adulti che non frequentavano le scuole sono rimasti pressoché gli stessi dal 2008 a oggi: “viene ancora negato il diritto all’educazione al 9% dei bambini dai 6 agli 11 anni, e il tasso sale al 16% e al 37% rispettivamente per le fasce di età 12-14 e 15-17 anni”.

Confermando quanto detto anche dal Consiglio sociale ed economico delle Nazioni Unite la regione con i tassi più elevati di bambini che non frequentano la scuola è l’Africa subsahariana, dove questo fenomeno tocca più della metà (57%) dei giovani tra i 15 e i 17 anni, oltre un terzo (35%) degli adolescenti tra i 12 e i 14, e un quinto (21%) dei bambini tra i 6 e gli 11 anni. Attualmente soltanto sei Paesi ospitano oltre un terzo dei bambini del mondo che non frequentano la scuola primaria: Nigeria (8,7 milioni), Pakistan (5,6 mln), India (2,9 mln), Sudan (2,7 mln), Indonesia (2,6 mln) ed Etiopia (2,2 mln). L'indagine ha voluto evidenziare le potenzialità connesse alla scolarizzazione ricordandoci che “si frequentassero le scuole per due anni in più, 60 milioni di persone sarebbero sottratte alla povertà, e che se tutti terminassero le scuole secondarie, sarebbero 420 milioni gli individui ad uscire dallo stato di povertà: più della metà delle persone povere del mondo, e quasi due terzi dei poveri dell’Africa subsahariana e dell’Asia del sud”. L'istruzione, infatti, impatta sia sulla crescita economica, che sulla povertà, fornendo alle persone capacità e competenze che permettono di aumentare le opportunità di impiego e parallelamente anche i loro redditi.

Ma non solo! Frequentare un percorso scolastico aumenta anche la resilienza delle comunità, preparando gli individui a gestire i rischi (ad esempio quelli legati alla salute o ai fenomeni atmosferici estremi) e contribuendo a proteggere le persone dalle vulnerabilità socio-economiche e dalle disuguaglianze di genere e di classe sociale. Secondo il Rapporto, infatti, il mondo si sta avvicinando alla parità di genere proprio in relazione ai tassi di frequenza scolastica perché se storicamente le bambine e le giovani donne sono sempre state più soggette al rischio di esclusione dall’educazione, oggi i numeri di bambine e bambini che non frequentano la scuola sono ormai quasi identici. Purtroppo in alcuni Paesi queste disparità permangono e in particolare nei Paesi a basso reddito dove “sono più di 11 milioni le bambine che non frequentano la scuola primaria, contro i 9 milioni di bambini”.

Per l’Unesco oggi, anche a livello scolastico, una delle sfide principali da affrontare sono le disuguaglianze economiche che limitano l'accesso all'istruzione e “in molte zone del mondo bisogna migliorare la qualità dell’educazione e ridurne i costi diretti e indiretti per le famiglie”. Alcuni Paesi, infatti, spendono ancora cifre troppo elevate per ogni bambino che frequenta la scuola soprattutto se consideriamo “gli 87 dollari a bambino per l’educazione primaria in Ghana, i 151 dollari in Costa d’Avorio e i 680 in El Salvador”. Ma alla luce anche delle stime del Reducing global poverty through universal primary and secondary education l'educazione è oggi non solo un diritto fondamentale dell'uomo, strettamente collegato alla realizzazione di altri diritti civili, ma un'opportunità unica e spesso indispensabile per ottenere la realizzazione personale, lo sviluppo economico sostenibile, l'uguaglianza di genere e una cittadinanza più attiva e responsabile. Per questo l'educazione sembra essere un  catalizzatore dello sviluppo capace di accelerare il raggiungimento di altri obiettivi di sviluppo sostenibile e non sembra sbagliato sostenere che lo sviluppo inizia con l'istruzione.

