domenica 17 giugno 2018

Carta: la lunga strada della sostenibilità

L’Environmental Paper Network (EPN) ha pubblicato da qualche settimana lo Stato dell'industria globale della carta, l’annuale analisi da parte di 150 associazioni ambientaliste degli impegni sociali e ambientali dell'industria cartaria. Il rapporto è uno stato dell’arte sull’impegno delle grandi multinazionali della carta a favore di un futuro più sostenibile e integrato nelle strategie di lotta al cambiamento climatico, in cui la produzione di carta "impieghi sempre meno fibre vergini, elimini la deforestazione e la perdita di biodiversità,massimizzi l’uso di materiali riciclati”, utilizzando “solamente energie rinnovabili a basse emissioni di carbonio e l’acqua impiagata per la produzione di carta sia restituita pulita com’era all’origine, senza produrre scarti o emissioni”. Da anni però la EPN utilizza il rapporto come un incentivo al miglioramento non solo ambientale, ma anche sociale, attraverso l’analisi della responsabilità sociale dell'industria della carta che dovrebbe essere sempre “più attenta ai diritti umani, compreso il diritto delle popolazioni locali alla terra, producendo occupazione con impatti sociali positivi, equi e senza conflitti”.  

Per rispondere a questa missione il rapporto nell’ultimo anno ha analizzato  la trasparenza dell’industria cartaria e la gestione della costante crescita dei consumi, presentando una nuova mappa online che ci aiuta a tracciare l’espansione e la vicinanza delle cartiere a molti ecosistemi forestali una volta intatti ed ora a rischio di deforestazione. L’aumento della produzione in risposta alla continua espansione del mercato sta portando, infatti, allo sviluppo di nuove linee di produzione di pasta di cellulosa vergine, in particolare in Asia, Sud America, ed anche in Africa “causando numerosi conflitti sociali in molti paesi, tra cui Brasile, Indonesia, Canada, India, Cile e Mozambico”. In particolare per Greenpeace, sulla base di un’estesa analisi dei dati satellitari, la Asia Pulp and Paper (APP), la più grande impresa cartaria Indonesiana, continua ad essere legata alla deforestazione attraverso imprese forestali collegate alla APP e alla sua azienda madre, come il gruppo Sinar Mas

Nel corso degli ultimi venti anni la APP è stata considerata come una delle peggiori imprese su scala mondiale. Dopo decenni di deforestazione e violazioni dei diritti umani, nel 2013 la APP si è impegnata a fermare la deforestazione sulla base di una serie di impegni precisi e avviando una aggressiva campagna di greenwasching utile a presentarsi come una leader globale della sostenibilità. “Negli ultimi cinque anni, Greenpeace ha consigliato e fornito suggerimenti nel processo di implementazione della politica forestale della APP” ha ricordato il 16 maggio scorso la ong, “Ma la recente analisi delle immagini satellitari ci suggerisce che imprese forestali legate alla APP e alla Sinar Mas abbiano eliminato quasi 8.000 ettari di foresta e di torbiere e con esse anche il nostro sostegno”. Già nel 2017 un'indagine condotta dall'Associated Press aveva rivelato che le piantagioni di APP, spesso mascherate da una struttura aziendale opaca fatta da un caleidoscopio di aziende minori, erano ancora legate alla deforestazione e agli incendi forestali.

Nelle scorse settimane il sito indonesiano Foresthints.news ha rivelato che un’altra azienda legata alla APP, la PT BMH, ha costruito più di 37 chilometri di nuovi canali di drenaggio ed espanso le sue piantagioni di acacia su un'area equivalente a circa 500 campi da calcio in aree assegnate dal Governo indonesiano alla salvaguardia della torba. La costruzione di nuovi canali di drenaggio e l’espansione nelle torbiere sono vietati dai regolamenti nazionali, visto che il loro drenaggio per fare spazio alle piantagioni è una delle principali fonti di emissioni di CO2 e crea condizioni sul terreno che rendono praticamente impossibile il controllo degli incendi. Una situazione certificata già un anno fa dalla EPN nel report Too Much Hot Air, che evidenziava come “la APP è responsabile ogni anno di quasi 44 milioni di tonnellate di emissioni di CO2 dalle sue piantagioni sulla torba secca, una quantità quasi uguale a quella dell’intera Norvegia”. Un’ulteriore quantità sconosciuta, ma probabilmente anche maggiore di CO2, viene poi rilasciata durante i periodici incendi di torba, come quello del 2015, che ha anche causato nuvole di smog pericolose per tutte le forme di vita.

