domenica 25 giugno 2017

È nata la piattaforma sul benessere degli animali

La prima legislazione dell’Unione europea in materia di diritti e benessere degli animali è stata adottata nel 1974 e riguardava esclusivamente i macelli. Da allora l’Unione tutela gli animali nei laboratori, nei giardini zoologici e negli allevamenti con un complesso di norme sull’agricoltura e con disposizioni specifiche in materia di trasporto e di macellazione degli animali, oltre che con alcune norme supplementari specifiche per l’allevamento di galline ovaiole, di polli e per la produzione di carne con suini e vitelli. Molti dei termini utili alle politiche dell’Unione in materia di benessere degli animali si trovano però solo nelle normative per i sussidi allo sviluppo rurale, nonostante l’articolo 13 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea imponga all’Unione e agli Stati membri di tenere pienamente conto delle esigenze in materia di benessere animale nella formulazione o nell’attuazione di determinate politiche dell’Unione, dal momento che gli animali sono esseri senzienti. Come indica, inoltre, un sondaggio di Eurobarometro pubblicato nel marzo 2016, “la maggioranza assoluta degli europei ritiene molto importante la protezione del benessere degli animali e auspica che si trovino modi per migliorarla”.

Per questo il 6 giugno scorso il commissario europeo Vytenis Andriukaitis ha inaugurato ufficialmente la prima riunione della Piattaforma dell’Unione sul benessere degli animali, un organismo che riunisce 75 rappresentanti di industrie, ONG, organizzazioni internazionali, esperti scientifici, Stati membri, paesi dello Spazio economico europeo (See) e dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa). Come ha spiegato Andriukaitis “Migliorare il benessere degli animali non è soltanto una questione di leggi, e la piattaforma non è un forum per stabilirne di nuove, ma è un’iniziativa per promuovere il dialogo tra le autorità competenti, le imprese, la società civile e gli esperti scientifici su questioni legate al benessere degli animali che riguardano tutti i cittadini dell’Unione europea”. Alla piattaforma spetta adesso il compito di aiutare la Commissione europea nello sviluppo e nello scambio di azioni coordinate in materia di benessere animale, con particolare attenzione sulla migliore applicazione delle norme dell’Ue attraverso lo scambio di informazioni e la condivisione delle migliori prassi locali.

Per la buona riuscita della piattaforma occorre però che la sua rappresentanza non finisca immediatamente in mano a lobbies industriali capaci di condizionarne le decisioni. Per questo dei 75 membri che compongono questa prima Piattaforma dell’Unione sul benessere degli animali  quaranta sono stati nominati dalla direzione generale per la Salute e la sicurezza alimentare a seguito di un invito a presentare candidature per rappresentare le imprese, le organizzazioni professionali, le organizzazioni della società civile e gli esperti indipendenti provenienti da istituti di ricerca. Sia le organizzazioni che gli esperti hanno dovuto dimostrare la pertinenza delle loro attività e competenze per i compiti della piattaforma e sono stati scelti con l’obiettivo di assicurare un’equa rappresentanza di diversi settori e attività, provenienze geografiche e settori. I trentacinque membri restanti rappresentano invece le organizzazioni e le istituzioni pubbliche. Tutti assieme si riuniranno due volte l’anno e sulla base delle discussioni e degli impegni assunti dai membri della piattaforma la Commissione individuerà le aree di lavoro di interesse comune ritenute sufficientemente concrete e realizzabili.

Al momento la Piattaforma rappresenta una grande opportunità per contribuire a migliorare il benessere degli animali mediante la cooperazione all’interno dell’Europa e sebbene i diritti animali siano principalmente di competenza degli Stati membri e delle istituzioni dell’Ue, i “75” possono presentare le loro competenze per sostenere e integrare le iniziative nazionali tramite mezzi e prospettive diverse. Per Andriukaitis, inoltre, “La piattaforma potrebbe sviluppare attività e indicazioni nelle aree in cui manca una specifica legislazione dell’Unione” ed “orientare lo sviluppo e l’attuazione di campagne di informazione rivolte a funzionari e parti interessate dei diversi Paesi coinvolti anche attraverso il finanziamento di programmi di ricerca a livello nazionale”. 

Per il commissario europeo “Il benessere degli animali attraverso questa iniziativa può essere maggiormente tutelato anche attraverso il supporto a varie attività non legislative che la Commissione sta già sviluppando” e che riguardano principalmente non solo una migliore applicazione delle norme dell’Ue in materia di benessere degli animali, ma anche la promozione delle norme dell’Ue a livello globale; la designazione di centri di riferimento dell’Unione per il benessere degli animali; e infine una migliore applicazione delle norme dell’Ue per l’attuazione della normativa in materia di trasporto di animali vivi, in particolare per quanto riguarda l’esportazione verso paesi terzi. Non ci rimane che augurare, a tutti i 75, buon lavoro! 

Alessandro Graziadei

sabato 24 giugno 2017

Il “Campione della Terra”

La gestione dei rifiuti non è un problema solo dei Paesi arricchiti e in economie emergenti come l’India enormi volumi di scarti solidi finiscono direttamente negli oceani, dove, come fa notare il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep), danneggiano flora e fauna “in modi che gli scienziati stanno solo iniziando a capire”.  Per questo celebrando la Giornata mondiale dell’ambiente lo scorso  5 giugno, il primo ministro dell’India Narendra Modi, ha esortato gli indiani a ritrovare il “Contatto con la natura” e riconoscere “L’importanza dell'ecologia per il benessere umano” trasformando così le iniziative tese alla tutela dell’ambiente in “Una enorme spinta per migliorare la gestione dei rifiuti” anche nel secondo Paese più popoloso del mondo. Per convincere gli indiani ad occuparsi di più e meglio dell’ambiente che li circonda, il  premier della destra induista ha citato anche il Mahatma Ghandi sottolineando che “Ogni volta che si entra in contatto con una condizione naturale, un nuovo spirito emerge da dentro di noi. Quindi, la campagna globale di connessione con la natura, il 5 giugno, dovrebbe diventare la nostra campagna individuale e quotidiana. Se proteggeremo l’ambiente, le nostre generazioni future raccoglieranno i benefici”.

Per l’Unep “L’India e i suoi 1,3 miliardi di persone sono diventati dei forti sostenitori della Giornata mondiale dell’ambiente, il giorno più importante delle Nazioni Unite per aumentare la consapevolezza sui problemi ambientali e guidare l’azione per affrontarli” e non è un caso se l’India ha ospitato le celebrazioni ufficiali nel 2011 e suoi amministratori, imprenditori e cittadini fanno registrare ogni anno molte centinaia di eventi a tema durante la Giornata dell’ambiente. Proprio quest’anno Modi ha annunciato una grossa iniziativa del governo indiano per migliorare la gestione dei rifiuti a partire da giugno, quando le autorità installeranno contenitori colorati per la raccolta differenziata in 4.000 città incoraggiando la popolazione a separare i rifiuti solidi dai rifiuti compostabili e garantire che possano essere riciclati o riutilizzati, per esempio come fertilizzante. “Dobbiamo sempre considerare questi rifiuti come una risorsa e una ricchezza. Non vederli solo come spazzatura - ha ricordato Modi - Una volta che inizieremo a guardare la spazzatura e i rifiuti come una ricchezza, potremo sperimentare anche le più recenti tecniche di gestione dei rifiuti”. 

