domenica 17 febbraio 2019

A.A.A. cercasi coperture economiche e insegnanti di sostegno

Per quanto riguarda gli interventi di integrazione scolastica, incluse le spese del personale per i docenti di sostegno, la legge di Bilancio 2019 prevede per l’istruzione di primo ciclo 3,49 miliardi nel 2019, riducendo di circa 70 milioni la previsione approvata dalla precedente manovra, mentre per l’istruzione di secondo ciclo, 1,45 miliardi, con una spesa in lenta diminuzione che toccherà il miliardo in meno nel 2021. Traducendo queste cifre appare verosimile pensare ad un futuro taglio del personale docente di sostegno e una sensibile diminuzione delle ore dedicate agli alunni con disabilità. Come ha ricordato il 3 gennaio l’Istat nel report L’inclusione scolastica: accessibilità, qualità dell’offerta e caratteristiche degli alunni con sostegnorelativo all’anno scolastico 2017/18, nell’ultimo anno scolastico a fronte di 248 mila studenti con disabilità, in 71 mila sono già rimasti senza insegnanti di sostegno e i docenti assegnati sono stati nel 36% dei casi insegnanti curricolari precari e non specializzati. Più di un insegnante di sostegno su tre, in Italia, non ha quindi la specializzazione sul sostegno, “non solo per la mancanza di coperture economiche”, ma anche “perché la graduatoria degli insegnanti specializzati per il sostegno non è sufficiente a soddisfare la domanda”.

Per la prima volta l’indagine ha esteso il campo di osservazione anche alla scuola dell’infanzia, oltre alla primaria e alla secondaria di secondo grado, fornendo così un quadro d’insieme di tutte le scuole del territorio nazionale. Gli alunni con sostegno che frequentano solo la scuola primaria e secondaria di primo grado ammontano complessivamente a 165.260, il 3,7% degli alunni complessivi, una quota in continua crescita con un incremento, negli ultimi 10 anni, di oltre il 27%. L’incremento degli alunni con sostegno, che ha interessato le scuole primarie e secondarie di primo grado negli ultimi anni, si osserva per ogni tipologia di disabilità, tuttavia la quota maggiore è imputabile all’aumento di alunni con disturbo dello sviluppo che negli ultimi 5 anni sono quasi raddoppiati, “passando - secondo l’Istat -  da poco più di 22mila nell’anno scolastico 2013/2014 a oltre 43mila nell’anno scolastico 2017/2018, in linea con quanto rilevato dagli studi epidemiologici internazionali”.

Il problema più frequente è la disabilità intellettiva che riguarda il 46% degli alunni con sostegno; seguono i disturbi dello sviluppo e quelli del linguaggio (rispettivamente 25% e 20%). Molti gli alunni che hanno più di un problema di salute, circa il 48% e tra questi il 6% ha problemi di autonomia più gravi, in quanto non è in grado di svolgere in autonomia nessuna delle attività didattiche. Gli alunni con gravi problemi di autonomia dispongono mediamente di 12,9 ore settimanali di assistenza e passano la maggior parte del loro tempo all’interno della classe, in media 27,4 ore settimanali per la scuola primaria e 25,3 per quella secondaria. Svolgono attività didattica al di fuori della classe solo per un numero residuale di ore, in media 3 ore settimanali nella scuola primaria e 4 nella scuola secondaria di primo grado. Purtroppo, nonostante le numerose esperienze scolastiche che raccontano di buoni percorsi integrativi  degli alunni disabili, la partecipazione dei ragazzi con sostegno alle gite d’istruzione con pernottamento è estremamente limitata: “si stima che non partecipino il 76,4% degli alunni con sostegno nella scuola primaria e il 60,3% nella scuola secondaria di primo grado”. 

Anche se le ore di sostegno settimanali dovrebbero essere integrate in entrambi gli ordini scolastici, gli insegnanti a disposizione dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze sono solo 156mila con un rapporto di 1,5 alunni per insegnante. Circa il 5% delle famiglie di alunni con sostegno, infatti, ha presentato negli anni un ricorso al Tar per ottenere l’aumento delle ore e la continuità del rapporto tra il docente e l'alunno che non risulta ancora garantita, tanto che durante quest'anno scolastico “il 41% degli alunni ha cambiato insegnante rispetto all’anno precedente”. Dal dettaglio territoriale emerge una maggiore dotazione di insegnanti per il sostegno nelle regioni del Mezzogiorno e a causa della carenza di insegnanti specializzati, si riscontra la più grossa quota di insegnati per il sostegno selezionata dalle liste curriculari nelle regioni del Nord, dove la quota sale al 49% mentre si riduce considerevolmente nel Mezzogiorno scendendo al 21%. 

Nonostante la significativa presenza di disabili nelle scuole italiane permangono per l’Istat altri limiti al diritto allo studio, a cominciare dall’accessibilità, visto che  “soltanto il 32% delle scuole risulta accessibile dal punto di vista delle barriere fisiche: più critica la situazione del Mezzogiorno dove soltanto il 26% di scuole è a norma. Il quadro peggiora se si considera la presenza di barriere senso-percettive che ostacolano gli spostamenti delle persone con limitazioni sensoriali”. La percentuale di scuole accessibili scende in questo caso al 18% e ancora una volta la quota più bassa si registra nelle regioni del Mezzogiorno. Una condizione che non migliora quando si parla della tecnologia, che può essere un “facilitatore” nel processo d’inclusione scolastica, soprattutto nel caso in cui sia facilmente fruibile dai disabiliPurtroppo non sempre è così e secondo i ricercatori Istat, per il 9% degli alunni con sostegno, gli ausili didattici utilizzati a scuola risultano poco o per nulla adeguati alle loro esigenze e “la collocazione in ambienti dedicati, esterni alla classe, spesso rischia di ostacolare l’interazione tra gli alunni e impedire l’utilizzo quotidiano dello strumento a supporto della didattica”. 

A ben vedere non siamo davanti ad un problema recente. La Federazione Italiana Superamento Handicap (Fish) già lo scorso anno, aveva evidenziato non poche criticità attorno al diritto allo studio degli alunni con disabilità. Presentando in ottobre i dati emersi da un’indagine tra 1.600 famiglie aveva ricordato che “il 41% delle famiglie denuncia la mancanza della figura del sostegno e fra queste il 30% dichiara di essere stato invitato a non portare a scuola il proprio figlio o di ridurne la frequenza”. Anche per la Fish un altro dato preoccupante era quello relativo alla reale specializzazione degli insegnanti di sostegno assegnati: “solo il 30% risulta in possesso, stando alle dichiarazioni delle famiglie, dei relativi titoli”, dato che come abbiamo visto è peggiorato in questo anno scolastico. Per Vincenzo Falabella, Presidente della Fish la situazione “impone la necessità di un confronto immediato con il Ministro dell’Istruzione per sollecitare l’attuazione dei decreti applicativi della legge sulla buona scuola, rimarcando l'importanza di realizzare una piena tutela dei diritti degli studenti con disabilità”. Il Ministro Marco Bussetti saprà farsi valere e trovare posto nell'agenda politica di questo governo assillato sempre e solo dai migranti?

Alessandro Graziadei

sabato 16 febbraio 2019

Contro la desertificazione? Il deserto!

La “desertificazione” è una delle conseguenze dell’azione dell’uomo e del clima sulle zone aride, che spesso porta ad una loro estensione, una minore produzione alimentare, all’infertilità del suolo e ad una minor quantità e qualità di risorse idriche. Con gli anni si è scoperto che questo fenomeno non è solo una conseguenza, ma anche una delle cause del cambiamento climatico, visto che il degrado del suolo dà luogo all’emissione di gas a effetto serra, e i suoli degradati hanno una minore capacità di trattenimento della CO2. Zone calde e semidesertiche esistono da sempre in Europa meridionale, ma adesso secondo l’ultima relazione della Corte dei Conti europea (Eca), dal titolo Combattere la desertificazione nell’UE: di fronte a una minaccia crescente occorre rafforzare le misure, “il rischio di desertificazione europeo si sta aggravando ed estendendo sempre più a Nord”.  Di fronte a questo rischio ambientale però, per l’Eca, “la Commissione europea non ha ancora un quadro chiaro delle problematiche rappresentate dalle crescenti minacce in termini di desertificazione e degrado del suolo nell’Unione europea” e “I provvedimenti presi finora dalla Commissione e dagli Stati membri per combattere la desertificazione hanno una limitata coerenza”.

