sabato 8 dicembre 2018

La tossicodipendenza: una “patologia civile e sociale”

Lo stupro e il femminicidio di Pamela Mastropietro il 30 gennaio o quello di Desirèe Mariottini avvenuto il 19 ottobre scorso non sono stati solo episodi di cronaca nera. Per Daniele Biondo, psicoanalista di bambini e adolescenti e membro dell’associazione romana per la psicoterapia dell’adolescenza Arpadintervistato da Redattore Sociale, non siamo di fronte ad un problema di sicurezza e “non basterà qualche poliziotto all'angolo per evitare che si ripeta”. Queste morti sono il frutto di una “patologia civile e sociale” che ci chiede con urgenza di contrastare “il depotenziamento di famiglia, scuola, servizi”. Una situazione complessa, che né la polizia né le ruspe potranno risolvere, perché queste ragazze erano "in quella terra di nessuno in cui gli adulti non ci sono più e il giovane, troppo giovane, diventa preda di una nuova barbarie”. Siamo davanti a quello che per Biondo è “una patologia civile, dovuta alla degradazione dei sistemi di vita sociale, che i ragazzi più poveri e con meno strumenti subiscono più degli altri”, avvicinando sempre più minorenni a fenomeni di dipendenza da stupefacenti.

Se ogni femminicidio ha delle chiare responsabilità individuali nei suoi esecutori materiali, le storie di tossicodipendenza fanno emergere altri “grandi assenti”, a cominciare da quei servizi socialiche loro malgrado, per l’Arpad, “sono stati massicciamente smantellati, depotenziati, delegittimati  e non hanno risorse umane e tecniche per realizzare un controllo sociale su questi ragazzi”. Nel caso di Desirèe i servizi la conoscevano, ma era una dei tanti casi seguiti da un singolo assistente, una proporzione che spesso si traduce in un incontro ogni due mesi quando va bene. Cosa si può fare, con un assistenza che può essere anche molto preparata, ma non è sufficiente ad affrontare le tante problematiche sociali intercettate da giovani e giovanissimi? Per Biondo la risposta è solo una: “Nulla. Da decenni non si assumono assistenti sociali, con la spending review non facciamo che tagliare i servizi: ne consegue l'impotenza sociale che assiste passiva a questo degrado”. Nel contempo chi lavora in questo ambito constata sempre più spesso un difetto diffuso di genitorialità. “I genitori non hanno più le coordinate, manca un orientamento chiaro su cosa serva ai ragazzi per crescere” ed esiste un evidente “depotenziamento di tutti i meccanismi di autorità”. I così detti “garanti metasociali”, cioè le grandi istituzioni di una volta come la famiglia, la scuola, la parrocchia, il gruppo sportivo… non sono più soggetti sociali forti e il rischio è che "l'educatore sia internet".

In un contesto di crisi educativa generale, con una sempre maggiore difficoltà della società ad essere una comunità educante, le dipendenze hanno gioco facile. “Il ragazzo in crescita ha fisiologicamente bisogno di essere dipendente da qualcosa -  ha spiegato Biondo - in un contesto sano, dipende da relazioni, dialogo, affetti, adulti che lo accompagnano: sono queste le buone dipendenzePurtroppo, sappiamo che circa il 30-40% della popolazione giovanile oggi non può usufruirne, per via delle grandi assenze che dicevamo”. Eppure se i giovani sviluppano questa sana dipendenza dall’adulto che li cresce, finiscono per sviluppare quasi sempre un “antidoto sociale”  e non hanno bisogno di cercare le sostanze. Per Arpad quindi ancor prima che la sicurezza del territorio è “la riconquista della relazione e un maggior investimento nel sistema educativo e nei servizi socialila strada giusta per rispondere alla tossicodipendenza”. Tuttavia, nonostante i pochi fondi, esistono ancora delle eccellenze che possono far fronte ai fenomeni delle tossicodipendenze giovanili.

Una di queste si trova a pochi passi da piazza dell’Unità, al centro di Trieste, e fornisce un grande aiuto nella lotta alla dipendenza da sostanze stupefacenti e in particolare da quelle che oggi fanno più paura, come l’eroina e le nuove droghe sintetiche. Si chiama “Androna Giovani” ed è un servizio dedicato agli under 25 con problematiche connesse all’uso di droghe. Quella triestina è una sperimentazione nata nel 2012 che fa attività di cura e prevenzione e che ha dato ottimi risultati. Il segreto? Per Roberta Balestra, direttrice del dipartimento delle dipendenze dell’Azienda sanitaria universitaria integrata di Trieste, la specificità di Androna è innanzitutto quella “di avere un équipe potenziata sul piano educativo e pedagogico. Rispetto a un Sert per adulti abbiamo cioè più educatori e più psicologi. Inoltre la sede è stata voluta e pensata come non connotata, quindi non appare da nessuna parte la scritta Sert per facilitare l’accesso da parte dei ragazzi e delle loro famiglie, evitando così lo stigma e la paura ad essere etichettati come tossicodipendenti”. 

L'obiettivo non è solo la stabilizzazione clinica ma rimettere in carreggiata i ragazzi, anche grazie alla costruzione di un rapporto di fiducia con il servizio, capace di garantire una protezione con unità mobili, percorsi di prevenzione con esperti e un centro di diagnosi delle patologie correlate (come epatite C e hiv). Il segreto del centro è però mantenere come focus l’adolescenza piuttosto che la dipendenza, lavorare tanto con la famiglia e fare molta prevenzione rispetto ad un mercato di sostanze sempre più pure, più pericolose e più economiche, come la ketamina. “Noi lavoriamo perché questi ragazzi restino a scuola, continuino a frequentare i coetanei. Restare nella normalità serve anche a superare la dipendenza dai servizi” ha ricordato la Balestrasegnalando come quest’anno, anche grazie alle ripetizioni intensive e quotidiane, “alcuni ragazzi hanno preso la maturità”. Il modello di Trieste, primo nel suo genere, in questi anni sta facendo scuola, ma fatica ad imporsi a livello nazionale soprattutto per la mancanza di risorse dedicate ai servizi per le dipendenze giovanili che spesso finiscono all’interno di Sert per adulti che hanno tutt’altro approccio. 

Eppure c’è qualcuno che pensa ancora che la soluzione al problema sia la polizia e la ruspa e nella Finanziaria di quest’anno non trova un soldo per la prevenzione alla tossicodipendenza giovanile. È  evidente che il contrasto al traffico di stupefacenti è fondamentale, ma se non è integrato con il sostegno e l’implementazione di tutta la "comunità educante", unico vero antidoto a questa “patologia civile e sociale”, serve a poco.

Alessandro Graziadei

domenica 2 dicembre 2018

Chi ha paura del geotermico?