Per l'Unesco “La comunità internazionale ha fatto molta strada da quando il movimento Educazione per tutti fu fondato nel 1990 a Jomtien, in Tailandia, e confermato nuovamente nel 2000 a Dakar", ma sebbene siano stati fatti progressi senza precedenti, il percorso della comunità internazionale iniziato a Incheon nel maggio 2015 e appena passato da New York con l'ultimo High Level Political Forum dell'Onu non può prescindere dai precisi impegni dell'Agenda 2030 se vuole provare realmente a garantire un'educazione di qualità per tutti prima del 2030.

Alessandro Graziadei

sabato 15 luglio 2017

Guarda che mare!

Nonostante l’inquinamento da plastica in mare abbia raggiunto livelli di “non ritorno” in tutto il mondo e nonostante il bilancio del monitoraggio svolto in queste settimane da Goletta Verde di Legambiente come ogni anno evidenzi, oltre alle molte eccellenze, anche valori di contaminazione elevata lungo tutte le coste italiane, per il rapporto “European bathing water quality in 2016 presentato lo scorso 23 maggio dalla Commissione europea e dall’European Environmental Agency (Eea) “Oltre l’85% dei siti di balneazione marini e lacustri monitorati in tutta Europa nel 2016 soddisfa i requisiti più rigorosi per fregiarsi della qualifica di eccellente, il che significa che sono per lo più esenti da inquinanti pericolosi per la salute umana e l’ambiente” mentre “oltre il 96% dei siti di balneazione soddisfa i requisiti di qualità minimi stabiliti dalla normativa europea”.

Questa legge, in vigore dal 2006, impone a tutti gli Stati membri dell’Unione europea il monitoraggio annuale dei siti di balneazione e l’analisi della qualità delle acque che viene classificata come “eccellente”, “buona”, “sufficiente” o “scarsa” a seconda dei livelli di batteri fecali riscontrati e impone in caso di superamento dei limiti fissati di adottare misure correttive e l’obbligo di rendere pubblico il divieto di balneazione. Per l’Unione e l’Eea “La contaminazione fecale dell’acqua continua a presentare un rischio per la salute umana, in particolare nei siti di balneazione. Nuotare in spiagge o laghi balneabili contaminati può essere causa di malattie. Le principali fonti di inquinamento sono le acque reflue e le acque di drenaggio provenienti da aziende e terreni agricoli. Tale inquinamento aumenta in caso di forti piogge e inondazioni a causa della tracimazione delle fognature e del riversamento delle acque di drenaggio inquinate nei fiumi e nei mari”. 

Un’eventualità che al momento sembra rara visto che lo scorso anno, tutti i siti di balneazione analizzati in Austria, Croazia, Cipro, Estonia, Grecia, Lituania, Lussemburgo, Lettonia, Malta, Romania, e Slovenia hanno conseguito almeno la menzione di qualità “sufficiente”. Per il rapporto il 95% o più dei siti di balneazione del Lussemburgo, Cipro, Malta, Grecia e Austria sono stati valutati di qualità “eccellente”, mentre in Europa solo l’1,5% dei siti di balneazione è stato valutato di qualità “scarsa” e in generale tra le stagioni balneari 2015 e 2016 il numero assoluto dei siti valutati negativamente è sceso da 383 a 318. E nel Belpaese? Purtroppo, anche se il 96% dei siti di balneazione italiani esaminati ha uno stato buono o eccellente, il numero più elevato di siti di balneazione con una qualità delle acque scarsa è stato registrato proprio in Italia con 100 siti, pari all’1,8%, seguono in questa blacklist la Francia con 82 siti, pari al 2,4% e la Spagna  con 39 siti, pari all’1,8%. 

In generale però è importante sottolineare che le acque di balneazione europee sono molto più pulite rispetto a 40 anni fa, quando ingenti quantitativi di rifiuti urbani e industriali non trattati o parzialmente trattati venivano scaricati in acqua. Il rapporto, infatti, conferma che “Da quarant’anni le spiagge e i siti di balneazione in tutta Europa seguono una tendenza positiva con acque sempre più pulite. La valutazione ha riunito campioni di acqua raccolti in oltre 21.000 siti di balneazione costieri e interni e fornisce una buona indicazione dei migliori siti in cui quest’estate sia possibile trovare la migliore qualità delle acque” confermando come la grande maggioranza delle zone di balneazione in Europa può vantarsi di avere acque di buona qualità. Per il Commissario dell’Unione all’ambiente, affari marittimi e pesca, Karmenu Vella, “Questa eccellente qualità delle acque di balneazione europee non è casuale: è il risultato di un duro lavoro di professionisti competenti e impegnati, che mostra l’importanza di promuovere le politiche dell’Ue”.