Oltre alle grandi pressioni ambientali e sociali che accomunano l’espansione delle cartiere in Indonesia a quella di molti altri Paesi, per il report annuale della EPN la carta rimane un bene ancora elitario, visto che anche se la produzione ha raggiunto livelli ormai insostenibili per l’ambiente “l’accesso alla carta è ancora limitato in diverse parti del mondo, in particolare in Africa”. Inoltre se gli impegni di responsabilità sociale delle imprese e le politiche di acquisto hanno contribuito nell’ultimo anno a promuovere alcuni specifici miglioramenti sociali e ambientali “sul campo”, l’esecuzione, la trasparenza e i risultati di molti di questi impegni volontari lasciano ancora a desiderare e fanno intuire situazioni ancora peggiori rispetto a quelle considerate dalla EPN visto che “ci sono significative lacune nella disponibilità dei dati a livello globale, con grosse differenze fra regione e regione e problemi nell’aggregare dati da regioni diverse”. Nonostante le criticità un cambio di paradigma al momento sembra impossibile a meno di azioni che prendano in considerazione una radicale revisione all’attuale commercio internazionale della carta, da solo ancora incapace di salvaguardare il patrimonio forestale e sociale del nostro pianeta.

Alessandro Graziadei

sabato 16 giugno 2018

O l’energia o la vita…

"Mae Nam Khong", la Madre delle acque è chiamato in Thailandia il Mekong e non è difficile capire il perché. La sua sorgente è il Lasagongma, un ghiacciaio dell’altopiano tibetano, nella provincia cinese del Qinghai e prima di sfociare nel Mar Cinese Meridionale, nel corso dei suoi 4.880 chilometri, segna i confini tra Laos, Birmania e Thailandia, percorre tutta la Cambogia ed entra nel Sud del Vietnam formando l’enorme delta dei “nove draghi”. Scorre quindi nel cuore dell’Asean, il gruppo di Paesi del Sud-Est asiatico che nel 2017 ha registrato una crescita economica del 5% e dove vivono oltre mezzo miliardo di persone. Dodicesimo fiume al mondo per lunghezza, ma secondo solo al Rio delle Amazzoni per biodiversità (nelle acque del Mekong ci sono oltre 1.200 specie di pesci), il Mekong è una via di comunicazione e una fondamentale fonte di cibo per quasi 65 milioni di persone, capace di garantire, tra pesca e allevamenti ittici, 2,6 milioni di tonnellate di pesci all'anno e di consentire l’irrigazione dei campi di riso in una regione che è in testa alle classifiche mondiali per le esportazioni di questo cereale. Ora questa preziosa fonte di vita è minacciata da una nuova escalation di progetti energetici a base di dighe idroelettriche.  

Negli ultimi anni in quest'area del Sud-Est asiatico c’è stato un fiorire di forum per la cooperazione regionale e il Mekong è diventato un obiettivo geopolitico per molte grandi potenze. L’amministrazione Obama aveva ideato la Lower Mekong Initiative per rafforzare le relazioni degli Usa con i paesi che si affacciano sul Mekong, mentre la Cina ha lanciato la Lancang-Mekong Cooperation Mechanism. Per riuscire ad affrontare la gestione delle acque e lo sviluppo sostenibile dei paesi attraversati dal Mekong nel 1995 è nata la Mekong River Commission (Mrc), un forum inter-governativo il cui parere non è vincolante e di cui fanno parte Thailandia, Cambogia, Laos e Vietnam, mentre Birmania e Cina sono per scelta solo “dialogue partner”. Forse non a caso, visto che mentre Pechino parla di quest’area come di una “comunità dal futuro condiviso”, ha in realtà sempre rifiutato di consultarsi e coordinarsi con gli altri paesi per la gestione delle acque del Mekong e punta ad espandere le proprie infrastrutture energetiche e i propri collegamenti economici con il Sud-Est solo attraverso accordi bilaterali.  

