domenica 15 settembre 2019

L’inquinante espansionismo cinese in Vietnam

Negli ultimi anni in Sud-Est asiatico c’è stato un fiorire di forum per la cooperazione regionale e il Mekong è diventato un obiettivo geopolitico per molte grandi potenze, in primis la Cina, che per gestire i suoi interessi nell’area ha lanciato la Lancang-Mekong Cooperation Mechanism che con la scusa dello sviluppo locale finanzia un gran numero di progetti energetici a base di dighe idroelettriche. Dodicesimo fiume al mondo per lunghezza, ma secondo solo al Rio delle Amazzoni per biodiversità, il Mae Nam Khong, la Madre delle acque, come è chiamato in Thailandia il Mekong, è oggi una importante via di comunicazione e una fondamentale fonte di cibo per quasi 65 milioni di persone, capace di garantire  2,6 milioni di tonnellate di pesci all’anno e di consentire l’irrigazione dei campi di riso in una regione che è in testa alle classifiche mondiali per le esportazioni di questo cereale. Proprio per riuscire ad affrontare la gestione delle acque e lo sviluppo sostenibile di questa preziosa risorsa nel 1995 è nata la Mekong River Commission (Mrc), un forum inter-governativo di cui fanno parte Thailandia, Cambogia, Laos e Vietnam, mentre Birmania e Cina sono per scelta solo “dialogue partner”. Forse non a caso, visto che Pechino pur parlando ufficialmente di quest’area come di una “comunità dal futuro condiviso”, ha in realtà sempre rifiutato di consultarsi e coordinarsi con gli altri paesi nella gestione delle acque del Mekong e ha puntato ad espandere le proprie infrastrutture energetiche e i propri collegamenti economici solo attraverso accordi bilaterali spesso molto sbilanciati a proprio favore.  

Il risultato degli interessi cinesi in termini ecologici? Un rapporto pubblicato già nel dicembre del 2017 dal National Heritage Institute (Nhi) ha dichiarato senza mezzi termini che le nuove centrali idroelettriche “distruggeranno molte specie animali del fiume Mekong” e nonostante i grandi benefici energetici per molti paesi dell’area una volta completate avranno pesanti conseguenze soprattutto in Vietnam, dove milioni di persone risentiranno della variazione dei flussi del Mekong. Per la ong americana, nei prossimi 10 anni, “la mancanza di una sufficiente quantità di acqua dolce nel suo bacino causerà un innalzamento dei livelli di salinità, provocando sempre più frequenti episodi di siccità che metteranno in ginocchio il settore agricolo vietnamita”. Anche per la Mrc, che ha svolto molti studi scientifici preliminari e lanciato diversi appelli per limitare la costruzione di dighe sul Mekong, “i benefici derivanti dalla costruzione delle dighe sono molto inferiori alle perdite che stanno già generando” all’economia e alla biodiversità dell’area. Non a caso anche molti cittadini ed esperti vietnamiti sono preoccupati dall’impatto ambientale delle attività condotte lungo il confine settentrionale dalle compagnie e dalle imprese cinesi e in generale dall’aggressivo e inquinante espansionismo cinese anche in altre regioni del Paese.

In particolare le sette province del Vietnam che confinano con lo Yunnan ed il Guangxi cinesi, il Điện Biên, Lai Châu, Lào Cai, Hà Giang, Cao Bằng, Lạng Sơn e Quảng Ninh, che sono territori montuosi da sempre considerati “il polmone del Paese”, temono le conseguenze di questo sviluppo scorsoio cinese. Come nel caso del Mekong anche qui i fiumi ed i torrenti che vi scorrono rappresentano importanti risorse idriche per l’economia e la sussistenza della popolazione locale. Un rapporto della Banca mondiale (Wb) pubblicato lo scorso 30 maggio avverte che per via di alcune opere infrastrutturali e idroelettriche “il sempre più grave inquinamento sta danneggiando sia le acque superficiali che quelle sotterranee di queste zone”. Secondo l’organizzazione internazionale “la contaminazione ambientale può avere gravi ripercussioni anche sull'economia del Vietnam” e “i danni sono stimati tra i 400 milioni ed i 7 miliardi di dollari Usa”. Secondo il generale Sùng Thìn Cò, vicecomandante della Seconda regione militare dell’esercito vietnamita (deputata alla difesa del Vietnam nord-occidentale), intervenuto recentemente all’Assemblea nazionale vietnamita, “È giunto il momento che prestiamo attenzione al problema dell'inquinamento ambientale nelle terre al confine con la Cina”. L’alto ufficiale ha anche chiesto al Governo e agli amministratori delle province sulla frontiera “di inviare note diplomatiche e chiedere alle autorità cinesi di risarcire il popolo vietnamita per danni ambientali, come l'inquinamento di fiumi, torrenti e terre”.

Ma in Vietnam oltre al pericolo delle contaminazioni fa paura anche il modo in cui Pechino sta gestendo i flussi delle acque che passano attraverso le numerose dighe che alimentano gli impianti idroelettrici cinesi. Le autorità cinesi, infatti, sembrano non rispettare le convenzioni delle Nazioni Unite (Onu) sull’utilizzo dei corsi d’acqua transfrontalieri che tutelano i Paesi a valle. Negli ultimi anni, in più occasioni e per tutelare la funzionalità dei propri impianti, il Governo cinese ha lasciato defluire ingenti quantità d’acqua durante le stagioni della pioggia causando molti danni in tutte le sette province vietnamite di confine. Il 25 ed il 26 maggio scorsi, per esempio, dopo che forti piogge si sono abbattute sulla città di Móng Cái, nella provincia di Quảng Ninh il livello del fiume Ka Long River è aumentato improvvisamente affondando decine di imbarcazioni e uccidendo un giovane pescatore. Secondo quanto riferiscono i cittadini di Móng Cái, “le autorità cinesi avevano aperto senza avvisare gli sbarramenti a monte”, aggravando una situazione già critica per via delle abbondanti precipitazioni.

Ma accanto al rischio ambientale anche i grandi progetti infrastrutturali a cui il Vietnam affida il suo rapido sviluppo alimentano tra gli esperti i timori che il Paese possa cadere nella “trappola del debito cinese”. La costruzione dell’Autostrada Nord-Sud con le sei corsie d’asfalto che collegheranno la città di Nam Định (90km a sud-est della capitale) alla provincia di Vĩnh Long, per esempio, è coperta in buona parte dai capitali cinesi. Nel momento in cui Hanoi acconsente ai prestiti agevolati di Pechino emessi dalla China Export-Import Bank è tenuta ad accettare anche le imprese che vengono dall’altro lato del confine, una condizione non negoziabile dal pacchetto che facilita le imprese cinesi capaci di vincere le gare d’appalto con offerte al massimo ribasso. Una volta vinta la gara, le imprese sono solite estendere le tempistiche di costruzione e il costo dei progetti che non di rado si moltiplica. Uno degli esempi più famosi in Vietnam è la ferrovia Cát Linh – Hà Đông, progetto nato da un accordo sino-vietnamita nel 2008 e dal costo di 486milioni di euro, 368 finanziati da capitali cinesi e 188 da fondi statali vietnamiti. Oggi il costo totale del progetto ammonta a 784milioni di euro e la ferrovia che sarebbe dovuta entrare in funzione nel 2014 non ha ancora caricato il primo passeggero. Non c'è da stare allegri, se questo sarà il prezzo dello sviluppo vietnamita in salsa cinese.