Se nel quadro dell’United Nations Convention to Combat Desertification (Unccd) da anni almeno 13 Stati membri dell’Unione (Italia, Bulgaria, Croazia, Cipro, Grecia, Lettonia, Malta, Portogallo, Romania, Slovenia, Slovacchia, Spagna e Ungheria)  dichiarano di essere colpiti da desertificazione, prima di stilare questo allarmante rapporto gli autori hanno voluto visitare Italia, Cipro, Portogallo, Romania e Spagna per verificare se il rischio di desertificazione è stato fino ad oggi affrontato in maniera efficace ed efficiente. La conclusione dell’Eca è senza appello: “Non esiste una strategia, a livello dell’Ue, per far fronte alla desertificazione e al degrado del suolo. Ci sono invece una serie di strategie, piani d’azione e programmi di spesa, come la politica agricola comune, la strategia forestale dell’Ue e la strategia dell’Ue sull’adattamento ai cambiamenti climatici, che sono pertinenti ai fini della lotta contro la desertificazione, ma non specificamente mirati ad essa”. Il risultato è che poco o nulla è stato fatto per conseguire entro il 2030 la neutralità in termini di degrado del suolo, un obiettivo che gli Stati membri si sono impegnati a realizzare nel 2015.

Ad oggi, anche se la Commissione e gli Stati membri raccolgono da anni dati su vari fattori che incidono sulla desertificazione, non è stata ancora condotta una valutazione complessiva sul degrado del suolo a livello dell’Unione, né è stata concordata alcuna metodologia specifica per contrastarlo. Per l’Eca “Vi è stato un limitato coordinamento fra gli Stati membri e la Commissione non ha fornito orientamenti concreti o valutato eventuali progressi compiuti. Per Phil Wynn Owen, che ha coordinato la relazione per la Corte dei conti europea “Il rischio è di dimenticare che la desertificazione può comportare povertà, problemi di salute dovuti alla polvere portata dal vento, nonché una diminuzione della biodiversità. Può anche avere conseguenze demografiche ed economiche, costringendo la popolazione a migrare lontano dalle aree colpite. Come Corte dei Conti europea abbiamo la responsabilità di attirare l’attenzione su questi rischi, che potrebbero generare crescenti pressioni sui bilanci pubblici, sia a livello dell’Ue che nazionale”. 

Per questo l’Eca nella sua relazione raccomanda di “Definire al più presto una metodologia per valutare l’estensione della desertificazione e del degrado del suolo nell’Ue e, su tale base, proporre delle azioni di contrasto locale e globale”. Solo in questo modo sarà possibile “valutare l’adeguatezza dell’attuale quadro normativo per l’uso sostenibile del suolo nell’intera Ue; illustrare in maniera dettagliata come potrà essere assolto l’impegno assunto dall’Ue di raggiungere, entro il 2030, la neutralità in termini di degrado del suolo; fornire orientamenti agli Stati membri sulla preservazione del suolo e la realizzazione della neutralità in termini di degrado del suolo nell’Ue, compresa la diffusione di buone pratiche; ove da questi richiesto, fornire agli Stati membri supporto tecnico nell’elaborare piani d’azione nazionali contro il degrado del suolo”. Tutte conclusioni che erano state anticipate lo scorso giugno anche dal Joint Research Centre (Jrc) dell’Unione europea attraverso il World Atlas of Desertification, uno strumento destinato ai decisori politici per migliorare le risposte locali al degrado del suolo e che aveva anticipato come oggi “La desertificazione colpisca l’8% del territorio dell’Unione europea, in particolare nell’Europa meridionale, orientale e adesso anche centrale. Regioni che, con circa 14 milioni di ettari colpiti, mostrano un’elevata sensibilità alla desertificazione”. 

Secondo il Jrc, nella sola Unione europea, “il costo economico del degrado del suolo è stimato nell’ordine di decine di miliardi di euro all’anno” ed è probabile che entro il 2050 “migliaia di persone saranno sfollate a causa di problemi legati alle scarse risorse del territorio”. Anche per questo il Jrc, anticipando le recenti raccomandazioni della Corte del Conti europea, ha ricordato che  “Per fermare il degrado del suolo e la perdita di biodiversità sono necessari un maggiore impegno e una cooperazione più efficace a livello locale”, scelte indispensabili per identificare quei processi biofisici e socio-economici che, da soli o combinati, possono portare a un uso insostenibile e degradante del territorio. Fino ad oggi, alla desertificazione, la politica ha risposto con un "deserto" di iniziative poco concrete e raramente efficaci.

Alessandro Graziadei

domenica 10 febbraio 2019

Stato di Shan: guerra e metanfetamina

Solo nell’ultimo mese, sono state oltre 2mila le persone che hanno abbandonato le proprie case nelle municipalità di Namtu e Hsipaw, nel nord dello Stato orientale di Shan in Myanmar, al confine con la CinaU Tin Sein, responsabile del campo per rifugiati interni di Nar Ma Khaw, ha dichiarato che “Oltre 500 persone sono arrivate negli scorsi giorni nel nostro campo, mentre in tutta la municipalità ve ne sono oltre 1.400”. Sono tutti ospitati in nove campi profughi temporanei e scappano a causa dell’intensificarsi del conflitto che vede contrapposte due fazioni: il Ta’ang National Liberation Army (Tnla) e l’alleato Shan State Progress Party (Sspp) da un lato e il Restoration Council of Shan State (Rcss) dall’altro, tutte fazioni che dietro l’odio etnico trovano la ragione dello scontro nella produzione e nella distribuzione di sostanze stupefacenti.

Nello Stato di Shan, infatti, il traffico di stupefacenti ed il conflitto etnico sono fenomeni intrecciati sin dagli anni ’50 da quando gruppi separatisti e milizie para-militari che dipendono dai proventi del traffico illecito hanno iniziato a scontrarsi per tutelare principalmente i propri tossici investimenti miliardari, tutti legati ad interessi geopolitici verso i quali Pechino ha sempre preferito avere rapporti “pragmatici”. In questi ultimi anni se la coltivazione dell’oppio è diminuita in modo sensibile è invece aumentata in modo costante la produzione di metanfetamine, una droga capace di potenti effetti sul sistema nervoso centrale ed ha in parte sostituito sul mercato l’eroina. La sua proliferazione, favorita anche dalla corruzione e dall’aumento del consumo interno, ha contribuito in modo deciso all’instabilità della regione e ha fatto dello Stato orientale di Shan il centro mondiale della produzione di metanfetamina. Parallelamente i progetti infrastrutturali promossi dalla Belt and Road Initiative (Bri) di Pechino nel “Triangolo d’oro” birmano, sembrano favorire gruppi armati, milizie ed organizzazioni criminali che ne gestiscono il traffico.

È questo quello che emerge dal rapporto “Fire And Ice: Conflict And Drugs In Myanmar's Shan State” pubblicato in gennaio dall’International Crisis Group (Icg), una ong con sede a Bruxelles che ha analizzato alcune delle ricadute sociali ed economiche della Bri, un progetto strategico di dimensioni enormi che fa capo alla Cina, intenzionata a realizzare un’opera maestosa di collegamento con l’Europa e l’Africa OrientaleIl progetto prevede l’apertura di due corridoi infrastrutturali fra la Cina e il continente europeo sulla falsariga delle antiche Vie della Seta: uno terrestre (Silk Road Economic Belt) e uno marittimo (Maritime Silk Road). L’obiettivo è quello di rilanciare l’industria del Paese, favorendo il suo sviluppo tecnologico in alcuni settori strategici dell’economia globale grazie a queste nuove rotte commerciali e a nuovi mercati da raggiungere con le esportazioni. La Bri però non si iscrive solo in una precisa agenda per lo sviluppo economico, ma intende anche essere uno strumento per aumentare il peso culturale, diplomatico e politico della Cina a livello globale.