Commentando i dati, anche Hans Bruyninckx, direttore esecutivo dell’Eea, ha ricordato come questo trend positivo “Permette ai cittadini europei di scegliere consapevolmente i siti di balneazione che intendono visitare quest’estate e dimostra anche l’efficacia delle nostre politiche ambientali nonché i vantaggi pratici della protezione della salute e della vita umana quando si effettuano eccellenti raccolte e analisi di dati”. Un buon punto di partenza, che in Italia per Goletta Verde non può però far dormire sogni tranquilli: “Resta ancora molto da fare sul fronte dell’informazione ai bagnanti. La cartellonistica in spiaggia è ancora troppo scarsa, nonostante da tre anni sia scattato l’obbligo per i Comuni costieri di apporre pannelli informativi circa la qualità delle acque” ha ricordato la ong.

“Il nostro è un monitoraggio puntuale che non vuole sostituirsi ai controlli ufficiali, né pretende di assegnare patenti di balneabilità - ha aggiunto la portavoce di Goletta Verde, Serena Carpentieri - ma restituisce comunque un’istantanea utile per individuare i problemi e ragionare sulle soluzioni. Il nostro obiettivo non è fermarsi alla semplice denuncia, ma avviare un approfondimento e confronto per fermare principalmente l’inquinamento da mancata depurazione che si riversa in mare”. Così anche se la barca di Legambiente conferma i risultati dell’ Eea e un buono stato di salute generale non ci si può dimenticare che il numero più elevato di siti di balneazione con una qualità delle acque scarsa è stato registrato lungo le coste italiane, criticità segnalate da anni di indagini di Goletta Verde e sulle quali occorrerebbe intervenire subito per poter dire con orgoglio e sempre più spesso “Guarda che mare!” anche nel Belpaese.

Alessandro Graziadei

domenica 9 luglio 2017

Coltivando lavoro e accoglienza nell'Orto Salewa

Era il 1990 quando il marchio Salewa, fondato l’8 luglio 1935 da Joseph Liebhart direttore di una Cooperativa di sellai, veniva acquistato da Heiner Oberrauch e il gruppo Oberalp, rilanciando così a Bolzano un’azienda che oggi conta oltre 600 addetti e che produce e distribuisce in tutto il mondo abbigliamento e attrezzature tecniche per le attività sportive in montagna. Come l’americana Patagonia, anche la Salewa è formata da un gruppo di appassionati di montagna che hanno fatto della responsabilità ambientale e sociale una missione “che ci unisce nel rispetto della natura e nell’impegno verso le comunità in cui viviamo e lavoriamo”. Non è un caso quindi se dallo scorso marzo l’azienda ha offerto a quindici persone tra rifugiati e migranti provenienti dai diversi centri di accoglienza di Bolzano un lavoro in un orto di 3.000 metri quadrati e un percorso di formazione utile per imparare le tecniche dell’agricoltura biologica indispensabili per produrre verdure e altri prodotti agricoli di qualità destinati ad una distribuzione a km 0.

Per la maggior parte dei profughi l’Alto Adige è una terra di transito data la sua vicinanza con il confine di Stato. I profughi che attraversano l’Alto Adige spesso non intendono fare domanda di asilo in Italia, bensì in altri Paesi europei, ma “approdano” prima nelle stazioni di Bolzano e del Brennero e poi nei centri di accoglienza locali perché vengono bloccati dai controlli della Polizia e viene impedito loro di continuare il viaggio verso l’Europa del nord. I migranti che invece vorrebbero fermarsi per farlo devono superare l’ostacolo più difficile: trovare un lavoro. Stephanie Völser, Executive Assistant del Presidente di Salewa Oberrauch e responsabile di questo progetto, è impegnata dall’inizio del 2016 nel movimento Binario 1 che offre assistenza e supporto ai rifugiati e ai migranti che arrivano a Bolzano. Grazie a questa esperienza ha sviluppato la convinzione che l'inserimento sociale dei migranti nella comunità locale è possibile solo se accompagnato da un’occupazione attiva come quella offerta da Oberrauch che ha così deciso di mettere a disposizione di una piccola impresa agricola migrante un’ampia area di terreno antistante la moderna sede del gruppo, che nel 2011 si è meritata la certificazione Work&Life della rete CasaClima per il risparmio energetico.