Alessandro Graziadei

sabato 14 settembre 2019

Indonesia: scuole e moschee sostenibili

Siamo ancora lontani dal vedere applicata a livello internazionale l’“ecologia profonda”, cioè l'intuizione del filosofo norvegese Arne Næss che già nel 1973 aveva giudicato l'interferenza dell’uomo nel mondo non umano come eccessiva e da arginare attraverso un mutamento culturale radicale che avrebbe dovuto difendere la qualità della vita (non solo umana) come valore intrinseco svincolato dalla ricerca di un tenore di vita sempre più alto. Tuttavia è evidente che il tema della tutela ambientale e i problemi legati alla conservazione ambientale  si stiano facendo sempre più attuali anche in Paesi come l’Indonesia che stanno cercando di coniugare sviluppo e sostenibilità attraverso la ricerca di una maggior consapevolezza ecologica tra la popolazione. Come? Anche se l’arcipelago è il principale esportatore di carbone e produttore di olio di palma del mondo, due industrie che hanno devastato intere foreste cancellando habitat e specie uniche, a Giacarta hanno pensato bene di cominciare dalla scuola con la No-Trash Triangle Initiative, un progetto supportato dalla ong tedesca Aqueis, dalla indonesiana Sea Soldier e coordinato dal Diving resort Coral Eye, nato per far fronte al problema dell’inquinamento da plastica nei mari dell’Indonesia. Lo scopo è quello di incoraggiare gli studenti a prendersi cura dell’ambiente in cui vivono dandogli tutti gli strumenti di informazione utili ad una corretta gestione dei rifiuti. 

Siamo a Bangka Island, nel cuore del “Coral Triangle” indonesiano, l’area con la più ricca biodiversità marina di tutto il mondo. L’isola è circondata da bellissime barriere coralline e da una ancor più incredibile vita sottomarina, “Tuttavia - per gli animatori di No-Trash Triangle Initiative - questo ecosistema unico è sempre più in pericolo a causa della plastica e di altri inquinanti che si riversano quotidianamente negli oceani”. Per questo dallo corso luglio è stato attivato un innovativo programma di educazione ambientale nelle scuole incentrato sulla conservazione degli oceani e la creazione di un modello sostenibile di gestione dell’inquinamento, che una volta esteso ad altre isole potrà far fronte alla sempre più alta quantità di plastica presente nei mari, aiutando così l’Indonesia a preservarne i suoi eccezionali e biodiversi ecosistemi costieri. Il programma di educazione ambientale è stato definito con l’aiuto degli insegnanti di Bangka, per renderlo pertinente ed interessante per gli studenti. A tenere le lezioni sono i giovani volontari indonesiani di Sea Soldier per i quali “Un programma di questo tipo, presentato da ragazzi locali con la passione per il mare, porterà sicuramente gli studenti ad essere più coinvolti ed ispirati nella battaglia contro l'inquinamento”. 

Per gli attivisti di No-Trash Triangle Initiative “Se le nuove generazioni sviluppano una maggior consapevolezza dell’ambiente che li circonda, comprenderanno meglio l’impatto delle loro azioni e questa consapevolezza sarà la parte cruciale nell’implemento delle soluzioni stesse e quindi nella lotta contro l’inquinamento da plastica”. Alla fine del programma, i partecipanti riceveranno un certificato rilasciato dalla scuola che entrerà a far parte del loro curriculum creando una schiera di “Ocean Ambassadors” indonesiani pronti in futuro a formare una generazione di cittadini sempre più attenti al tema ecologico. Una volta che il nuovo programma educativo sarà stato completato nel dicembre 2019, No-Trash Triangle Initiative lavorerà con Sea Soldier per assicurarsi che possa essere replicato anche su altre piccole isole nel Coral Triangle. Oltre alla didattica ecologica nelle scuole, l’iniziativa ha creato una rete logistica che ha permesso di riciclare oltre 5 tonnellate di rifiuti provenienti dal mare intorno all’isola di Bangka e ha attivato un fondo per la ricerca scientifica anche grazie al Coral Eye, un resort nato come centro di ricerca di biologia marina e quindi sensibile a problematiche ambientali, che ogni anno metterà a disposizione 6 borse di studio per progetti di conservazione ambientale. 

Per Jody Umboh, il preside della scuola media di Bangka dove è partito il progetto “Questo programma è molto importante per aiutare i nostri ragazzi a rendersi conto di quanto siano fortunati a vivere in un posto così speciale e di quanto sia importante il loro contributo affinché continui ad esserlo”. Una sensibilità che da qualche anno ha incontrato anche il favore della politica e della religione che assieme stanno cercando di creare 1.000 moschee ecologiche entro il 2020. L’iniziativa, che è stata lanciata dal vicepresidente indonesiano Jusuf Kalla nel 2017, ha cercato di infondere “una preoccupazione per la relazione reciproca tra gli esseri viventi e l’ambiente e per lo sviluppo sostenibile di tutti noi”. Come? Con consulenti e soluzioni tecnologiche innovative ha aiutato le moschee a rifornirsi di energia rinnovabile, a gestire le loro esigenze di acqua e cibo in modo sostenibile, a ridurre e riciclare i rifiuti e a fornire elementi di educazione ambientale ai fedeli. Più in generale il progetto sta cercando di coltivare tra i fedeli mussulmani un senso di gestione del mondo naturale “come fosse una sfida morale imprescindibile”. 

La vinceranno questa sfida? Per Hayu Prabowo, che si occupa di ambiente e risorse naturali per il Majelis Ulama Indonesia (Concilio indonesiano degli ulema) “La maggior parte dei musulmani in Indonesia ascolta più i leader religiosi che il governo. Se un leader islamico dice qualcosa lo farà, ma se il Governo dice qualcosa, potrebbe non farlo”. Il Governo e gli ulema sperano adesso che le prime mille eco-moschee attive entro il prossimo anno rappresentino un esempio per le altre 800.000 moschee del Paese e che anche i luoghi di culto delle altre religioni aderiscano a questa ambiziosa svolta "green". Se è vero che finora l’Islam non si è occupato molto della sostenibilità dei suoi luoghi di culto, per Prabowo la conversione verso la sostenibilità è oggi inevitabile: “Abbiamo bisogno di azioni concrete per aiutare le moschee e le loro comunità  a superare l’imminente crisi idrica ed energetica costruendo resilienza e una nuova consapevolezza verde”.