Pechino ha già il controllo del tratto superiore del fiume con otto dighe e sta investendo in più della metà delle 11 dighe pianificate più a sud, senza aver mai fornito delle valutazioni oggettive sull’impatto ambientale e sociale di queste nuove infrastrutture idroelettriche sulla popolazione locale. Così con il sostegno di Pechino, che compensa i suoi vicini del sud-est asiatico con investimenti e prestiti agevolati, anche compagnie ed agenzie statali di Thailandia, Vietnam, Laos e Cambogia sono sempre più interessate al business idroelettrico. Dopo che i governi di Pechino e Phnom Penh hanno collaborato alla costruzione della Lower Sesan Hydropower Dam che, costata 816 milioni di dollari Usa, vanta dal 2017 una capacità produttiva di 400 megawatt, adesso le comunità vietnamite che vivono lungo le sponde del Mekong temono l’impatto distruttivo sull’ecosistema regionale della Sambor Hydropower Dam, una nuova diga finanziata ancora dai cinesi sempre in Cambogia. Una volta completata diventerebbe il più grande impianto mai costruito sul fiume Mekong ed esiste il fondato timore che sottragga troppa acqua al fiume, specie durante la stagione secca, con effetti critici per la pesca e per le coltivazioni che alimentano tutta l’economia del delta del Mekong. 

Un rapporto pubblicato dal National Heritage Institute (Nhi) a dicembre ha dichiarato senza mezzi termini che l’impianto di Sambor “distruggerà molte specie animali del fiume Mekong”. Nonostante il progetto da poco avviato porterà grandi benefici energetici alla Cambogia, per gli esperti Usa, una volta completato,“contribuirà alla distruzione dell’ambiente di vita di milioni di cambogiani” ed avrà pesanti conseguenze soprattutto in Vietnam, dove milioni di persone risentiranno della variazione dei flussi del Mekong. Per la ong americana, nei prossimi 10 anni, “la mancanza di una sufficiente quantità di acqua dolce nel suo bacino causerà un innalzamento dei livelli di salinità, provocando sempre più frequenti episodi di siccità che metteranno in ginocchio il settore agricolo vietnamita”. Anche per la già citata Mrc, che ha svolto molti studi scientifici preliminari e lanciato diversi appelli per limitare la costruzione di dighe sul fiume, “i benefici derivanti dalla costruzione della diga di Sambor sono molto inferiori alle perdite che essa sta già generando” con importanti danni all'economia e alla biodiversità dell'area.

Un risultato al quale potrebbe contribuire anche la diga Xayaburi, che nel 2019 il Laos vuole completare sul Mekong grazie ai finanziamenti di una ditta thailandese. Il World Wildlife Found (Wwf) ha più volte messo in guardia su come la diga, che sorgerà al confine con la Thailandia, darà il colpo finale al pesce gatto gigante e ad altre 41 specie di pesci a rischio estinzione. La diga poi "bloccherà la migrazione dei pesci, con grande danno per la Cambogia che prende dalla pesca l’80% delle proteine consumate”. I conservazionisti prevedono che il completamento della Xayaburi sconvolgerà la vita e i redditi di almeno 200mila thailandesi e sarà la prima di altre 9 dighe che il Laos vuole costruire per diventare la centrale energetica della regione. Così, mentre le entusiastiche stime della International Energy Agency (Iea) dicono che “negli ultimi 15 anni il fabbisogno di energia del Sud-Est asiatico è cresciuto del 60%”, il rischio è che con buona probabilità le popolazioni del basso Mekong avranno tutte presto l’elettricità, ma non sapranno più cosa mangiare.  In questo contesto, anche se i fattori che danneggiano il bacino del Mekong sono molti, tra i quali il consumo del suolo, l’agricoltura intensiva e i cambiamenti climatici, le dighe continuano a fare la parte dei giganti.