Secondo il rapporto Renewables 2018  pubblicato lo scorso 8 ottobre dallAgenzia internazionale dell’energia (Iea), “le energie rinnovabili proseguiranno nel loro trend espansivo nei prossimi cinque anni, arrivando a coprire il 40% della crescita globale dei consumi energetici”. Tra queste energie un ruolo sempre più rilevante lo avrà quella geotermica, visto che per l’Iea “la sua capacità complessivamente installata è destinata a crescere del 28% (ovvero +4 GW), fino a raggiungere circa 17 GW nel 2023”Una crescita che per oltre il 70% riguarderà i Paesi in via di sviluppo e le economie emergenti. La regione dell’Asia-Pacifico, per esempio, sarà caratterizzata dalla crescita maggiore nei prossimi 5 anni, raggiungendo i +2 GW, mentre l’espansione del geotermico in Indonesia sarà ancora più ampia, sospinta dall’abbondante disponibilità di risorse nell’area e dal supportato garantito dalle politiche pubbliche. Per l'Iea a completare la diffusione dell’energia geortermica saranno Paesi come Kenya, Filippine e Turchia, ai quali viene attribuito “il 30% della crescita complessiva in termini di capacità geotermica istallata” oltre a molti Paesi dell’area caraibica e latino-americana. 

Come ha sottolineato la stessa Iea, “la tecnologia geotermica produce un’energia di baseload stabile e senza grandi emissioni di CO2”, due caratteristiche che la rendono in grado di soddisfare le richieste energetiche di base grazie ad una funzionalità 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, 365 giorni l’anno, indipendente dalle condizioni meteorologiche ed emettendo la stessa CO2 che è già naturalmente presente nel sottosuolo e che sarebbe emessa anche attraverso il "degassamento naturale". Considerati tutti questi fattori, in uno scenario di crescita costante dei bisogni energetici mondiali, la Iea prevede “che nei prossimi cinque anni la capacità geotermica installata dovrebbe crescere di un ulteriore +20% (900 MW)”. Una condizione che fa ben sperare l’intera filiera geotermica mondiale, ma non quella italiana sulla quale pendono i limiti imposti dal nuovo Governo che sta pensando di togliere gli incentivi finora diretti allo sviluppo di questa fonte rinnovabile che occupa e riscalda migliaia di persone. Nel Pese, al secondo posto nella classifica dei paesi del G20 che più forniscono sussidi ai combustibili fossili per unità di Pil (circa 14 miliardi di dollari), lo schema di decreto sull’incentivazione delle fonti rinnovabili “Fer 1”, elaborato dal Ministero dello Sviluppo economico e approdato adesso in Conferenza Stato-Regioni, rischia paradossalmente di far deragliare per la prima volta le due fonti rinnovabili che da sempre coprono la maggior parte del nostro consumo interno lordo di energia rinnovabile: ovvero l'idroelettrico e il geotermico.

Una linea quella Giallo-Verde in contrasto anche con le indicazioni che arrivano direttamente dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) e adottate il 13 novembre dal Parlamento europeoche continua a considerare la geotermia tra le energie rinnovabili degne d’interesse, come eolico, solare e a onor del vero anche le meno sostenibili biomasse. In particolare, secondo il Parlamento dell’Unione, “l’energia geotermica è un’importante fonte di energia rinnovabile locale, che solitamente presenta emissioni notevolmente inferiori rispetto a quelle dei combustibili fossili, e alcuni tipi di impianti geotermici producono emissioni prossime allo zero. […] La Commissione - ha concluso l’Europarlamento - dovrebbe quindi facilitare solo l’impiego di energia geotermica a basso impatto ambientale, in grado di conseguire risparmi in termini di emissioni di gas serra rispetto alle fonti non rinnovabili”. Una presa di posizione che al momento non sembra più avere cittadinanza proprio nel Paese che ha dato origine alla geotermia mondiale due secoli fa nella Valle del diavolo, in Toscana, e grazie alle cui competenze anche altri Paesi hanno potuto iniziare ad attingere al calore della Terra per produrre energia. Un primato di competenze che ancora oggi ci viene universalmente riconosciuto e che ha spinto l’Unione geotermica italiana (Ugi) a lanciare un accorato appello per la tutela di questo settore energetico strategico, come hanno fatto anche l’European geothermal energy council (Egec) e l’International geothermal association (Iga). 

Per l’Ugi il “Fer 1” sostiene che l’energia geotermica non sia una fonte di energia rinnovabile, in palese contraddizione con quanto definito da ogni normativa europea. Per questo “Il Governo italiano - hanno spiegato Ugi e Egec - intende tagliare unilateralmente gli incentivi per l’energia geotermica nel paese. Si tratta di un attacco violento e ingiustificato contro un’industria nata in Italia che ha una capacità installata di 1 GW di energia elettrica rinnovabile (con una produzione pari a 6.2 TWh/anno) e che impiega direttamente oltre 3.000 lavoratori, ai quali si aggiungono circa 7.000 posti di lavori indiretti, più tutto l’indotto locale. Si tratta, inoltre, di un insensato attacco al clima che, proprio in un momento in cui gli effetti del cambiamento climatico stanno cominciando a segnare pesantemente il paese, potrebbe portare ad un aumento delle importazioni di energia fossile”. La decisione del Governo rischia quindi di danneggiare un’eccellenza industriale italiana globalmente riconosciuta, oltre a gettare nello scompiglio i 17 Comuni geotermici che in Toscana utilizzano questa fonte da decenni in modo “controllato e sostenibile”, come emerge da un recente studio di cui è co-autrice Adele Manzella, geofisica e primo ricercatore all’Istituto di Geoscienze e Georisorse (Igg) del Consiglio Nazionale della Ricerca (Cnr).

Anche se, come in ogni ambito energetico, esiste la possibilità di sviluppare miglioramenti tecnologici utili alle strategie di abbattimento degli inquinanti presenti anche in questo settore, al momento per Alexander Richter, presidente dell’Iga, La geotermia rappresenta una fonte di energia naturale inesauribile, che può svolgere un ruolo significativo nel soddisfare i bisogni energetici del mondo del futuro. L’energia geotermica è unica nella sua capacità di servire a molteplici scopi nella transizione energetica globale, e di creare valore aggiunto alle economie nazionali offrendo molteplici utilizzi della risorsa, come il riscaldamento di immobili residenziali e commerciali, le coltivazioni in serra e la realizzazione di prodotti per la salute e la bellezza, richiamando turisti e ricavando metalli preziosi, come il litio, dalle salamoie geotermiche”. Questo non significa che nel campo geotermico non ci siano impatti ambientali, che non si debbano utilizzare metodologie di sviluppo energetico partecipate con le comunità interessate o che non si possa continuare a fare ricerca, ma con lo stop agli incentivi, necessari per una tecnologia che necessità di grandi investimenti iniziali e che non può ancora contare su ampie economie di scala, si rischia di interrompere lo sviluppo sostenibile di una delle poche eccellenze italiane in campo energetico.