Nel caso del “Triangolo d’oro”, secondo la Icg, la Bri ha anche scopi meno evidenti che mettono in luce gli interessi ed i complessi rapporti di Pechino con i principali attori della produzione e del commercio di droga. Gli analisti dell’Icc affermano, infatti, “che la Cina, da dove proviene la maggior parte dei componenti chimici per sintetizzare gli stupefacenti, quasi mai ha condotto operazioni antidroga al confine con il Myanmar” e che “Pechino intrattiene relazioni con i gruppi armati operativi nello Shan, a tutela dei suoi miliardari investimenti nel Corridoio economico sino-birmano”. È possibile che l’industria della droga acquisti nuovo slancio con gli accordi sottoscritti dai due Paesi che porteranno strade migliori e una ferrovia ad alta velocità che collegherà la Cina meridionale al Golfo del Bengala, sulla costa dello Stato birmano di Rakhine. “Nella recente storia del Triangolo d'oro, l’aumento degli scambi e il miglioramento delle infrastrutture hanno ampliato, e non limitato, le opportunità per i profitti illeciti”, ha concluso l'Icg. Non a caso, nel solo 2018, le autorità birmane hanno sequestrato 1.750 kg di metamfetamine a cui si aggiungono 500 kg di eroina e 30 milioni di pillole yaba (un mix di metanfetamina e caffeina). Sequestri di sostanze provenienti dal Triangolo d’oro hanno avuto luogo nell'ultimo anno anche in Paesi vicini: 2,1 tonnellate in Australia, 1,6 tonnellate in Indonesia, 1,2 tonnellate in Malaysia ed è pensabile che i sequestri rappresentino solo il 10% del commercio totale, suggerendo una produzione annua complessiva superiore alle 250 tonnellate per un traffico stimato dal valore di oltre 40 miliardi di dollari all’anno.

Mentre questi affari illeciti continuano, Sai Yanpyay, membro della Se Lain Khan Social Welfare Association che opera nello Stato di Shan, afferma che “i profughi hanno iniziato ad arrivare il 1° gennaio e il flusso per ora non sembra destinato a fermarsi. Quando hanno sentito il suono di armi pesanti, sono fuggiti. I loro pasti vengono forniti da abitanti dei villaggi vicini ai campi profughi e dai donatori. Ci sono oltre 400 rifugiati nel monastero di Man San North. Oltre 50 persone di Manwa alloggiano al monastero Namtu Popa Yone. Alcuni stanno nelle case dei loro parenti”. Un capo villaggio della zono ha riferito che i guerriglieri “Sono arrivati il mattino del 6 gennaio. Sono fuggiti quando un gruppo armato ha chiesto agli uomini robusti di unirsi a loro. "I miliziani parlavano la nostra lingua, ma le loro uniformi non avevano alcuna insegna”. Così nello stato di Shan si aggrava un’emergenza tossica legata ad un progresso scorsoio che minaccia molti popoliben oltre i suoi confini.

Alessandro Graziadei

sabato 9 febbraio 2019

La ruspa e la tossicodipendenza...

La lotta contro le droghe pesanti non deve ridursi ad un problema di sicurezza come quasi sempre succede dopo fatti drammatici di cronaca come quelli che lo scorso anno hanno portato al femminicidio di Pamela Mastropietro e Desirèe Mariottini. Occorre certo smantellare il legame fra tossicodipendenza e criminalità, presidiando alcuni luoghi specifici, ma non basteranno né la ruspa, né qualche poliziotto in più nell’angolo più degradato delle nostre periferie per evitare la diffusione di un fenomeno in crescita. Secondo i dati raccolti da geoverdose.it, un progetto della Società Italiana Tossicodipendenze, nel 2017 il consumo di eroina in Italia è salito del 9,7% ed ha causato 148 morti, più o meno il numero dei decessi dello corso anno. La quantità di stupefacenti in circolazione negli ultimi 3 anni è costantemente aumentata e adesso non muoiono più solo i  “vecchi eroinomani”, ma anche i ragazzini, gli adolescenti che non hanno memoria storica della devastazione sociale degli anni Settanta e Ottanta. Un trend in linea con il contesto mondiale dove negli ultimi anni secondo le Nazioni unite la produzione globale di oppio è aumentata di oltre il 30%, toccando nel 2016 le 6.500 tonnellate, da cui sarebbero state ricavate solo quell'anno circa 450 tonnellate di eroina.

Di fronte a questa emergenza sono necessarie operazioni strategiche per ottenere risultati visibili e di lungo periodo mettendo insieme teste che si occupano di sicurezza, ma anche di analisi di mercato, di politica internazionale, organizzazione urbana, problemi sociali, povertà, terapia della dipendenza, magari con un occhio di riguardo per i contesti educativi e scolastici. Per contrastare l’uso delle droghe tra i giovani e giovanissimi, infatti, è indispensabile ripensare anche l'approccio formativo. Per questo la Toscana ha invitato durante quest’anno scolastico i dirigenti e gli insegnanti a sedersi sui banchi per imparare come affrontare il problema delle dipendenze tra gli adolescenti.  Questo è quanto prevede il Patto Educativo che è stato firmato lo scorso ottobre tra la Prefettura, la Regione Toscana, il Comune di Firenze, i vertici provinciali delle Forze dell’Ordine, l’Ufficio Scolastico Regionale per la Toscana, l’Unione Sanitaria Toscana Centro e i dirigenti di cinque istituti di istruzione secondaria di Firenze: il liceo linguistico “Giovanni Pascoli”, il liceo artistico “Porta Romana”, il liceo scientifico “Antonio Gramsci” e gli istituti “Sassetti Peruzzi” e “Gobetti-Volta”. 

La novità di questo percorso di formazione, tenuto da personale dell’ASL, del NOT – Nucleo Operativo Tossicodipendenze della Prefettura e delle forze dell’Ordine, consiste nel coinvolgimento del personale docente dei primi due anni delle scuole medie superiori, un target scelto sulla base di analisi che hanno appurato che le dipendenze giovanili cominciano a radicarsi nella fascia di età tra i 13 e i 15 anniDirigenti e professori stanno così andando a lezione per apprendere il giusto know-how, per imparare come interagire con gli studenti, come cogliere per tempo i segnali di disagio e a quali istituzioni e associazioni rivolgersi quando vengono individuate situazioni critiche. Gli esperti toscani hanno notato, infatti, che “gli adolescenti conoscono bene gli effetti e i danni provocati dalle sostanze stupefacenti, ma ciò non basta ad impedire che ne facciano uso. Da qui la necessità di fare prevenzione in un modo diverso”. Come? Non con i cani anti droga a scuola, ma coinvolgendo ampiamente il mondo della scuola nel suo complesso, per sviluppare nei ragazzi quelle capacità personali che li rendano in grado di affrontare le complesse sfide della vita quotidiana, senza rifugiarsi nella droga o nell'alcol.