Un problema particolarmente acuto in una delle più grandi metropoli dell’India e del mondo: Mumbai. Qui un giovane avvocato, Afroz Shah, nel 2015 ha avviato un’azione comunitaria con una rete di organizzazioni e privati cittadini per rimuovere i cumuli di rifiuti in decomposizione che si erano spiaggiati e avevano trasformato la spiaggia di Versova in una enorme discarica. L’iniziatva di Shah è stata così trascinante che alla pulizia della spiaggia si sono uniti sia i volontari delle baraccopoli, che le stelle di Bollywood, e in due anni hanno raccolto più di 4.000 tonnellate di rifiuti lungo i 2,5 km di litorale. Per questo l’Unep ha voluto riconoscere il grande valore comunitario, civile e ambientale dell’iniziativa e ha insignito quest'anno Shah del prestigioso premio Champions of the Earth visto che “ha contribuito ad aumentare la consapevolezza dell’opinione pubblica indiana sul crescente problema dei rifiuti marini, che è al centro della campagna Clean Seas dell’Unep”. Lo stesso Modi ha elogiato il giovane avvocato per la sua capacità di gestire più di 1.500 volontari che hanno bonificato una spiaggia che era “Rinomata per la sua sporcizia”, trasformandola “In una spiaggia pulita e bella” attraverso “un esempio ispiratore” di come anche l’India e gli indiani possono affrontare e risolvere i problemi legati a questa forma di inquinamento.

Di fatto a Versova l'intera comunità si è impegnata in prima persona per restituire alla città e ai turisti la fruibilità della lunga spiaggia dorata resa fino a pochi mesi fa invisibile dai cumuli di plastica, vetro, lattine e altri rifiuti abbandonati o portati dalla marea.  “Spero che questo sia solo l’inizio per le comunità costiere dell’India e del resto del mondo”, ha dichiarato Shah. “Dobbiamo vincere la guerra contro la trasformazione del mare in discarica e dobbiamo farlo sporcandoci le mani. Noi esseri umani dobbiamo riaccendere il nostro legame con l’oceano e non c’è bisogno di aspettare che qualcun altro ci aiuti a farlo”.  Se quello che si è da poco concluso sulla spiaggia indiana di Versova è stata una delle più grandi bonifiche mondiali, le iniziative per bonificare dai rifiuti aree naturali sono state tra le più numerose nelle migliaia di attività organizzate in tutto il mondo per la Giornata mondiale dell’ambiente 2017 e in India hanno interessato anche la pulizia del lago cittadino di Nainital, le rive del fiume Mutha a Pune e sulla spiaggia di Thiruvananthapuram.

Oggi la questione della gestione e dello smaltimento dei rifiuti ha assunto una dimensione sempre più preoccupante a livello internazionale ed è la diretta conseguenza dell’attuale sistema economico e sociale fondato sulla continua crescita della produzione e del consumo. E mentre proviamo a costruire un sistema economico in grado di minimizzare la produzione di rifiuti e si incentivano le iniziative di informazione e formazione mirate al cambiamento degli stili di vita, le iniziative dello scorso 5 giugno sono state un bellissimo esempio di attivismo ecologista, utile per non fare della celebrazione della Giornata mondiale dell’ambiente, istituita nel 1972 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, la solita occasione ad uso e consumo della retorica ambientalista di una certa politica.

Alessandro Graziadei

domenica 18 giugno 2017

L’alternativa al glifosato è la salute!

Il glifosato è il principio attivo più usato al mondo ed agisce sia da disseccante delle piante infestanti, sia come essiccante per i raccolti, che vanno stoccati con il minor tasso possibile di umidità per evitare che sviluppino micotossine molto pericolose per la salute. Se l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) lo ha classificato già nel 2015 come “probabilmente cancerogeno per l’uomo”, mentre nel marzo di quest’anno l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa) lo ha catalogato come “non cancerogeno”, il dibattito attorno all’erbicida più utilizzato e controverso al mondo si è arricchito in aprile dell’ennesimo dossier dell’associazione A Sud, che con la rivista Il Salvagente ha provato quanto il tema sia attuale per la nostra salute. Il laboratorio tedesco BioCheck Lab di Lipsia che ha presentato i risultati delle analisi tossicologiche indipendenti su un campione di 14 donne incinte, scelte in nel contesto urbano della città di Roma, ha dimostrato come “tutti e 14 i campioni di urine raccolti mostrano la presenza di glifosato, con un range che va dagli 0,43 ai 3,48 nanogrammi/ml”.

Numeri difficilmente interpretabili, dal momento che non esistono quantità massime consentite per legge, ma in ogni caso il glifosato non dovrebbe comunque essere presente nel nostro organismo, tanto meno in quello dei nascituri. “Negli ultimi anni la letteratura scientifica internazionale ha evidenziato maggiori livelli di glifosato nelle urine di soggetti che vivono in campagna, con percentuale di positività e concentrazione più elevata negli Stati Uniti rispetto all’Europa” ha spiegato Antonello Paparella, microbiologo e docente all’università di Teramo. Le partecipanti che si sono volontariamente sottoposte a questo screening però vivono in città, a Roma, lontano da campi agricoli o da aree considerate a rischio. Come è possibile? Con buona probabilità la sua presenza nell’uomo può essere dovuta principalmente all’alimentazione. Il glifosato, infatti, entra nell’organismo umano non solo mediante pane, pasta, e altri prodotti a base di farina, ma anche attraverso carni e formaggi, visto che l’85% dei mangimi utilizzati negli allevamenti sono costituiti da mais, soia, e colza ogm, tutti brevettati proprio per essere resistenti al glifosato.

Secondo Patrizia Gentilini, medico oncologo e componente del comitato scientifico dell’associazione Medici per l’Ambiente Isde-Italia, “oggi siamo tutti esposti”. Per l’oncologa ci sono numerosi dati sperimentali, condotti su cellule placentari ed embrionali umane, “che dimostrano come il glifosato induca necrosi e favorisca la morte cellulare programmata. Quindi si tratta di una sostanza genotossica oltre che cancerogena, come ha stabilito la Iarc” e può essere considerata un potenziale interferente endocrino associato all’insorgenza di disturbi della crescita, aborti spontanei, anormalità dello sperma e diminuzione del numero degli spermatozoi. In un’indagine dello stesso tipo effettuata in Germania tra il 2001 e il 2015 su un totale di 399 soggetti di genere maschile e femminile, di età compresa tra i 20 e i 29 anni, il glifosato è stato trovato solo nel 32% delle analisi effettuate. “Occorre considerare che il valore massimo riscontrato tra le 14 donne in gravidanza esaminate a Roma è stato del 24% superiore al valore più alto trovato tra le analisi effettuate in Germania. Vi sono quindi ragioni scientifiche perché il risultato di questo test possa ritenersi un campanello di allarmeha concluso la Gentilini.