Alessandro Graziadei

sabato 1 dicembre 2018

Qual è il posto dalla cannabis nel moderno arsenale medico?

Per secoli la cannabis è stata usata per alleviare il dolore, come aiuto per dormire e per molti altri scopi, eppure ci sono poche prove scientifiche sulla sua sicurezza ed efficacia. Come mai? Fino ad oggi i divieti e le restrizioni legali al consumo di cannabis hanno ostacolato anche la ricerca portando i medici ad ignorare i benefici di quella che il proibizionismo ha relegato ad essere solo una droga “ricreativa”, ma nulla più. Su questo tema il quadro normativo è ancora vario e confuso almeno quanto la possibile “legalizzazione soft delle droghe leggere” e il contratto di Governo firmato dalla Lega e dal Movimento 5 Stelle non sbroglierà la matassa, nonostante nel Movimento si sia parlato a lungo e ufficialmente di legalizzazione della cannabis, almeno fino a quando non è diventato forza di Governo. Intanto secondo una recente edizione dell’European Journal of Internal Medicine, “La cannabis medicinale è sicura ed efficace nel sollievo dal dolore” e i ricercatori chiedono che “Il trattamento venga adeguatamente compreso all’interno delle nostre moderne dotazioni mediche”.

Il numero di marzo dell'European Journal raccoglie le principali ricerche sul tema a cominciare da “Prospective analysis of safety and efficacy of medical cannabis in large unselected population of patients with cancer” uno studio guidato dall’israeliano Victor Novack, dell’Università Ben-Gurion del Negev, che ci fornisce una panoramica completa dei benefici dell’utilizzo della cannabis e dei suoi prodotti derivati in medicina ed invita la comunità medica a condurre ulteriori ricerche indispensabili a migliorare le evidenze scientifiche utili per un suo uso consapevole e clinicamente valido. Dopo aver approfondito nel suo studio i casi utili all'uso della cannabis per i malati di cancro e gli anziani, fornendo una panoramica completa delle prove, dei regolamenti, dell’etica e dell’uso pratico di questa sostanza, per Novack, è “assolutamente necessario non solo presentare lo stato attuale delle cose, ma anche proporre lo sviluppo di un programma di ricerca scientifica all’interno del paradigma della medicina basata sull’evidenza. Il nostro obiettivo finale dovrebbe essere quello di stabilire scientificamente il posto reale dei prodotti derivati dalla cannabis medica nel moderno arsenale medico”.

Il lavoro di approfondimento condotto da Novack e dal suo team di ricercatori israeliani ha analizzato i dati raccolti durante il trattamento di 2.970 pazienti oncologici con cannabis medicinale tra il 2015 e il 2017 arrivando a sostenere che “I due principali problemi che i pazienti speravano di superare erano il sonno e il dolore, e la cannabis ha dimostrato di essere efficace nell’alleviare entrambi questi sintomi”, tanto che “il 95,9% dei pazienti ha riportato un miglioramento delle condizioni di salute”. Lo stesso team ha analizzato anche l’efficacia della cannabis medica nei pazienti anziani che erano stati trattati nel 2015-2017 per una varietà di problemi, tra cui il dolore e il cancro. Nel loro articolo i ricercatori israeliani concludono che “l’uso terapeutico della cannabis è sicuro ed efficace nella popolazione anziana" e "può ridurre l’utilizzo di altri medicinali soggetti a prescrizione”. Risultati significativi per ora non recepiti dal nostro Ministero della Salute per il quale la cannabis non è considerata una terapia in senso stretto, ma solo un trattamento di supporto ai farmaci normalmente previsti e prescritti.

Sempre nello stesso numero dell’European Journal of Internal Medicine possiamo trovare anche l’interessante recensione “The therapeutic effects of Cannabis and cannabinoids: An update from the National Academies of Sciences, Engineering and Medicine report” di Donald Abrams,  il dottore del reparto di ematologia – oncologia dello Zuckerberg San Francisco General Hospital dell’Università della California – San Francisco, che ha analizzato la recente indagine “The Health Effects of Cannabis and Cannabinoids” della National Academies of Sciences, Engineering and Medicine. Il lavoro dell’Accademia di Washington ha preso in esame 10.000 abstract scientifici e ha concluso “che ci sono prove conclusive o sostanziali che la cannabis o i cannabinoidi negli adulti sono efficaci per il trattamento del dolore, nausea, vomito e spasticità associati alla sclerosi multipla”. Ma il rapporto ha anche evidenziato i numerosi ostacoli che negli Usa vengono posti alla ricerca e che potrebbero spiegare l'attuale mancanza di prove evidenti per l’uso terapeutico della cannabis. Chiaramente questa carenza nella ricerca scientifica sta portando numerosi problemi etici nella prescrizione della cannabis, anche perché molti medici non conosconoo abbastanza a fondo il trattamento da poterne consigliare il dosaggio e l'uso.

In questo campo a fare scuola c’è solo lo studio “Practical considerations in medical cannabis administration and dosing” di Caroline  MacCallum, dell’Università della British Columbia, e di Ethan Russo, dell’International Cannabis and Cannabinoids Institute di Praga, che fornisce ai medici una guida pratica, con dati aggiornati sulla farmacologia della cannabis. Il documento, anch’esso ripreso nel numero di marzo dell’European Journal evidenzia la possibilità di un utilizzo efficace di cannabis terapeutica nella terapia del dolore, “in caso di sclerosi multipla, lesione del midollo spinale o per placare i sintomi dovuti a chemioterapia, radioterapia o terapie per hiv, come il vomito e la nausea. Ha anche un effetto stimolante dell'appetito e, pertanto, può essere utilizzata in pazienti che siano anoressici, malati di tumore o affetti da Aids. Può essere impiegata anche per abbassare la pressione arteriosa nel glaucoma che resiste alle terapie convenzionali e ancora può ridurre i movimenti involontari del corpo e facciali nella sindrome di Gilles de la Tourette”. Uno studio che sembra fornire ai medici un riassunto aggiornato dei diversi aspetti relativi all'uso della cannabis medica e che forse aiuterà anche i legislatori ad abbattere gli ultimi tabù attorno a questa pianta. Per questo Novack si augura “che questi articoli facilitino la discussione sul futuro della ricerca medica attorno alla cannabis, discussione indispensabile per una sistematizzazione di queste terapie all'interno della medicina tradizionale”.