Alessandro Graziadie

domenica 10 giugno 2018

È il conservazionismo che ci salverà!

Lo scorso 16 maggio il Consiglio europeo ha adottato, nell’ambito del 2030 Climate and Energy frame work, un nuovo regolamento che istituisce un quadro per l’inclusione delle emissioni e degli assorbimenti di gas serra risultanti dall’uso del suolo e dalla silvicoltura. Un impegno che per il Consiglio “contribuirà a ridurre le emissioni di gas a effetto serra nell’Unione europea nel periodo 2021-2030 grazie a una migliore tutela e gestione di terreni e delle foreste in tutta l’Unione” e che forse consentirà all’Europa di avvicinarsi all’obiettivo dell’accordo di Parigi di ridurre le emissioni almeno del 40% entro il 2030. Per il presidente di turno del Consiglio europeo, Neno Dimov, ministro dell’ambiente e delle risorse idriche della Bulgaria, queste nuove norme “che forniranno agli Stati membri gli incentivi per un uso del suolo rispettoso del clima, senza creare nuove restrizioni o difficoltà burocratiche” sono “una tappa importante che riconosce il ruolo chiave che risorse verdi, foreste, terre coltivate, pascoli e zone umide possono svolgere nel raggiungimento dei nostri obiettivi di politica ambientale a lungo termine”.  

Siamo veramente sulla buona strada per l’attuazione degli impegni assunti nell’accordo di Parigi? Se è vero che le foreste dell’Unione assorbono ogni anno l’equivalente di quasi il 10% di tutte le emissioni di gas a effetto serra generato dalla sola Europa e ci forniscono quindi un “servizo ecosistemico” in grado di rimuovere grandi quantità di inquinanti atmosferici e di polveri sottili migliorando sensibilmente la qualità dell’aria e la salute dei cittadinisarebbe altrettanto urgente riuscire a garantire un sistema di aree protette planetario anche per permettere il naturale svolgimento di diversi processi ecologici che preservano la nostra biodiversità. Secondo lo studio “Uniqueness of Protected Areas for Conservation Strategies in the European Union” pubblicato su Scientific Reports lo scorso aprile da un team di ricercatori, tedeschi, britannici e italiani coordinati da Antonello Provenzale del Cnr Alessandro Chiarucci dell’Università di Bologna, “L’area del Mediterraneo e le Isole Canarie, ma anche l’arco alpino e l’Europa Centrale sono le regioni dell’Unione Europea che ospitano le aree protette più preziose per la conservazione della biodiversità”. 

Lo studio ha esaminato per la prima volta il valore ecologico di 432 aree protette e parchi nazionali europei per la protezione delle specie animali e vegetali a rischio e ne ha calcolato il valore conservazionistico, in termini di unicità. Nonostante i numerosi sforzi compiuti negli ultimi decenni, infatti, ancora molto lavoro rimane da fare per capire quale sia la reale dimensione della biodiversità e la sua distribuzione geografica e, soprattutto, la reale possibilità di preservarla sul lungo periodo. Per capire come fare, il gruppo di ricerca ha messo a punto una serie di metodologie pensate per misurare quanto ogni area contribuisce alla conservazione, sia delle singole specie analizzate, che dei raggruppamenti tassonomici (uccelli, pesci, mammiferi, ecc.). Sono stati così analizzati i dati di 1.303 specie: 469 specie di uccelli, 105 di pesci, 93 di mammiferi, 49 di anfibi, 73 di rettili, 111 di artropodi, 20 di molluschi, una di altri invertebrati, 32 di piante non vascolari e 350 di piante vascolari, osservando che “Per poter lasciare alle generazioni future una parte intatta (o quasi) del patrimonio naturale del pianeta, sarebbe fondamentale riuscire a pianificare un sistema di aree protette ancora più esteso” e “adottare politiche conservazionistiche capaci di attuare il proposito”.