Secondo il presidente Oberrauch “Non avere niente da fare è una delle cose peggiori, perché toglie alle persone dignità e speranza per il futuro”, per questo “abbiamo provato a proporre alle associazioni e alle istituzioni locali delle attività destinate ai rifugiati e migranti, ma senza successo. Penso che la politica non possa risolvere tutto e che sia un nostro dovere civile impegnarsi in prima persona. Essendo l’agricoltura parte integrante della cultura e della vita della nostra comunità è nata l’idea di provarci con l’Orto Salewa”. Così lo scorso marzo sono iniziati i lavori preparatori dell’orto che già da alcuni mesi impegna i migranti nella coltivazione di oltre trenta qualità di verdure, erbe aromatiche, mirtilli e lamponi. La loro attività è seguita da alcuni volontari, come Caroline Hohenbühel, che come la Völser ha messo al servizio del progetto la propria esperienza maturata nel movimento Binario 1 e Josef Zemmer, un maestro artigiano esperto in coltivazioni sostenibili che sta trasmettendo loro tutte le tecniche dell’agricoltura biologica.

Ma la rete nata attorno a questo progetto non sì è fermata a questi primi contributi ed è cresciuta nel tempo creando attorno a rifugiati e migranti una ampia e trasversale solidarietà. La cooperativa sociale OfficineVispa ha permesso di superare alcuni ostacoli di carattere burocratico integrando i lavoratori tra i soci della cooperativa, gli attrezzi agricoli sono stati forniti gratuitamente dal Consorzio Agrario di Bolzano e attualmente sono depositati in un container messo a disposizione dalla ditta Niederstätter che si occupa di noleggio di materiali e attrezzature per l’edilizia, mentre il vivaio Gardencenter Biasion ha offerto tutte le piante indispensabili per avviare l’Orto Salewa. Non appena è cominciata a circolare la notizia del progetto, infine, Gregor Wenter ed Egon Heiss, rispettivamente proprietario e chef stellato del ristorante Bad Schörgau a Sarentino, si sono fatti vivi per chiedere di diventare clienti dei prodotti dell’Orto Salewa ed Heiss ha voluto procurare anche il fertilizzante organico che insieme al compost fornito gratuitamente da Bioenergia Trentino è un elemento indispensabile per la coltivazione sostenibile di questo particolare orto solidale.

“La rete che è nata attorno a questa impresa, assieme all’apprendimento delle tecniche agricole e alla sostenibilità economica dell'impresa sono state fondamentali” ha spiegato la Völser, “perché la dignità sociale e l'integrazione passano anche attraverso una seppur parziale autonomia economica”. Adesso anche i dipendenti del gruppo Salewa-Oberalp sono diventati clienti dell'orto, oltre che sostenitori dell’iniziativa grazie al Bar Ristorante Salewa Bivac adiacente la sede di Salewa che ne utilizza i prodotti e al ricavato di una lotteria aziendale di beneficienza che ogni Natale consente di scegliere tra quattro progetti sociali da finanziare. L’importo raccolto quest’anno è stato decuplicato dall’azienda e oltre 7.000 euro sono stati destinati proprio all’Orto Salewa i cui prodotti vengono adesso consegnati in tutta Bolzano a fronte di una libera donazione destinata a sostenere i costi aziendali e il sostentamento dei quindici rifugiati e migranti che si sono impegnati attivamente all’interno dell’orto. Il maggior valore del progetto è però “la possibilità di uscire dalla realtà isolata dei centri di accoglienza ed entrare in contatto con la comunità che li circonda. Non ci aspettiamo che questa iniziativa sia risolutiva, ma speriamo che possa dare un contributo positivo alla vita di queste persone e forse anche essere di ispirazione per progetti simili” ha concluso la Völser, che a questi ragazzi, oltre ad un lavoro, sta insegnando in questi mesi anche l'italiano e il tedesco.

