domenica 22 aprile 2018

Quando la biomassa fa rima con minaccia?

Il legno è uno dei materiali più ecologici: ha un ottimo bilancio energetico, è biodegradabile, se trattato correttamente non inquina e può essere riciclato, tuttavia la sua combustione rappresenta sempre una significativa minaccia alla riduzione delle emissioni di gas serra. Uno dei primi allarmi scientificamente provati porta la firma del Dipartimento di Energia e cambiamenti climatici (DECC) del Regno Unito e risale al 2014. Secondo il rapporto del DECC nel 2020 “circa il 10% dell'elettricità prodotta nel Regno Unito dovrebbe provenire da biomasse legnose provenienti dal Nord America che rischiano di emettere più carbonio della generazione elettrica a carbone”. Se, infatti, la soglia di 200kg CO2 per megawatt è il criterio di sostenibilità adottato dal Regno Unito per l'energia elettrica da biomasse, l’energia elettrica prodotta con le biomasse provenienti dai boschi del Nord America è compresa tra 1.270 e i 3.988 kg di CO2 per megawatt, ossia più di quella del carbone e ben oltre la soglia tollerata dal Regno Unito.

Gruppi ambientalisti come l’inglese RSPB, Greenpeace e Friends of the Earth hanno più volte messo in guardia circa la sostenibilità della biomassa dal Nord America, indicando un crescente numero di studi scientifici che mettono in guardia dall’impiego di biomasse provenienti da boschi che vengono sempre più spesso abbattuti ad una velocità maggiore del tempo di rigenerazione naturale, producendo così emissioni maggiori rispetto alle tradizionali tecnologie a combustibili fossili. Recentemente lo studio scientifico “Not Neutral Carbon: Valutazione dell'impatto netto delle emissioni di residui bruciati per la bioenergia”, firmato da Mary S. Booth e pubblicato lo scorso 21 febbraio su Environmental Research Letters, sembra dimostrare che anche quando vengono bruciati solo gli scarti legnosi (cosa che attualmente non sempre accade) le biomasse contribuiscono sempre ad aumentare l’effetto serra. 

Lo studio ha esaminato gli impatti netti delle emissioni di CO2 dalle biomasse bruciate nelle centrali elettriche statunitensi e i pellet a base di legno che vengono bruciati per sostituire il carbone nella gigantesca centrale elettrica Drax del Regno Unito e in altre centrali elettriche europee. Lo studio si è concentrato sullo scenario più ottimista, analizzando solo la combustione delle cime degli alberi e dei rami abbandonati durante le operazioni forestali che è da sempre considerata neutrale, in quanto questi materiali si decomporrebbero comunque, se lasciati in foresta. Ebbene, lo studio di Mary S. Booth sfata questa leggenda che la CO2 che la legna emette bruciando è la stessa che è stata assorbita durante la crescita dell'albero e dimostra che anche quando le centrali elettriche bruciano i “residui di legno” escludendo gli alberi tagliati appositamente, le emissioni nette di CO2 sono significative. In realtà interi alberi e spesso intere foreste sono abbattuti per la produzione di energia e di pellet, arrivando a sradicare perfino i ceppi degli alberi abbattuti, con evidenti danni alla tenuta del suolo.

Lo studio ci fa capire che anche supponendo che i materiali bruciati siano veri residui, "circa il 95% della CO2 emessa rappresenta un’aggiunta netta all'atmosfera per decenni", visto che tutte queste strutture consumano decine di milioni di tonnellate di legname all’anno. “Per evitare un pericoloso riscaldamento climatico è necessario ridurre immediatamente le emissioni di CO2 nel settore energetico”, ha spiegato Mary Booth. “Questa analisi mostra che le centrali elettriche che bruciano legno e pellet derivati dai residui sono una fonte netta di inquinamento da carbonio garantita per i prossimi decenni, e lo sono proprio ora, che è più urgente ridurre le emissioni". Di fatto le centrali elettriche Drax e altre centrali a legna americane ed europee emettono più o meno CO2 per megawattora di quando bruciano carbone, ma dato che le biomasse sono considerate “neutrali” gli incentivi governativi a favore delle energie rinnovabili che ricevono le rendono particolarmente competitive.

Nel 2015, il Regno Unito ha investito 809 milioni di sterline (circa 1,2 miliardi di dollari) in sussidi per le energie rinnovabili alle biomasse, un settore economico che cresce molto più del solare e dell’eolico. Questo accade perché le emissioni di CO2 prodotte dalle centrali a biomassa sono conteggiate in modo da sembrare idonee ai programmi di finanziamento per il contenimento del carbonio e possono usufruire dell’erogazione dei sussidi per le energie rinnovabili. Come anticipato anche dal Dipartimento di Energia e cambiamenti climatici (DECC) del Regno Unito nel  2014, lo studio di Booth ci conferma invece che la combustione di legna per l'energia non è compatibile con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi per ridurre l'inquinamento di carbonio nei prossimi decenni e l’uso della bioenergia nei livelli previsti ed incentivati fino ad oggi provocherà un aumento delle emissioni globali di CO2 di circa 9 miliardi di tonnellate all’anno. 

Come se non bastasse, oltre al fatto che con l’utilizzo di combustibili fossili come carbone e petrolio il bilancio di CO2 prodotto dalla biomassa è non migliore, le emissioni di polveri sottili, NOX e monossido di carbonio possono essere addirittura più elevate e devono quindi essere trattate in appositi camini prima di venir rilasciate in atmosfera. Un quadro che deve cominciare a suggerire alla politica nazionale ed europea l’opportunità di fermare il supporto a tutte quelle bioenergie che, nonostante un processo più o meno evidente di “greenwashing” da noi inconsapevolmente finanziato, si rivelano in realtà insostenibili.

Alessandro Graziadei

sabato 21 aprile 2018

Italiani: una comunità sostenibile?

Il network LifeGate in collaborazione con l’istituto di ricerca sociale Eumetra MR  ha presentato il 22 marzo scorso a Milano il quarto Osservatorio nazionale sullo stile di vita sostenibile (Ons) un’indagine sul livello di conoscenza, di consumo e di acquisto della popolazione italiana relativamente alle tematiche della sostenibilità e dalla quale emerge che gli italiani sono sempre più una comunità sostenibile, tanto che 3 su 4 di noi “sanno quanto conta la sostenibilità, quanto sia ormai imprescindibile e intrinseca nelle nostre azioni quotidiane”. L’indagine rivela come la sostenibilità appassioni sempre più italiani ed è percepita come un codice di condotta comune in grado di influenzare tutte le abitudini quotidiane. Gli italiani appassionati e interessati al tema sono quasi 10 milioni in più rispetto al 2017 e tra queste nuove leve ci sono i giovani visto che “coloro che mostrano il maggior interesse verso il tema hanno un’età compresa tra i 18-34 anni, diplomati o laureati, studenti, impiegati o docenti”.