Alessandro Graziadei

venerdì 13 settembre 2019

Il bagliore dei barbagianni

I barbagianni sono fra i rapaci più diffusi al mondo. Presenti ovunque tranne che in Antartide, sono riconoscibilissimi per quel loro singolare disco facciale a forma di cuore e per il piumaggio chiaro che caratterizza anche la specie più diffusa in Europa, il Tyto alba. Questi candidi rapaci, forse per via del verso misterioso o proprio per quel piumaggio bianco che li rende “spettrali”, per secoli hanno goduto di una cattiva fama, tanto che molte popolazioni europee li hanno a lungo considerati portatori di sventure o addirittura veri e propri fantasmi. Anche se nell’italiano di uso comune il nome “barbagianni” ha un significato metaforico poco lusinghiero (per la Treccani “uomo sciocco e brontolone”, sinonimo di “vecchio barbogio”), questi paffuti rapaci, comuni anche in Trentino, sono animali notturni estremamente affascinanti con un ruolo fondamentale in agricoltura grazie alla loro abilità nel cacciare le arvicole

Ma il colore “spettarle” dei barbagianni non è solo tre le cause della loro non sempre felice reputazione. Lo studio Differential fitness effects of moonlight on plumage colour morphs in barn owls” pubblicato questo mese su Nature Ecology & Evolution da un team di ricercati svizzeri, svedesi e sudafricani guidato da Luis Martín San José García e Alexandre Roulin dell’Département d’écologie et évolution della Faculté de biologie et de médecine dell’Université de Lausanne, ha dimostrato come il ciclo lunare, in particolare la variazione di luminosità, influenzi il successo di caccia e riproduttivo dei barbagianni a seconda del colore del loro piumaggio. Lo studio, che ha analizzato i dati raccolti sul campo negli ultimi 25 anni nella regione Morat-Lausanne-Yverdon ha scoperto che i barbagianni con la livrea più chiara e quindi più visibile catturano più arvicole con la luna piena. Come mai?  Esperimenti comportamentali condotti in laboratorio con barbagianni impagliati dimostrano che quelli bianchi, grazie al riflesso della luce sul loro piumaggio, “congelano” le arvicole, un effetto che è risultato esacerbato in caso di luna piena simulata

Di fatto i roditori restano immobili, come se fossero paralizzati, il doppio del tempo, perché “I barbagianni sfruttano l’avversione naturale delle arvicole alla luce per catturarle meglio. Un caso unico nel regno animale” ha spiegato Roulin. Ma la luminosità delle piume non influisce solo sul comportamento dei barbagianni nella ricerca del cibo, svolge un ruolo importante anche nella loro riproduzione. Secondo i dati statistici emersi dalla ricerca “Il momento in cui una femmina inizia la deposizione delle uova dipende dal ciclo lunare e dal colore del padre. Se quest’ultimo è bianco, il primo uovo viene deposto durante una notte in cui è acceso più del 50% dell’astro. Se il padre è fulvo, è il contrario. Pertanto, il momento in cui i giovani avranno bisogno del massimo da mangiare (due settimane di vita) coincide con una stagione di caccia prospera per il padre, incaricato di nutrire la famiglia: luna piena se è bianco, luna nuova se è fulvo”.

Insomma “Madre Narura” non lascia nulla al caso, anche quando sembra aver sbagliato il colore di qualche sua creatura. A differenza nostra… La ricerca, infatti, mette in guardia sui possibili effetti negativi dell’inquinamento luminoso dovuto all’attività umana sugli uccelli notturni. Per i ricercatori è chiaro che “non tutti gli uccelli notturni hanno le caratteristiche dei barbagianni e la crescente luminosità prodotta dall’attività umana potrebbe interferire con le dinamiche alimentari e riproduttive legate alla colorazione delle specie che vivono di notte”.
Alessandro Graziadei


domenica 8 settembre 2019

Libano: cedri e fiumi ce la faranno?

Piantati da Dio, i cedri del Libano sono serviti di rifugio al tempo del Diluvio. Hanno fornito il legno dell’Arca dell’Alleanza. Questi alberi di Salomone sono serviti alla fabbricazione del Tempioe hanno costituito la materia stessa della Croce” scriveva Alphonse de Lamartine ne “La caduta d’un angelo” del 1837, celebrando così l’elemento simbolo del Libano, quell’albero di cedro impresso sia sulla moneta che sulla bandiera nazionale. E adesso? Adesso in Libano i cambiamenti climatici, il crollo dei livelli delle piogge e l’aumento delle temperature stanno mettendo a rischio quest’albero e il problema emerge con chiarezza nella ultracentenaria foresta di Tannourine nel nord del Libano dove gli alberi morti si contano ormai a centinaia. Il cambio di “clima” libanese, che secondo lo scienziato Wolfgang Cramer, “è più intenso e repentino rispetto alla media mondiale ed è cresciuto di almeno due gradi negli ultimi 30 anni”, ha fatto proliferare dalla fine degli anni ’90 la Cephalcia tannourinensis, un insetto che si ciba degli aghi dei “cedri di Dio” e che lentamente li sta decimando.

Per Nabil Nemer, entomologo e ambientalista francese responsabile della cura di Tannourine “È come se un incendio avesse spazzato via la foresta”, ma la colpa non è imputabile all’insetto, “che vive nella zona e a contatto con i cedri da secoli, ma all’aumento delle temperature che ha alterato il micro-clima e le abitudini alimentari a cui era abituata la Cephalcia”. Per contrastare questa moria di alberi il Governo libanese dal 2000 ha provato ad usare insetticidi sparsi da elicotteri, ottenendo solo preoccupanti effetti inquinanti sulle falde acquifere e insignificanti riduzioni nell’attività delle larve. Per questo dal 2012 il Governo di Beirut attraverso il ministero dell’Agricoltura ha lanciato un programma ambizioso di riforestazione che prevede l’innesto di 40 milioni di arbusti “tutti nativi del Libano”, su un’area di 70mila ettari. Ad oggi, però, sono stati piantati meno di tre milioni di alberi e il programma è già in ritardo rispetto alla scadenza fissata per il 2030. 

Per Magda Bou Dagher Kharrat, co-fondatrice dell’Ong ambientalista Jouzour Lubnan I cedri sono sopravvissuti per milioni di anni e saranno in grado di superare i cambiamenti climatici, anche se il programma di innesto governativo procede a rilento”. L'ottimismo insomma non manca, ma il destino dei cedri non è il solo allarme ecologico che agita la società civile e la politica libanese. Anche l’inquinamento del Litani, il fiume più lungo del Paese, infatti, ha raggiunto livelli preoccupanti e per il ministro libanese dell’Industria Waël Bou Faour rappresenta ormai una “catastrofe nazionale”, contro la quale “è urgente intervenire”. Per questo nelle scorse settimane è stata disposta l’ennesima chiusura temporanea di tutte le imprese senza impianti di depurazione che sorgono nei pressi del fiume in attesa di un intervento più complessivo per salvaguardare ciò che rimane dell’ecosistema del Litani. Per molto tempo il Litani è stata una delle risorse naturali più preziose del Libano capace di offrire acqua per l’agricoltura e per fare il bagno.  Adesso “Il livello di inquinamento è tale - ha affermato il ministro durante una conferenza stampa - che quanti non sono colpiti oggi in modo diretto da questo inquinamento catastrofico, lo saranno in un futuro più o meno remoto”

“Non possiamo confermare o smentire - ha spiegato Waël Bou Faour - che la contaminazione [del fiume] sia o meno la causa di malattie, anche gravi, e dei casi di cancro”, ma è necessario prestare la massima attenzione e oltre alle chiusure temporanee effettuate nel 2018 e nel 2019 “sono già stati installati impianti di depurazione in 49 fabbriche, su un totale di 63 aziende ancora fuori norma”. Secondo lo scienziato Kamal Slim, membro del Consiglio nazionale per la ricerca, la situazione resta “allarmante” e nonostante i provvedimenti dell’ultimo periodo le acque del Litani sembrano ancora uno “scarico casalingo e industriale” e il processo di degrado rischia di essere irreversibile se non saranno tagliate subito tutte le fonti inquinanti. Anche Sami Alaouiyé, dal marzo 2018 direttore del Dipartimento delle acque del Litani, parla di “progressi”, ma non sufficienti per una seria “tutela ambientale”. Una preoccupazione condivisa anche da buona parte della popolazione, almeno di quella che ha sotto gli occhi la portata della crisi ambientale del fiume e teme per la propria salute, in particolare per quella di anziani e i bambini.