Mentre la scuola toscana è in prima linea nell'elaborare delle linee guida per consentire ai giovani di accrescere il loro bagaglio di conoscenza e consapevolezza nel campo delle dipendenze, il Dipartimento per le Politiche Antidroga e il Dipartimento della Pubblica Sicurezza hanno siglato un accordo che stanzia 2,2 milioni di euro per rafforzare la lotta al narcotraffico e alle nuove sostanze psicoattive. Non si tratta di operazioni di “polizia emergenziale” o di “pulizia con la ruspa”, ma dell’impiego di 2,2 milioni di euro erogati per rafforzare la lotta al narcotraffico e alle nuove sostanze psicoattive a livello di intelligence. Saranno potenziati i flussi di informazioni sulle sostanze stupefacenti, la tracciabilità dei percorsi del narcotraffico, la diffusione di informazioni relative alle nuove sostanze psicoattive e l’uso di nuove misure per la diffusione dei risultati delle analisi di laboratorio effettuate dalle forze di Polizia nell’ambito del Sistema nazionale di allerta precoce (Snap)L’accordo consentirà anche di rintracciare i canali web di approvvigionamento delle nuove sostanze psicoattive e di mettere in campo nuove iniziative di prevenzione rivolte ai ragazzi. 

Un accordo che rappresenta un tassello importante per rafforzare le misure utili a prevenire la diffusione delle droghe, in primis le nuove potenti droghe sintetiche sempre più presenti anche sul mercato illegale italiano, che sembra allargare almeno di un po’ il ristretto orizzonte del dibattito politico attorno alle droghe, che per ora è rimasto impermeabile al tema della legalizzazione delle droghe leggere, una delle vie maestre per togliere finanziamenti e mercati alle narcomafie. Di fatto anche se il pentastellato Matteo Mantero ha depositato poche settimane fa in Senato un disegno di legge per legalizzare la coltivazione, la lavorazione e la vendita della cannabis, per il  Ministro della famiglia con delega alle dipendenze Lorenzo Fontana l’argomento “non è nel contratto”. Appare già tanto al momento aver almeno intuito che se combattere il traffico di stupefacenti “in strada” è fondamentale, per limitare veramente questa patologia civile e sociale non possiamo più fare a meno di un attento lavoro di intelligence e del sostegno educativo di tutta la “comunità educante”, in primis della scuola. La ruspa è solo tanto rumore, per nulla.

Alessandro Graziadei

domenica 3 febbraio 2019

Il commercio di avorio non è ancora “estinto”

Il divieto della vendita di avorio è entrato in vigore ormai da più di un anno in Cina. Pechino era da sempre il più grande importatore mondiale di avorio e alimentava un commercio responsabile della morte di circa 30.000 elefanti all’anno. La scelta cinese si è sommata a quella statunitense del 2016 e ha iniziato ad avere ricadute positive, tanto che per e per il Ceo di WildAid Peter Knights nel 2018 i prezzi dell’avorio sono stati costantemente in calo e gli sforzi nell’applicazione delle leggi contro il commercio illegale in molte parti dell’Africa e dell’Asia sono decisamente migliorati”. Tuttavia la piaga del commercio di avorio e il bracconaggio degli elefanti non si sono ancora interrotti come speravano molti ambientalisti, e questo perché il divieto cinese non riguarda l’avorio “vecchio” prelevato dagli elefanti prima dell’entrata in vigore della legge, quando era ancora acquistabile e vendibile. Fatta la legge trovato l’inganno, si potrebbe dire, visto che con questa scusa si continua ad uccidere elefanti facendo passare l’avorio “nuovo” come “vecchio”, e quindi legalmente commerciabile.

Per questo la genetica è diventata uno strumento fondamentale per combattere i crimini contro la fauna selvatica ed in particolare il commercio di avorio portando a scoperte inattese come quella fatta lo scorso mese dagli scienziati della Royal Zoological Society of Scotland (Rzss) che hanno identificato il DNA di un mammut durante un’indagine sul commercio illegale di avorio nel Sud-Est asiatico. Alla Rzss hanno spiegato che “Il DNA è stato trovato in una bigiotteria di un mercato cambogiano insieme ad altri oggetti fatti con avorio di specie asiatiche in via di estinzione e di elefanti africani vulnerabili”. Oggi Phnom Penh sembra essersi sostituita a Pechino, diventando la nuova capitale del commercio mondiale di avorio. Per monitorare la diminuzione delle popolazioni di elefanti asiatici e determinare l’origine dell’avorio che viene venduto nei  mercati i ricercatori del laboratorio WildGenes della Rzss stanno sviluppando il Cambodian ivory project,  un laboratorio di genetica conservativa proprio nella capitale cambogiana.

Nella sola Cambogia vivono oramai tra i 250 e 500 elefanti asiatici selvatici, ma è difficile valutare quale sia la reale dimensione della loro popolazione senza la genetica, dato che ormai si sono rifugiati nel fitto delle giungla. Secondo Alex Ball, ricercatore e direttore del programma WildGenes della Rzss, “Sembra che ci siano quantità sempre crescenti di avorio in vendita in Cambogia. Tuttavia, non ci siano prove di bracconaggio sulle popolazioni di elefanti selvatici della Cambogia. Capire da dove viene l’avorio cambogiano è quindi vitale per le agenzie di controllo internazionale che cercano di bloccare le rotte commerciali illegali”. In questo contesto usare la genetica per identificare dove vengono uccisi gli elefanti grazie al loro DNA è indispensabile per riuscire a proteggere le popolazioni più a rischio di estinzione. Per Ball “Il DNA estratto dai campioni di avorio può rivelare informazioni importanti sull’individuo sul quale è cresciuta la zanna, incluso dove vivono i suoi parenti più stretti”, per questo "è importante formare il personale a Phnom Penh e metterlo nelle condizioni di sostenere in modo autonomo e capillare qualsiasi progetto di conservazione degli elefanti".

Certo si possono proteggere gli elefanti, ma non i mammut, estinti circa 10.000 anni fa. Per questo lo staff di ricercatori anglo-cambogiani è rimasto molto sorpreso quando ha scoperto nell’avorio cambogiano il DNA dei mammut, il cui avorio non è al momento coperto dagli accordi internazionali sulle specie in via di estinzione, avendo “già dato”, questa volta non per mano dell’uomo. Di fatto mentre i proprietari del negozio cambogiano erano convinti di vendere avorio “vecchio” di un elefante, i ricercatori dell’Rzss hanno capito di essere davanti ad un avorio molto più vecchio del previsto, addirittura di “Mammut lanoso” dalla tundra artica le cui zanne sono probabilmente state estratte dal terreno solo recentemente grazie al disgelo sempre più marcato per via del cambiamento climatico. Anche se la ricerca e il commercio illegale di zanne di mammut sono sempre più diffusi, in particolare in Siberia“È stata una sorpresa per noi trovare in una bigiotteria  in vendita l’avorio di mammut lanoso in un Paese tropicale come la Cambogia - ha dichiarato Alex Ball -. È molto difficile dire quali siano le implicazioni di questa scoperta per le popolazioni di elefanti esistenti, tuttavia pensiamo di continuare la nostra ricerca e utilizzare la genetica per capire da dove proviene precisamente”. Un lavoro che sarà portato avanti proprio dal Cambodian ivory project, una partnership tra Rzss, Fauna & Flora International, la Royal Univesity of Phnom Penh e il governo della Cambogia con il sostegno dell’Illegal Wildlife Trade Challenge Fund e della People’s Postcode Lottery del Regno Unito.

La battaglia per evitare che gli elefanti facciano la fine dei mammut, questa volta per mano dell’uomo, è però ancora lunga. Il divieto al commercio di avorio, infatti, non include la regione amministrativa speciale di Hong Kong, il più grande mercato di avorio della Cina da oltre 150 anni e il cui Governo sembra intenzionato ad applicare il bando solo dal 2021. Intanto il commercio di avorio di elefante va di pari passo con il contrabbando di altri prodotti illegali di origine animale che la Rzss e i suoi partner locali stanno contrastando con diversi strumenti genetici per riuscire ad identificare tutti i tipi di contrabbando animale prima che sia troppo tardi.

Alessandro Graziadei

sabato 2 febbraio 2019

Diritti umani: dalle parole (e i Nobel) ai fatti...