Dall’indagine risulta che ben l’86% degli italiani è più motivato a intraprendere uno stile di vita sostenibile per tutelare il pianeta e per conservare gli spazi incontaminati, oggi sempre più minacciati: “L’interesse alla sostenibilità rilevato nel 2016 a seguito di EXPO che si è consolidato l’anno scorso, nel 2018 ha ripreso la crescita con un trend del +15%” -  ha spiegato Renato Mannheimer di Eumetra MR -. Ora i concetti veicolati hanno avuto modo di essere fatti propri e sono stati trasferiti nella pratica quotidiana”. Così, anche se molti dei più comuni comportamenti di singoli cittadini e molte delle decisioni politiche ed amministrative sembrerebbero contraddirlo, la sostenibilità piace agli italiani che hanno non poche priorità: “Il 95% degli italiani ritiene che anche il governo dovrebbe investire di più in fonti di energia rinnovabile per abbandonare fonti fossili come petrolio e carbone”. A conferma dei dati emersi nella precedente edizione gli investimenti in energia rinnovabile continuano a essere prioritari per la popolazione, riscontrando consensi nel 96% degli italiani. A pari merito, l’investimento in mezzi pubblici per evitare l’uso dell’auto, e al secondo posto il sostegno per l’agricoltura biologica importante per 85% degli intervistati.

l'81% degli italiani si dichiara "sostenibile" soprattutto in casa e sono proprio i prodotti legati alla gestione delle mura domestiche quelli per i quali gli italiani sono disposti a spendere di più, in particolare, cresce vertiginosamente l’attenzione per la raccolta differenziata “che coinvolge, oggi, il 92% della popolazione” mentre “l’utilizzo di elettrodomestici a basso consumo energetico sale al 70%”, dati che secondo il rapporto di Eumetra MR registrano quasi 20 punti percentuali in più rispetto al 2017. Ma gli italiani si rivelano una “comunità sostenibile” anche a tavola, visto che “il 35% predilige alimenti a km zero, mentre il 19% consuma alimenti biologici” sostenendo per alimentarsi un prezzo sensibilmente più alto. Quando si tratta invece di orientare le scelte per la mobilità e il tempo libero? Anche in questi campi si registrano delle sorprese con la crescita negli italiani di “una maggior propensione all’acquisto di auto elettriche o ibride (22%)”, mentre il 33% della popolazione dichiara di evitare di usare l’auto per ridurre l’inquinamento e di preferire un turismo responsabile: “oggi il turismo green coinvolge 2,5 milioni di italiani, 530 mila in più rispetto al 2017,  che preferiscono organizzare un viaggio di scoperta e relax sostenibile, piuttosto che tradizionale”.

Per l’amministratore delegato di LifeGate, Enea Roveda, “che la crescita dell’interesse degli italiani verso questi temi sia arrivata al 74% è un dato estremamente importante e dev’essere motivo di sprono per aziende e istituzioni a migliorare” oltre a rovesciare quell’immagine dell’Italia individualista e non certo leader in Europa nel campo della sensibilità ecologica. L’indagine, infatti, ha coinvolto una "comunità sostenibile" di 37,4 milioni di persone, il 15% in più dello scorso anno e addirittura il 31% in più rispetto alla prima indagine dell’Osservatorio nel 2015. Forse siamo troppo attirati sempre e solo dalle notizie negative, ma quelli ricordati dall’Ons sono dati importanti ed è chiaro che siamo di fronte a un cambiamento che riguarda un’intera società, ormai sempre più attenta e consapevole che solo adottando uno stile di vita meno dissennato potremmo lasciare alle future generazioni una “casa comune” ancora accogliente. 

Il consiglio di LifeGate? Questa green society offre certamente "nuove opportunità di crescita e di mercato", ma anche nuove occasioni per “fare comunità”. Per questo “La prossima volta che invitate a cena gli amici, non trattenetevi. La sostenibilità non è uscita dallo stereotipo dell’argomento di nicchia, che interessa solo poche persone appassionate e decise, con valori troppo marcati per essere popolari. Stupitevi, lanciando uno spunto di discussione, nello scoprire che la sostenibilità è in grado di unire, coinvolgere e stimolare molto più di quanto pensiate”. Sta in questo passaggio e nel farlo seguire dai fatti, ciò che serve al nostro Paese per seguire l’esempio virtuoso di altri Paesi europei che hanno puntato molto su una comunità di cittadini sempre più consapevolmente votata allo sviluppo sostenibile. Ora tocca alla politica del Belpaese prenderne atto. E in fretta!

Alessandro Graziadei

domenica 15 aprile 2018

La forma dell’acqua? La carenza…

La forma dell’acqua” è l’ultimo successo cinematografico del regista Guillermo Del Toro, una storia d'amore che ruota attorno alla diversità dei protagonisti e all’acqua quale elemento fondamentale per far “emergere” il messaggio antirazzista della storia. Fuori dalla metafora offerta da Del Toro con la sua pluripremiata pellicola, la forma di questo elemento essenziale per la vita sulla terra è diventata la sua carenza, un problema sempre più pressante per l’intera umanità e che deve oggi fare i conti con un consumo globale aumentato di 6 volte in 100 anni, cioè due volte più della crescita demografica globale. Sempre più spesso si sente così parlare di "stress idrico", un problema che si verifica quando la domanda d’acqua non può essere soddisfatta a causa dei limiti di accesso alla risorsa e il calo nella sua disponibilità o della sua qualità. Un problema esacerbato dai cambiamenti climatici, dall’inquinamento, dagli interessi delle multinazionali, dall’assenza di risorse finanziarie e infrastrutturali, oltre che dalla spesso totale assenza di una gestione politica oculata e pubblica di questo prezioso bene comune.

Per questo durante l’ultimo World Water Forum, conclusi lo scorso 23 marzo a Brasilia, il direttore generale della Fao, José Graziano da Silva, ha ricordato al mondo che oggi i “Due terzi della popolazione mondiale soffrono di gravi penurie di acqua durante almeno una parte dell’anno. Questo ha un impatto particolarmente pesante sulle persone che dipendono dall’agricoltura e alcuni, in particolare i più poveri, non vedono altra alternativa che la migrazione e la ricerca di mezzi di sussistenza migliori. Ma la migrazione dovrebbe essere una scelta e non l’unica opzione che resta a causa dell’assenza d'acqua”. Una riflessione che ben sintetizza il recente studioWater stress and human migration: a global, georeferenced review of empirical research” presentato proprio in quest’occasione in Brasile da Fao, Oregon State University e  Global Water Partnershipnel quale sono stati messi a fuoco i legami tra l’acqua e le migrazioni analizzando i risultati in termini di dati demografici, temperature di superficie e  precipitazioni di oltre 100 rapporti dettagliati sul tema.

Secondo Eduardo Mansur, direttore della divisione terre e acque della Fao, “Analizzare le tendenze relative alla penuria di acqua e impegnarsi nella prevenzione sono azioni particolarmente importanti che permettono di intervenire in tempo ed attenuare le pressioni che provocano le migrazioni forzate. Di fronte a un disagio su vasta scala, permettere un adattamento proattivo prevenendo il rischio di crisi idriche è una strategia più efficace e sostenibile che offrire una risposta umanitaria a posteriori”. In questo quadro il rapporto fa notare come anche l’impatto dei migranti sullo stress idrico delle regioni verso le quali migrano merita un’attenzione particolare, visto che molti insediamenti informali votati all’accoglienza dei migranti “comportano spesso un utilizzo inefficace dell’acqua, che danneggia i cicli idrologici locali, perturbando i sistemi tradizionali di conservazione dell’acqua”.

Che fare? Per il team dell’Unesco che a Brasilia ha presentato il “World Water Development Reportesistono delle alternative già disponibili per fare in modo che la natura venga utilizzata per migliorare la gestione delle risorse idriche, e si basano principalmente sulla conservazione e la tutela degli ecosistemi naturali. Secondo Stefan Uhlenbrook, coordinatore dello studio “la natura sa cosa fare, ma ci sono dei limiti su quanto possiamo sfruttarla. Presto l’ecosistema avrà raggiunto la sua capacità di sopportare tutto il degrado che si sta verificando”. Per questo occorre proteggere i nostri sistemi idrici “informando meglio la popolazione e migliorarondo le partnership con i governi e gli investitori” perché anche per attivare le soluzioni più naturali “è necessario un sostegno finanziario che non è sempre sufficiente”. Oggi il cambiamento climatico va di pari passo con il cambiamento del ciclo idrologico e i costi delle catastrofi naturali sono aumentati drammaticamente rispetto agli anni ’90. Per questo ha concluso Uhlenbrook “I governi nazionali non dovrebbero avere un budget basso quando fanno investimenti nelle infrastrutture idriche. La prevenzione è sempre più economica” e anche "l’Agenda 2030 e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu saranno raggiunti solo se sarà pienamente compresa la relazione di causa ed effetto tra l’acqua e gli altri settori”.