Alessandro Graziadei

sabato 8 luglio 2017

Emissioni zero: l’esempio della Svezia, i tentativi dell’Italia

Mentre l’amministrazione Trump dopo l'addio all'Accordo di Parigi ha da poco annunciato che rinvierà di 2 anni anche l’applicazione del Waste Prevention Rule del Bureau of Land Management (Blm), approvato nel novembre 2016 dall’ex presidente Usa Barack Obama, che limita le emissioni di metano da parte delle compagnie petrolifere e del gas che lavorano su terre pubbliche federali e tribali, con 241 voti a favore e 45 contrari, la Svezia il 15 giugno ha reso giuridicamente vincolante la nuova legge sul clima annunciata in febbraio che porterà il Paese scandinavo a raggiungere le emissioni zero di gas serra entro il 2045. Si tratta di impegni ancora più ambiziosi di quelli sottoscritti con l’Accordo di Parigi, visto che la Svezia con questa Klimatreform diventerà “carbon neutral” 5 anni prima di quanto previsto, una sfida non impossibile visto che il Paese ha applicato una cabon tax già dagli anni '90 e ha fortemente investito nell’eolico, nel solare e nell' idroelettrico, tutte fonti cha assieme al nucleare (dal quale sta valutando il disimpegno) forniscono alla nazionale l'80% del fabbisogno energetico.

La nuova normativa è un esempio positivo di politiche a tutela dell’ambiente che mirano ad una maggiore diffusione della mobilità sostenibile e ad un’ulteriore trasformazione ecologica del settore dei trasporti, soprattutto tramite l’incentivo per auto elettriche e biofuel. A dire il vero la legge non prevede dopo il 2045 una riduzione completa della CO2 immessa in atmosfera, ma consente la compensazione di un 15% di emissioni da abbattere attraverso investimenti in progetti all’estero. Si tratta di operazioni che potrebbero contemplare il finanziamento della riduzione delle emissioni di gas serra in Paesi in via di sviluppo o l’utilizzo delle controverse tecnologie della “carbon capture and storage”, che stoccano nel sottosuolo le emissioni delle fabbriche e che mirano ad estrarre l’anidride carbonica dall’aria. Tutte tecnologie costose e ancora sperimentali, che non convincono molte associazioni ambientaliste, ma che per Gareth Redmond-King, responsabile clima ed energia del WWF svedese non squalifica la nuova legge perché “Con Donald Trump che ha intenzione di tirarsi fuori dall’Accordo di Parigi, ora più che mai abbiamo bisogno che il resto del mondo faccia la sua parte nella lotta contro il  cambiamento climatico. Questa legge è una vittoria importante, non solo per la Svezia, ma per tutti coloro che hanno a cuore il futuro del nostro ambiente”. 

Dal momento in cui entrerà in vigore, nel gennaio 2018, la legge obbligherà il governo a nominare un Consiglio per la politica climatica e a fornire un report sulle politiche climatiche ogni anno, insieme alla legge finanziaria. In parallelo, ogni quattro anni, il governo redigerà un piano di azione sulla politica climatica stilando dei carbon budget con i passi specifici che intende compiere per centrare tutti gli obiettivi intermedi e rispettare così la tabella di marcia prevista dalla riforma. Tutti impegni lontanissimi dalle prospettive ecologiche contemplate in Italia dalla controversa Nuova Strategia energetica nazionale (Sen), anche se il 15 giugno scorso, in occasione delle celebrazioni per la Giornata Mondiale del Vento, Andrea Napoletano, segretario generale del ministero dello sviluppo economico, ha ricordato come all’interno della Sen la de-carbonizzazione giochi un ruolo essenziale visto che “dovrà essere garantito il perseguimento al 2030 degli obiettivi definiti dall’Unione Europea con il Clean Energy Package ed i relativi Piani Nazionali Clima-Energia. Nel prossimo decennio sarà dunque fondamentale dare ulteriore impulso alle fonti rinnovabili, in primo luogo nella generazione elettrica con un contributo non secondario da parte dell’eolico”.