Il 2018 si è chiuso lasciandoci in eredità il 70esimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani celebrato il 10 dicembre e l'adozione della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio firmata il giorno prima, il 9 dicembre 1948. Due anniversari importanti che per l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) dovrebbero essere un incentivo per tutta la comunità internazionale affinché a partire da questo 2019 “intensifichi il proprio lavoro contro le gravi violazioni dei diritti umani commesse nel mondo”. Molto lavoro, infatti, rimane da fare visto che dopo 70 anni, per l’APM i crimini contro l’umanità continuano ad essere una drammatica realtà quotidiana: “Rohingya, Yezidi, Darfuri, Uiguri, Kazaki e Sudsudanesi sono solamente alcune delle popolazioni vittime di orrendi crimini, mentre le Nazioni Unite continuano a guardare senza agire”. Così, tra anniversari e celebrazioni, la comunità internazionale è ancora molto lontana dal mantenere la promessa “Mai più Ruanda”, fatta “solo” 25 anni fa all’indomani del genocidio del 1994.

Durante la Conferenza mondiale ONU del 2005 più di 190 paesi dichiararono che si sarebbero assunti la responsabilità di tutelare la popolazione civile mondiale dai crimini contro l’umanità e i genocidi. Da allora più di 600.000 civili sono stati uccisi per crimini contro l'umanità e milioni di cittadini di questo mondo sono stati messi in fuga diventando rifugiati. Per questo per l’APM è ancora troppo poco l’impegno profuso per la prevenzione del crimine di genocidio: “Con spaventosa regolarità la comunità internazionale e i governi ignorano gli appelli delle associazioni per i diritti umani quando queste, di volta in volta, mettono in guardia dal rischio di un’escalation nelle varie crisi e probabili peggioramenti nelle situazioni dei diritti umani”. Così, se non vogliamo che anche la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio si trasformi in un pezzo di carta straccia, “i governi e gli stati devono rinnovare il loro impegno per la tutela della popolazione civile in tutto il mondo e proteggerla dai crimini contro l’umanità”.

Attualmente anche se posti di fronte all’evidenza, molti paesi negano sistematicamente i crimini di genocidio in corso o prendono tempo con nuove ed eterne indagini, tutto pur di non dover adempiere alla Convenzione sul genocidio ed essere costretti ad inviare truppe di pace. Eppure per l’APM “chi si rifiuta di fornire aiuto e assistenza di fronte a crimini contro l’umanità quali stupri, blocchi alimentari che usano la fame come arma di guerra o cosiddette pulizie etniche, si rende a sua volta responsabile e diventa complice dei criminali”. Per le vittime di genocidio, come ad esempio gli Yezidi del Nord dell'Iraq, la negazione dei crimini commessi contro di loro costituisce un'ulteriore violenza e un'umiliazione che a sua volta comporta nuovi traumi e dolore. Nell'estate del 2014 l’IS aveva attaccato i villaggi yezidi nel Sinjar e secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite, durante gli attacchi sono state uccise circa 5.000 persone e altre 3.000 donne sono state rapite. Ad oggi, nonostante la tragedia abbia coinvolto migliaia di donne e ragazze yezide rapite, violentate, forzatamente sposate o vendute nei mercati degli schiavi dallo Stato Islamico (IS) nel Nord dell'Iraq, poco o nulla è stato fatto per garantire la sicurezza degli Yezidi anche se la tragedia è stata resa nota dai media e da Amnesty International già dal 2014.

Per questo il Premio Nobel per la Pace assegnato alla yezida Nadia Murad, premiata il 10 dicembre scorso insieme al medico e attivista congolese Denis Mukwege, per l’APM “deve essere inteso come una richiesta d'azione e tutela dei diritti umani”. Parte integrante di questa tutela è proprio la persecuzione legale dei responsabili dei crimini contro l’umanità commessi contro gli Yezidi nella regione del Sinjar nel Nord dell'Iraq, perché secondo l’APM “finché i sunniti radicali e i simpatizzanti dell'IS nell'Iraq del Nord e nella vicina Siria continueranno ad agire in modo indisturbato, gli Yezidi della regione non vedranno alcuna prospettiva di futuro in Medio Oriente”. Nadia, che è tra le poche donne che sono riuscite a liberarsi dal sequestro dei militanti dell’IS, ha sempre rifiutato il ruolo di vittima. Fin dal suo arrivo in Germania ha iniziato a sostenere le donne sopravvissute alle violenze sessuali e a battersi per far riconoscere i diritti della minoranza yezida anche attraverso il tentativo di perseguire legalmente i suoi aguzzini. “Finora gli autori di questi crimini non sono stati portati davanti alla giustizia. Io non cerco empatia, voglio azione” ha dichiarato ad Oslo, perché “Senza protezione internazionale non c’è certezza che il terrorismo e il genocidio non tornino”. 

Come per l’APM, anche per Nadia, “Il solo premio al mondo che ci potrà ridare la dignità è la giustizia e il perseguire i criminali. Non c’è riconoscimento che possa compensare la nostra gente perseguitata solo per essere Yazidi”. Oggi dopo i gravi crimini contro l'umanità commessi nel Sinjar molti Yezidi hanno completamente perso la fiducia nella comunità internazionale e nelle forze di sicurezza, sia del Governo centrale iracheno, sia del Governo autonomo del Kurdistan. Per questo motivo non vogliono tornare nei loro villaggi e almeno 280.000 dei 430.000 Yezidi che sono dovuti fuggire dagli attacchi dell'IS vivono tuttora in campi provvisori del Kurdistan iracheno. Per loro e per tutte le altre vittime di crimini contro l'umanità il Nobel a Nadia Murad è un segno di solidarietà e di speranza, ma da solo non basta più!

Alessandro Graziadei

domenica 27 gennaio 2019

Niente di nuovo sul fronte orientale

Il destino di almeno un milione di cittadini residenti nello Xinjiang, dal 1955 una delle regioni autonome della Repubblica Popolare Cinese, è un tema che sembra aver ormai bucato la tradizionale riservatezza della politica interna cinese. Secondo alcuni osservatori delle Nazioni Unite quelli che da Pechino sono chiamati ufficialmente “campi di studio” o “centri di formazione professionale” sono in realtà centri di detenzione extra-giudiziari dove si trovano attualmente almeno un milione di uiguri assieme a persone di altre minoranze islamiche o che per il Governo cinese sembrano essere riconducibili all’estremismo e al separatismo. A quanto pare ai musulmani detenuti sono imputate, tra le altre, anche “trasgressioni” non proprio eversive, come le lunghe barbe, l’utilizzo dei veli, degli abiti o della lingua tradizionale. In particolare agli uiguri, un’etnia di religione musulmana che vive da secoli nello Xinjiang e in passato accusata dalla Cina di avere “vocazioni religiose politicamente scorrette”, in nome della “stabilità nazionale” è stato vietato loro di celebrare il Ramadan, di insegnare la loro lingua nelle scuole e dal 2016 sono costretti a fornire il Dna per ottenere il passaporto.

Secondo Radio free asia (Rfa) la politica della “terra bruciata”, attuata da Pechino contro gli uigiari è peggiorata lo scorso giugno quando l’intera popolazione maschile di Chinibagh e Yengisheher, due villaggi dello Xinjiang, è stata internata in un campo di rieducazione. Secondo un ufficiale di servizio nella locale stazione di polizia, la cui testimonianza è stata rilanciata da Rfa, “Il 40% della popolazione del nostro villaggio è in un campo di rieducazione” e solo i bambini e gli anziani sono rimasti nel villaggio. L’ufficiale ha dichiarato che i suoi fratelli rimasti al villaggio non sono stati arrestati: “Nostro nonno ci aveva insegnato a stare fuori da tutto ciò che ci avrebbe messo nei guai e a dare una buona impressione alle autorità” e così “fin dalla più tenera età abbiamo seguito i dettami del Partito”. Per le autorità cinesi i maschi uiguri nati negli anni ‘80 e ‘90 sono “una generazione inaffidabile” e potenzialmente da rieducare perché “rappresentano un costante pericolo”, per questo si sospetta che provvedimenti simili siano stati applicati in questi mesi anche in altre città dello Xinjiang.