Un avvertimento che riguarda anche il Belpaese visto che il 2017 ha rappresentato per l’Italia un anno di grande siccità, con precipitazioni ridotte e anche l’anno in corso mostra criticità: “Il paradosso non più sostenibile - ha spiegato Massimo Gargano, direttore generale dell’ Associazione nazionale dei consorzi per la gestione e la tutela del territorio e delle acque irrigue (Anbi) - è che, nonostante il maltempo e le abbondanti nevicate, il bilancio idrico del Paese resta deficitario anche nel 2018 e si guarda sempre più spesso con preoccupazione all’arrivo della bella stagione”. Per questo i Consorzi di bonifica, unitamente alle Autorità di distretto idrografico ed agli enti territoriali, si stanno adoperando per fare fronte ad una situazione di “costante e latente emergenza”. I dati diffusi il 14 marzo dall’Anbi indicano che, al Nord, tutti i grandi laghi restano sotto la media stagionale con i bacini d’Iseo e di Como addirittura sotto lo zero idrometrico. Non va meglio al Sud, dove i bacini segnano livelli largamente inferiori a quelli degli anni scorsi specialmente in Sicilia, “dove i principali invasi contengono poco più di 89 milioni di metri cubi d’acqua contro gli oltre 400 milioni di un anno fa e addirittura i quasi 593 milioni del 2010”. 

Per l’Anbi ogni occasione è buona per ricordare alla politica la necessità di superare le lentezze burocratiche e avviare concretamente il Piano nazionale invasi, un cui primo finanziamento è già previsto nella Legge di Stabilità 2018. “Snellire la burocrazia, monitorare le ragioni dei ritardi di pianificazione, un'efficace programmazione ed operatività: sono tutti obiettivi da raggiungere in fretta” per promuovere uno sviluppo che passa anche dalla difesa del suolo e dalla disponibilità di risorse idriche in tutta la penisola.

Alessandro Graziadei

sabato 14 aprile 2018

Alcol: l’informazione vale più del proibizionismo

L’alcol è una delle prime cause di mortalità al mondo con i suoi 3,3 milioni di morti all'anno ed è la causa dell’insorgenza di oltre 230 patologie responsabili di almeno 17 milioni di anni di vita persi. Per questo il mese di aprile da anni è dedicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) alla "prevenzione alcologica” e attraverso l’Alcohol Prevention Day, che quest’anno si celebra il 18 aprile, prova a diffondere i dati sul consumo di alcol nella popolazione attraverso un’attenta campagna sui danni provocati dall’abuso di questa sostanza. Elaborati in Italia dall’Osservatorio Nazionale Alcol (Ona), che dal 1998 è il riferimento formale e ufficiale dell’Istituto Superiore di Sanità per la ricerca, la prevenzione e la formazione in materia di alcol e problematiche alcol-correlate e dal 2011, oltre ad essere  Who-Collaborating Centre, i dati prodotti dall’Ona e dell’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) contribuiscono a delineare le tendenze e le pratiche che dovrebbero guidare il decisore politico nelle opportune scelte rivolte a contrastare l’uso di alcol nel Belpaese.

Quest’anno la relazione del Ministro della Salute Beatrice Lorenzin sugli interventi realizzati in materia di alcol e problemi correlati, trasmessa al Parlamento il 21 marzo 2018 proprio sulla base delle analisi di Ona e Istat, ha evidenziato come il fenomeno relativo al consumo di bevande alcoliche in Italia, negli anni più recenti, stia mostrando un profilo nuovo rispetto agli ultimi decenni. I dati epidemiologici sul consumo di bevande alcoliche nella popolazione italiana, infatti, “evidenziano come a fronte di una riduzione del consumo di vino durante i pasti, si stia registrando un progressivo aumento di consumo di bevande alcoliche occasionale e al di fuori dei pasti, condizione ancor più dannosa per le patologie e le problematiche correlate”. I dati relativi al 2016 ci dicono che cresce la quota dei consumatori occasionali di alcol “dal 42,2% del 2015 al 43,3% del 2016” e quella di coloro che bevono alcolici fuori dai pasti “nel 2014 erano il 26,9%, nel 2015 il 27,9%, nel 2016 risultano il 29,2%”.

Secondo i dati Ona e Istat trasmessi al Parlamento si conferma anche la tendenza già registrata negli ultimi 10 anni che vede una progressiva riduzione della quota di consumatori che bevono solo vino e birra, soprattutto fra i più giovani e le donne, mentre aumenta la quota di chi consuma, oltre a vino e birra, anche aperitivi, amari e superalcolici. Un aumento che si registra nei giovani e giovanissimi, ma in misura percentuale maggiore negli adulti oltre i 44 anni e negli anziani. Nella fascia giovanile è invece il “binge drinking”, cioè l’assunzione di numerose unità alcoliche al di fuori dei pasti e in un breve arco di tempo, a rappresentare l’abitudine più diffusa e consolidata. Nel 2015 il fenomeno riguardava il 15,6% dei giovani tra i 18 e i 24 anni di età, di cui il 22,2% maschi e il 8,6% femmine. Nel 2016, invece, il fenomeno riguardava già il 17% dei giovani tra i 18 ed i 24 anni di età, di cui il 21,8% maschi e l’11,7% femmine.

Per quanto riguarda invece la prevalenza dei consumatori a rischio è stata nel 2016 del 23,2% per gli uomini e del 9,1% per le donne di età superiore a 11 anni, per un totale di circa 8.600.000 individui, 6.100.000 di genere maschile e 2.500.000 di genere femminile, che nel 2016 hanno messo in pericolo la propria salute attraverso l'abuso di alcol. Le fasce di popolazione più a rischio per entrambi i generi sono quella dei 16-17enni che non dovrebbero consumare bevande alcoliche e quella dei “giovani anziani” compresi tra i 65 e i 75 anni.  Il risultato è che 800.000 minorenni e 2.700.000 ultra sessantacinquenni sono oggi consumatori a rischio per patologie e problematiche alcol-correlate. Le quote percentuali di consumatori a rischio di sesso maschile sono superiori a quelle delle donne per tutte le classi di età, ad eccezione di quella dei minorenni, dove invece le differenze non raggiungono al momento la significatività statistica.

Che fare? Dai dati appare chiaro che oggi è necessario informare soprattutto i giovani su questo importante argomento: “Solo se con ragionamenti convincenti e con dimostrazioni inoppugnabili si riuscirà a convincere una persona che una certa condotta è sbagliata e dannosa, succederà che quella persona eviterà di cadere nell’errore, ma se ci si limiterà a proibire senza altre motivazioni, anziché ottenere il risultato sperato si rischierà di stimolare una voglia di ribellarsi all’ordine impartito e ad agire in senso opposto”. È questa l'autorevole opinione di Luigi Rainero Fassati, Professore Ordinario di chirurgia  all’Università Statale di Milano che per molti anni ha diretto il Dipartimento di Chirurgia Generale e dei Trapianti del Policlinico di Milano, e che dal 2007, dopo la pubblicazione per Salani del suo libro “Mal d’alcol”, ha deciso di incontrate i ragazzi nelle scuole, raccontando la sua esperienza sul campo attraverso casi clinici concreti di ragazzi che ha seguito in prima persona come medico e che a differenza degli adulti, mancano dell’enzima capace di scindere la molecola tossica dell’etanolo.