Negli ultimi tempi fra i responsabili dell’inquinamento delle acque sono stati additati anche alcuni rifugiati siriani ospiti di centri di accoglienza improvvisati sorti lungo il corso del fiume. In realtà i rifiuti dei centri di accoglienza non sono i responsabili dell’emergenzaI problemi ambientali del Litani si trascinano da decenni e sembrano il risultato di cattive pratiche nel trattamento delle acque reflue oltre che dello sversamento di liquidi industriali, scarti di produzione e rifiuti solidi gettati nel fiume.  Adesso per rispondere all’emergenza servirebbero nuove leggi in tema di tutela dell’ambiente e una gestione attenta dei fondi a disposizione. Per restituire vita al fiume, infatti, l’Ufficio nazionale del Litani in collaborazione con il ministero dell’Ambiente, dell’industria e dell’energia ha appena ricevuto un prestito di 55 milioni di dollari dalla Banca Mondiale con i quali dovrà cercare di migliorare i sistemi fognari, gli scarichi industriali e la gestione dei rifiuti solidi. Un’operazione non impossibile ed ormai indispensabile per restituire la vita ad un fiume altrimenti prossimo alla morte

Alessandro Graziadei

sabato 7 settembre 2019

Mentre i governi negoziano le specie spariscono!

Lo scorso mese l’International Union for Conservation of Nature (Iucn) ha aggiornato la sua Lista Rossa con le valutazioni di 105.732 specie, 28.338 delle quali sono a rischio di estinzione. Per la direttrice dell’Iucn Grethel Aguilar, “Con oltre 100.000 specie ora valutate nella Lista Rossa Iucn, quest’ultimo aggiornamento mostra chiaramente quanto gli esseri umani stiano sfruttando eccessivamente la fauna selvatica in tutto il mondo. Dobbiamo capire che la conservazione della diversità della natura è nel nostro interesse ed è assolutamente fondamentale per raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Gli Stati, le imprese e la società civile devono agire con urgenza per arrestare il sovrasfruttamento della natura e devono rispettare e sostenere le comunità locali e le popolazioni indigene nel rafforzare i mezzi di sussistenza sostenibili”. Una situazione che per Jane Smart, direttrice dell’Iucn Biodiversity Conservation Group, “Conferma i risultati del recente Ipbes Global Biodiversity Assessmentla natura sta diminuendo a ritmi senza precedenti nella storia umana. Sia il commercio nazionale che quello internazionale stanno guidando il declino delle specie negli oceani, nelle acque dolci e sulla terraferma. Per arrestare questo declino è necessaria un’azione decisiva su vasta scala; la tempistica di questa valutazione è fondamentale poiché i governi stanno iniziando a negoziare un nuovo global biodiversity framework”.

Mentre i governi negoziano però “La pesca eccessiva ha spinto due famiglie di razze sull’orlo dell’estinzione, mentre la caccia alla selvaggina e la perdita di habitat hanno portato al declino di 7 specie di primati”. I pesci chitarra giganti (Rhinobatidae), conosciuti come razze rinoceronte per il loro muso allungato, sono diventate le famiglie di pesci marini più esposti ad una prossima estinzione. Imparentate con gli squali, le razze rinoceronte vivono in acque poco profonde nell’Oceano Indiano e nel Pacifico  occidentale, fino all’Oceano Atlantico orientale e al Mar Mediterraneo. Per l’Iucn la causa del loro declino “è la pesca costiera sempre più intensa e sostanzialmente non regolamentata grazie alla quale la maggior parte di questi pesci viene pescata accidentalmente”. La carne delle razze rinoceronte viene venduta localmente, mentre le pinne finiscono nel lucroso mercato internazionale per la zuppa di pinne di squalo. Similmente l’aggiornamento della Lista Rossa Iucn  dimostra chiaramente “come la caccia per la carne di animali selvatici e la deforestazione  stiano causando il declino delle popolazioni di primati: il 40% delle specie  nell’Africa occidentale e centrale sono ora minacciate di estinzione”. 

Secondo Carlo Rondinini, coordinatore del Global Mammal Assessment all’università La Sapienza di Roma, “La conversione dell’habitat naturale per l’agricoltura e lo sfruttamento diretto delle popolazioni di animali selvatici sono le due principali minacce alla sopravvivenza di molti grandi mammiferi in tutto il mondo, e in particolare nell’Africa occidentale. Poiché la crescita della popolazione umana dovrebbe raggiungere il picco nella regione nei prossimi decenni, gli ambientalisti dovranno fornire alternative alimentari sostenibili se vogliamo riuscire a preservare questa biodiversità unica”. Un problema che riguarda anche molte specie di pesci d’acqua dolce a livello globale la cui specie è messa in pericolo anche delle dighe che impediscono ai fiumi di scorrere liberamente, al degrado dell’habitat, dall’inquinamento e dalle specie invasive. Qualche esempio? Per William Darwall, capo dell’Iucn Freshwater Biodiversity Unit, “Le specie di pesci d’acqua dolce del mondo, che sono quasi 18.000, stanno subendo un declino globale drammatico e in gran parte non riconosciuto, come è evidente negli alti livelli di minaccia di estinzione per le specie di pesci d’acqua dolce in Giappone e Messico. La perdita di queste specie priverebbe miliardi di persone di una fonte essenziale di cibo e reddito e potrebbe avere effetti a catena su interi ecosistemi. Per fermare questi cali, abbiamo urgentemente bisogno di politiche sull’utilizzo umano delle acque dolci che consentano di soddisfare le esigenze delle molte altre specie che condividono questi ecosistemi”. Ma con questo aggiornamento, entrano nella Lista Rossa anche 500 specie di pesci ossei di profondità come pesci lanterna bioluminescenti. Queste specie possono vivere a più di 1.000 metri di profondità, ma sono sempre più esposte a potenziali minacce derivanti dall’attività della pesca di profondità e dall’estrazione offshore di gas e petrolio. 

Ma l'ultimo aggiornamento della Lista rossa non riguarda solo gli animali. Quest’anno nell’analisi di Icun sono state inserite più di 5.000 nuove specie di alberi di 180 Paesi, comprese quelle di 23 specie di palissandro e di dalbergia, fortemente sfruttate per il loro legno prezioso, tanto che nelle foreste secche del Madagascar oltre il 90% di queste specie è minacciato di estinzione. Il legname dei palissandri è uno dei prodotti selvatici più illegalmente trafficati al mondo. La sopravvivenza di questi alberi in Madagascar dipende da una maggiore applicazione dei piani di gestione locali, dalle leggi nazionali e dalla cooperazione internazionale. Ma nella Lista Rossa è entrato per la prima volta anche l’olmo americano (Ulmus americana) un albero che era moto diffuso in Canada e Usa e che è in declino da decenni a causa della grafiosi dell’olmo, una malattia provocata da un fungo invasivo che riduce la durata di vita di questi alberi, tanto che è difficile ormai trovare esemplari di grandi dimensioni. 