L’indagine presentata dalla rivista Il Salvagente fa parte di un più ampio dossier realizzato oltre che dall’associazioni A Sud, anche da Navdanya International e Centro Documentazione Conflitti Ambientali (Cdca), dal titolo: Il Veleno è servito – glifosato e altri veleni dai campi alla tavola, che racconta storia, evoluzioni e rischi dell’utilizzo della chimica in agricoltura, soffermandosi sugli studi scientifici pubblicati, sui profili normativi e sul conflitto di interessi che coinvolge le lobbies agrochimiche impegnate ad ottenere normative più permissive, dandoci così una panoramica sugli effetti del glifosato nel resto del mondo. Negli Stati Uniti, per esempio, è stato trovato nelle urine del 93% dei consumatori sottoposti a indagine tossicologica durante un progetto avviato nel 2015 dall’Università di San Francisco in California (Ucsf). In Argentina, che rappresenta uno dei paesi maggiormente colpiti dagli effetti dell’agricoltura industriale, da quando nel 1996 il governo argentino spalancò le porte alla coltivazione transgenica della soia resistente al pericoloso RoundUp, un’erbicida a base di glifosato,  i casi di cancro e malformazioni alla nascita sono esplosi, come hanno dimostrato le immagini scattate dal fotografo Pablo Piovano. In Colombia, infine, il massiccio ricorso al glifosato per lo sradicamento dei campi illegali di coca, una pratica sostenuta dal Plan Colombia approvato nel 2000 dagli Stati Uniti,  ha portato all’inquinamento dei corsi d’acqua e dei terreni e allo sfollamento di migliaia di colombiani oltre naturalmente all’insorgere di gravi patologie epidermiche, oftalmiche, epatiche e oncologiche.

Eppure il dossier dimostra come un sistema di produzione del cibo sostenibile, equo e salutare sia possibile. “Un’agricoltura senza pesticidi è una questione di salute, oltre che di tutela dell’ambiente in cui viviamo - ha dichiarato Marica Di Pierri di A Sud -. Gli strumenti a nostra disposizione per fermare la Commissione europea, che sembra intenzionata a rinnovare per altri dieci anni l’autorizzazione al glifosato, sono le azioni dal basso promosse da cittadini e agricoltori” come l’Iniziativa dei Cittadini Europei (Ice) per vietare il glifosato che in tre mesi ha già raccolto più di 800mila firme e punta ad arrivare al milione entro giugno anche in Italia. Per Ruchi Shroff di Navdanya International, braccio italiano dell’omonima associazione indiana presieduta dalla scienziata e attivista Vandana Shiva, “In tutto il mondo la società civile si sta mobilitando contro l’uso degli agrotossici promosso dal Cartello dei Veleni delle multinazionali che si arricchisce ai danni dei cittadini e a spese degli Stati”. Adesso grazie all’Ice anche l’Italia può assumere un ruolo più consapevole nell'Unione europea per difendere la salute dei cittadini, le piccole e medie imprese agricole e le eccellenze alimentari, come pizza, pasta e pane, che rischiano di venir presto inquinate dal grano canadese al glifosato da poco sdoganato dal CETA

Alessandro Graziadei

sabato 17 giugno 2017

L’evoluzione della mobilità italiana? Noleggio e car sharing!

Nei primi mesi del 2017 quasi 1 auto su 4 è stata immatricolata per diventare “a noleggio”. Ogni giorno in Italia per ragioni di business e turismo circa 674.000 persone utilizzano i servizi del noleggio a lungo termine, 89.000 quelli del noleggio a breve termine e oltre 17.000 sono quelli che si affidano a servizi di car sharing. Sono questi alcuni dei dati diffusi lo scorso 26 maggio dall’Associazione nazionale industria dell’autonoleggio e servizi automobilistici (Aniasa) che ha presentato il rapporto “Il Car Sharing in Italia: soluzione tattica o alternativa strategica?” dal quale emerge che “L’ininterrotta crescita dei servizi di noleggio veicoli e car sharing conferma l’evoluzione della mobilità italiana dalla proprietà alla formula on demand”.  È la conferma dello stato di buona salute del comparto, che sta contribuendo al rinnovo del parco auto nazionale, immettendo sulle strade veicoli più sicuri e meno inquinanti e che per l’Aniasa “potrebbero aumentare con una configurazione strutturale del super-ammortamento e con un’estensione dell’iper-ammortamento ai veicoli a basse emissioni e alle infrastrutture di ricarica elettrica”. Un occasione per avviare un circolo virtuoso e più sostenibile del parco auto circolante simile a quello già in corso in altri Paesi Europei.

L’Aniasa ha sottolineato che le attività di noleggio veicoli, reduci da un biennio di aumenti a doppia cifra (+18% nel 2014 e +22% nel 2015), “hanno registrato anche nel 2016 una forte crescita delle immatricolazioni: quasi 375 mila nuove targhe tra auto e veicoli commerciali. Il giro d’affari del settore ha superato la cifra record di 6 miliardi di euro, in espansione del 10% rispetto al 2015, con una flotta complessiva che ha sfiorato le 800.000 unità, pari a 100.000 veicoli in più sull’anno precedente”. Tutto ciò ha portato il settore ad incidere come mai prima d’ora sul mercato dell’auto tanto che lo scorso anno, in Italia, più di un’auto su cinque è stata immatricolata ad uso noleggio. Questi risultati sono per l’Aniasa frutto di varie dinamiche convergenti: “la crescente domanda di mobilità turistica e di business, il rinnovo e l’ampliamento delle flotte aziendali, la spinta dei veicoli commerciali trainati dal boom dell’e-commerce, la nuova clientela nell’area delle micro-imprese, dei professionisti e dei consumatori privati, cui si è aggiunto il noleggio mid-term (la disponibilità dei veicoli da un mese a un anno) e i benefici effetti determinati dalla misura del super-ammortamento”.

Secondo il presidente Aniasa Andrea Cardinali, l’accelerazione dello sviluppo anche del car sharing, “da un lato conferma la centralità delle quattro ruote nel sistema di trasporto nazionale, e dall’altro evidenzia il passaggio graduale da un modello di mobilità individuale fondato sulla proprietà del bene ad uno basato sulla condivisione”.  I dati registrati a fine 2016 danno conto di un fenomeno in grande sviluppo in diverse città d’Italia con un aumento del 70% rispetto al 2015 nella distribuzione di tessere per i servizi di car sharing arrivate a 1.080.000 per una flotta di 6.000 veicoli, un più 33% rispetto all’anno prima. Il rapporto spiega che “L’utente tipo, maschio, 38 anni, è pendolare e lo utilizza per raggiungere il lavoro; possiede in media 2,8 tessere per servizi di car sharing e se ne serve senza preferenze per particolari operatori o modelli, verificando la disponibilità del veicolo più vicino”. Così in Italia grazie all’auto condivisa, quasi 2 utenti su 10 hanno già rinunciato all’auto di proprietà, che presenta costi di gestione più onerosi rispetto al car sharing e viaggiano in compagnia di una o più persone, abbattendo ulteriormente i costi della mobilità e quelli ambientali. 