Ma la testimonianza autorevole è solo una delle possibilità! Quest’anno quattro studentesse dei licei Orazio e Avogadro di Roma, in alternanza scuola-lavoro all’Istituto Superiore di Sanità, stanno realizzando sotto la guida del direttore dell’Ona Emanuele Scafato un progetto di peer education che invita all’autovalutazione del rischio derivato dal consumo di alcol. Dopo due settimane di full immersion in cui le quattro ragazze hanno studiato i sintomi e i rischi correlati al consumo di alcol, soprattutto tra gli adolescenti, ed appreso le basi dell’approccio statistico, fondamentali per la realizzazione e la valutazione di un questionario online, lo stanno adesso mettendo a disposizione dei loro compagni di scuola. “Attraverso le domande del questionario, che riguardano soprattutto la nostra quotidianità, cerchiamo di individuare i problemi che possono interessare i ragazzi per capire poi, attraverso delle graduatorie, su cosa concentrare la nostra campagna”, ha spiegato Cecilia, 19 anni, studentessa dell'Orazio. Un progetto importante per capire come esista tra i giovani un vuoto di informazione o, nel peggiore dei casi, una cattiva informazione basata su fake news sempre più diffuse sul web, anche rispetto agli effetti dell’alcol: “Bisogna accompagnare i giovani sul web per fargli capire che tutte le notizie vanno analizzate alla luce dell’evidenza scientifica e che non devono seguire tutto ciò che gira sui social, dove spesso ci sono inviti a comportarsi in maniera rischiosa e a consumare bevande alcoliche in modo da abbassare la percezione del rischioha concluso Scafato.

Alessandro Graziadei

domenica 8 aprile 2018

Sri Lanka: la pace impossibile?

In Sri Lanka il lento processo di riconciliazione tra la minoranza tamil e la maggioranza cingalese  continua ad essere un tema delicato anche dopo la firma degli accordi di pace che il 16 maggio 2009 hanno messo la parola fine ad una guerra che aveva insanguinato l’isola dal 1983, causando circa 100.000 morti tra civili e militari. Un processo gestito della maggioranza cingalese attraverso una pericolosa “impunità dei vincitori”, che fino ad oggi non ha certo aiutato la pacifica convivenza tra i due gruppi etnici  e ha dovuto fare i conti con la ciclica ri-esplosione di un conflitto che sta rendendo più lungo e difficile il processo di pace. L’ultima trovata “mediatica” è stata l’apertura, sponsorizzata dal Governo di Colombo, del primo canale televisivo in lingua tamil su Sri Lanka Rupavahini Corporation (Slrc), la televisione di Stato con l’obiettivo di “sostenere l’unità nazionale e la riconciliazione tra la popolazione”. 

“Reconciliation Channel” è in onda dallo scorso 20 febbraio, gode del patronato del presidente dello Sri Lanka Maithripala Sirisena e diffonde in lingua tamil programmi di approfondimento sull’identità nazionale, religiosa e culturale della popolazione tamil. Secondo molti spettatori, però, le trasmissioni avrebbero dovuto essere sia in lingua singalese che tamil. In questo modo invece, coloro che non parlano la lingua tamil non riescono a comprenderne il valore della comune cultura e l’operazione sembra erigere un muro linguistico tra le etnie anziché costruire un ponte culturale tra le stesse. Per Sundaram Velayudhan, un commerciante 59enne della capitale Colombo siamo davanti a uno sforzo senza senso: “Perché il canale della riconciliazione deve essere solo in una lingua?”. Sundaram nel 1983, durante i violenti scontri provocati dai buddisti cingalesi, ha visto dare alle fiamme tutte le sue proprietà, solo perché lui è di religione indù. Per questo, “se il governo vuole creare una società pacifica e giusta per tutta la nazione, dobbiamo conoscere gli uni il valore degli altri, le identità nazionali, religiose, culturali e linguistiche, altrimenti non faremo mai progressi sulla strada della pace” ha spiegato.

Un parere comune anche a Mano Ganesan, ministro della "Coesistenza nazionale, del dialogo e delle lingue ufficiali", che ha detto di apprezzare il nuovo canale, “ma esso deve essere rivolto non solo al nord. Gli abitanti del sud devono conoscere i problemi del nord e viceversa. Solo così vedremo l'avvio di un vero percorso di riconciliazione”. Per Anusha Sivalingam, una giovane attivista tamil che lavora come traduttrice, il canale è un passo positivo, ma non basta: “Per ora la parola riconciliazione sembra inadatta, perché quella giusta dovrebbe essere giustizia. Il governo deve insegnare l’umanità, perché non possiamo sperare nella riconciliazione senza conoscere il rispetto dell’umanità [altrui]. Altrimenti è inutile”. Accanto alle perplessità, in molti hanno espresso anche soddisfazione, come Anandi di Jaffna, insegnante oggi in pensione, che per anni ha lavorato alla Muslim Maha Viddyala a Matugama, nel distretto di Kalutara, a sud di Colombo e per la quale “Questo canale è uno sforzo positivo perché i tamil di oggi hanno dimenticato la loro cultura [...] e un'identità chiara e riconosciuta diminuisce il rischio di discriminazioni”.

La TV in ogni caso non basta. Per accelerare il processo di riconciliazione e pacificazione nazionale occorre un maggiore impegno da parte dei leader delle quattro grandi religioni dello Sri Lanka, come avevano ricordato lo scorso anno gli attivisti della ong Law and Society Trust di Colombo partendo dai risultati ottenuti dagli esperti di diritto che hanno redatto il rapporto finale della Consultation Task Force on Reconciliation Mechanism. Gli esperti della Task Force che per anni hanno raccolto pareri e testimonianze delle vittime della guerra civile che ha diviso le comunità singalese e tamil, avevano suggerito di "creare un tribunale misto" e invitato i leader delle grandi religioni a "sostenere la ricerca della verità, insegnando non la vendetta, ma la comprensione reciproca".

Per Priyantha Deepal e Anushka Kahandagamage, due membri dell’organizzazione che hanno partecipato alle consultazioni della commissione presidenziale che ha redatto il rapporto, recandosi nei villaggi e nelle aree sequestrate dall’esercito, “Ciò che stupisce è che nei parenti delle vittime non aleggia un sentimento di vendetta. Una madre tamil ci ha detto che è disposta a perdonare i carnefici di suo figlio a patto che il Governo prenda posizione una volta per tutte, evitando che simili tragedie accadano ancora”. Il Governo dovrebbe, quindi, assumersi le sue responsabilità, raccontare che fine hanno fatto centinaia di tamil e restituire molte delle terre che sono state sequestrate a questa comunità prima e dopo l’avvia del processo di pace. Per Sandun Tudugala, della Law and Society Trust, “è compito di noi attivisti esprimere legittime obiezioni se il Governo non mantiene le promesse”, ma “è tempo che il Governo soddisfi senza trovare alibi le richieste delle vittime”.

Intanto è dalla società civile che arriva il buon esempio. Lo scorso luglio un alto magistrato tamil indù M. Illancheliyan si è fatto carico di due bambini buddisti singalesi dopo l'uccisione del loro papà, che era stato la sua guardia del corpo per 17 anni: “Da oggi ho quattro figli - ha dichiarato Illancheliyan -. Mi impegno ad assumermi tutte le responsabilità di questi altri due figli fino alla mia morte", ha detto Illancheliyan al funerale di Sarath Hemachandra, morto per difendere proprio il magistrato da un attentato. Un gesto che entrambe le comunità hanno considerato un vero esempio di pace e riconciliazione per lo Sri Lanka, sicuramente più significativo di qualsiasi trasmissione televisiva. 

Alessandro Graziadei

sabato 7 aprile 2018

La risposta all’azzardo? Locale!

Fumo, cannabis, alcolici e la costante crescita del gioco d’azzardo sono le principali dipendenze che coinvolgono giovani e giovanissimi secondo i dati dell’approfondimento “A Scuola di Salute” curato dal professor Alberto Ugazio dell’Ospedale pediatrico per la Salute del Bambino e dell’Adolescente Bambino Gesù di Roma. I dati ci raccontano che il 16% fuma sigarette fino al compimento dei 24 anni, il 19% ha consumato cannabis nell’arco dell’ultimo anno, il 20% dei giovani tra i 15 e i 34 anni beve frequentemente alcolici e il 49% degli adolescenti tra i 14 e i 19 anni gioca d’azzardo almeno una volta all’anno. Genitori e insegnanti dovrebbero mettere al corrente i ragazzi sui rischi delle dipendenze, ma spesso sono impreparati ad affrontare il problema, soprattutto quando questo è relativamente recente e registra dati allarmanti come nel caso dell’azzardo, che arruola tra i frequentatori delle agenzie di scommesse italiane il 20% dei ragazzi tra i 10 e i 17 anni.