Eppure nonostante le chiare posizioni cinesi, almeno fino all’inizio di quest’anno, il Governo di Xi Jinping non ha mai riconosciuto l’esistenza di “campi di rieducazione” e come abbiamo già ricordato ha preferito parlare di “campi di studio” e “centri di formazione professionale”. Secondo alcuni membri della Congressional-Executive Commission on China, “non si conoscono il numero di detenuti e le loro condizioni”, ma sembra verosimile pensare che siano rinchiusi nello Xinjiang “tra le 500.000 e il milione di persone: la più grande incarcerazione di massa di una minoranza nel mondo contemporaneo”, visto che riguarda il 10-11% della popolazione musulmana adulta di tutta la regione. In questi mesi però le notizie che arrivano dallo Xinjiang e le verosimili violazioni dei diritti umani ai danni degli uiguri e di altre minoranze mussulmane hanno scosso alcuni Paesi islamici dell’Asia dividendone i governi. La politica della “terra bruciata” attuata da Pechino, infatti, ha suscitato una cauta condanna di Malaysia e Indonesia, ma non del Pakistan, che ha difeso la Cina e ha derubricato il caso a “sensazionalismo dei media stranieri”.

Il senatore Datuk Marzuki Yahya, viceministro malaysiano per gli Affari esteri, lo scorso mese ha ribadito che Kuala Lumpur “disapprova tutte le forme di oppressione contro qualsiasi gruppo etnico o minoritario”. Marzuki ha però sottolineato il “cauto approccio” che contraddistingue il suo Governo su questioni che riguardano altri Paesi e riferendosi a quanto successo alla minoranza etnica uigura nello Xinjiang il Governo di Kuala Lumpur “ha espresso le sue raccomandazioni sulla scena internazionale, affinché la Cina garantisca i diritti umani, la libertà di religione e l’armonia della sua gente e continuerà a cercare la migliore soluzione a questo problema attraverso i forum di cooperazione regionali e internazionali”. Lo scorso 17 dicembre, invece, il ministero degli Esteri indonesiano Retno Marsudi ha annunciato di aver convocato l’ambasciatore cinese Xiao Qian, per trasmettergli le preoccupazioni dei musulmani indonesiani sulla situazione degli uiguri, ricordando a Qian che “la libertà di religione e credo sono diritti umani, ed è responsabilità di tutti i Paesi rispettarli”. 

Anche se tra i detenuti nei campi dello Xinjiang sembra vi siano anche decine di donne che hanno come unica colpa quella di aver sposato uomini mussulmani della regione pakistana del Gilgit-Baltistan, al confine con tra Cina e Pakistan, il Governo di Islamabad ha preferito prendere le difese di Pechino e il  portavoce del ministero degli Esteri pakistano Mohammad Faisal ha dichiarato che “parte dei media stranieri stanno cercando di sensazionalizzare la questione, diffondendo informazioni false”. Una posizione che per alcuni analisti è motivata soprattutto dagli stretti legami economici tra Pechino e Islamabad, destinataria di investimenti cinesi miliardari a cominciare dal progetto di ammodernamento della strada di montagna che collega il Gilgit-Baltistan allo Xinjiang, un asse destinato a diventare fondamentale per lo sviluppo commerciale di una parte del Pakistan. Una posizione molto simile a quella tenuta anche da Kazakistan e Kirghizistan nonostante nei “campi di studio” istituiti da Pechino nello Xinjiang siano detenuti decine di musulmani kirghisi e kazaki. Infatti, anche se nelle scorse settimane alcuni attivisti del Comitato per la protezione dei kirghisi in Cina hanno manifestato per chiedere al proprio Governo di “condannare la politica della terra bruciata di Pechino ed esercitare pressioni per il rilascio dei concittadini”, sia il ministro degli esteri del Kyrgyzstan che quello del Kazakistan si sono per ora rifiutati di rispondere alle domande dei media internazionali e negato il tacito ricatto economico di Pechino. Purtroppo al momento sulla questione dei campi di rieducazione dello Xinjiang, parafrasando il celebre libro di Erich Maria Remarque, si può dire “Niente di nuovo sul fronte Orientale”.

Alessandro Graziadei

domenica 20 gennaio 2019

Le Coree e la strada "sterrata" della pace

C’è una strada sterrata al confine tra le due Coree situata su Arrowhead Ridge (o collina 281) a Cheorwon, 90 chilometri a nord-est di Seoul. È una strada tattica, che si estende per circa 1,7 chilometri nella Corea del Sud e per circa 1,3 chilometri in quella del Nord, attraversando la linea di demarcazione militare di quella “Zona Demilitarizzata” che fa da cuscinetto tra i due stati. Tra il 1952 ed il 1953, sul crinale sotto la strada, si sono svolte tre importanti battaglie e si ritiene vi siano sepolti oltre 200 soldati coreani e decine di militari del Comando delle Nazioni Unite in Corea (Unc), sia statunitensi, che francesi. Il 22 novembre scorso le due Coree hanno riaperto questo collegamento stradale con un’iniziativa di pace che, tra aprile e ottobre 2019, porterà alla luce i resti dei soldati che hanno perso la vita su un questo tristemente famoso campo di battaglia della Guerra di Corea. La strada sarà finalmente riaperta e utilizzata per il trasporto di personale di entrambi gli stati e per poter condividere le attrezzature indispensabili ai lavori di scavo e di riesumazione dei caduti di quella guerra.

Seoul e Pyongyang hanno così cominciato la ricostruzione della strada e soprattutto stanno affrontando congiuntamente in queste settimane le operazioni di sminamento sull'Arrowhead Ridge, per garantire la massima sicurezza dell’iniziativa. Il progetto fa parte di un accordo militare che i ministri della Difesa coreani hanno firmato a Pyongyang lo scorso settembre durante il terzo summit tra il presidente Moon Jae-ine e il leader nordcoreano Kim Jong-un. L’accordo include anche una serie di misure per la riconciliazione e il rafforzamento della fiducia reciproca attraverso misure di controllo degli armamenti, attraverso il disarmo delle mine antiuomo in tutta la “Joint Security Area” di Panmunjom, che è ancora l’unico punto di incontro tra gli eserciti di Corea del Nord e Corea del Sud, e la dismissione di 20 posti di guardia all’interno della “Zona Demilitarizzata” lungo il confine. A queste operazioni, avviate nel 2018 ma entrate nel vivo in questi giorni, si aggiunge la creazione di zone cuscinetto aeree, terrestri e marittime per prevenire gli scontri accidentali che hanno caratterizzato il recente passato.

Ma questo importante passo non è l’unico ad essere stato realizzato in un’ottica di riconciliazione tra Kim Jong-un  e il presidente Moon Jae-in. A fine dicembre una cerimonia ufficiale ha aperto i lavori per ammodernare le infrastrutture ferroviarie del Nord e il Ministero dell’Unificazione di Seul guidato da Cho Myoung-gyon ha anche fornito nuove rassicurazioni sugli impegni umanitari del Sud verso il Nord. Se tra gennaio e novembre 2018 Seoul ha autorizzato 14 missioni distinte nel Nord durante le quali sei organizzazioni della società civile hanno distribuito 4,7 miliardi di won (4,15 milioni di dollari Usa) in farmaci per tubercolosi, latte in polvere e farina, Myoung-gyon ha annunciato di voler continuare anche nel 2019 il sostegno sanitario ed alimentare a Pyongyang, questa volta con la fornitura di 8 milioni di dollari in aiuti allo sviluppo raccolti anche attraverso gruppi umanitari internazionali. Ad una condizione però, che il processo di pace mostri delle evoluzioni positive nei negoziati per il disarmo nucleare del Nord e sia quindi affiancato anche da un progressivo allentamento delle sanzioni internazionali contro Pyongyang.