Per Chiarucci, “Le trasformazioni del territorio causate dalle attività umane stanno mettendo profondamente a rischio la biodiversità del pianeta, tanto che alcuni studi suggeriscono che una proporzione significativa delle specie attualmente esistenti, forse perfino la metà, scomparirà entro questo secolo”. La riduzione dello spazio a disposizione per i processi ecologici naturali è, infatti, una delle principali cause di perdita di biodiversità. Per questo “Riuscire a dare un valore alle singole aree per la conservazione della biodiversità rappresenta un passo fondamentale per implementare le possibilità di conservazione della biodiversità sul lungo termine”. In questo senso per Chiarucci “Questa ricerca ha permesso di sviluppare, oltre ad un’analisi dello stato di fatto, anche una metodologia statistica che potrà essere ripetuta quando nuovi e più accurati dati saranno eventualmente disponibili”. Certo serve l’interesse a farlo. Un interesse per nulla scontato visto lo la poca attenzione della politica e quindi la scarsa disponibilità scientifica di dati di qualità sulla presenza (o l’assenza) delle specie dentro le singole aree protette.

Una mancanza, l’assenza di dati, che riguarda anche l’Italia e le sue 35 aree analizzate nello studio, tra parchi nazionali e siti Mab (le Riserve della biosfera individuate all’interno del programma Man and the Biosphere dell’Unesco). “Il nostro Paese, infatti, pur essendo ricco di biodiversità, necessita ancora di molti studi, sia per conoscere la situazione distributiva reale di molte specie, che per individuare i loro trend temporali”. Sarebbe un peccato per il neo Governo e il suo preparato Ministro dell'Ambiente  Serio Costa, perdere l’occasione di approfondire le ricerche e mettere in atto politiche conservative rigorose, visto che “Per molti indici considerati dallo studio emerge il notevole valore a livello europeo di alcune aree italiane, come il Parco del Golfo di Orosei e del Gennargentu, o i siti Mab della Selva Pisana e delle Alpi Ledrensi e Judicaria. Un tema, purtroppo, ben lontano dalle preoccupazioni delle passate legislature. 

Alessandro Graziadei

sabato 9 giugno 2018

L’insostenibile leggerezza del turismo

L’idea che la maggior parte delle nostre vacanze possa al massimo definirsi responsabile, ma quasi mai sostenibile, non è una novità. La vacanza, o meglio la possibilità di avere tempo e denaro per viaggiare, è, infatti, un conquistato diritto di una buona parte dei cittadini dei soli paesi industrializzati, ma è un diritto non privo di controindicazioni visto che è capace di spostare fuori dai propri confini più di 600 milioni di nomadi del benessere che lasciano casa e lavoro per trasformarsi in una gigantesca “mandria in transumanza stagionale”, alla quale vanno aggiunti gli spostamenti interni, che secondo l’Organizzazione Mondiale del Turismo (Unwto) sarebbero addirittura 8 volte superiori a quelli internazionali. Non è un caso, quindi, che soprattutto negli ultimi decenni, il turismo sia diventato non solo una delle principali industrie mondiali, più importante di quella automobilistica, dell’acciaio, dell’elettronica e dell’agricoltura, ma anche una delle meno sostenibili, generando un’impronta di carbonio “degna” di un comparto che muove circa 5.000 miliardi di dollari all’anno di fatturato, genera il 6% del prodotto lordo del pianeta e impegna più di 120 milioni di lavoratori. 