Alessandro Graziadei

domenica 25 novembre 2018

"A casa loro" nel sud est asiatico…

La Thailandia non ha mai sottoscritto la convenzione delle Nazioni Unite che riconosce i rifugiati, ma è uno dei maggiori crocevia migratori di tutto il sud est asiatico. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom) nel Paese sono presenti circa 4-5 milioni di lavoratori migranti, a cui si aggiungono circa un milione di persone senza lavoro e spesso senza documenti, come accade a centinaia di cambogiani e laotiani, oltre che ai profughi Rohinga dal MyanmarGruppi locali di attivisti per i diritti umani denunciano che rifugiati e richiedenti asilo in transitano verso un Paese terzo, sono sempre più spesso vittime di operazioni di polizia e restano quasi sempre privi di qualsiasi protezione legale. La loro situazione è diventata molto incerta dal primo gennaio 2018, quando le autorità di Bangkok hanno chiuso la sospensiva di un decreto repressivo contro i migranti non regolarmente registrati. Da allora e in modo particolarmente brutale nelle ultime settimane le persone “dalla pelle scura” sono l’obiettivo di un’operazione di polizia dal profilo razziale denominata “X-Ray Outlaw Foreigner” e finalizzata ad espellere per conto della giunta miliare al governo tutti i lavoratori stranieri “illegali”

Dal 15 ottobre questo giro di vite sui migranti ha portato a circa 1.000 fermi e molti arresti arbitrari tra i richiedenti asilo, come è accaduto pochi giorni fa a 70 persone appartenenti alla minoranza religiosa dei cristiani pakistani e attualmente ancora detenute dalla polizia con l’accusa di "ingresso e soggiorno illegali", nonostante fossero in fuga dalla persecuzione religiosa subita in patria. Per Surachate Hakparn, capo dell’Ufficio immigrazione, “è indispensabile classificare quali siano le persone con la pelle scura buone e quali potrebbero commettere reati”. Tra questi, vi sono quelli che il funzionario definisce “truffatori romantici”, spesso nigeriani o ugandesi, che raggirano su internet i cuori solitari thailandesi per sottrarre loro denaro. Per le autorità di Bangkok tra gli osservati speciali dalla “pelle scura” ci sono però principalmente gli immigrati in fuga dai conflitti etnici del confinante MyanmarDa anni, infatti, la Thailandia è esposta ad una massiccia immigrazione, favorita in parte dalla porosità dei confini nazionali, ma dettata da aspetti storici e geografici che hanno portato alla nascita di alcuni campi profughi dell’Onu nella provincia di Mae Hong Son, nella parte ovest del Paese. 

In Thailandia l’aumento del flusso migratorio si inserisce in un contesto economico stagnante che stenta ad assorbire nuovi lavoratori dopo aver puntato per anni sugli immigrati giunti soprattutto dal Myanmar per soddisfare la domanda interna di lavoratori a bassa qualifica e bassa retribuzione. Alla questione economica si è adesso aggiunta quella sociale relativa ai diffusi atteggiamenti d’intolleranza che i thailandesi hanno progressivamente assunto verso i cittadini birmani, considerati come “quelli che ci rubano il lavoro”. Se per anni il governo thailandese ha tratto un vantaggio in termini di sviluppo economico da questa situazione, oggi davanti ad un rallentamento della crescita non sembra esserci una direzione politica precisa da seguire, il Governo va avanti a mosse dettate dalla contingenza, come quella che ha convinto la giunta militare ad adottare il “X-Ray Outlaw Foreigner” per tranquillizzare una parte dei cittadini thailandesi.

Bangkok sembra in una situazione non diversa da quella adottata anche dal Governo malaysiano che da agosto ha lanciato un’operazione su vasca scala contro l’immigrazione "clandestina". Datuk Seri Mustafar Ali, direttore generale dell’Ufficio Immigrazione di Kuala Lumpur, ha sempre presentato l'iniziativa “Ops Mega 3.0”, come il tentativo di contrastare le organizzazioni criminali coinvolte nel fenomeno della “schiavitù moderna”. Alla riuscita dell’operazione sono state chiamate molte agenzie governative e ministeri, oltre alle ambasciate dei cittadini stranieri che in questi mesi sono stati fermati e rispediti "a casa loro". Il risultato? Tra il 2014 e il 28 agosto di quest'anno, 867.336 immigrati clandestini hanno lasciato la Malaysia grazie ad una sorta di indulto terminato due mesi fa. Il provvedimento governativo consentiva ai richiedenti di fare ritorno al proprio Paese, dopo aver pagato una multa di 300 ringgit malesi (62,50 euro) e versato un contributo di 100 ringgit (20,85 euro) per il rilascio di un pass speciale. Kuala Lumpur ha così incassato 400 milioni di ringgit (83,27 milioni di euro) solo grazie alle sanzioni.

Da fine agosto però si è aperta in tutto il Paese una vera e propria “caccia agli immigrati clandestini” che ha portato il dipartimento dell’immigrazione di Kuala Lumpur ha condurre 9.449 operazioni di controllo, verificando lo status di 116.270 stranieri residenti nell'arcipelago. Ad oggi dopo l’operazione “Ops Mega 3.0” sono stati arrestati 29.040 lavoratori irregolari e 879 datori di lavoro. Tra le persone detenute, 9.759 provengono dall’Indonesia, 5.959 dal Bangladesh, 2.830 dalle Filippine e 2.715 dal Myanmar. Nel Paese rimangono circa 1,7 milioni di lavoratori stranieri in possesso di una regolare documentazione, ma considerati dal Governo “osservati speciali”, quasi come il milione di clandestini che ancora vivono in Malaysia e che come nel resto dei paesi del sud est asiatico e del mondo diventano all’occorrenza il capo espiatorio di criticità economiche e povertà pagate dalla popolazione locale, ma che con l’immigrazione hanno ben poco a che fare.

Alessandro Graziadei

sabato 24 novembre 2018

È l’era delle rinnovabili?

L’attuale economia basata sugli idrocarburi sembra inevitabilmente destinata a cedere il passo all’era delle energie rinnovabili nei prossimi 20 anni. A dirlo questa volta non sono i “soliti ambientalisti allarmisti”, ma Wood Mackenzie, dal 1923 una delle più importanti società di analisi azionaria del Regno Unito, per la quale “Il punto di svolta della sostenibilità, quando il mondo passerà dall’età del petrolio e del gas all’età delle rinnovabili, arriverà entro il 2035, a meno di 18 anni da oggi”. Dal rapporto che esamina le forze che modellano la transizione energetica globale Thinking global energy transitions: the what, if, how and when”, da poco pubblicato proprio da Wood Mackenzie, emerge in modo chiaro che “Entro il 2035 circa il 20% del fabbisogno energetico globale sarà coperto da energia solare o eolica” e “per il 20% di tutte le miglia percorse globalmente da automobili, camion, autobus e biciclette si utilizzeranno motori elettrici anziché a benzina o diesel”. Il risultato sarà che entro il 2040, “la domanda di petrolio evitata dai veicoli elettrici (EVs) raddoppierà a quasi 6 milioni di barili al giorno”. 