Secondo l’Osservatorio Nazionale sulla Salute dell’Infanzia e dell’Adolescenza, in Italia il 25% dei più piccoli (di età compresa tra i 7 e i 9 anni) usa la propria “paghetta” per lotterie e gratta e vinci, spesso emulando le abitudini dei genitori. In molti di questi casi il gioco può diventare un pericolo e i ragazzi rischiano di non sviluppare la capacità di stabilire e rispettare un determinato limite di tempo e denaro da impiegare in questo "gioco". “Tra i segnali indicatori da osservare nei ragazzi troviamo l’interesse continuo per il gioco d’azzardo, il disinteresse verso attività scolastiche e ricreative alternative, frequenti assenze ingiustificate da scuola, disturbi del sonno e furti in casa. In questo caso l’attenzione e il controllo da parte della famiglia è fondamentalehanno spiegato i medici del Bambino Gesù. In generale i sintomi su cui si basa ogni forma di dipendenza, compresa quella da gioco, sono facili da individuare: “il desiderio improvviso di giocare, l’astinenza (irrequietezza con sintomi fisici e psicologici se non si riesce a giocare) e la tolleranza, intesa come un aumento progressivo del tempo di gioco”. 

La perdita del senso di realtà e il ritiro sociale sono le prime conseguenze pericolose causate dall’assorbimento nei mondi virtuali come quello dell’azzardo, un fenomeno che in Italia, a quanto pare, non sta contagiando solo i più giovani. Il crescente volume di affari del settore dell’”azzardo legale” o del così detto “gioco pubblico” è sempre più intergenerazionale e se nel 2016 contava su un fatturato di 97 miliardi, nel 2017 ha registrato il superamento della cosiddetta quota-cento, arrivando a raccogliere guadagni per 102 miliardi di euro.  Si tratta di un settore in continua espansione, mai seriamente ostacolato della politica nazionale, visto che lo Stato ha ricavato 9 miliardi di euro da questa business nel solo 2017. Così, nonostante gli allarmi lanciati della società civile che da anni sta tentando di limitare i danni alla salute di singoli cittadini e intere comunità e le prime vittorie come l’intesa unanime nella Conferenza Unificata Stato, Regioni ed Autonomie locali su un nuovo documento sottoscritto lo scorso settembre con alcune proposte utili a ridurre i rischi di dipendenza dal gioco d’azzardo, in realtà le multinazionali concessionarie di Stato per l’azzardo si sono dimostrate in grado di riorganizzare le proprie strategie di profitto, riadattandole sempre ai nuovi scenari politici.

Il risultato è che l’azzardo non solo sta mantenendo, ma addirittura incrementando le occasioni di business. Un esempio su tutti è stato il decreto per il terremoto dell'Abruzzo che ha introdotto una serie di nuove possibilità per permettere allo Stato di fare cassa per ricostruire l’Abruzzo con gli introiti derivati dalle tasse sull’azzardo. Per ora l'Abruzzo si trova ancora come nel 2009 e nel frattempo gli italiani hanno iniziato a giocare sempre di più diventando un costo sociale e sanitario destinato a gravare sul futuro del welfare italiano. Che fare? In attesa delle decisioni del prossimo Governo i limiti all’azzardo arrivano per ora dal “basso”, come nel caso dell’ultimo provvedimento in ordine di tempo adottato dal Comune di Brescia. Dal 12 marzo scorso, infatti, slot machine e videolottery dovranno essere spente dalle 7.30 alle 9.30, dalle 12.00 alle 14.00 e dalle 19.00 alle 21.00. In queste fasce orarie, sul modello di quanto già adottato dal Comune di Bergamo, e come si spera venga approvato al più presto anche in altri 14 Comuni dell'hinterland milanese, i gestori di bar e sale giochi dovranno bloccare le slot negli orari stabiliti, creando una fascia geografica omogenea di contrasto all'azzardo di massa. Il rischio per i trasgressori è incorrere in una sanzione da 450 euro e nel blocco della macchinetta mangiasoldi nel caso di reiterazione dell'illecito. “Siamo consapevoli che intervenire sulle macchinette è solo una metà del cielo, perché molto altro deriva dai gratta&vinci e dai giochi online, ma abbiamo voluto dare un segnale chiaro alle preoccupazioni del territorioha spiegasto l’assessore Valter Muchetti.

Per il Sindaco di Brescia Emilio Del Bono questa ordinanza non è stata una scelta improvvisata o propagandistica, “ma il risultato di un percorso che parte da lontano e che è stato condiviso con gli operatori sociali”, visto che secondo uno studio condotto dal Comune in base ai dati dei Monopoli di Stato, nonostante la diminuzione del gioco d’azzardo pari al 15,3% registrato a Brescia tra il 2013 e il 2016 e nonostante il calo consistente anche degli esercizi autorizzati che nello stesso periodo sono passati da 558 a 382, “i livelli di spreco del denaro in azzardo da parte dei bresciani sono rimasti altissimi”. Da qui la necessità di intervenire almeno a livello locale su una piaga che sempre più si collega con i fenomeni di indebitamento, usura e salute pubblica, in attesa di una sempre più urgente revisione della logica interna al sistema di azzardo fino ad oggi sempre legittimato dalla politica nazionale. Fino a quando però non si alzerà la soglia della riflessione critica attorno a questo problema sociale e sanitario, la tendenza non potrà essere invertita, ma al massimo tamponata dalla politica locale e dalla società civile come è accaduto nel Primiero in provincia di Trento

Alessandro Graziadei

sabato 31 marzo 2018

Saharawi senza patria e senza risorse?

Da anni l’intransigenza del Marocco continua ad osteggiare il processo di decolonizzazione del Sahara Occidentale, sconfessando più di cento risoluzioni dell’Onu che ribadiscono il diritto del popolo Sahrawi all’autodeterminazione e l’illegalità dello sfruttamento delle risorse naturali del Paese. La storia o meglio la non storia del Sahara occidentale e del suo popolo, i Saharawi, sembra così ancora ferma al 1975 quando, dopo il ritiro della Spagna, il Marocco dichiarò la propria sovranità sul Sahara Occidentale dando il via alla cosiddetta “Green March”, l'invasione marocchina del territorio a sud del Saguia el-Hamra, costringendo gran parte dei suoi abitanti di etnia sahrawi ad imbracciare le armi e rifugiarsi nei campi profughi gestiti dall’Onu presso la città algerina di Tindouf, dove tutt’ora vivono più di 165 mila profughi sotto la guida del Governo in esilio della auto proclamata Repubblica Democratica Araba Saharawi (SADR). Dal cessate il fuoco, raggiunto sotto l’egida delle Nazioni Unite nel 1992, il ritorno a casa e l’autodeterminazione di questo popolo è ancora un miraggio, al pari del libero accesso alle non poche risorse naturali del Sahara Occidentale.