Dalla fine dello scorso anno, infatti, le sanzioni e la denuclearizzazione sono oggetto di continue tensioni tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti. Pyongyang ha condannato le ultime misure punitive, disposte da Washington il 10 dicembre scorso, contro tre alti ufficiali del Nord per violazione dei diritti umani. Per l’amministrazione nordcoreana, che ha espresso “shock e indignazione per la decisione”, le nuove sanzioni statunitensi, se confermate anche in questo 2019, potrebbero “bloccare per sempre la strada verso la denuclearizzazione della penisola coreana” e “riportare le relazioni allo stato dell’anno scorso, caratterizzate da scambi di fuoco”. Per Pyongyang la conferma di una politica statunitense di “massima pressione” rappresenterebbe un “errore di calcolo” e ha invitato il Dipartimento di Stato a stelle e strisce a “conservare quel clima di fiducia” che ha seguito il vertice di Singapore del 12 giugno 2018 tra Donald Trump e Kim Jong-un. Una speranza che Kim Jong-un ha voluto "blindare" anche con la recente missione in Cina su invito dello stesso presidente Xi Jinping.

Intanto, mentre la Corea del Sud sembra la più convinta sostenitrice della strada, per quanto “sterrata”, del dialogo, il Nord continua a versare in condizioni socio economiche critiche, almeno stando alle testimonianze dei 1.042 nordcoreani che tra gennaio e novembre del 2018 hanno disertato passando in Corea del Sud. Un numero che secondo il ministero di Seoul per l’Unificazione, “è in linea con quello rilevato nello stesso periodo del 2017, quando dal Nord erano fuggite 1.045 persone”. In tutto, da quando Kim Jong-un è salito al potere, nel 2012, sono circa 1.000-1.500 i nordcoreani che ogni anno hanno lasciato il Paese e alla fine del 2018 i disertori della Corea del Nord che vivono nel Sud hanno raggiunto le 32.381 unità. Anche per loro, come per le famiglie divise dalla guerra del 1950, la pace rappresenta una scelta che è in mano ad un possibile secondo incontro tra Donald Trump e Kim Jong-un.

Alessandro Graziadei

sabato 19 gennaio 2019

“We Care”: il turismo tra sostenibilità e profitto

Mentre lo scorso 15 dicembre si chiudeva a Katowice in Polonia la 24esima Conferenza delle parti dell’United Nations Concention on Climate Change (Cop24), dopo un duro confronto negoziale e un bilancio non proprio entusiasta ben sintetizzato dal commento di Greenpeace Polonia secondo la quale “È difficile parlare di successo, ma siamo riusciti almeno ad evitare un fallimento spettacolare”, anche il mondo delle imprese provava a fare la sua parte puntando sulle sensazionalistiche “emissioni zero”. È il caso del World Travel & Tourism Council (Wttc), che rappresenta a livello mondiale il settore turistico privato, e che insieme alla stessa United Nations Framework Convention on Climate Change (Unfccc) in Polonia ha reso note le sue ambiziose “dichiarazioni di intenti” per raggiungere la “carbon neutrality” entro il 2050 anche nel settore dei viaggi e del turismo.

In realtà già lo scorso aprile il Wttc aveva anticipato l’agenda comune della partnership con l’Unfccc che “punta a stabilizzare le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera” e “impegnare l’industria turistica a condurre più azioni a favore del clima, conformemente agli obiettivi mondiali sul cambiamento climatico”. Tuttavia la Cop24 di Katowice è stata la “prima volta” del turismo ad una conferenza climatica dell’Onu ed è servito a Wttc e Unfccc per evidenziare i legami esistenti tra l’industria dei viaggi e il cambiamento climatico oltre che per presentare le buone pratiche del settore. Per Gloria Guevara, Presidente del Wttc che ha aperto la conferenza Azione climatica nel settore del viaggio e del turismo, con un ambizioso “We Care”, i viaggi e il turismo in genere “svolgono un ruolo importante nello sviluppo economico mondiale, rappresentando attualmente il 10% del Pil e un posto di lavoro su 10, il che è superiore ad altri settori comparabili, in particolare quelli dell’automobile, della chimica, dei servizi bancari e finanziari. Tenuto conto del contributo del nostro settore allo sviluppo socio-economico, è importante che l’industria dei viaggi e del turismo faccia la sua parte per raggiungere la carbon neutrality, sotto gli auspici dell’Unfccc”.

Ma come? Per la Guevara occorre continuare a lavorare con l’Unfccc per evidenziare il contributo positivo che i viaggi e il turismo possono apportare “al rafforzamento della resilienza climatica, all’istituzione di un sistema di accredito dell’industria e alla creazione di un evento annuale sullo stato del clima accompagnato da un rapporto capace di valutare, controllare e condividere i progressi verso la neutralità climatica”. Per la segretaria esecutiva dell’Unfccc, Patricia Espinosa, una sfida non impossibile che l’industria turistica deve cogliere “per la sua stessa sopravvivenza e che non può che partire dalla capacità di cogliere le opportunità offerte soprattutto dallo sviluppo sostenibile e dalle energie rinnovabili”. Un’auspicio rilanciato anche da Inia Seruiratu, ministro della difesa e della sicurezza delle fiji ed High-Level Climate Champion, che ha ricordato come le Isole Fiji e gli Stati insulari del Pacifico risentono già degli effetti dei cambiamenti climatici. Per Seruiratu "far fronte a queste minacce vuol dire mettere in campo soluzioni innovative di finanziamento che permettano al settore del turismo di aiutare le nostre piccole economie insulari, mi rallegro di constatare che l’industria è incline a far parte di queste iniziative e a rafforzare le partnership pubblico-privato nella lotta contro il cambiamento climatico”.

Ma ne siamo sicuri? Tutte le belle parole uscite dal Wtcc prima, durante e dopo la Cop24 lasciano dei dubbi sulla possibilità di realizzare la "carbon neutrality", almeno in tempi brevi e senza gravare totalmente sui viaggiatori. Insomma “We care” cosa? La sostenibilità o il profitto del turismo che verrà? Per Roberta Pisani e Veronica Wrobel dell’Agenzia di stampa Giovanile che in dicembre erano presenti alla conferenza tenuta a Katowice “Il discorso di Gloria Guevara [al pari degli interventi successivi] sembrava perfettamente confezionato: la presentazione, l’esposizione, il tono ottimista e il sorriso smagliante da tutto sta andando splendidamenteSinceramente, dal punto di vista del contenuto sembrava una semplice accozzaglia di slogan, più che un discorso organico che volesse effettivamente comunicare qualcosa. Sorgeva quindi spontanea la domanda: ma in questo evento, si parla effettivamente di prendere in mano la situazione climatica e agire o piuttosto di come aumentare i profitti?”.  Senza scomodare l’immortale approccio teorico di Karl Marx l’idea che una multinazionale riesca a coniugare sostenibilità e aumento dei profitti, magari incrementando il numero di turisti da spargere per il mondo, sembra difficilmente credibile e non è un caso che il più ambizioso progetto per ridurre le emissioni di CO2 a cominciare dal comparto dell’aviazione (una delle fonti di gas serra in più rapida crescita proprio grazie al turismo), siglato nel 2016 in seno all’International Civil Aviation Organization (Icao), l’agenzia delle Nazioni Unite che sovrintende allo sviluppo del trasporto aereo internazionale, sia ancora fermo al palo. 