Per Simon Flowers, presidente e analista capo di Wood Mackenzie, è chiaro che “Il pendolo sta iniziando a oscillare, i principali player lo riconoscono e nel prossimo decennio impegneranno una percentuale sempre maggiore di capitale nell’energia e in particolare nelle rinnovabili”. Un processo che, secondo Prajit Ghosh, responsabile della strategia globale, energia e fonti rinnovabili di Wood Mackenzie, porterà la transizione energetica globale a distruggere progressivamente lo status quo petrolifero “influenzando tutti gli aspetti dell’industria energetica e dei settori ad essa correlati. Le politiche governative, le nuove tecnologie e le compagnie che stanno adottando strategie più sostenibili per adattarsi e prosperare in questa nuova realtà energetica, porteranno a cambiamenti strutturali nell’offerta di combustibili fossili, nella domanda, nel mix energetico e nei prezzi”. Il rapporto, infatti, prevede che dopo il 2035, l’energia elettrica prodotta con le rinnovabili e il trasporto elettrificato cresceranno rapidamente, tanto che “La metà di tutte le nuove centrali elettriche costruite a livello globale saranno solari o eoliche o una combinazione ibrida”.

Alla Wood Mackenzie sono convinti che le nuove tecnologie, come per esempio l’abbassamento dei costi delle rinnovabili e le innovazioni di batterie e sistemi di stoccaggio energetico, favoriranno questo cambiamento. Il rapporto fa notare, infatti, che “Dal 2010 i costi del solare fotovoltaico sono scesi dell’80%, mentre allo stesso tempo tecnologie più mature, come l’energia eolica onshore, hanno visto i costi scendere di circa il 30%. I costi delle batterie sono ora inferiori dell’80% rispetto ai livelli del 2010, rendendo lo stoccaggio energetico nelle batterie una soluzione più economica”.  Contemporaneamente, “il miglioramento della tecnologia di stoccaggio delle batterie stesse sta contribuendo a rendere i veicoli elettrici più affidabili, offrendo una soluzione ai problemi di inquinamento atmosferico locale. Una maggiore attività di decarbonizzazione potrebbe richiedere che entro il 2035 dal 40 al 60% delle vendite di nuove auto siano elettriche”. E se i veicoli elettrici autonomi e il ride-sharing decolleranno davvero, raggiungere livelli ancora più alti di conversione energetica diventerà possibile in un tempo ancora più breve.

Per Ghosh anche se la transizione energetica “sembra meno la trama di un film di fantascienza e più di un piano possibile” ci sono ancora alcuni ostacoli da superare. Per esempio “I prezzi delle batterie potrebbero non scendere così velocemente come sperato, rallentando l’adozione di veicoli elettrici. Anche l’accettazione dei veicoli elettrici da parte dei consumatori e lo sviluppo di infrastrutture di ricarica adeguate e diffuse sono fattori da tenere in considerazione”. Un altro problema chiave è la lentezza dei Paesi a mettere in atto leggi o regolamenti che potrebbero facilitare la transizione quando non addirittura ostacolarla. Se le decisioni di Donald Trump di ritirare gli Usa dall’accordo sul clima di Parigi e di rottamare così gli ambiziosi standard sulle emissioni dei veicoli approvati dalla precedente amministrazione Obama sono esempi eclatanti, il Belpaese non può certo vantare una maggior lungimiranza. Il nuovo Rapporto ASviS 2018  registra per il Goal 7 sull’energia pulita ed accessibile in Italia una situazione fondamentalmente statica tra il 2010 e il 2016. Il nostro Paese, infatti, dopo un iniziale miglioramento dell’efficienza energetica fino al 2012, è tornato ad attestarsi sui livelli del 2010. Le ragioni? Un incremento nel consumo di energia (+1,3%), il calo del contributo statale sulle rinnovabili (-4,3%), la mancanza di una riforma della Strategia energetica nazionale, basata ancora sul carbone come “combustibile di transizione” e infine la scomparsa della "questione energetica" all’interno del dibattito politico nazionale.

Nonostante gli sviluppi disomogenei a livello regionale, in Italia l'uso di energie alternative è passato dal 22% (2010) al 33% (2017), un'incremento che però secondo ASviS è ancora insoddisfacente. Per questo il Rapporto propone di attuare una più seria Strategia energetica nazionale che introduca la Carbon Tax “che dovrebbe trovare il posto che merita nel ridisegno complessivo del sistema fiscale del Governo”, e punti al grid parity, "il momento in cui l’energia elettrica prodotta da impianti alimentati da fonti energetiche rinnovabili ha lo stesso prezzo dell’energia prodotta tramite fonti energetiche convenzionali"Un lavoro per niente facile e che per ora non sembra tra le priorità di questo Governo. Eppure nonostante le decisioni politiche globali e locali non siano sempre così felici Ghosh è fiducioso: “I prossimi 15 anni saranno fondamentali per studiare, preparare e pianificare la nuova transizione energetica”. Speriamo che qualcuno nel Governo tenga in considerazione il consiglio, visto che non arriva dalla solita ong buonista ed ecologista, ma da analisti azionari.

Alessandro Graziadei

domenica 18 novembre 2018

"Fra poco spariranno". Chi?

Il mondo in cui viviamo tende a creare un’analogia sostanziale tra la norma giuridica e il migliore dei mondi possibili. In realtà spesso le condizioni del Pianeta ci imporrebbero una rettifica quando non uno stop a molte delle leggi che regolano le attività antropiche, guidate per lo più dall’ansia di profitto e incapaci di valutare delle possibili ricadute negative sull’ambiente e sulla vita in generale. Non fanno eccezioni gli Oceani, che secondo il Wwf sono tra gli ambienti più sfruttati del pianeta, visto che il  “il 33% degli stock ittici mondiali monitorati è sfruttato in eccesso e più del 60% è sfruttato al massimo delle loro capacità”. Premesso che molte delle associazioni che lavorano per salvare la biodiversità marina in maniera più o meno ipocrita non prendono neanche in considerazione l'invito ad una scelta vegetariana e alla luce del fatto che oggi gli oceani nutrono oltre 500 milioni di persone e danno lavoro ad altre 350 milioni, è evidente che l’impatto di una pesca senza limiti (più volte ricordato su Unimondo) mette a rischio non solo gli stock ittici, ma anche il futuro di molte popolazioni“Una situazione - ha precisato il Wwf - peggiorata anche dagli effetti del cambiamento climatico globale sui mari del mondo che aggiunge problemi quali asfissia, acidificazione, riscaldamento delle acque, aumento del livello del mare, tutti effetti che si stanno manifestando soprattutto nell’emisfero sud del pianeta”.