Se però il car sharing è sempre più diffuso è ancora utilizzato come strumento di mobilità saltuario e sporadico, in alternativa all’auto di proprietà e al trasporto pubblico. “Per trasformare il car sharing da alternativa tattica a soluzione strategica per la mobilità urbana, le Istituzioni nazionali e locali dovrebbero uniformare la normativa sul settore e rendere omogenee le condizioni di utilizzo nelle cittàha spiegato Aniasa. Anche se i dati testimonino lo sviluppo costante del car sharing in città, per Cardinali “Restano alcune rigidità che rischiano di ingessare un mercato fortemente dinamico, con enormi potenzialità di sviluppo per la mobilità, urbana e non solo. Manca innanzitutto una definizione normativa di vehicle sharing, così come una cornice legislativa unica per gli operatori pubblici e privati, i quali oggi si confrontano con regolamentazioni del servizio disomogenee fra una città e l’altra, che creano anche confusione nell’utente finale specialmente quando è in trasferta”. Come testimonia la ricerca, è necessario quindi, un potenziamento delle infrastrutture, prevedendo, tra l’altro, parcheggi dedicati e di scambio intermodale presso stazioni ferroviarie e della metropolitana, centri commerciali, poli universitari e ospedalieri: “vere e proprie isole della mobilità dove l’utente possa cambiare mezzo di trasporto in modo agevole, e soprattutto garantito”.

Ma potendo contare pienamente sul car sharing, gli italiani sarebbero realmente disposti a rinunciare all’auto? Dall’analisi dell’ Aniasa emerge come in realtà l’auto condivisa al momento rappresenta un’opportunità di mobilità aggiuntiva, eventualmente sostitutiva della seconda auto. “Il 43% degli utilizzatori non è ancora pronto ad abbandonare la propria vettura e il 32% lo farebbe se solo potesse affidarsi pienamente al car sharing, ma l’11% ha rinunciato a comprare un’auto e il 6% ne ha già venduta una, passando al car sharing”. È chiaro che l’auto condivisa sta ormai modificando le abitudini di mobilità degli italiani, frutto di esigenze diverse che trovano nel risparmio, nella flessibilità e nella praticità del servizio una risposta che non sempre il trasporto pubblico riesce a dare anche nelle grandi città come Milano e Roma, che si confermano città d’elezione dell’auto condivisa assorbendo l’80% del business nazionale. Ora perché il car sharing diventi una vera alternativa italiana è però necessario che esso si integri pienamente nel sistema mobilità, grazie a leggi chiare e ad una maggiore sinergia tra pubblico e privato. L'economia familiare e quella ambientale, intanto, ringraziano.

Alessandro Graziadei

domenica 11 giugno 2017

L’isola di plastica

Henderson Island è un’isola corallina di 37 km quadrati situata nel sud dell’oceano Pacifico. Patrimonio dell’Unesco e annessa alla colonia del territorio britannico delle isole Pitcairn nel 1902, è così remota che è possibile visitarla solo ogni 5 o 10 anni per scopi esclusivamente di ricerca. Ma le spiagge di quest’isola non assomigliano all’immaginario collettivo edificato attorno al concetto di isola deserta e portano i segni evidenti della nostra impronta ecologica, visto che, nonostante sia disabitata e si trovi a più di 5.000 chilometri dal centro abitato più vicino, Henderson Island è disseminata di 37,7 milioni di pezzi di plastica, la più alta densità di rifiuti di plastica mai trovata finora al mondo. La sua posizione, infatti, vicino al centro della corrente oceanica del South Pacific Gyre, l’ha fatta diventare il punto nel quale si spiaggiano molti dei detriti provenienti dal Sud America e di quelli buttati nell’Oceano Pacifico dai pescherecci. 

A rivelarlo è lo studio Exceptional and rapid accumulation of anthropogenic debris on one of the world’s most remote and pristine islands da poco pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences da Jennifer Lavers e Alexander Bond del Centre for conservation science della Royal society for the protection of birds (Rspb). Per la dottoressa Lavers l’ultima spedizione scientifica sull’isola, organizzata da Rspb, ha trovato che “le spiagge di Henderson Island sono cosparse di rifiuti portati dalla marea che raggiungono anche i 671 elementi per metro quadrato”, una prova tangibile che “nulla sfugge all’inquinamento da plastica, anche nelle parti più lontane dei nostri oceani”. Da quest’ultimo campionamento emerge che “più di 17 tonnellate di detriti di plastica sono stati depositati sull’isola, con 3.570 nuovi pezzi di rifiuti che si arenano ogni giorno su una sola spiaggia. In realtà, è probabile che i nostri dati sottovalutino la vera quantità di detriti su Henderson Island, dato che siamo stati in grado di sondare solo i pezzi più grandi di due millimetri fino a una profondità di 10 centimetri e che non siamo stati in grado di controllare lungo le scogliere e la costa rocciosa” ha raccontato la Lavers alla BBC .

Per i ricercatori Henderson Island è un esempio eclatante, ma comune, di come i detriti di plastica stiano interessando l’ambiente in modo persistente e su scala globale, visto che la maggior parte degli oltre 300 milioni di tonnellate di plastica prodotte in tutto il mondo ogni anno non viene riciclata diventando un significativo problema ecologico in un’economia che non chiude il cerchio e quindi non recupera i suoi scarti. In particolare il mancato riciclo della plastica in Sudamerica ha messo in pericolo l'ambiente unico dell'isola e la Lavers, che si occupa in particolare della fauna aviaria, non ha nascosto la sua preoccupazione: “I detriti di plastica per molte specie sono una minaccia per la mobilità e l’ingestione da parte degli animali, creano una barriera fisica sulle spiagge per animali come le tartarughe marine e abbassano la biodiversità degli invertebrati del litorale. La ricerca ha dimostrato che più di 200 specie sono note per essere a rischio di un'alimentazione a base di plastica e che il 55% degli uccelli al mondo, tra cui due specie che si trovano su Henderson Island, sono a rischio per via dei detriti marini”.

Ma il problema non sta solo nel mancato riuso. Per Bond è importante che “le persone ripensino il loro rapporto con le merci ed in particolare con la plastica, visto che molti dei rifiuti di Henderson Island sono quel che noi chiamiamo prodotti usa e getta o monouso”. L’isola è in questo senso un pozzo che attrae non solo i rifiuti prodotti dalla pesca industriale, ma è un campionario di cose di uso quotidiano, come bottiglie, spazzolini da denti, accendini, bastoncini per le orecchie, rasoi… “I granchi di terra stanno facendo le loro case all’interno di tappi di bottiglia, contenitori e vasetti - ha spiegato la Lavers -. Se in un primo momento può sembrare un’abitudine abbastanza carina, in realtà non lo è. Questo materiale plastico è vecchio, è tagliente, è fragile e tossico”. Ma la mancata o pessima gestione dei rifiuti nelle aree continentali non è un problema solo per Henderson Island. La condizione dell’isola di Henderson evidenzia come i detriti di plastica abbiano colpito gli Oceani su scala globale e per la Lavers “È dimostrato che ogni isola del mondo e quasi ogni specie oceanica vengono influenzate in un modo o nell’altro dai nostri rifiuti. Non c’è davvero una sola persona o un solo Paese che non sia responsabile di tutto questo”.  L’indagine Beach Litter 2017 realizzata da Legambiente nell’ambito della campagna Spiagge e Fondali puliti – Clean-up the Med che vede i volontari della ong impegnati dal 2014 nel monitoraggio delle spiagge italiane e di di altri paesi del Mediterraneo con l’obiettivo di indagare quantità e tipologia di rifiuti presenti sui litorali conferma l'allarme anche nel Mare nostrum: "Stimando il genere più frequente di rifiuti, la loro possibile provenienza, le attività antropiche che li hanno generati e gli altri parametri presi in considerazione, questa indagine denuncia un fenomeno assai grave dal punto di vista ambientale, economico e turistico e l’urgenza di mettere in atto programmi concreti per la progressiva riduzione dei rifiuti in mare e nella fascia costiera, così come previsto dalla Direttiva Europea Marine Strategy (2008/56/CE)" ha spiegato Legambiente.