Se per i Saharawi lo sfruttamento delle risorse nella regione da parte del Marocco è illegale e viola il diritto internazionale, per Rabat mettere a profitto il patrimonio minerario e ittico del Sahara Occidentale è un’attività commerciale irrinunciabile. Per quanto tempo sarà ancora possibile è difficile da capire, ma per l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) il verdetto del 27 febbraio scorso della Corte di Giustizia dell'Unione europea riguardante la datata disputa sulla validità dell’accordo di pesca tra Unione Europea e Marocco “è stato un passo importante verso il riconoscimento dei diritti del popolo Saharawi”. La Corte europea ha, infatti, riaffermato che “il Sahara Occidentale non è parte del territorio del Marocco” e dovrebbe “porre fine allo sfruttamento ittico davanti alle sue coste senza il consenso del popolo Saharawi”. Finora il maggiore beneficiario della pesca davanti alle coste del Sahara Occidentale è stata l’Unione Europea grazie appunto a questo accordo di pesca con il Marocco che scadrà il prossimo 14 luglio 2018 ed è attualmente oggetto di trattative per l'eventuale rinnovo. Per l’Apm siamo davanti ad un messaggio chiaro a Rabat, perché se il verdetto sfavorevole al Marocco non annulla in toto l’accordo, è evidente che “ne limita l'applicazione escludendo di fatto l'uso delle acque territoriali del Sahara Occidentale”.

Il recente verdetto sfavorevole agli interessi marocchini non è stata una sorpresa. Già lo scorso 10 gennaio 2018 l’avvocato generale della Corte europea Melchior Wathelet aveva raccomandato “di annullare l’accordo di pesca tra l’Unione europea e Marocco" poiché include "lo sfruttamento di risorse appartenenti alla regione del Sahara Occidentale”. Per l’Apm i consulenti legali delle Nazioni Unite su questo punto sono chiari: “qualunque prelievo di risorse naturali o lo sfruttamento agricolo di un territorio occupato illegalmente deve sottostare a condizioni particolarmente severe” e “lo sfruttamento continuo del territorio occupato è considerato legale solo se il profitto derivante va a beneficio della popolazione tradizionalmente insediata nella regione”. Una chiave di lettura del conflitto emersa anche nel maggio dello scorso anno in seguito all'ordinanza emessa da un tribunale sudafricano che aveva impedito alla nave da carico Cherry Blossom, che trasportava 54.000 tonnellate di fosfato proveniente dal Sahara Occidentale per conto del produttore di fertilizzanti Ballance Nutrients, di arrivare in Nuova Zelanda. Il tribunale sudafricano, visto il carico dal valore di 5 milioni di dollari statunitensi, aveva applicato la decisione della Corte di giustizia dell'Unione europea del 21 dicembre 2016 secondo la quale “il Sahara Occidentale non è riconosciuto come parte del Marocco” e di conseguenza secondo il diritto internazionale "l’estrazione, l’esportazione e il guadagno su materie prime in territori occupati è illegale".

Nel 2015 sempre la Corte Europea aveva dichiarato illegale un altro accordo di libero scambio commerciale tra l’Unione europea e il Marocco che coinvolgeva risorse del Sahara Occidentale. Allora Germania, Spagna, Portogallo e Belgio avevano avanzato una richiesta di revisione del verdetto in seguito alla quale la Corte aveva sì deliberato la validità dell'accordo tra Marocco e Unione, ma  aveva ancora una volta ribadito che “il Sahara Occidentale non è parte del Marocco e che la vendita di prodotti provenienti da quell'area devono sottostare alle regole fissate dalle Nazioni Unite per il commercio di prodotti provenienti da territori occupati”. Ad oggi, ha ricordato il Western Sahara Resource Watch, “appare evidente che chiunque importi materie prime provenienti dal Sahara Occidentale deve mettere in conto gravi perdite economiche poiché l’illegalità dell’esportazione autorizza qualunque tribunale a fermare il carico”. Per i Sahrawi, anche se non aprono automaticamente la strada al referendum per l’autodeterminazione del Sahara Occidentale, queste recenti decisioni della Corte Europea costituiscono una potente arma economica nella decennale lotta contro il saccheggio del loro territorio e dei loro diritti territoriali da parte del Marocco.

Alessandro Graziadei

domenica 25 marzo 2018

La guerra al genere femminile

Il 6 febbraio scorso si è celebrata la Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili e l’8 marzo la Festa delle donne. Due ricorrenze che sembrano ricordarci il regresso dell’umanità nei confronti del genere femminile visto che a livello globale, la violenza ai danni delle donne e delle bambine ha assunto le dimensioni di una vera e propria guerra che inizia nell’istruzione, dove bambine e ragazze hanno maggiori probabilità di vedersi costrette ad abbandonare la scuola o di non essere nemmeno iscritte ai cicli di studio secondario e terziario. Indipendentemente dal percorso educativo poi, secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità (Oms), una donna su 3 ha subìto violenza fisica e/o sessuale da parte del partner o di sconosciuti. Circa 120 milioni di ragazze con meno di vent'anni (una su dieci a livello globale) hanno subito “rapporti forzati o altri atti sessuali forzati” o sono state costrette a diventare baby lavoratrici domestiche: “oltre 11 milioni di bambine sono oggi impiegate in case d’altri e 7,5 milioni di loro sono sfruttate fino a 20 ore al giorno. Molte lo fanno senza ricevere alcun compenso, sottoposte ad ogni tipo di abuso psicologico e fisico”.

Un’infanzia sfruttata e negata, privata dell'istruzione e del gioco, un vuoto che segnerà per sempre la loro esistenza e che Terre des Hommes racconta ogni anno nel dossier “Indifesa”. Mentre i dati aggiornati sui femminicidi (sono 18 dall'inizio dell'anno, in media uno ogni 60 ore) e sugli abusi di genere in Italia sono sempre più preoccupanti, per la ong quelli delle violenze sulle minori sono drammatici. Se, infatti, ogni giorno almeno 2 bambini subiscono abusi e violenze sessuali, parliamo di oltre 950 minori all’anno (un bilancio drammatico che nel 2017 ha toccato la cifra di 5.383 minori abusati con un incremento del +6% rispetto al 2015), nel Belpaese le giovani vittime sono quasi sempre femmine. “Le bambine sono l’83% delle vittime di violenze sessuali aggravate, l’82% dei minori entrati nel giro della produzione di materiale pornografico, il 78% delle vittime di corruzione di minorenne, ovvero bambine al di sotto dei 14 anni forzate ad assistere ad atti sessuali”. Tutelare le bambine di tutto il mondo, garantendo loro istruzione, salute, protezione da sfruttamento, violenza e discriminazioni è quindi una priorità che Terre des Hommes anche nel 2018 ha promosso fino all'8 marzo con la campagna di raccolta fondi “Indifesa”.

In particolare le storie raccolte dalla campagna “Indifesa” di quest'anno raccontano i deprecabili fenomeni dei matrimoni precoci e delle mutilazioni genitali. Praticamente ogni due secondi nel mondo una bambina o ragazza con meno di 18 anni diventa una baby sposa, costretta a sposare uomini più grandi di lei, con gravi conseguenze per la  salute e lo sviluppo di “almeno 15 milioni di bambine e adolescenti”. “Da baby spose a baby mamme il passo è breve: nel 2016 sono state registrate 21 milioni di gravidanze tra le ragazze di età compresa tra i 15 e i 19 anni che vivono nei Paesi in via di sviluppo e nel 49% dei casi si trattava di gravidanze non cercate. E ancora, ogni anno, circa 70mila ragazze muoiono a causa del parto e delle complicanze legate alla gravidanza” ha spiegato Terre des Hommes. Per quanto riguarda le bambine vittime del terribile fenomeno delle mutilazioni genitali, in base alle stime dell’Oms, parliamo di un fenomeno che coinvolge circa 200 milioni di ragazze che tra i 5 e i 14 anni hanno subito questa pratica e vivono prevalentemente in 30 Paesi, tra questi, la Somalia ha la percentuale più alta di mutilazioni che interessano praticamente tutte le donne (98%), segue la Guinea (96%), il Gibuti (93%), l'Egitto (91%), l'Eritrea e il Mali (89%), la Sierra Leone e il Sudan (88%). Ci sono poi altri Paesi della fascia sub-sahariana in cui la percentuale delle donne coinvolte oscilla tra il 60 e l'80%, tra cui Gambia, Burkina Faso, Etiopia, Mauritania e Liberia.