Quello di Ican non è un annuale esercizio di contabilità ecologica e andrebbe preso molto seriamente, perché la perdita di molte di queste specie priverebbe miliardi di persone di una fonte essenziale di cibo e reddito e potrebbe avere effetti a cascata su interi ecosistemi ed intere economie. Per fermare queste possibili estinzioni abbiamo urgentemente bisogno di politiche più sostenibili che consentano di soddisfare le esigenze di tutte le specie che condividono l’ecosistema terra e non solo della nostra. Ma ne saremo capaci?   
Alessandro Graziadei

venerdì 6 settembre 2019

Impariamo a “leggere” la montagna!

Alla luce degli ultimi episodi di cronaca che hanno visto due alpinisti spagnoli soccorsi sulle Tre Cime di Lavaredo e un ragazzo perdere la vita in Valsorda, non fa male riprendere alcuni suggerimenti del Soccorso Alpino – Servizio Provinciale Trentino che anche in questo ultimo scorcio d’estate invita tutti gli escursionisti a non sottovalutare mai la montagna e a scegliere con cura l’itinerario, l’abbigliamento e l’attrezzatura più adeguati alle nostre capacità e alle condizioni ambientali che scegliamo di affrontare. Occorre quindi partire preparati e imparare a “leggere” la montagna, a cominciare da quelle condizioni meteorologiche che in alta quota possono cambiare rapidamente. “Specialmente sull’arco Alpino i temporali sono molto diffusi, di norma sono più probabili nelle ore pomeridiane e più diffusi nel periodo estivo con le giornate calde e ricche di umidità”.

I temporali costituiscono una notevole insidia non solo per le scariche elettriche dei fulmini, ma anche per i rischi derivati dal brusco calo della temperatura, dalle precipitazioni e dal vento che aumenta la perdita di calore del corpo umano. Per questo gli uomini del Soccorso ci ricordano che “la prima prevenzione si ottiene partendo presto e programmando di essere al sicuro nel primo pomeriggio. In particolar modo nelle ascensioni a vette aguzze e su creste affilate, quando possibile in caso di minaccia imminente è opportuno saper rinunciare alla vetta, quindi, la migliore difesa dai temporali e dai fulmini resta ovviamente quella di ritirarsi per tempo”. Qualora poi si venisse sorpresi da un temporale è importante “evitare alcune zone come le vette, le creste e i crinali, i camini dove scarica l’acqua, i grandi massi e gli alberi isolati ed è importante abbandonare le zone esposte dove è facile cadere o scivolare. Il comportamento migliore è quello di evitare anche assembramenti in ripari naturali, ma prendere l’acqua in un posto aperto lontano dai pericoli, possibilmente dopo aver allontanato tutto il materiale alpinistico metallico e l’attrezzatura elettronica”. 

Esistono oramai molti sistemi di previsione facilmente accessibili ed estremamente affidabili che gli uomini del Soccorso Alpino raccomandano di controllare sempre prima di ogni escursione, possibilmente osservando anche più di un bollettino e consultando quelli che trattano il dettaglio della zona che ci interessa. Per ogni emergenza poi è importante memorizzare il numero 112 adatto per tutte le chiamate di soccorso, anche quando ci si trova in montagna. Durante la telefonata è importante rimanere calmi e rispondere dettagliatamente all’intervista dell’operatore che ci chiederà il luogo esatto dell’incidente, l’attività svolta, il numero di persone coinvolte, il numero dei feriti, le loro condizioni sanitarie, la dinamica dell’incidente e le condizioni meteorologiche sul luogo. Per favorire al meglio l’intervento del Soccorso Alpino, infine, è importante “lasciare libera la linea telefonica dalla quale si sono allertati i soccorsi, mantenere la ricezione del telefono e concordare con il Soccorso Alpino tutte le operazioni che si intendono intraprendere”. 

Per evitare il peggio saper leggere la montagna significa prima di tutto “saper rinunciare” se le condizioni lo impongono, ma se qualcosa dovesse anche in questo caso andare storto consola sapere che siamo in ottime mani, visto che tra il 7 e il 9 giugno, durante la terza edizione del Canyon Rescue Race a Storo, un’esercitazione di soccorso in forra aperta a squadre dei Gruppi Tecnici Forre del Soccorso Alpino di tutta Italia, il gruppo tecnico della delegazione trentina si è aggiudicato la prima posizione. Questa iniziativa, che ha confermato come nel 2018 per i tempi di percorrenza degli interventi e la corretta esecuzione delle manovre l’eccellenza trentina, davanti agli uomini dell’Alto Adige e del Friuli Venezia Giulia, non è stata semplicemente una competizione, ma un’importante occasione utile ai soccorritori per approfondire tematiche inerenti la sicurezza in montagna e il lavoro di squadra

Alessandro Graziadei

domenica 18 agosto 2019

“Non può essere”

La repressione religiosa non è mai stata una novità in Cina, il dato allarmante è che la condizione delle minoranze religiose cinesi sta costantemente peggiorando. Milioni di tibetani subiscono da decenni il controllo statale sull'esercizio della loro religione, ma lo stesso vale anche per i Cristiani e per i seguaci del movimento Falun GongAttualmente chi maggiormente subisce il controllo di Pechino sono i credenti musulmani nella regione dello Xinjiang ai quali è stato vietato la celebrazione del Ramadan, di insegnare la loro lingua nelle scuole e dal 2016 sono costretti a fornire il Dna per ottenere il passaporto. Come se non bastasse almeno 1,5 milioni di musulmani dello Xinjiang sono internati in campi di lavoro forzato e l'intera regione viene monitorata tramite un controllo digitale senza precedenti. Il Governo di Xi Jinping non ha mai riconosciuto l’esistenza di “campi di rieducazione” e ha sempre preferito parlare di “campi di studio” e “centri di formazione professionale” utili a contenere alcune “vocazioni religiose politicamente scorrette” in nome della “stabilità nazionale”. Secondo Radio free asia (Rfa) la politica della “terra bruciata” attuata da Pechino contro i mussulmani è peggiorata lo scorso anno quando l’intera popolazione maschile di Chinibagh e Yengisheher, due villaggi dello Xinjiang, è stata internata in un campo di rieducazione. Per le autorità cinesi i maschi mussulmani nati negli anni ‘80 e ‘90 sono “una generazione inaffidabile” e potenzialmente da rieducare perché “rappresentano un costante pericolo”, per questo si sospetta che provvedimenti simili siano stati applicati in questi mesi anche in altre città dello Xinjiang.

Come ha recentemente ricordato la Religious Repression: Faith Under State Control in Tibet Autonomous Region, che si occupa da anni dei molti altri tentativi messi in atto dal governo cinese di controllare e gestire l’esercizio della religione e le figure religiose in Tibet, l’intero apparato di sorveglianza e repressione usato nello Xinjiang può essere ascritto a Chen Quanguo, l’attuale segretario del Partito Comunista Cinese dello Xinjiang che in passato ha potuto perfezionare il suo sistema repressivo proprio in Tibet.  Per l’Associazione Popoli Minacciati (Apm) l’esperienza tibetana ha fatto “scuola” a cominciare dal caso del Panchen Lama, il secondo più alto leader spirituale dei Tibetani, che è stato ricordato lo scorso 2 luglio durante la sessione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra. Al Side Event dell’Apm a Ginevra si è parlato del rapimento nel 1996 di Gedhun Choekyi Nyima, che all'epoca dei fatti aveva sei anni e un anno prima era stato riconosciuto dall’attuale Dalai Lama come undicesimo Panchen Lama e, proprio per questo, fu rapito insieme alla sua famiglia dalle autorità cinesi. Il destino dell'ormai trentenne è tuttora sconosciuto nonostante il gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle sparizioni involontarie o forzate ha ripetutamente affrontato il caso e ha invitato la Cina a rendere pubblico il luogo in cui si trova il Panchen Lama. Per l’Apm “Il Panchen Lama ha un ruolo importante nella scelta del prossimo Dalai Lama. Mantenendo segreto il destino del Panchen Lama, Pechino spera, alla morte dell'attuale Dalai lama, di poter influire sulla scelta del prossimo leader spirituale tibetano”. Proprio per questopoco dopo il suo rapimento, Pechino ha designato un proprio Panchen Lama, fedele al partito, che però non è mai stato riconosciuto dai Tibetani.