Fino ad oggi però non era chiarò quanto l’industria del turismo fosse impattante visto che le principali ricerche sul tema avevano quantificato l’impronta di carbonio dei vacanzieri limitandosi ad alcuni aspetti specifici delle attività turistiche come hotel, ristoranti, servizi, eventi e infrastrutture, senza analizzare l’impatto di tutte le catene di approvvigionamento del comparto turistico dai voli ai souvenir. Ora lo studio “The carbon footprint of global tourism”, pubblicato su Nature Climate Change da un team delle università australiane di Sidney e del Qeensland, ha messo sotto la lente d'ingrandimento l’impatto di tutta la filiera turistica in ben 189 Paesi, dimostrando il vero costo dei nostri viaggi e non lasciando più alcun dubbio sulla sua portata, visto che per i ricercatori australiani “L’impronta globale delle emissioni di gas serra legate al turismo globale è quattro volte maggiore rispetto alle stime precedenti” e “sta crescendo più velocemente del commercio internazionale”. 

Lo studio, guidato dall’Integrated Sustainability Analysis supply-chain research group dell’università di Sydney è una valutazione completa della crescita dei viaggiatori internazionali e delle entrate del turismo la cui diretta conseguenza è che “tra il 2009 e il 2013 l’impronta di carbonio globale del turismo è aumentata da 3,9 a 4,5 miliardi di tonnellate di CO2 equivalenti”, quattro volte più delle stime precedenti e  pari a circa l’8% delle emissioni globali di gas serra.  Per questo per la coordinatrice dello studio, Arunima Malik, della School of Physics dell’università di Sidneyquesta complessa ricerca, che ha richiesto un anno e mezzo di lavoro per completare e integrare più di un miliardo di catene di approvvigionamento turistico e il loro impatto sull’atmosfera, “colma una lacuna cruciale utile all’Organizzazione mondiale del turismo e all’Organizzazione meteorologica mondiale per quantificare, in modo completo, l’impronta turistica nel mondo includendo contributi importanti dell’industria turistica come i trasporti aerei e lo shopping”.

Secondo Ya-Yen Sun della Business School dell’università del Queensland e della National Cheng Kung University di Taiwan, che ha contribuito allo studio “È fondamentale ripensare al turismo come un’attività a basso impatto” e la comunità internazionale dovrebbe prendere in considerazione la sua inclusione in futuro negli impegni climatici, come l’Accordo di Parigi, “legando i voli internazionali a sempre più necessarie carbon tax o carbon trading schemes utili a ridurre la futura crescita incontrollata delle emissioni legate al turismo”. Per il gruppo di ricerca australiano è chiaro, infatti, che il trasporto aereo è il fattore chiave della pesante impronta ecologica del turismo e che questa industria ad alta intensità di carbonio comprenderà una percentuale sempre più significativa di emissioni globali. In futuro per i turisti pagare per una riduzione a lungo termine del carbonio nel prezzo del viaggio aereo potrebbe essere l’unica soluzione per contenere l’inquinamento. Un costo che per la Malik è diverso a seconda del reddito visto che “Quando le persone guadagnano più di 40.000 dollari all’anno, la loro impronta di carbonio derivante dal turismo aumenta del 13% per ogni aumento del 10% del reddito” ha concluso la Malik. 

I ricercatori hanno anche raccomandato di fornire ai Paesi più turistici un’assistenza finanziaria e tecnica che possa contribuire a condividere oneri quali il riscaldamento globale per le mete dedicate agli sport invernali, l’innalzamento del livello del mare nelle isole e l’impatto dell’inquinamento sulle destinazioni esotiche e vulnerabili. In Paesi come le Maldive, Mauritius, Cipro e Seychelles, per esempio, il turismo internazionale rappresenta tra il 30% e l’80% delle emissioni nazionali. “I piccoli Stati insulari [come Palau] sono in una posizione difficile perché si affidano molto al reddito turistico, ma sono allo stesso temp più vulnerabili agli effetti dell’innalzamento dei mari e dei cambiamenti climatici” hanno ricordato i ricercatori australiani.