Un settore che secondo l’Associazione Nazionale Energia del Vento (Anev), ha ampi margini di miglioramento con ricadute importanti anche a livello occupazionale. Per l’analista economico Andrea Marchisio, che per Anev il 15 giugno ha fatto i conti in tasca all’eolico italiano “Una eventuale crescita della fonte eolica in Italia capace di sfruttare al 2030 il potenziale di installazioni stimato da Anev di circa 5,3 GW di nuova capacità e 3,4 GW di rinnovamento di impianti esistenti, altrimenti dismessi, determinerebbe un incremento del 75% degli occupati permanenti e un incremento medio del 35% degli occupati temporanei annuali”. Per questo per il presidente di Anev Simone Togni, “Il tema dell’occupazione nel settore eolico è cruciale in vista della definizione della nuova Strategia Energetica Nazionale. Lo studio sul potenziale eolico di Anev mette in luce i benefici che il comparto può portare in Italia con un potenziale di 67.200 posti di lavoro complessivi al 2030. Il settore eolico sta crescendo in tutto il mondo e, con il giusto sostegno da parte delle istituzioni, potrà portare ulteriore sviluppo, benefici ambientali e occupazione anche nel nostro Paese”.

In questi ultimi anni si è realizzata una massiccia penetrazione delle fonti di energia rinnovabile nel sistema elettrico italiano e l’energia del vento copre oggi oltre il 6% della produzione nazionale netta e oltre il 5,5% della domanda elettrica nazionale, valori significativi se si confrontano con quelli di pochi anni fa. Per questo anche il vice presidente della Commissione attività produttive alla Camera, Ignazio Abrignani, sempre in occasione della Giornata Mondiale del Vento, ha voluto ricordare come “Nel nostro Paese la potenzialità del settore eolico è straordinaria. Ad oggi risultano impiegati circa 9.250 MW a fronte dell’obiettivo Sen di 12.680 alla data del 2020, ma la cosa più importante è che l’eolico, tra le fonti rinnovabili pulite, è quella che ha maggiori potenzialità ancora disponibili, se si pensa che tra minieolici, off-shore e on-shore si parla di un possibile sviluppo di 17 GW al 2030”.  Adesso questa crescita delle fonti rinnovabili deve essere accompagnata dalla politica, che come in Svezia dovrebbe puntare sull’incentivo di soluzioni tecnologiche e ambientali sempre più innovative e sulla velocizzare gli iter autorizzativi dei nuovi impianti, con la certezza di norme che, specie nel settore eolico, per l’Anev “sono state fino ad oggi troppo spesso ambigue e incerte”.

Alessandro Graziadei

domenica 2 luglio 2017

C’era una volta il lago d’Aral...

Solo due anni fa la Nasa aveva diffuso delle immagini satellitari che dimostravano come la superficie del lago Aral si fosse ridotta del 75% in 50 anni. Oggi quello che è stato il quarto più grande mare interno del mondo, incastonato tra il Kazakistan e l’Uzbekistan, è quasi del tutto scomparso a causa di una serie di disastri ambientali di natura antropica che lo hanno fatto ritirare con una media di tre metri all’anno. Tutto è cominciato negli anni quaranta quando l’ex Unione Sovietica deviò il corso del Syr Darya e l’Amu Darya, i due fiumi principali che lo alimentavano, realizzando un sistema d’irrigazione utile alla produzione di cotone. La mancanza di acqua dolce che alimentava l’Aral ha fatto aumentare la salinità nell’intera area, avvelenato grandi estensioni di territorio e provocato gravi danni alla salute umana e alla stessa agricoltura che si intendeva favorire. Il lento, ma progressivo effetto del cambiamento climatico ha fatto il resto e quando negli anni novanta l’Unione Sovietica è crollata, l’Aral era già diviso in diversi specchi d’acqua, molto più piccoli rispetto al lago disegnato sulle cartine geografiche che vedevamo appese a scuola. 