Anche per questo l’Apm ha criticato il fatto che proprio all'inizio della seduta del Consiglio per i Diritti Umani dello scorso 2 luglio è stata data la parola anche al vice-governatore dello Xinjiang: “Non può essere - ha dichiarato il referente dell'APM - che una persona che è direttamente coinvolta negli arresti di massa arbitrari di Uiguri, Kazachi e Kirghisi abbia la possibilità di esporre la sua versione per 25 minuti davanti al Consiglio dei Diritti Umani mentre le organizzazioni per i diritti umani fanno sempre più fatica a trovare spazi e a farsi sentire dalle Nazioni Unite”. Da anni il Governo cinese cerca di rifarsi un’immagine internazionale enfatizzando il proprio impegno per la “pace”, lo “sviluppo” e la “stabilizzazione” del Tibet, uno percorso che per la popolazione tibetana significa per lo più sradicamento dal proprio territorio e distruzione della propria cultura, religione e società. Di fatto negli ultimi anni la Regione Autonoma del Tibet ha sì registrato l’aumento del prodotto interno lordo, grazie all’ampliamento di infrastrutture come il un nuovo terminal di Nyingchi Mainling, il secondo aeroporto del Tibet destinato a gestire entro il 2020 un flusso di circa 750.000 passeggeri o la costruzione di nuove linee ferroviarie e superstrade per facilitare i collegamenti della regione con i maggiori centri urbani nell’est della Cina, ma lo ha fatto violando sistematicamente i diritti umani dei Tibetani. Per l’Apm “Come sempre il massiccio ampliamento delle vie di comunicazione e delle infrastrutture volute da Pechino avviene senza il coinvolgimento della popolazione tibetana e senza un confronto sulle visioni alternative di sviluppo della popolazione tibetana”

Le decisioni governative fino ad oggi non hanno mai tenuto conto delle reali necessità della popolazione per la quale il presunto sviluppo spesso non comporta altro che un peggioramento delle condizioni di lavoro e dei diritti. Per l’Apm in questo sviluppo scorsoio in salsa cinese “Le popolazioni nomadi perdono progressivamente il loro territorio, le loro mandrie e i pascoli, l'intensificarsi dell'attività mineraria è responsabile di distruzione e problemi ambientali sempre maggiori mentre l'ampliamento delle vie di comunicazione facilita soprattutto il crescente insediamento della popolazione maggioritaria cinese di etnia Han che ha assunto un ruolo di rilievo nell'economia e nell'amministrazione del Tibet”. Per l’Apm “Lungi dall’aver tratto degli insegnamenti dalla storia a partire dalla sollevazione popolare di 59 anni fa e contrariamente a quanto sostenuto dalla Cina, il modello di sviluppo ufficiale cinese non sta affatto contribuendo a una maggiore stabilità nella regione, ma sta invece fomentando frustrazione e rabbia tra la popolazione”.

Alessandro Graziadei

sabato 17 agosto 2019

Isole: speranze di biodiversità da tutelare

Nel 2018 avevamo raccontato il percorso di sostenibilità intrapreso da Tilos, una piccola perla greca del Dodecaneso che ha puntato sullo sviluppo energetico rinnovabile annunciando che entro il 2019 si alimenterà “solo con eolico e solare”.  Un traguardo raggiunto grazie al progetto europeo Tilos Horizon che prevede lo sfruttamento dell’energia solare e eolica attraverso un importante parco di pale eoliche, pannelli solari e sistemi di accumulo che sono già entrati nella prima fase di sperimentazione. Sempre a partire da quest’anno altre 26 isole hanno ufficialmente avviato una transizione energetica pulita grazie al programma dell’Unione europea denominato Clean Energy for EU Islands Secretariat. La prima fase vedrà impegnata l’italiana Salina (nelle Eolie), le Isole Aran (Irlanda), l’arcipelago di Cres-Lošinj (Croazia), Sifnos (Grecia), Culatra (Portogallo) e La Palma (Spagna) che svilupperanno programmi di transizione energetica entro quest'estate, mentre altre 20 isole dell’Unione europea attueranno il passaggio alle rinnovabili entro l’estate del 2020. In modo analogo anche Hahajima, una delle isole del piccolo arcipelago di Ogasawara in Giappone è destinata a dare vita entro il 2022 alla prima comunità nipponica alimentata dalla sola energia solare. Ma le isole si stanno rivelando non solo un laboratorio per lo sviluppo della sostenibilità energetica, ma anche per la biovidersità

Perché? Sebbene le isole del nostro Pianeta occupino solo il 5% della superficie terrestre sono un tesoro di biodiversità e giocano un ruolo chiave per la conservazione proteggendo una diversità naturale e culturale che è stata plasmata dall’isolamento e da condizioni ambientali spesso eccezionali e molto delicate. Le specie indigene sia di fauna che di flora sono però molto vulnerabili alla perdita di habitat e subiscono l’azione antropica, i cambiamenti climatici e soprattutto l’aggressione di specie invasive. L’estinzione più grave di vertebrati, infatti, si è verificata proprio sulle isole tanto che attualmente il 39% delle specie insulari è in pericolo. Lo studio Globally important islands where eradicating invasive mammals will benefit highly threatened vertebrates” pubblicato su Plos One  da un preparato gruppo di 54 esperti mondiali di associazioni ambientaliste, istituti scientifici e università, tra i quali anche gli italiani Piero Genovesi dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) e Paolo Sposimo di Nemo, un gruppo di naturalisti, biologi e forestali che offre servizi specialistici agli Enti pubblici e ai privati, ha ribadito come “L’eradicazione di specie invasive sulle isole è una azione di conservazione che può dare un forte contributo per ridurre la crisi della biodiversità che sta colpendo tutto il Pianeta”. Per Genovesi “investire limitati fondi per la conservazione nelle isole fornisce un utile elevato sul capitale investito”, visto che dal 1500 ad oggi hanno registrato il 75% di tutte le estinzioni e forniscono rifugio a tantissime  specie di uccelli, mammiferi, anfibi e rettili classificati come “criticamente minacciati” nella Lista Rossa dell’Iucn