Per questo la ong del Panda lo scorso mese ha lanciato un allarme  attraverso la nuova campagna di comunicazione “Questa specie presto sparirà (anche il pesce)” che punta a diffondere semplici consigli per un consumo più responsabile del pesce tramite una guida online, realizzata nell’ambito del progetto Fish Forwardche evidenzia “il legame tra le minacce della pesca insostenibile e la sicurezza alimentare e economica di milioni persone nel mondo: pescatori, trasformatori, inscatolatori, così come tutti colori che dipendono dal pesce come risorsa di nutrimento”. Il Wwf è convinto che i consumatori europei possono dare un importante contributo per arrestare il declino degli stok ittici: “L’Europa, infatti, rappresenta il più grande mercato ittico del mondo: il 60% di pesce e dei molluschi che circola sui banchi frigo o nelle pescherie è di importazione e più della metà di questo proviene da paesi in via di sviluppo. L’Europa potrebbe quindi diventare l’attore chiave per il cambiamento dell’industria ittica globale”. Scegliere di limitare i consumi, favorire una pesca più  sostenibile scegliendo prodotti certificati Marine Stewardship Council (Msc) e  Aquaculture Stewardship Council (Asc), o optare per prodotti provenienti dalla pesca locale, che siano superiori a certe dimensioni e delle specie meno conosciute, può ancora fare la differenza. 

Secondo la presidente del Wwf ItaliaDonatella Bianchi, “Lo sfruttamento degli oceani mette a rischio la sopravvivenza di buona parte dell’umanità, non solo la sicurezza di circa un miliardo di persone che dipendono, direttamente o indirettamente dalle risorse ittiche come fonte di cibo e di reddito e vivono soprattutto in paesi in via di sviluppo. I mari e gli oceani ricoprono gran parte del nostro pianeta, alterarne gli equilibri ecosistemici potrebbe provocare danni irreversibili”. Per questo, visto che non si è ancora pronti per interrompere la consuetudine alimentare che fa di qualcuno, qualcosa da mangiare, occorre almeno portare avanti una seria educazione ai consumi, soprattutto per quanto riguarda il pescato del Mediterraneo che da anni è in uno stato di grave crisi. Per il Wwf “Decenni di cattiva gestione e sfruttamento hanno pesantemente impoverito le sue risorse marine, fino al punto che oggi più dell’80% degli stock monitorati risulta sovra sfruttato”, una situazione che sta diventando “un’enorme minaccia anche per quei pescatori artigianali che pescano seguendo le regole e per tutte le comunità costiere in generale”. 

Un allarme lanciato, alla vigilia della 42esima sessione della Commissione Generale per la Pesca nel Mediterraneo (Cgpm-Fao) che si è tenuta dal 22 al 26 ottobre a Roma, anche da Greenpeace, che con il rapporto “FRA poco spariranno” ha denunciato il fallimento delle misure di tutela delle aree di riproduzione delle specie ittiche più importanti dello Stretto di Sicilia. Il gambero rosa e il nasello sono specie da tempo in crisi e i dati del sistema di identificazione automatica (Ais  – Automatic identification system), dimostrano che “Negli ultimi tre anni almeno 147 pescherecci a strascico sono stati impegnati in presunte attività di pesca in tre aree molto delicate del tratto di mare che divide Sicilia e Tunisia”. Si tratta di pescherecci tutti italiani, provenienti soprattutto dai porti di Mazara del Vallo, Sciacca, Porto Empedocle, Licata e Portopalo di Capo Passero. “Eppure - ha ricordato Greenpeace - la proposta di vietare la pesca nelle aree di riproduzione per garantire un futuro alle risorse di gambero rosa e nasello, la cui pesca vale intorno ai 48 milioni di euro, risale almeno al 2006”. Nel 2011 il Piano di Gestione della Pesca nello Stretto di Sicilia aveva formalmente vietato la pesca a strascico in due di queste aree, mentre nel 2016 la Cgpm aveva stabilito la creazione di tre Fisheries Restricted Areas (FRA) nello Stretto di Sicilia. 

Cosa è andato storto? Le raccomandazioni prevedono una serie di clausole che hanno permesso all’Italia di evitare di rendere operative le restrizioni e secondo la ong “L’attività di pesca entro le tre FRA sembra addirittura essere aumentata dopo l’istituzione delle FRA”, tanto che il recente Piano di Gestione Nazionale del 2018 conferma che, di fatto, "la tutela di aree di riproduzione di fondamentale importanza per la pesca è ancora un miraggio”. Per Giorgia Monti, responsabile della campagna mare di Greenpeace Italia, visto che non siamo capaci da soli, “chiediamo al Cgpm-Fao di intervenire con fermezza nei confronti dell’Italia, che non ha fatto assolutamente nulla di concreto per far rispettare una norma così elementare come il divieto di pesca nelle zone dove i pesci si riproducono”. Il nostro mare non ha bisogno di leggi che rimangono sulla carta, ma ha bisogno di essere protetto. Intanto più il tempo passa, più saranno necessari sacrifici per rimediare alla scomparsa di molte specie ittiche e forse non solo di quelle.

Alessandro Graziadei

sabato 17 novembre 2018

Palau: il paradiso (fiscale) della tutela ambientale

La Repubblica di Palau non è solo un paradiso fiscale inserito dal 2017 nella black list dell’Unione europea dei Paesi che non fanno abbastanza per reprimere i programmi offshore. Questo piccolo Stato insulare dell’Oceania, che conta 22.000 abitanti a mollo nel Pacifico occidentale, ha una lunga storia di primati mondiali nel campo della conservazione. Fu il primo Paese nel 2009 a creare un santuario degli squali nelle sue acque nazionali vietando la distruttiva pratica della pesca a strascico e nel 2015 l’unico capace di istituire la più grande area marina protetta al mondo, quel Palau National Marine Sanctuary che, in mezzo milione di chilometri quadrati, ospita un patrimonio di biodiversità che vanta più di 1.300 specie di pesci e 700 di coralli. Primati che rendono questa piccola Repubblica uno dei soli 6 Paesi al mondo ad avere una designazione Unesco che protegge sia il suo ambiente, che la sua cultura, una caratteristica che lo rende ogni anno la meta di oltre 160.000 visitatori

Visto che in futuro il numero dei turisti sembra destinato a crescere, con un impatto antropico sull’ecosistema locale non sempre sostenibile, il Governo locale ha iniziato a prendere delle serie contromisure. Lo scorso dicembre ha presentato la Palau Pledgeun’innovativa iniziativa di turismo responsabile (che vi avevamo raccontato in gennaio), pensata per attirare l’attenzione sulle sfide ecologiche legate al futuro di Palau attraverso l’invito a sottoscrivere, sul passaporto di ogni turista che entra nel Paese, una promessa vincolante presa direttamente con i bambini di Palau che dice: “Bambini di Palau, prendo questo impegno come vostro ospite, per preservare e proteggere la vostra bella e unica casa insulare. Giuro di visitarla con leggerezza, di comportarmi gentilmente e di esplorare con attenzione. Non prenderò ciò che non mi è stato dato. Non farò del male a ciò che non mi fa del male. Le uniche impronte che lascerò sono quelle che verranno spazzate via”. In questo modo Palau ha aggiornato la sua politica turistica con una proposta scritta ispirata alla locale tradizione palauana del Bul, una moratoria dei leader tradizionali che pone fine immediatamente al sovra-consumo e alla distruzione di una specie, un luogo o una cosa a tutela delle future generazioni.