La notizia non è certo dell’ultima ora, ma la tappa in Uzbekistan che il segretario generale dell’Onu António Guterres ha fatto ad inizio mese, durante la sua visita in Asia centrale, ha messo nuovamente il caso sotto la lente d’ingrandimento dei media. Guterres ha incontrato il presidente dell’Uzbekistan Shavkat Mirziyoyev, per discutere della collaborazione tra le Nazioni Unite e il Paese centroasiatico nel contesto geopolitico locale e in quello della lotta al cambiamento climatico. “Visitando il lago d’Aral e vedendo che quel che è stato il quarto più grande mare interno del mondo è quasi morto ho provato uno shock tremendo - ha detto Guterres - Questa è probabilmente la più grande catastrofe ecologica del nostro tempo. E dimostra che gli uomini possono distruggere il pianeta. La progressiva scomparsa del lago d’Aral non è stata causata solo dai cambiamenti climatici, ma è stata causata dalla cattiva gestione delle risorse idriche da parte del genere umano. Ma quanto è successo dimostra anche che se, per quanto riguarda i cambiamenti climatici, non siamo in grado di agire con forza per domare questo fenomeno, potremmo vedere questo tipo di tragedie moltiplicarsi in tutto il mondo. Quindi cerchiamo di utilizzare il lago d’Aral come simbolo di come l’umanità può distruggere il pianeta e facciamone una lezione per tutti noi, per essere in grado di mobilitare tutta la comunità internazionale, governi, imprese, società civile, città, Stati e attuare l’Accordo di Parigi”.

Ma questa trasformazione geografica non ha avuto solo ricadute ambientali. Moynaq, città portuale uzbeka fondata sull’industria del pesce, aveva una flotta di 165 pescherecci, almeno fino al 1973 quando l’acqua è scomparsa definitivamente dal porto e ha trasformato le barche in relitti arrugginiti abbandonati nel deserto. Da allora l'industria del pesce è morta, la popolazione ha cominciato ad emigrare e oggi solo chi ha più di 50 anni può dire di aver fatto il bagno nell'Aral quando la comunità viveva della gloriosa industria della pesca locale. Per l’attivista ambientale uzbeko Yusup Kamalov, tra i leader dell’Unione per la difesa del lago d’Aral e del fiume Amu Darya, il lago potrebbe ancora essere salvato visto che “Il Kazakistan ci sta riuscendo con discreto successo”. Il Governo di Astana, infatti, si è concentrato sul recupero della parte settentrionale del lago, che si trova completamente all’interno del suo territorio. È stata costruita una diga, completata nel 2005, che nel corso di dieci anni ha aumentato la varietà del pesce, ridando vita all’economia della regione. Il ritorno della pesca commerciale ha anche creato posti di lavoro negli stabilimenti in cui il pesce viene ordinato e congelato.

L’Uzbekistan, invece, ha rinunciato a qualsiasi progetto di recupero del lago e si aspetta di "toccare il fondo" per sfruttare i giacimenti di gas e petrolio. Per volontà del presidente e dittatore Islom Karimov prima e Shavkat Mirziyoyev adesso a Moynaq resiste solo un laghetto artificiale creato ai margini della città, una pozza d'acqua salmastra grande come un campo da calcio che i giovani del paese chiamano ambiziosamente “Il lago”. Rientra tra le attrazioni turistiche e pare ci si possa anche pescare. Per questo al momento l’obiettivo più realistico degli ambientalisti locali non è ricreare un lago navigabile, ma umidificare quella pianura arida in cui si è trasformato l’Aral per fermare la sabbia e le polveri contaminate da pesticidi e fertilizzanti che da lì continuano a spargersi in tutta l’Asia Centrale. Oggi a Moynaq il cancro alla gola colpisce tre volte di più che nella media del Paese e l’Aral è diventato l’esempio più tragico di una distorta idea del progresso che crede di poter imbrigliare la natura con quello che oggi dovremmo chiamare sviluppo insostenibile e che troppo spesso si è trasformato, qui come a Chernobyl, in una catastrofe.

Alessandro Graziadei