Per il team di ricercatori coordinato dai biologi della conservazione di Island Conservation Coastal and Conservation Action Laboratory dell’Università di Santa Cruz“L’eradicazione di mammiferi invasivi dalle isole rappresenta un potente mezzo per eliminare una minaccia chiave per le specie insulari, impedire le estinzioni e conservare la biodiversità. Questo studio rappresenta una preziosa valutazione globale dei luoghi dove esistono queste opportunità future di conservazione e fornisce supporto al processo decisionale su dove e come si deve intervenire per evitare le estinzioni”. Lo studio, infatti, mette in evidenza le opportunità di recupero ambientale in varie aree critiche del mondo, tra le quali: l’Isola di Floreana dell’Arcipelago delle Galapagos, in Ecuador, dove l’eradicazione di predatori invasivi come gatti selvatici e ratti permetterebbe la reintroduzione di 13 specie estinte localmente e la tutela del Petrello delle Galapagos, una specie di uccello marino che depone le uova in tane, ed è dipendente da quest’isola per poter nidificare. A Goug Islnd, nel Territorio britannico di Tristan da Cunha, sito Patrimonio dell’Unesco, permetterebbe la nidificazione di un specie come l’Albatro di Tristan, il Fringuello di Gough e il Petrello di Schlegel, specie attualmente a rischio a causa della predazione del topo domestico. Nell’Isola Alejandro Selkirk, nel remoto arcipelago cileno di Juan Fernandez, l’eradicazione di capre e gatti selvatici e dei roditori invasivi eliminerebbe delle minacce chiave per la perdita di habitat e la predazione del Rayadito di Masafuera, un piccolo uccello canterino, endemico di questa isola remota. Anche in Italia questo tipo di intervento ha portato a risultati straordinari. L’eradicazione di ratti realizzata a Montecristo e in altre isole del nostro Paese ha permesso di proteggere specie molto minacciate come la Berta minore e in contesti come le aree protette, in particolare nelle piccole isole, gli interventi di eradicazione realizzati hanno prodotto un risultato immediato ed importante per il miglioramento della conservazione di specie animali e vegetali, molte delle quali endemiche.

Secondo Genovesi, che è anche presidente dell’Invasive species specialist group dell’Iucn, “Attraverso la Convenzione sulla Biodiversità delle Nazioni Unite e gli Obiettivi per uno Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, la comunità globale ha concordato di fermare la perdita di biodiversità e di evitare le estinzioni entro il 2020. L’eradicazione di specie aliene invasive come principalmente gatti, ratti, serpenti, lucertole e maiali dalle isole fornirebbe un primo contributo significativo verso il raggiungimento di questo obbiettivo importante". Ma non basta. "È essenziale informare meglio e di più tutti i settori della società, e Ispra, in collaborazione con Federparchi, diversi parchi nazionali, LegambienteRegione LazioUniversità di Cagliari, Nemo e Tic, coordina il progetto Life Asap proprio sulla comunicazione in materia di specie invasive a turisti ed opinione pubblica”. Oggi, quindi, lavorare per conservare gli habitat insulari è una priorità per la conservazione della natura e un’opportunità unica che va perseguita e comunicata se vogliamo tutelare l’ambiente e il nostro patrimonio di biodiversità.

Alessandro Graziadei

domenica 11 agosto 2019

C’è un’Italia da bonificare!

C’è un’Italia da bonificare! Come ha ricordato l’Ispra il 7 maggio alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati,  meglio conosciuta come “Commissione Ecomafie”, ventun anni fa il Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare individuava i primi 15 Siti d’interesse nazionale (Sin) bisognosi di urgenti e onerose bonifiche perché inquinati al punto tale da comportare un elevato rischio sanitario per la popolazioneDa allora resta ancora da capire la portata delle contaminazioni, i processi di bonifica sono stati pochissimi, mentre i Sin sono diventati 41 e oggi interessano una superficie totale di 171.268 ettari di terra e di 77.733 ettari di mare principalmente in Lombardia, Piemonte, Toscana, Puglia e Sicilia. I dati riportati dall’Ispra in merito alle bonifiche effettivamente concluse sono sconfortanti: “sul totale della superficie terrestre dei Sin (esclusi 6 siti con caratteristiche peculiari) ad oggi la caratterizzazione di suoli e acque sotterranee è stata completata per oltre il 60% delle superfici. Ma gli interventi di bonifica o messa in sicurezza risultano approvati per il 12% dei suoli e il 17% delle acque sotterranee, mentre queste attività si sono concluse solo per il 15% dei suoli e il 12% delle acque sotterranee”.

Davanti a questi numeri, “emerge l’estrema lentezza, se non la stasi, delle procedure attinenti alla bonifica dei Sin”, ha spiegato la Commissione parlamentare d’inchiesta. Come mai? Per gli esperti dell’Ispra intervenuti in Commissione “le criticità nelle procedure relative ai Sin riguardano la natura dell’inquinamento con molti contaminanti, la questione delle proprietà dei siti (multiproprietà, passaggi di proprietà nel tempo, siti orfani), la frammentazione degli interventi effettuati e la perimetrazione delle aree. Altre criticità sono legate alla lunga durata degli interventi di bonifica, la proliferazione normativa, la difficoltà di digitalizzare e raccogliere le informazioni in database di coordinate geografiche completi”. Inoltre il principio secondo cui chi inquina paga è ancora troppo spesso impraticabile, poiché l’inquinamento, il più delle volte, è così datato che rintracciare il responsabile è difficile se non impossibile e fino ad oggi in quasi tutti i Sin, anche la “semplice” messa in sicurezza dell'area, che non equivale certo alla bonifica, è stata fatta a carico dello Stato. Eppure sciogliere queste criticità permetterebbe all’Italia non solo di restituire al Belpaese ampie fette di territorio inquinato, ma anche di intraprendere un importante percorso di sviluppo sostenibile con ricadute economiche e sociali importanti. 

Secondo delle stime fornite da Confidustria già nel 2016 con il rapporto Dalla bonifica alla reindustrializzazione, "per concludere le bonifiche sarebbero necessari investimenti pari a circa 10 miliardi di euro, mentre finora lo Stato ha stanziato risorse nell’ordine di milioni di euro”. Senza dimenticare che sarebbe doveroso registrare tra gli industriali l’impegno economico di chi il danno ambientale lo ha causato, non di rado consapevolmente, Confindustria fa bene a ricordare come "investendo nelle bonifiche dei Sin il livello della produzione aumenterebbe innescando 200.000 posti di lavoro in più e l'esborso si ripagherebbe in gran parte da solo grazie a imposte dirette, indirette e maggiori contributi sociali per un valore di 4,7 miliardi di euro, oltre all’inestimabile valore di un ambiente finalmente sano". Un dato di per se fondamentale visto che per il programma di sorveglianza epidemiologica dei siti contaminati finanziato dal Ministero della Saluteche ha analizzato le ricadute sanitarie attorno a 45 aree contaminate di cui 38 d’interesse nazionale (Sin) e 7 riclassificate come Siti d’interesse regionale (Sir), ha fatto emergere dati allarmanti. Dal V rapporto Sentieri, presentato lo scorso il 6 giugno, emerge infatti che nel solo periodo 2006-2013 per l’insieme dei 45 siti esaminati sono stati stimati 5.267 decessi in eccesso negli uomini (+4%) e 6.725 nelle donne (+5%). Di questi, 3.375 sono stati i decessi per tumori maligni, negli uomini con un’incidenza del +3%, e 1.910 nelle donne con una incidenza del +2%.  