Che fare? Oltre ad investire di più su un’economia circolare non sono poche le iniziative che a livello mondiale mirano a ridurre l’utilizzo della plastica o che vorrebbero addirittura provare a rimediare ai danni fatti eliminandola dagli Oceani. È il caso di Ocean CleanUp, la straordinaria invenzione dell’allora 18enne Boyan Slat che ha ideato un dispositivo in grado di catturare milioni di tonnellate di rifiuti grazie ad una barriera galleggiante di oltre 2 km e profonda tre metri che convoglia grazie alle correnti oceaniche la plastica in un compattatore alimentato con l’energia solare. Dopo aver annunciato il 3 maggio scorso la realizzazione del primo prototipo attraverso una campagna di crowdfunding, adesso la società olandese che si sta occupando della produzione del dispositivo ha annunciato che il programma di pulizia degli oceani partirà entro i prossimi 12 mesi, in anticipo di due anni rispetto al 2020, la data inizialmente prevista. A fine anno si svolgeranno i test in mare al largo della costa occidentale degli Stati Uniti, poi nel 2018 CleanUp si occuperà del Great Pacific Garbage Patch, l’isola di plastica del Pacifico, con l’ambizioso obiettivo di recuperare 5 milioni di detriti dagli oceani e rimuovere fino al 42% della plastica che galleggia in mare.

Alessandro Graziadei

sabato 10 giugno 2017

Medio oriente: “la scienza è diversa dalla politica”

L’idea che paesi sulla carta “nemici” possano essere “amici” nella ricerca scientifica sembra apparentemente un contro senso, eppure più ci penso, più mi sembra evidente che quello che si è da poco inaugurato ad Allan, un’anonima cittadina a trenta chilometri dalla capitale giordana Amman, è la testimonianza che a dispetto delle tensioni politiche e delle contrapposizioni militari, fronti opposti possono unirsi per un obiettivo comune che supera gli interessi nazionali ed ha molto da insegnare alla politica. Qui, infatti, 300 scienziati provenienti da paesi generalmente noti per i conflitti che li dividono come Israele, Palestina, Iran, Egitto, Turchia, Pakistan, Bahrain, Cipro e ovviamente Giordania, hanno dato vita a “Sesame” il primo grande centro di ricerca scientifica mediorientale dotato di un sincrotrone di terza generazione, cioè un acceleratore di particelle lungo 133 metri in cui gli elettroni possono essere accelerati fin quasi alla velocità della luce agendo come un potente microscopio con cui è possibile esplorare la materia attraverso esperimenti spendibili in moltissimi campi di ricerca, dalla fisica alla medicina, fino all’archeologia.

Il Sesame, sigla di Synctrotron-light for Experimental Science and Applications in Middle East (Luce ai Sincrotroni per la Scienze e le Applicazioni Sperimentali in Medio oriente) scelta dal biochimico palestinese Said Assaf richiamandosi alla formula magica open Sesame (apriti Sesamo), segna l’inizio di una nuova era nell’ambito della collaborazione scientifica sotto l’egida dell’UNESCO e con il supporto della comunità scientifica mondiale, nella quale figura anche anche l’Italia che vi ha partecipato con il sostegno dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn), la Sapienza Università di Roma e la Città della Scienza. "L’idea di dotare il Medio oriente di un sincrotrone per la ricerca ci venne ormai 20 anni fa durante un convegno nel deserto egiziano del Sinai nel novembre del 1995, due anni dopo gli accordi di Oslo - ha spiegato il fisico israeliano Eliezer Rabinovici, che oggi  dirige il progetto - La riunione si teneva sotto una tenda beduina. C’era un clima particolare: erano passate poche settimane dall’assassinio di Yitzhak Rabin. Durante il convegno si verificò anche un terremoto di magnitudo 6,9 ma non ci fermò. Il ministro egiziano Venice Gouda e io firmammo una dichiarazione ufficiale di sostegno alla cooperazione scientifica arabo-israeliana. Era solo una dichiarazione di intenti. Ma fu l’atto di nascita di Sesame”.

Da allora i lavori hanno subito nel tempo rallentamenti, ostacoli e ritardi sotto il profilo economico e progettuale e l'iter ha risentito della mancanza di relazioni diplomatiche fra Israele e Iran (complicate anche dall’omicidio nel 2010 di due scienziati iraniani che lavoravano proprio al progetto “Sesamo”, secondo Teheran opera dei servizi israeliani), le tensioni fra Cipro e Turchia e non ultime le sanzioni internazionali che fino al luglio del 2015 hanno prosciugato le casse di Teheran. "Il vero problema - ha spiegato il curatore del progetto, lo scienziato britannico Chris Llewellyn Smith - è stato trovare il denaro per finanziare il progetto. Le nazioni della regione hanno a disposizione un budget per la scienza che si può vedere solo con un microscopio” e più volte “l’idea di Sesame è sembrata sul punto di tramontare, fino alla svolta nel 2012 quanto Iran, Israele, Giordania ed Egitto hanno deciso di stanziare ciascuna un fondo di 5 milioni di dollari, a condizione che anche gli altri Paesi promotori facessero lo stesso”.

Lo scopo di Sesame è quello di fornire ai giovani scienziati della regione un motivo in più per non emigrare nei centri di ricerca all’avanguardia in Europa o negli Stati Uniti, frenando così la “fuga dei cervelli”. Gihan Kamel, egiziana di origine, è stata una di questi “cervelli in fuga”, che oggi ha potuto tornare in Medio oriente dopo un’esperienza in Italia, proprio grazie al nuovo centro di ricerca giordano. “Una struttura di importanza vitale - ha spiegato la fisica -  indispensabile per rafforzare la ricerca e quella commistione di nazionalità quasi impossibile in qualsiasi altro ambito o situazione mediorientale. Essa si rivelerà fondamentale negli studi per la scoperta precoce del cancro o per l’analisi dei raccolti, per migliorare l’agricoltura o lo studio dei Rotoli del mar Morto, che hanno duemila anni sulle spalle”. Per Rabinovici l’inaugurazione ha rappresentato un “momento molto toccante” e il centro è la dimostrazione che “scienziati di tutta la regione possono collaborare a beneficio dell’umanità intera”. In questo “La scienza è diversa dalla politica” ha ricordato il suo collega iraniano Mahmoud Tabrizci che non ha esitato a definire la nascita di Sesamo “il più grande evento in campo scientifico per il Medio oriente”. 