Ma il Governo di Ngerulmudnon non si è limitato ad aiutare i suoi ospiti a capire il ruolo vitale che svolgono nel proteggere Palau, ma ci ha messo del suo annunciando, il 12 ottobre scorso, la firma dell’accordo Armonia per la realizzazione con Engie Eps, leader tecnologico mondiale in micro-reti ed accumulo di energia, di un sistema energetico capace di rendere Palau un paese resiliente, low carbon e leader della transizione energetica rinnovabileSi tratta di un sistema a pannelli solari da 35 MW di energia rinnovabile e 45 MWh di accumulo che, combinato con l’attuale produzione, dovrebbe trasformare la rete di Palau in un sistema smart, integrato con oltre 100 MW di potenza installata, facendo dell'arcipelago la più grande micro-rete energetica al mondo capace di raggiungere l’obiettivo del 45% di energia da fonti rinnovabili entro il 2025 con un abbassamento del 22% delle emissioni del settore. Uno sforzo che andrebbe condiviso su scala mondiale se si vuole garantire la sopravvivenza della popolazione di Palau sparsa in una miriade di isole e atolli che rischiano di affondare nell’Oceano Pacifico se il livello del mare continuerà ad aumentare a causa del cambiamento climatico.

Con la firma di questo accordo, che si prevede sarà completato entro 15 mesi, il piccolo Stato della Micronesia si è garantito 30 anni di energia pulita ad un prezzo competitivo e fisso che consentirà a Palau di sostituire gran parte degli attuali inquinanti generatori diesel, riducendo drasticamente non solo le emissioni di CO2 della nazione, ma anche i costi della bolletta energetica degli abitanti. Per il presidente di Palau, Tommy Remengesau, Oggi è un imperativo categorico mitigare i mutamenti climatici e promuovere l’adattamento ad essi. Riducendo la nostra carbon footprint, limiteremo anche la vulnerabilità delle nostre infrastrutture energetiche a fronte dell’innalzamento dei mari e dei disastri naturali. Produrremmo così energia più pulita, ma anche più affidabile, accessibile ed economica per i nostri cittadini che vivono in prima linea i cambiamenti climatici. La nostra partnership con Engie ha accelerato la transizione di Palau verso un futuro rinnovabile e resiliente”.

In questo modo il Governo di Ngerulmud aggiunge l'ennesimo successo nella storia della tutela ambientale sperimentando la più rapida transizione energetica mai vista. Una sfida utile per dimostrare che il modello Palau, con la sua microrete da 100 MW, non è solo uno dei più grandi progetti solari al mondo, ma un esempio da imitare se si vuole sperare di rendere più sostenibile l’intero settore energetico globale.

Alessandro Graziadei

sabato 10 novembre 2018

Sono tutti contro la deforestazione. A parole…

A parole sono tutti contro la deforestazione a cominciare da Unilever, Nestlé, Colgate-Palmolive e Mondelez. In realtà, secondo una recente indagine di Greenpeace International, nonostante gli altisonanti impegni per una “deforestazione zero”, nel corso degli ultimi tre anni queste quattro aziende hanno continuato a comprare dell'olio di palma legato alla deforestazione, causando la distruzione di un’area di foresta pluviale indonesiana ampia due volte lo stato di Singapore. Nel corso della sua indagine Greenpeace ha esaminato gli impatti della deforestazione dei 25 principali produttori di olio di palma mondiali e ha rilevato che la situazione non sembra affatto essere migliorata nel corso degli ultimi anni visto che “questi 25 gruppi produttori hanno devastato oltre 130.000 ettari di foresta pluviale dalla fine del 2015 a oggi” e “il 40% della deforestazione (51.600 ettari) è avvenuto a Papua, in Indonesia, una delle regioni più biodiverse del pianeta, e  fino a poco tempo fa non ancora toccata dall’industria dell’olio di palma”. Venti di questi gruppi di produttori di olio di palma riforniscono 12 delle principali multinazionali leader del settore: Colgate-Palmolive, General Mills, Hershey, Kellogg, Kraft Heinz, L'Oreal, Mars, Mondelez, Nestlé, PepsiCo, Reckitt Benckiser e Unilever.

Per Greenpace, però, il primo responsabile di questo disastro ambientale è Wilmar, il più grande operatore mondiale di olio di palma, “che ha acquistato negli ultimi anni da 18 imprese legate alla deforestazione e ha violato il suo impegno a rescindere ogni legame con la distruzione delle foreste pluviali”. Nel 2013, infatti, Greenpeace aveva denunciato in un dettagliato report come i fornitori della Wilmar fossero responsabili della deforestazione, del taglio illegale, degli incendi nelle torbiere e dell’estesa distruzione dell’habitat della tigre.  Come conseguenza Wilmar aveva annunciato una vera e propria rivoluzione nella sua politica aziendale, un proposito che secondo Greenpeace è rimasto disatteso, visto che “Wilmar continua ad acquistare olio di palma dagli stessi gruppi che stanno distruggendo le foreste pluviali” e che secondo Amnesty International “sfruttano i lavoratori, inclusi i minori e non di rado rubano la terra alle comunità locali”. In oltre 25 casi, infatti, Greenpeace ha riscontrato “il coinvolgimento di Wilmar anche in conflitti sociali, legati all’espansione di piantagioni senza permessi o in aree vietate in seguito ad incendi di origine antropica”. Nel luglio 2015, questi incendi devastanti si sono diffusi a Sumatra, Kalimantan e Papua minacciando la salute delle popolazioni di tutto il sud-est asiatico. Per il network internazionale Salva le Foreste “I ricercatori delle Università di Harvard e Columbia hanno stimato che il fumo degli incendi indonesiani del 2015 potrebbe aver provocato 100.000 morti premature” e la Banca Mondiale “ha quantificato il costo del disastro ambientale attorno ai 16 miliardi di dollari”.

Attualmente il settore delle piantagioni da olio di palma e quello non meno impattante della cellulosa sono i principali fattori di disboscamento in Indonesia dove, secondo le cifre ufficiali rilasciate dal governo indonesiano, circa 24 milioni di ettari di foresta pluviale sono stati distrutti tra il 1990 e il 2015. La conseguenza per il World Resources Institute (WRI) è che oggi l’arcipelago indonesiano si colloca nella fascia più alta degli emettitori globali, a fianco degli Stati Uniti d’America e della Cina, perché nonostante Giacarta abbia un’industria ancora poco sviluppata, il suo livello di deforestazione e di distruzione delle torbiere è tale da essere tra le principali fonti di emissioni di quei gas serra tra i principali responsabili del cambiamento climatico mondiale. Oltre a contribuire all’inquinamento globale, la deforestazione da olio di palma, per l’International Union for Conservation of Nature (IUCN) è responsabile del dimezzamento della popolazione di orangotanghi del Borneo in soli 16 anni per via della distruzione del loro habitat. Un problema che non riguarda solo l’Indonesia visto che secondo i dati dell’IUCN globalmente “sono 193 le specie in grave pericolo di estinzione, minacciate dalla produzione di olio di palma”.