Dati che fanno capire come la bonifica dei Sin e dei Sir sia una priorità sanitaria. "Prendendo in considerazione nella popolazione generale le patologie di interesse a priori, ed esaminando l’insieme dei 45 siti studiati, si osserva che gli eccessi più frequenti per i diversi esiti studiati sono relativi ai tumori maligni della pleura/mesoteliomi maligni, tumore maligno del polmone, malattie dell’apparato respiratorio, tumori maligni del colon retto e dello stomaco". Tali eccessi, variamente combinati per patologia, esito, genere, si osservano in 35 siti, le cui fonti di esposizione ambientale più ricorrenti sono rappresentate da impianti chimici, aree portuali, impianti petrolchimici e/o raffinerie, o contaminati da amianto. Che fare? In attesa delle bonifiche secondo gli esperti del Ministero è fondamentale informare del pericolo: “Occorre mettere in opera piani di comunicazione con la popolazione residente nei siti, fornendo indicazioni operative per evitare, o quanto meno mitigare, le circostanze di esposizione, e contribuire a rafforzare la rete di relazioni tra istituzioni e cittadini residenti, anche per quanto attiene ai processi decisionali che riguardano l’interconnessione ambiente e salute”. 

Servirebbe quindi almeno attivarsi per informare i cittadini e poi concludere il prima possibile le bonifiche nei Sin e Sir che da decenni, nonostante la messa in sicurezza, hanno continuato ad inquinare. Un’urgenza che anche con il “Governo del cambiamento” è rimasta ferma al palo, a differenza purtroppo dell’incidenza dei tumori.

Alessandro Graziadei

sabato 10 agosto 2019

La cause strutturali dello spreco alimentare

Secondo la Fao ogni anno si gettano via almeno 1,3 miliardi di tonnellate di cibo per un valore di oltre 15 miliardi di euro. Così mentre nel mondo una persona su otto soffre di obesità, una su nove (quindi più di 800 milioni di individui) non ha cibo a sufficienza. I dati allarmanti dello spreco alimentare e la nuova consapevolezza politica del problema sono stati in Italia alla base della legge Gadda, che dal 2016 ha fornito una prima base nella lotta allo spreco alimentare prevalentemente sulle fasi di consumo e post-consumo, promuovendo la redistribuzione delle eccedenze e dei beni inutilizzati per fini di solidarietà sociale. Nel giro di 4 anni la legge ha portato ad un aumento delle donazioni di cibo del 21% ed ha contribuito ad accelerare la riduzione degli sprechi di cibo, passati nell’ultimo decennio da 95 a 65 kg procapite. Tuttavia in Italia si butta ancora troppo. Ogni giorno ognuno di noi getta nella spazzatura una media di 100 grammi di cibo e solo il 33% degli italiani, uno su tre, quando esce dal ristorante si porta a casa gli avanzi con la cosiddetta “doggy bag

La battaglia contro lo spreco, quindi, non ha ancora contagiato l'Italia dove secondo la Coldiretti, “permangono molte resistenze" anche nel mondo della ristorazione dove "la richiesta di portare a casa gli avanzi dei pasti consumati è un diritto dei clienti sancito proprio dall'entrata in vigore della legge Gadda sugli sprechi alimentari che promuove l'utilizzo, da parte degli operatori nel settore della ristorazione, di contenitori riutilizzabili idonei a consentire ai clienti l'asporto degli avanzi di cibo”. In questo senso la legge Gadda è sicuramente un passo avanti importante, ma non ancora decisivo visto che in generale si può dire che sprechiamo più di quello che mangiamo e quindi concentrare la nostra attenzione solo sui rifiuti alimentari e non sulla produzione alimentare e le sue strategie di marketing sembra voler eludere un approccio sistemico che dovrebbe analizzare anche le cause strutturali di questo spreco alimentare. 

Del problema nelle scorse settimane si è accorto anche il Governo del Giappone che ha deciso di spingere la società a ridurre lo spreco di cibo, facendo maturare una nuova consapevolezza nella popolazionevisto che almeno 6 milioni di tonnellate di cibo vengono gettate via ogni anno da negozi di cibo pronto, supermercati, ristoranti e case private giapponesi. I dati in possesso del Governo di Shinzō Abe mostrano che dal 2016 al 2017, “le ditte di produzione di cibo nipponiche hanno gettato via 1,37 milioni di tonnellate di cibo e i ristoranti 1,33 milioni di tonnellate. Il settore della vendita al dettaglio ha sprecato circa 660 mila tonnellate di cibo e le famiglie da sole ne hanno gettato via 2,91 milioni di tonnellate”. Per questo il Ministero dell’Agricoltura ha chiesto alle ditte di cibo di ridurne la produzione mentre il Governo ha chiesto ai negozi e ai supermercati di ridurre le porzioni in vendita e ai ristoranti di servire meno cibo, nella speranza di poter ridurre del 50% tale spreco entro il 2030. Queste iniziative politiche saranno accompagnate da una campagna informativa che cercherà di far capire ai giapponesi come la sovrapproduzione di cibo e la sua distruzione determini un enorme consumo di energia e contribuisca non poco al cambiamento climatico.

La lezione giapponese sembra far tesoro di quanto anche l'Ispra ci aveva ricordato già due anni fa con l'interessante indagine “Spreco alimentare: un approccio sistemico per la prevenzione e la riduzione strutturali, secondo la quale la tendenza stesso allo spreco alimentare “è legata al modello agroindustriale fondato sull’impiego di fonti fossili di energia e di input chimici di sintesi, sulla finanziarizzazione, sui commerci internazionali, sulla concentrazione dei mercati e sull’esternalizzazione dei costi ambientali e sociali, che sono tra i principali problemi che bloccano lo sviluppo di sistemi alimentari resilienti”. È quindi il modello di produzione e consumo attualmente prevalente che “per sua natura comporta un’elevata produzione di eccedenze e sprechi”, e affrontare la questione solo attraverso la “riduzione dei rifiuti nel consumo e sulla redistribuzione caritativa, potrebbe produrre un effetto sistemico di copertura dei problemi principali costituiti dalla sovrapproduzione e dalla sovralimentazione media”. Forse anche per questo nonostante gli sforzi profusi sul tema secondo l'Ispra nel mondo “lo spreco sistemico complessivo, compresa anche l’inefficienza degli allevamenti, aumenta circa del 3,2% l’anno”.

In Italia in particolare, prima della legge Gadda, lo spreco alimentare da sovralimentazione e allevamenti era di circa 4160 kcal/persona/giorno. Ciò per l'Ispra significa che in Italia potrebbe essere stata sprecata “almeno il 62,7% dell’energia alimentare contenuta nella produzione primaria edibile destinata direttamente o indirettamente all’uomo”. In altre parole, per combattere davvero lo spreco alimentare in Italia e nel Mondo serve una rivoluzione del cibo a tutto tondo con una ristrutturazione dei sistemi alimentari, che deve partire come in Giappone dalla regolamentazione della produzione e dal riconoscimento di un equo valore sociale, culturale ed economico degli alimenti, anche per riequilibrare le condizioni sociali di accesso e di produzione del cibo. Certo anche per l'Ispra questa “non sarà una transizione semplice né veloce”, ma prendere atto che al momento la politica non ci sta seriamente provando potrebbe essere già un primo passo utile per rilanciare un approccio rivoluzionario per la prevenzione, la riduzione e la redistribuzione delle eccedenze alimentari riconoscendo agli alimenti un valore fondato anche sulla sostenibilità.

Alessandro Graziadei