Se i trend attuali continueranno così 86 milioni di ragazze nate tra il 2010 e il 2015 rischiano di subire una mutilazione genitale entro il 2030 nonostante negli ultimi anni siano stati fatti importanti passi avanti nel contrasto di questa pratica. Nell’ultimo report di 28 too many, un’organizzazione impegnata a contrastare la mutilazione genitale femminile nei 28 Paesi africani in cui è maggiormente diffusa, si evidenzia come sia  in crescita la tendenza a “medicalizzare l'intervento”, offrendo maggiori garanzie per la tutela della salute delle bambine e delle ragazze nel breve termine. Non si può ignorare però che un intervento eseguito alla perfezione non elimina le gravi conseguenze a lungo termine del taglio dal punto di vista fisico ed emotivo e che le mutilazioni genitali rappresentano sempre una drammatica violazione dei diritti di queste future donne. Per Terre des Hommes "è necessario proteggere le bambine di tutto il mondo dalla violenza e dallo sfruttamento perché saranno le donne di domani ed è necessario garantire loro istruzione, salute e benessere per metterle nelle condizioni di diventare donne libere”, ha dichiarato Paolo Ferrara, responsabile della comunicazione e della raccolta fondi di Terre des Hommes Italia.

Un obiettivo che non è impossibile, come hanno raccontato a Terre des Hommes alcune delle ragazze che rappresentano la speranza di far cessare questa vera e propria guerra contro il genere femminile. C’è chi come Cecilia (dal nome di fantasia) è scappata da casa per non subire quella mutilazione che, all’interno di alcune comunità del Kenya, è una prassi comune per le ragazzine e ora si trova all’interno di una struttura protetta a Narok e ha dichiarato a Terre des Hommes: “Se tornassi a casa, sarei costretta a subire il taglio e ovviamente sarei costretta a sposarmi”. C’è anche chi come Josephine (anche lei dal nome di fantasia, ma dalla storia fin troppo reale) ha subito il “taglio” a nove anni e a 12 era già promessa sposa, ma anche lei ha deciso di fuggire di casa e ha trovato rifugio in una struttura protetta. Adesso sta studiando per diventare avvocato e poter difendere le ragazze come lei: “Credo di essere nella posizione per poter già fare attività di sensibilizzazione, soprattutto a favore delle ragazze. Alcune di loro non sono consapevoli dei loro diritti”.

Alessandro Graziadei

sabato 24 marzo 2018

Il biocarburante che uccide (ancora) i diritti e l'ambiente

Solo un mese fa titolavamo “Il biocarburante che uccide(va) i diritti e l'ambiente” raccontandovi come lo scorso 17 gennaio il Parlamento Europeo avesse finalmente votato a larga maggioranza il temporaneo abbandono da parte dell’Unione Europea dell’uso di olio di palma come biocarburante. Non si trattava di una decisione immediatamente vincolante, visto che deve ancora essere approvata dai paesi membri dell’Unione, ma per l'Associazione per i Popoli Minacciati (APM) eravamo davanti ad una presa di posizione in difesa dei diritti umani, visto che quasi ovunque per l’APM “la produzione dell’olio di palma comporta la violazione dei diritti economici, sociali e culturali dei popoli indigeni, con intere comunità che vengono cacciate e marginalizzate”. Nell’ultimo decennio, infatti, il boom di olio di palma ha causato soprattutto in Indonesia e in Malesia, i due maggiori produttori mondiali, centinaia di cause legali tra popoli indigeni e industria agraria a causa dell’incessante opera di deforestazione e land grabbing da parte di multinazionali che hanno trasformato questa coltura in un una minaccia sociale e culturale, senza creare alcun benessere tra le popolazioni indigene di quelle aree.

Per l’ong Transport & Environment (T&E ) la decisone del Parlamento europeo di porre fine al sostegno del biodiesel a base di oli di palma, non solo era una decisone presa nel tardivo tentativo di tutelare i diritti dei popoli indigeni, ma prendeva finalmente atto delle conseguenze ambientali della produzione di oli vegetali, visto che “Questi carburanti hanno emissioni superiori al gasolio regolare e sono causa di deforestazione e distruzione delle torbiere”. Per Laura Buffet, responsabile dei combustibili puliti presso T&E, “Il voto parlamentare ha inviato un messaggio chiaro all'industria dei biocarburanti: lo sviluppo può provenire solo da combustibili avanzati  e sostenibili come i biocarburanti basati sui rifiuti. Questo compromesso reindirizza gli investimenti nei carburanti del futuro ed elimina il biodiesel da olio di palma, il biocarburante con il più alto rendimento”.  Purtroppo sono bastate poche settimane per capire che la scelta del 17 gennaio, che metteva finalmente la politica europea in materia di combustibili su una pista comune più equa, solidale e pulita, rischia adesso di non essere applicata a causa di interessi economici nazionali che potrebbero avere la meglio sulla tutela dei diritti umani e dell’ambiente.

“I governi di Francia e Gran Bretagna hanno criticato il divieto in vista di possibili esportazioni militari in Malesia e anche in Germania potrebbero presto arrivare critiche al divieto a causa della candidatura di Siemens per l'aggiudicazione della costruzione di una superstrada in Malesia” ha spiegato l’APM. Lo scorso 29 gennaio, infatti, durante una visita in Malesia, la Ministra della difesa francese Florence Parly ha annunciato che il suo paese voterà contro il temporaneo divieto deciso dal Parlamento Europeo sostenendo l'importanza dei questa materia prima per l’economia e la sociatà malese. Il discorso della Parly ha volutamente fatto eco alle dichiarazioni del ministro per le piantagioni e le risorse naturali malese Mah Siew, che all’indomani dell’annuncio della proposta di messa al bando dei biocombustibili avanzata dal Parlamento Europeo, aveva accusato l’Europa di “apartheid sistematica contro determinate piante” e “determinate economie”. Un’accusa che l’APM ha subito considerato assurda, proprio in virtù delle terribili conseguenze (rese possibili anche dalla corruzione e all’abuso di potere diffusi nel paese asiatico) che hanno le piantagioni di olio di palma in Malesia e che l’associazione denuncia dal 2012.

In realtà il vero motivo della posizione francese sembra essere il tentativo della Francia di vendere al paese asiatico 18 aerei da combattimento Rafale di produzione francese approfittando delle ambizioni militari malesi in continua espansione, tanto da interessare anche il Governo britannico, anch’esso intenzionato a vendere i propri aerei da caccia Typhoon a Kuala Lumpur. Il ministro della difesa britannico Gavin Williamson ha sostenuto che l'eventuale mancata commessa militare del valore di 5,6 miliardi di Euro “minaccerebbe 20.000 posti di lavoro nel settore dell'industria bellica”, asfaltando così le perplessità sulla sostenibilità ambientale dell’uso dell’olio di palma come biocarburante sollevate dal collega Michael Gove, ministro dell’ambiente britannico. Ma i nuovi ostacoli alla messa in atto del divieto temporaneo all'uso di olio di palma nei biocarburanti sembrano arrivare anche dalla tedesca Siemens, che insieme alla malese George Kent, mira a ottenere l'incarico della costruzione della superstrada tra Kuala Lumpur e Singapore. “L'Europa evidentemente è facilmente ricattabile e molto lontana dal riuscire a decidere una comune politica estera e dell’ambiente - ha dichiarato l’APM - ma a sopportarne le conseguenze sono in primo luogo le popolazioni indigene le cui terre con le loro foreste vengono progressivamente e irrimediabilmente distrutte per creare piantagioni di palma da olio”.