“Sesame ha l’ambizione di essere per il Medio oriente quello che il Cern di Ginevra è stato per l’Europa, - spiegava già nel 2015 Fernando Ferroni, presidente dell’Infn - una macchina di eccellenza al servizio di molte discipline scientifiche, che frantumi le barriere politiche e aiuti i ricercatori a trovare una ragione per far crescere la conoscenza e la qualità della ricerca in un’area così complessa”. La speranza, infatti, è di fare nei prossimi anni di Sesame un’occasione per lo sviluppo anche economico del territorio, grazie ad un solido e intenso programma di formazione, che prevede scuole, meeting, borse di studio, e che ha già consentito di sviluppare le capacità industriali e tecniche necessarie alla costruzione e all’utilizzo della nuova macchina. Una realtà scientifica che può insegnare alla politica come si fa a stringere legami più stretti tra popoli con tradizioni, sistemi politici, religioni e culture diverse. Il tutto in uno stato che, per la cronaca, ospita da solo due milioni di rifugiati, quasi quanto l’intera Unione europea.

Alessandro Graziadei

domenica 28 maggio 2017

Contro la depressione? La qualità ambientale!

Stando alle cifre rilasciate in occasione della Giornata Mondiale della Salute il 7 aprile scorso dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), oggi oltre 300 milioni di persone convivono con una qualche forma di depressione, un dato che registra un incremento del 18% tra il 2005 e il 2015. “Un invito per tutti i paesi a riflettere sui loro approcci alla salute mentale, per curarla con l’urgenza che merita, senza pregiudizi e discriminazioni” ha spiegato la dottoressa Margaret Chan dell’Oms presentando la campagna Depressione: parliamone. “Il continuo stigma associato alla malattia mentale è il motivo per cui abbiamo deciso di chiamare così la nostra campagna” ha aggiunto il dottor Shekhar Saxena, direttore del Dipartimento di salute mentale e abuso di sostanze dell’Oms, che ha ricordato come anche nei paesi ad alto reddito “quasi il 50% delle persone affette da depressione non viene trattato adeguatamente e in media, solo il 3% dei bilanci sanitari pubblici è investito nella cura della salute mentale”, con dati inferiori all’1% nei paesi a basso reddito e mai superiori al 5% nei paesi ad alto reddito. 

Eppure l’investimento sulla salute mentale ha un importante risvolto economico, oltre a rappresentare una necessità relazionale ed emotiva. Secondo uno studio condotto dall’Oms, che ha calcolato i costi dei trattamenti sanitari della depressione e i suoi risultati in 36 paesi a basso, medio e alto reddito per i 15 anni dal 2016-2030, “Ogni dollaro investito nella riduzione del trattamento per la depressione e l’ansia conduce ad un ritorno di 4 dollari attraverso una vita più sana e una migliore capacità di lavoro”, mentre disturbi depressivi e ansia “provocano una perdita economica globale di un trilione di dollari ogni anno”. Le perdite sono sostenute a cascata dalle famiglie che perdono oltre alla serenità anche il reddito quando i malati non possono più lavorare, dai datori di lavoro che perdono opportunità quando i dipendenti diventano meno produttivi o rimangono in malattia e vanno sostituiti ed infine dai governi, che devono pagare maggiori spese sanitarie e di welfare visto che la depressione aumenta anche il rischio altri di disturbi e malattie.

Per chiunque viva con la depressione parlare con una persona di fiducia è spesso il primo passo verso il trattamento e il recupero ed è piuttosto ridicolo cercare cause esterne quando è essenzialmente la qualità dei rapporti umani ad essere centrale sia nella prevenzione che nella cura della depressione. Eppure una ricerca tutta italiana, appena apparsa sulla rivista scientifica Molecular Pshychiatry e curata da Laura MaggiCristina Limatola e Igor Branchi in collaborazione con Silvia Alboni, ha portato a nuove importanti evidenze. Lo studio in oggetto, coordinato dall’Università la Sapienza di Roma e dall’Istituto superiore di sanità ha scoperto “il ruolo fondamentale dell’ambiente nel trattamento farmacologico della malattia” dimostrando che l’effetto della terapia “può variare a seconda del contesto ambientale in cui essa viene somministrata”. Di fatto il team di ricercatori non parla espressamente di una qualità “ecologica” dell’ambiente e non nega l’importanza essenziale dei rapporti umani, ma integra più aspetti della qualità ambientale, sottolineando come il farmaco che viene somministrato in un ambiente bello e ricco di stimoli genera, a livello cerebrale, “un aumento del supporto neurotrofico nell’ippocampo e un effetto di normalizzazione della funzionalità dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene", al contrario, quando il farmaco viene somministrato in un ambiente degradato e stressante "si osserva un peggioramento del fenotipo comportamentale, un aumento della plasticità cerebrale e una riduzione della neurogenesi nell’ippocampo”. In pratica, questo significa che “la direzione degli effetti comportamentali, strutturali e molecolari, dipendono dalla qualità dell’ambiente in cui viene somministrato il farmaco”.

Un risultato con importanti ricadute pratiche per rendere più efficace la cura della depressione, perché come ha spiegato Laura MaggiLa capacità di identificare la qualità dell’ambiente come fattore importante nel dirigere l’effetto di un trattamento antidepressivo potrebbe rappresentare una svolta importante per il miglioramento della terapia della depressione”, anche se è bene ricordare che lo studio si è concentrato sull’osservazione degli effetti solo su una sola categoria di farmaci utilizzati nel trattamento dei principali casi di depressione, la cui efficacia è notoriamente incerta e variabile. Per Claudio Risè, noto psicologo, nonché scrittore, giornalista e docente universitario, contro la depressione la cura può avere anche una connotazione espressamente green e arrivare dalla vicinanza al verde. Non è un caso se la depressione cresce prevalentemente in quei luoghi, o quartieri, in cui non vi sono verde e giardini visto che "Nelle zone periferiche più degradate, dove manca il verde e la sicurezza è carente, si sviluppa più depressione. Sopratutto, ma non solo, tra le donne (il 66% è in cura contro il 34% degli uomini) e gli anziani". È chiaro che in questi contesti agiscono anche altri fattori depressivi e che "il verde e i giardini per funzionare devono far parte di un più ampio e sano stile di vita".