Anche nel campo turistico la sostenibilità e la responsabilità arriva, più che dal mondo dell'impresa, da alcune illuminate amministrazioni e iniziative come quella che da un anno è in vigore a Palau, dove davanti al costante aumento del numero dei turisti il Governo locale ha iniziato a prendere delle serie e pare efficaci contromisure. Nel dicembre 2017 ha presentato la Palau Pledgeun’innovativa iniziativa pensata per attirare l’attenzione sulle sfide ecologiche legate al futuro di Palau attraverso l’invito a sottoscrivere, sul passaporto di ogni turista che entra nel Paese, una promessa vincolante presa direttamente con i bambini di Palau che dice: “Bambini di Palau, prendo questo impegno come vostro ospite, per preservare e proteggere la vostra bella e unica casa insulare. Giuro di visitarla con leggerezza, di comportarmi gentilmente e di esplorare con attenzione. Non prenderò ciò che non mi è stato dato. Non farò del male a ciò che non mi fa del male. Le uniche impronte che lascerò sono quelle che verranno spazzate via”. In questo modo Palau ha aggiornato la sua politica turistica con una proposta scritta ispirata alla locale tradizione palauana del Bul, una moratoria dei leader tradizionali che pone fine immediatamente al sovra-consumo e alla distruzione di una specie, un luogo o una cosa a tutela delle future generazioni. Così mentre i cittadini di Palau e il suo Governo danno questa lezione di ecologia profonda al mondo, chiamando concretamente in causa la nostra responsabilità come turisti, la Wttc rispecchia ancora la prospettiva emersa della COP24: “We Care”, soprattutto del profitto!

Alessandro Graziadei

sabato 12 gennaio 2019

La delusione delle biomasse…

Non è la prima volta che cerchiamo di capire qualcosa in più sulla produzione energetica da biomasse, cioè quella realizzata attraverso materiale organico (per lo più forestale) utile a produrre calore e successivamente elettricità con un processo termico, chimico o biochimico. Un mercato in costante crescita, tanto che dopo l’eolico e l’idroelettrico, anche la biomassa ha cominciato ad alimentare un business energetico sostenuto da certificati verdi e incentivi europei che ha sollevato non pochi dubbi attorno ad una fonte energetica che sembra rinnovabile solo sulla carta. Come avevamo già scritto nel 2017, uno dei primi allarmi scientificamente provati porta la firma del Dipartimento di Energia e cambiamenti climatici (DECC) del Regno Unito e risale già al 2014. Secondo il rapporto del DECC nel 2020 “circa il 10% dell’elettricità prodotta nel Regno Unito dovrebbe provenire da biomasse legnose provenienti dal Nord America che rischiano di emettere più carbonio della generazione elettrica a carbone”. Se, infatti, la soglia di 200kg CO2 per megawatt/ora è il criterio di sostenibilità adottato dal Regno Unito per l’energia elettrica da biomasse, l’energia elettrica prodotta con le biomasse provenienti dai boschi del Nord America è compresa tra 1.270 e i 3.988 kg di CO2 per megawatt/ora, ossia più di quella del carbone e ben oltre la soglia tollerata dal Regno Unito.

Dopo il 2014 anche gruppi ambientalisti come l’inglese RSPBGreenpeace e Friends of the Earth hanno più volte criticato la sostenibilità della biomassa del Nord America, indicando un crescente numero di studi scientifici che mettono in guardia dall’impiego di biomasse provenienti da boschi che vengono sempre più spesso abbattuti ad una velocità maggiore del tempo di rigenerazione naturale, producendo così emissioni simili a quelle delle tradizionali tecnologie a combustibili fossili. Il documentario The Burning issue – When bioenergy goes bad, co-prodotto lo scorso febbraio da Birdlife International e da Transport & Environment, sugli abusi, gli illeciti e i paradossi della bioenergia, ci ha raccontato come anche in Europa questo tipo di produzione energetica si sia spesso trasformata in un accaparramento di terre e una scusa per la deforestazione, grazie ai sussidi europei per le rinnovabili che nel caso delle biomasse hanno causato distorsioni profonde alla sostenibilità del settore. Questa inchiesta portata avanti in Italia, Russia, Germania e Romania, ha dimostrato come a causa dei remunerativi sussidi concessi dai governi nazionali in base alle politiche dell’Unione europea, alcuni agricoltori hanno trasformato la propria produzione da fini alimentari a fini energetici

Sempre all’inizio del 2018 lo studio scientifico “Not Neutral Carbon: Valutazione dell'impatto netto delle emissioni di residui bruciati per la bioenergia”, firmato da Mary S. Booth e pubblicato su Environmental Research Letters, ha fatto un’ulteriore passo avanti nella certificazione della scarsa sostenibilità di questa soluzione energetica. Esaminando gli impatti netti delle emissioni di CO2 delle biomasse bruciate nelle centrali elettriche statunitensi e i pellet a base di legno che vengono bruciati per sostituire il carbone nella gigantesca centrale elettrica di Drax del Regno Unito e in altre centrali elettriche europee, ha dimostrato che anche quando vengono bruciati solo gli scarti legnosi (cosa che attualmente non sempre accade) le biomasse contribuiscono ad aumentare l’effetto serra.  Come mai? Di fatto il principale vantaggio della produzione energetica con le biomasse è che bruciando legna si produce la stessa quantità di anidride carbonica che la pianta ha accumulato durante la sua vita. Questo sistema è sostenibile la dove sono abbondanti gli scarti del legno utilizzati per attività industriali ed artigianali su larga scala, perché secondo la Booth, “solo la biomassa ottenuta dallo sfruttamento razionale delle foreste con l’abbattimento di piante già morte senza intaccare alberi vivi, abbinata ad una trasporto a Km 0 può dirsi realmente sostenibile”.

Per questo nelle scorse settimane, la rete Environmental Paper Network composta da oltre 120 associazioni ambientaliste (tra cui GreenpeaceNRDC - Consiglio per la difesa delle risorse naturaliBankTrack e la Federazione delle della comunità forestali del Nepaldi circa 30 paesi diversi, attraverso la dichiarazione intitolata “La delusione delle biomasseha denunciato la truffa delle biomasse forestali, incentivate come energie rinnovabili, ma in realtà clima alteranti. Secondo le associazioni la produzione delle biomasse crea più problemi di quanti ne risolva visto che “la combustione su larga scala delle foreste per produrre energia danneggia il clima, le foreste, le comunità locali oltre ad ostacolare una vera transizione energetica pulita”. Di questo passo l’industria energetica presentata come la soluzione più economica per mitigare i cambiamenti climatici rischia di compromettere ancor più il clima planetario da più punti di vista. Oltre a quello climatico, supportato da prove scientifiche che evidenziano come la combustione di biomassa “emetta più CO2-equivalente del carbone (per unità di energia)” e “riduca le riserve di carbonio che sono le foreste”, esiste un rischio economico. Lo scorso agosto, infatti, il governo britannico ha compiuto un primo passo verso l’abolizione dei sussidi alle biomasse senza i quali “la redditività economica di questo business è discutibile, e gli investitori rischiano di imbarcarsi in imprese fallimentari”.

Intanto il clima sul Pianeta è sempre più torrido e rende le foreste e le piantagioni sempre più vulnerabili agli incendi, che possono mandare in fumo centinaia di migliaia di ettari, come è successo negli ultimi anni e negli ultimi mesi in Indonesia, Cile, Portogallo, Grecia e  in California. Un processo che rischia di causare perdite finanziarie, oltre ad avere impatti drammatici sulla vita delle popolazioni, sulla biodiversità e chiaramente sul clima. Per questo secondo Peg Putt, coordinatore del gruppo di lavoro della rete Environmental Paper Network “Con l’uso di biomasse forestali ci perdono tutti. I rischi sono evidenti e hanno portato un gran numero di associazioni ad unirsi per fronteggiarli. Facciamo appello ai governi e alle amministrazioni locali, agli investitori e ai consumatori per togliere ogni sostegno alla produzione di energia su larga scala dalle foreste”. Di fatto possiamo dire che le politiche dell’Unione europea in questo campo hanno fallito e continuare ad incentivare l’utilizzo di alberi interi o coltivati a fini energetici sembra oggi un’eresia. Cambierà qualcosa nel 2019?

Alessandro Graziadei