La situazione dell’Indonesia è uno degli esempi dell’uso sconsiderato delle foreste tropicali che nel 2017 ha registrato il secondo anno nero della deforestazione mondiale. Sempre secondo il WRI, infatti, l’anno scorso è stato segnato il peggior record di deforestazione, almeno stando ai dati della perdita di copertura forestale nei paesi tropicali elaborati dall’Università del Maryland, e pubblicati sul Global Forest Watch. “Nel 2017 i tropici hanno perduto 15,8 milioni di ettari d copertura forestale, un’area grande quanto il Bangladesh: 40 campi da calcio al minuto per tutta la durata dell'anno”. Di fatto malgrado gli sforzi di molte ong e di qualche governo, la deforestazione tropicale sembra essere aumentata costantemente negli ultimi 17 anni e se i disastri naturali come incendi e tempeste giocano un ruolo sempre più importante per il cambiamento climatico, l’abbattimento delle foreste per fare spazio alle piantagioni di olio di palma e cellulosa sono parte attiva di questo dramma ambientale

Alessandro Graziadei

sabato 3 novembre 2018

A casa loro in Mali…

Non trova pace il Mali, dove nelle scorse settimane le uccisioni di 19 nomadi Tuareg disarmati hanno rischiato di deteriorare ulteriormente il clima nella regione settentrionale del paese africano, dove comuni delinquenti, terroristi e fondamentalisti islamici continuano a seminare violenza e tensione. L’impressione è che fino a quando il Governo maliano non si assumerà le proprie responsabilità, attuando finalmente l’accordo di pace firmato nel 2015 con la popolazione Tuareg in tutti i suoi punti, la spirale di violenza in Mali rischierà di aggravarsi ulteriormente. Il 25 settembre un gruppo di motociclisti ha attaccato due accampamenti di nomadi Tuareg del gruppo degli Ibogholitane, a circa 45 km dalla città di Menaka, nel nordest del paese. Gli aggressori hanno ucciso a colpi di arma da fuoco 17 civili, tra cui diversi adolescenti. Solo pochi giorni prima, il 22 settembre, nella città di Kidal,  due capi clan dei Tuareg Saida Ould Cheik Cheick Mohamed Ag Eljamet sono stati circondati e uccisi in strada da motociclisti armati esponenti di un gruppo radical-islamico.

Lo stesso giorno, il 22 settembre, il neo-eletto presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keita aveva annunciato che il ripristino della sicurezza nel paese costituisce il primo e più importante punto del suo programma. Sembra però che né le truppe di pace Onu della missione Minusmané le truppe anti-terrorismo francesi stazionate nella regione, né tanto meno l’esercito del Mali siano in grado di garantire la sicurezza della popolazione civile. Per riuscire ad interrompere l'escalation di violenza ed evitare che questi ultimi assassinii vadano ad alimentare ulteriormente la pericolosa spirale di aggressioni mortali, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha chiesto “l’immediato avvio di un'indagine indipendente in grado di far incriminare i responsabili degli agguati”. Per l’APM, inoltre, le autorità competenti, nazionali ed internazionali, dovrebbero mettere in campo da subito delle strategie per una reale tutela della popolazione civile: “Il primo passo in tal senso dovrebbe essere l’effettiva attuazione dell’accordo di pace con la popolazione Tuareg che il Governo ha finora attuato solo parzialmente e in modo molto lento dando l'impressione di non volersene in realtà occupare”.  

Secondo l’APM, attualmente il Governo di Bamoko “è uno dei principali responsabili del clima di insicurezza, ma soprattutto del vuoto legislativo che si è creato nella regione, e che a sua volta lascia liberi comuni criminali ed estremisti di agire impunemente”. L’esigenza di ristabilire la legge e disinnescare l’odio etnico in Mali non è certo un’emergenza degli ultimi mesi. A pochi giorni dal ballottaggio per le elezioni presidenziali di agosto si era registrata un’escalation di violenza tra la popolazione appartenente ai gruppi etnici dei Peul e dei Dogon nel cuore del paese. Il 9 agosto erano stati trovati i corpi senza vita di 14 Peul rapiti due giorni prima da un gruppo di miliziani. In molti hanno accusato del crimine un gruppo di Dogon, che già in passato aveva fatto parlare di sé per attacchi condotti contro persone appartenenti ai Peul. Il conflitto tra Peul e Dogon ha causato dall’inizio dell’anno ad oggi almeno 317 morti, vittime soprattutto della mancanza di politiche di sviluppo che alimentano l'odio etnico nella regione del Mali centrale.  

Il malcontento e la rabbia tra la popolazione Dogon nasce dall’accusa generalizzata e spesso infondata a tutta l'etnia Peul di sostenere gruppi islamici radicali. Le cause del conflitto tra Peul e Dogon in realtà sono molteplici e risiedono principalmente nelle diverse economie di sussistenza dei due gruppi: mentre i Peul sono tradizionalmente pastori nomadi, i Dogon sono agricoltori stanziali. Il cambiamento climatico e la conseguente minor disponibilità di terre adatte alla pastorizia e all'attività agricola ha innescato forti tensioni tra i due gruppi, rese ancora più forti a causa della generale povertà e della crescita demografica. Ad oggi sembra che, come nel più globalizzato dei copioni, la mancanza di risorse e di sicurezza finisca per avvantaggiare proprio i gruppi più radicalizzati. Sempre andando a ritroso nel tempo, lo scorso 24 luglio, a Koumaga sono stati trovati i corpi di 17 Peul disarmati e a fine giugno 2018 sono stati uccisi altri 42 Peul. In entrambi i casi molti hanno pensato che i responsabili delle violenze potessero essere gruppi di miliziani Dogon.

Per il momento l'assenza di politiche coraggiose e programmi di sviluppo delle aree rurali contribuisce a far crescere quel malcontento che lascia campo libero alle milizie islamiche, che approfittano della situazione per reclutare nuovi combattenti in particolare tra i Peul. Dopo il ballottaggio del 12 agosto scorso, che ha confermato alla guida del paese il presidente uscente Keita, la situazione non sembra essere migliorata. Per l’APM adesso “occorre agire velocemente e seriamente sulla situazione delle regioni centrali del paese, se non si vuole che le attuali violenze si trasformino in veri e propri conflitti armati permanenti”. Se così non fosse da casa loro, in Mali, partiranno nei prossimi mesi un numero ben superiore ai 140mila profughi che già hanno lasciato il paese in questi mesi.

Alessandro Graziadei