Uno spunto importante per riflettere sugli stress sociali e lavorativi che caratterizzano molti contesti ambientali, soprattutto in Italia, dove il 5,1% della popolazione risulta essere affetto da una forma di depressione, una percentuale maggiore rispetto alla media globale (4,4%). Eppure il Belpaese contiene in se, a quanto pare, già un fattore utile per l’esito positivo di un trattamento antidepressivo: un patrimonio naturale unico e dalla bellezza spesso rigenerante sulla cui tutela non si investe mai abbastanza, nonostante i buoni risultati ottenuti recentemente dalla legge 68/2015 sugli ecoreati. Per Legambiente, infatti, “I nuovi delitti contro l’ambiente sono stati utilizzati in tutta Italia per sequestrare depuratori malfunzionanti, per fermare l’inquinamento causato da attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti (il primo delitto ambientale della normativa italiana approvato nel 2001), per intervenire su situazioni di inquinamento pregresso che continua ancora oggi a causare enormi danni ambientali in assenza di bonifica o per fermare attività illegali di vario genere, dalla pesca illegale a Taranto agli scarichi industriali non trattati a Chieti fino all’estrazione abusiva di inerti dalle cave o dai fiumi”. Una legge migliorabile, ma che fa bene alla salute, anche a quella celebrale!

Alessandro Graziadei

sabato 27 maggio 2017

Tutta Europa (o quasi) contro il taglio illegale di legname

La deforestazione illegale (e anche quella legale quando mal pianificata), finisce per degradare vaste aree di foresta ricche di carbonio e di habitat vitali per la fauna selvatica, contribuendo così al cambiamento climatico e alla progressiva perdita di biodiversità.  Nel contempo secondo le stime combinate dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), del Programma ONU per l'Ambiente (UNEP) e dell’Interpool, il mercato di legno illegale frutta alla criminalità organizzata dai 30 ai 100 miliardi di dollari all’anno e rappresenta uno dei crimini ambientali più redditizi, capace di sottrarre all’economia mondiale tra i 10 ed i 15 miliardi di dollari all’anno di entrate fiscali ed espropriando di fatto dei loro redditi alcuni Paesi, molte popolazioni indigene e centinaia di onesti commercianti. Un problema che l’Unione europea ha cercato di tamponare un anno fa formalizzato con la Fao un accordo per un finanziamento di 30 milioni di dollari a sostegno di una nuova fase del programma di tutela forestale denominato Forest Law Enforcement, Governance and Trade (FLEGT) che sarà in vigore fino al 2020. Con i 18 milioni di dollari di fondi stanziati dall’Unione, i 7,25 milioni dalla Gran Bretagna e i 5,3 milioni dalla Svezia l’accordo ha l’obiettivo di intensificare gli sforzi congiunti per migliorare la gestione delle foreste e promuovere il commercio del legname ottenuto legalmente nei Paesi tropicali produttori. Un tentativo di “ridurre non solo l’impatto ambientale del disboscamento illegale e mitigare il cambiamento climatico, ma anche di far aumentare i redditi e la sicurezza alimentare delle comunità forestali, migliorandone l’accesso ai mercati nazionali e internazionali” avevano spiegato Ue e Fao in una nota congiunta. Ma bastano i soli finanziamenti per combattere la deforestazione?

La risposta è no. Gli aiuti allo sviluppo da soli non bastano. Occorre anche far rispettare le leggi, che ci sono e che per Environmental Investigation Agency (EIA) ci possono far dire che se l’Europa non ha ancora sconfitto la piaga del taglio illegale del legname, quanto meno è sulla buona strada. Già in gennaio le autorità olandesi avevano multato l’importatore di legname Fibois VB, dopo aver rilevato serie incongruenze nella documentazione relativa all’importazione di legname dal Camerun che violavano di fatto la legge sul legno illegale (EUTR). Come ha ricordato il network internazionale Salva le ForesteLa Fibois VB si riforniva dalla CCT, un’impresa camerunese che nel 2016 Greenpeace ha provato essere coinvolta nel taglio illegale di legname” e per questo l’autorità olandese ha comminato all’azienda olandese una multa di 1.800 Euro per metro cubo di legno illegale immesso sul mercato, fino a quando l’impresa non sarà conforme alla normativa Ue.

In febbraio invece la ong Forest Stewardship Council (FSC) ha tolto la sua certificazione all’industria del legno austriaca Holzindustrie Schweighofer, una delle più grandi in Europa, a causa del suo coinvolgimento con il taglio illegale di legname in Romania. La decisone di FSC è arrivata dopo che un’indagine condotta dall’EIA in settembre aveva mostrato come la Schweighofer acquistasse e vendesse il legno illegale. In una serie di brevi video, l’EIA ha documentato i camion che consegnano i tronchi delle segherie rumene alla Schweighofer. Una situazione denunciata anche dal WWF, che aveva evidenziato come il comportamento della ditta austriaca fosse in palese contraddizione con i principi ed i criteri di FSC. “Per molti anni, il WWF e altre associazioni hanno avvertito circa i legami tra la Schweighofer e il disboscamento illegale in Romania. Le accuse erano così gravi che la decisione annunciata dal FSC è l’unica conseguenza sensata” ha spiegato Johannes Zahnen, del WWF. “L’ultima grande foresta d’Europa è a rischio a causa di disboscamento illegale alimentato dalla Schweighofer - ha dichiarato Alexander von Bismarck, dell’Environmental Investigation Agency - Con questa decisione FSC mostra di voler adottare passi concreti per evitare di coprire il commercio di legno rubato”.

Mentre anche il governo rumeno ha da poco creato nuovi strumenti per il monitoraggio pubblico delle spedizioni di legname e delle attività di taglio, oltre ad aver aumentato le sanzioni contro il commercio e la deforestazione illegali, i governi di Svezia, Danimarca, e adesso anche della Gran Bretagna, hanno messo sotto osservazione gli importatori di teak del Myanmar. In un recente rapporto, sempre l’EIA, ha infatti dimostrato come le esportazioni di teak dal Myanmar verso l’Unione europea sono in violazione della legge europea sul legno illegale a causa dell’alto livello di corruzione nel settore forestale del Myanmar. Per questo dopo un ricorso presso l’Agenzia Forestale svedese l’importatore Almtra Nordic è stato condannato da un tribunale amministrativo, "per non essere stato in grado di soddisfare requisiti di legalità e trasparenza previsti dall’EUTR, commerciando un legname a forte rischio di illegalità". Di fatto l’importatore è riuscito a risalire al fornitore statale, la Myanmar Timber Enterprise, ma non sapeva indicare esattamente dove fosse stato prodotto il legname e chi lo avesse prelevato. All’Almtra Nordic, oltre che una multa di 17.000 corone svedesi (circa 1.700 Euro), il tribunale ha richiesto la sospensione della vendita di legname importato dalla Birmania fino a quando non sarà in grado di tracciare la provenienza del teak.

Con un’operazione simile a metà marzo le autorità danesi hanno chiesto a sette importatori nazionali di rafforzare i loro propri sistemi di verifica nel caso volessero continuare a commercializzare il teak originario dal Myanmar. Mentre a fine marzo l’Associazione Britannica degli Importatori (TTF) ha proposto che le sanzioni prese da Svezia e Danimarca siano applicate in tutta l’Europa e ha invitato i propri membri a non importare teak dal Myanmar: “Dal momento che le autorità di Myanmar non sono ancora in grado di assicurare prove sufficienti sulla provenienza del legname, i membri della TTF debbono astenersi dal commercializzare il teak proveniente da questo Paese” ha dichiarato il direttore della TTF David Hopkins. E mentre le autorità competenti di Belgio, Olanda e Spagna stanno esaminando le possibili violazioni del regolamento dell’Unione per il teak proveniente dal Myanmar gli imprenditori italiani che fanno? “Per ora nulla e non sono pochi gli importatori e i produttori italiani che ancora reclamizzano il teak proveniente dal Myammarha dichiarato Salva le Foreste pubblicando i nomi di tutte le realtà italiane ancora indifferenti agli allarmi dell’EIA. 