Infatti, nonostante la Commissione Europea in passato abbia più volte dichiarato che la produzione di olio di palma destinata al mercato europeo di biodiesel dovesse provenire “da coltivazioni ecologicamente certificate”, per l’APM l’Europa non si era fino ad ora mai preoccupata di capire come si fosse arrivati ad avere una piantagione certificata, né se per creare una piantagione fossero stati distrutti villaggi o messe in fuga delle comunità indigene. Per l’APM “La maggior parte delle 150.000 persone appartenenti ai popoli degli Orang-Asli della Malesia hanno ormai perso definitivamente la possibilità di vivere sulla propria terra trasformata in piantagioni di olio di palma”.  La situazione è simile nella vicina Indonesia, dove nelle isole di Sumatra e Kalimantan (Borneo) le piantagioni di olio di palma coprono circa 120.000 Km quadrati, una superficie pari a quella dell’intero nord Italia. Nella Papua occidentale, invece, l'area coltivata a olio di palma è quintuplicata tra il 2010 e il 2015 e anche qui a pagarne le conseguenze sono stati gli indigeni Papua che hanno perso la propria terra e sono stati costretti ad abbandonare la loro economia tradizionale.

Oggi a rischio non sono solo i diritti dei popoli indigeni, ma anche gli impatti ambientali che ha l'uso dell’olio di palma come biocarburante all’interno dei confini dell’Unione. Ma se la tutela ambientale verrà ancora sistematicamente ignorata anche dall’Europa, non saranno né le commesse militari né gli appalti per le superstrade a salvarci dal cambiamento climatico.  

Alessandro Graziadei

domenica 18 marzo 2018

Quando la cittadinanza diventa “ecoglocal”

Attualmente circa la metà della popolazione mondiale vive in città, una tendenza che secondo le Nazioni Unite porterà nel 2050 quasi 6 miliardi di persone a popolare le megalopoli, aumentando i problemi legati alla gestione del traffico, alla riduzione dei servizi, all’abbassamento della qualità della vita e a gravi emergenze ambientali. Quando parliamo di cittadinanza globale, quindi, non possiamo più riferirci a un senso di appartenenza a una comune umanità che include l’interdipendenza politica, economica, sociale e culturale, ma dobbiamo essere sempre più consapevoli dell’esistenza di un’interconnessione ecologica ormai fondamentale nel rapporto tra locale e globale, un concetto non sempre chiaro a buona parte del “nuovo” panorama politico del Belpaese, più interessato alla “messa a reddito” del territorio che alla sua tutela. Che fare? Occorre ricominciare dal basso, come sta facendo ormai dal 1993 l’Associazione Casale Podere Rosa  che a Roma gestisce in concessione d’uso un vecchio casale di campagna di proprietà del Comune tra i quartieri di San Basilio e Talenti ed è diventata per i cittadini di questo territorio un punto di riferimento consolidato per le attività culturali, sociali e ambientali

L’Associazione è impegnata da alcuni mesi in un’interessante indagine conoscitiva del Parco Regionale Urbano di Aguzzano, un lembo di campagna romana divenuto parco nel 1989 dopo le strenue battaglie dei cittadini. Si tratta di un’area molto amata dalla popolazione romana, con una superficie di circa 60 ettari che si trova nella periferia nord est di Roma, compresa tra i quartieri di Rebibbia, Casal de’ Pazzi, S. Basilio e Podere Rosa. Obiettivo dello studio è quantificare i “servizi ecosistemici” che l’area verde rende alla cittadinanza attraverso un progetto di “citizen science” svolto insieme a un gruppo di dieci cittadini del quartiere, tutti volontari opportunamente formati e coordinati dall'associazione, impegnati a capire quante tonnellate annue di inquinanti atmosferici la copertura vegetale del parco riesce a trattenere e quante affezioni respiratorie e malattie letali il parco potenzialmente evita ai romani. 

Non è però una questione "solo" di salute. Secondo il  XII rapporto sulla Qualità dell’ambiente urbano dell’Ispra la spesa per la sanità pubblica in Italia direttamente connessa all’inquinamento dell’aria è stimata tra i 47 e 142 miliardi l’anno stando a dati più recenti, ma ancora relativi al 2010. In particolare la scarsa e alle volte pessima qualità dell’aria delle città, contribuisce all’incremento non solo dei costi per le cure oncologiche, ma anche a quelli per malattie croniche sempre più diffuse come quelle degli apparati cardiocircolatorio e respiratorio, quali asma, allergie, broncopneumopatia cronica ostruttiva (COPD, nella sigla inglese), o a quelli dovuti a patologie come il diabete, le malattie del fegato e l’obesità.

Il progetto che è iniziato a giugno 2017 e terminerà a giugno del 2018 ha inizialmente suddiviso il Parco in 119 aree di campionamento della vegetazione, ciascuna di circa 300 mq, effettuando il censimento di tutti gli alberi e arbusti presenti con un software open source. “Per gli alberi in particolare abbiamo registrato la specie e misurato con una procedura standard l’altezza, la circonferenza del tronco, l’area di insidenza (ampiezza della proiezione a terra della chioma), le coordinate geografiche di ciascun albero all’interno dell’area di campionamento e il loro stato di salute. Tutti questi dati, una volta ultimate le analisi, forniranno i principali parametri per definire la struttura dell’ecosistema, l’indice di superficie fogliare e tutte le altre variabili necessarie a quantificare i servizi ecosistemici resi dalla foresta urbana di Aguzzano” ha spiegato l’associazione. I valori delle concentrazioni degli inquinanti atmosferici dell’area saranno invece acquisiti tramite le stazioni di monitoraggio dell’ARPA Lazio mentre i valori delle precipitazioni saranno acquisiti tramite l’agenzia regionale ARSIAL.

Mettendo in relazione i dati raccolti i volontari di Podere Rosa potranno dimostrare in modo scientifico che il Parco di Aguzzano può essere una risorsa importante per Roma visto che la copertura vegetale è in grado di rimuovere grandi quantità di inquinanti atmosferici e di polveri sottili migliorando sensibilmente la qualità dell’aria e la salute dei cittadini. Per l’associazione gli "ecosystem services" associati a foreste urbane manutenute e ben gestite sono numerosi: “Oltre alle funzioni di tipo sociale e ricreativo, meno note, ma altrettanto importanti sono la mitigazione dell’effetto isola di calore delle grandi città, l’isolamento termico a beneficio degli edifici prossimi alle aree verdi con conseguente riduzione delle spese di riscaldamento e raffrescamento, l’isolamento acustico, l’assorbimento delle acque meteoriche e la decongestione delle reti fognarie, la fitodepurazione delle acque superficiali, l’effetto barriera contro gli eventi atmosferici anomali, la protezione del suolo dai fenomeni di inaridimento ed erosione, la conservazione della biodiversità animale e vegetale e infine l’essenziale abbattimento dei principali inquinanti atmosferici, quali ozono, CO2, polveri sottili, NOX, SO2”.

L’obiettivo è produrre una stima, almeno orientativa, del valore economico sulla nostra salute di questi servizi ecosistemici che vanno a sommarsi alle funzioni ricreative ed estetiche, già di per se fondamentali per la comunità residente.  “In definitiva intendiamo dimostrare che un'importante forma di valorizzazione del territorio consiste nella tutela e gestione dei parchi e delle foreste urbane, perché questo produce benefici di lunga durata per l’intera comunità”. Stando ai primi dati emersi dall'indagine e riportati sul sito Il Cambiamento sembra che “la vegetazione di Aguzzano rimuova ogni anno oltre 2 tonnellate di inquinanti atmosferici e produca oltre 163 tonnellate di ossigeno. Inoltre trattiene nei tessuti vegetali 1,2 tonnellate di carbonio e ne sequestra ogni anno circa 70 tonnellate. Anche le precipitazioni atmosferiche assorbite dalla superficie del parco che vanno a ricaricare la falda acquifera (invece di allagare le strade, caricarsi al suolo di inquinanti e finire in fogna) sono interessanti: si tratta di 3.700 m3 di acqua ogni anno”. Una lezione indispensabile per allargare il concetto di “cittadinanza globale” a quello di “cittadinanza ecoglocal”, utile per molti altri contesti urbani!

Alessandro Graziadei