Anche se il World travel and tourism council (Wttc) ha ricordato, per voce di Rochelle Turner direttrice ricerca del Wttc, “che gli sforzi dell’industria turistica per tagliare le emissioni di carbonio sono da tempo un impegno concreto” è evidente che questo impegno è in buona parte insufficiente. La soluzione al momento sta negli stili di vita e nella capacità  dei turisti/consumatori di riconoscere quale sia il loro impatto su una destinazione e quanta acquarifiuti ed energia è possibile utilizzare per non alterare l’equilibrio delle popolazioni visitate. Una prospettiva che ci fa capire quanto il turismo, di per se insostenibile, debba almeno essere sempre più responsabile.

Alessandro Graziadei

domenica 27 maggio 2018

Mozambico: a noi la carta, a loro la fame!

Ragionare di “noi” e di “loro” in un mondo globalizzato e sempre più interconnesso può sembrare ridicolo, ma quello che sta accadendo in Mozambico sembra ricalcare un vecchio schema di sfruttamento coloniale purtroppo ancora piuttosto comune. Questa volta la materia prima da depredare è la cellulosa, utile per soddisfare la sempre più pressante richiesta di carta del mercato di quel Nord “sviluppato” a scapito delle risorse di quel Sud perennemente “in via di sviluppo”. Dietro questo progetto colossale intento a trasformare vaste aree dell’Africa in piantagioni per la produzione di carta c’è la cartiera portoghese The Navigator Company e la sua sussidiaria locale, la Portucel Mozambique. L’allarme è stato lanciato attraverso una raccolta firme dal network Salva le Foreste lo scorso 16 aprile: “In Mozambico, per produrre cellulosa, taglieranno fino a 237.000 ettari di foresta. La Portucel vuole sostituire la foresta con monocolture di eucalipto che impoverirà le popolazioni locali”. 

Salva le Foreste con il suo appello ha chiamato in causa direttamente due dei più importanti finanziatori di questa malcelata operazione di land grabbingJim Yong Kim, presidente della Banca Mondiale e Philippe Le Houérou, direttore della International Finance Corporation, il braccio finanziario della Banca Mondiale, che controlla il 20% delle sue azioni. Per la ong i finanziatori dovrebbero rinunciare al progetto ed evitare una catastrofe sociale ed ecologica visto che “Le associazioni locali che monitorano gli impatti di questa acquisizione di terra sono profondamente preoccupate per le conseguenze sui mezzi di sussistenza locali e sulla biodiversità. Il progetto ha già creato enormi disagi agli agricoltori locali, che sono stati costretti a rinunciare alla loro terra e adesso faticano a trovare i mezzi di sussistenza”. 

L’allarme era già stato lanciato nel novembre dello scorso anno dalla Environmental Paper Network (Epn), una coalizione di 145 ong che chiedono una produzione di cellulosa a livello mondiale “che contribuisca a un futuro pulito, giusto e sostenibile per la vita sulla terra”, tutto il contrario di quanto era emerso nel rapporto Usurpaçao de Terra para Celulose Novo projecto de Portucel Moçambique” che mette in evidenza i drammatici impatti ambientali e sociali di questo nuovo progetto. La Epn era entrata nel dettaglio del “progetto di sviluppo” che prevede la costruzione da parte di Portucel Moçambique di una fabbrica di pasta per carta nella Zambézia, con una capacità produttiva di 1.500.000 tonnellate all’anno alimentato da un impianto per la produzione di energia a biomassa. Per farla funzionare Portucel Moçambique ha ottenuto dal Governo del Mozambico la concessione di oltre 300.000 ettari di terreno indispensabili per realizzare gigantesche piantagioni di eucalipti.

Il rapporto denuncia i grossi problemi che comporterà questo capillare land grabbing esercitato dalla multinazionale della carta: “In molti casi questa era la terra delle comunità locali, ottenuta promettendo lavori temporanei o pagando piccole somme, senza comunicare chiaramente gli impatti e le conseguenze dello sviluppo delle piantagioni e, in alcuni casi, anche con una pressione diretta. Di conseguenza molte persone sono state spostate in località remote o costrette ad affittare altri terreni. Alcuni reclami presentati alle autorità non sono stati accolti. Le piantagioni avranno un impatto sugli ecosistemi forestali dei boschi di miombo, dato che per sviluppare le piantagioni verranno disboscati migliaia di ettari di aree densamente alberate. La conversione in piantagioni sostituirà i tradizionali usi forestali, creando una maggiore pressione nei rimanenti frammenti di foresta naturale”.