Alessandro Graziadei

lunedì 22 maggio 2017

A chi grida al lupo al lupo…

Per colpa di una politica distratta, di un’informazione non sempre corretta e di qualche criminale ambientale non siamo ancora capaci di difendere la straordinaria biodiversità italiana e spesso rischiamo di impoverire in modo irreversibile il Belpaese, noto non solo per le sue bellezze artistiche, ma anche per l’incredibile varietà di fauna e flora (oltre 57.000 specie animali e quasi 8.000 vegetali) che una volta perse non sempre è possibile recuperare. In particolare l’uccisione illegale di specie protette è una piaga nazionale e il lupo è diventato il simbolo di quella natura che stiamo di perdendo visto che secondo il WWFogni anno 300 lupi vengono uccisi in Italia da bracconieri, bocconi avvelenati o dall’impatto con le auto”, alterando in modo sensibile l’equilibrio di specie dal ruolo ecologico importantissimo, come tutte quelle poste al vertice della piramide alimentare, capace tra le altre cose di controllare la popolazione di cinghiali e di altri ungulati.

Anche per questo l’associazione ambientalista è scesa in campo per salvarlo chiudendo oggi, in occasione della Giornata mondiale della Biodiversità, una raccolta fondi di due settimane attraverso l’SMS solidale 45524 che servirà a finanziare i controlli sul campo delle guardie volontarie, i droni per sorvegliare le aree più a rischio, l’utilizzo dei cani addestrati a scovare le tracce di veleno sparso dai bracconieri, i centri specializzati nella riabilitazione animale e gli attraversamenti stradali sicuri sia per i lupi che per gli orsi. Ma l’aiuto chiesto dal WWF cercherà anche di creare una corretta cultura sul lupo sostenendo gli allevatori “salva-lupo” con un contributo al mantenimento dei cani da guardiania più adatti e la creazione di una “scuola permanente e diffusa” a difesa del lupo, per riuscire ad informare, sensibilizzare e coinvolgere i cittadini e le scuole nella difesa di questo simbolo della nostra natura unico al mondo. L’obiettivo è quello di sfatare così i luoghi comuni e le fake news che hanno contribuito ad alimentare la storica ostilità nei confronti del lupo e che rappresenta una minaccia per la specie. 

Per il WWF, infatti, “siamo davanti ad una specie perseguita da una cattiva informazione che rischia di creare ulteriori danni agli equilibri naturali anche nelle aree protette che non rappresentano ancora un rifugio sicuro per questi animali: nei Monti Sibillini, ad esempio, negli ultimi sei anni sono stati ritrovati 18 lupi morti, nel Parco della Majella lo scorso anno 4 lupi sono rimasti intrappolati dai lacci. La barbarie contro il lupo è particolarmente accanita in alcune zone calde di bracconaggio, come la provincia di Grosseto, in Toscana, dove lacci, veleno e fucili ancora uccidono decine di lupi, a volte persino esposti in modo provocatorio”. Così se il lupo, grazie anche alle campagne del WWF condotte negli anni ’70, si era salvato dall’estinzione recuperando il suo areale originario, oggi le stime italiane parlano di perdite pari al 20 per cento della specie ogni anno su una popolazione complessiva stimata di circa 1.600 animali. Ma i lupi uccisi potrebbero essere di più dato che i bracconieri tendono a nascondere le carcasse per evitare di avere conseguenze con la giustizia e ridimensionare l’allarme ecologista. 

Lo scorso 17 maggio nel giorno del Wolf Day queste preoccupazioni sono state confermare anche dal progetto di citizen science lanciato dal gruppo Italian Wild Wolf, composto da ricercatori, fotografi e appassionati del lupo e secondo i quali “in soli 6 mesi sono state segnalate ben 53 carcasse di lupo”. Questo progetto in cui i cittadini sono chiamati a raccogliere dati a scopo scientifico, rappresenta il primo esempio in Italia applicato al lupo, ed ha l’obiettivo di attivare una raccolta di dati basati su osservazioni dirette e sulle notizie delle cause di morte del lupo diffuse da tutti gli organi di informazione. Dai dati raccolti dal 1 novembre 2016 al 30 aprile 2017, è emerso che solo il 6% dei decessi registrati è riconducibile a cause naturali, mentre gli incidenti stradali (53%) ed il bracconaggio (32%) rappresentano le prime cause di morte. Anche queste percentuali, tuttavia, sono difficilmente rappresentative del numero complessivo dei decessi del lupo italiano, in quanto è molto più probabile rinvenire una carcassa lungo la strada piuttosto che in un bosco. Complessivamente sia il bracconaggio che le morti naturali potrebbero avere quindi un’incidenza maggiore, sebbene dietro agli stessi investimenti lungo le strade non è impossibile immaginare episodi di avvelenamento che debilitano i lupi esponendoli maggiormente al rischio di incidenti.

Non invertire la diminuzione della popolazione autoctona di lupi italiani è oggi un grave rischio non solo per la biodiversità nazionale, visto che la popolazione italiana di lupo è, secondo un nuovo studio appena pubblicato sulla prestigiosa rivista PLOS ONE, una sottospecie unica al mondo “sia a livello di cromosomi autosomici, la maggior parte del DNA di un individuo, che a livello mitocondriale, cioè di DNA ereditato per via materna”, ha spiegato Romolo Caniglia, genetista e coordinatore dello studio. “Quello che stupisce è quanto sia antica tale peculiarità che presenta una variabilità genetica inferiore del 30% rispetto alle altre popolazioni, segno di una diminuzione demografica protratta nel tempo, a cui si è sommato lo sterminio operato negli ultimi secoli per mano dell’uomo”, ha aggiunto Marco Galaverni, responsabile specie e habitat del WWF Italia e anche lui tra gli autori dello studio.

Intanto, mentre il Piano nazionale di gestione del lupo nel quale sono previste azioni importanti per la tutela del simbolo della biodiversità italiana continua ad essere fermo in Conferenza Stato-Regioni, il WWF è tornato a chiederne l’approvazione urgente senza il paragrafo sugli abbattimenti legali, così come indicato dalla quasi totalità delle Regioni (ad eccezione della Regione Toscana che per bocca del suo assessore Marco Remaschi ha invocato nuovamente la deroga per poter abbattere un numero imprecisato di lupi). A chi grida al lupo al lupo è importante ricordare che i danni provocati da questo predatore, che non vogliono essere ignorati, possono essere minimizzati con misure di prevenzione ed indennizzo previste anche dall’Europa e che Regioni come l’Emilia-Romagna o i Parchi naturali abruzzesi sono riusciti da tempo a mettere in campo programmi per dotare gli allevatori di misure efficaci di preservazione delle greggi senza la necessità di abbattere altri lupi.

Alessandro Graziadei