Come se non bastasse la Epn ha fatto notare che “Le piantagioni di eucalipto assorbono enormi quantità di acqua dal terreno. In questo ambiente, già influenzato da un pesante stress idrico, l’espansione delle piantagioni di eucalipto influenzerà inevitabilmente le aree circostanti, il che potrebbe causare un grave declino dell’agricoltura locale, minacciando la sicurezza alimentare”. La coordinatrice del gruppo di ong, Mandy Haggith, aveva evidenziato il fatto che “Vi sono prove considerevoli del fatto che questo progetto di carta e cellulosa sia un brutale land grabbing che impoverirà le comunità vulnerabili e danneggerà la foresta di miombo. I finanzieri di Portucel sono consapevoli dei rischi sociali e ambientali di questo progetto? Gli altri finanziatori di IFC e The Navigator Company devono interrogarsi su come questo progetto possa essere coerente con le loro politiche”.

Il rapporto del novembre 2017 delineava una serie di criticità che le banche e gli altri finanziatori avrebbero dovuto prendere in considerazione prima di concedere il finanziamento di questo progetto, ma davanti al silenzio degli investitori Salva le Foreste ha deciso di avviare questa nuova raccolta firme per ricordare ancora una volta come la monocoltura per produrre cellulosa indispensabile alla “nostra” carta distrugge le “loro” risorse e quel patrimonio di biodiversità che è un inestimabile bene comune.

Alessandro Graziadei

sabato 26 maggio 2018

L’amore per la terra dava solo buoni frutti…

Era lo spot di un minestrone degli anni ‘80. Si apriva con l’immagine di un sole al tramonto in una splendida valle mentre un nonno spiegava a suo nipote come “l’amore per la terra dà solo buoni frutti”. Oggi secondo l’ultimo rapporto della FaoSoil pollution a hidden reality” presentato dall’agenzia Onu e dalla Global Soil Partnership in occasione del Global Symposium on Soil Pollution (Gsop18) convocato dal 2 al 4 maggio a Roma, le parole del nonno, anche nella finzione narrativa di quella pubblicità, suonerebbero quanto meno stonate visto che per la Fao l'amore per la terra sembra essere finito da tempo e “L’inquinamento del suolo rappresenta ormai una preoccupante minaccia per la produttività agricola, la sicurezza alimentare e la salute umana, anche se si sa ancora troppo poco sulla portata e gravità di tale minaccia”. 

L’inquinamento dei suoli, infatti, è da sempre una “realtà nascosta” difficile da quantificare e spesso impossibile da circoscrivere.  Se è chiaro che l’origine del problema è di natura antropica, l’unica stima globale, risalente agli anni ‘90, quantifica in circa 22 milioni di ettari i terreni esposti a contaminazioni nel mondo. Un calcolo ottimistico, visto che in base a riscontri più recenti, solo in Cina si ipotizza che il 16% dei suoli e il 19% dei terreni agricoli nel Paese siano inquinati, mentre nell’Unione europea è plausibile pensare siano circa 3 milioni i siti potenzialmente contaminati. Di fatto, ha ricordato la Fao, "non è mai stata effettuata una valutazione sistematica dello stato di inquinamento del suolo a livello mondiale” e “Gli studi condotti sinora sono stati in gran parte limitati solo alle economie più sviluppate”.  

Anche se la letteratura scientifica esistente presenta ancora enormi limiti circa la natura e l’estensione del problema della contaminazione del suolo, il problema è per la Fao sicuramente “motivo di grande preoccupazione”. Per questo aprendo il meeting romano il vice-direttrice generale Fao, Maria Helena Semedo, ha lanciato un vero e proprio allarme: “L’inquinamento del suolo colpisce sempre di più il cibo che consumiamo, l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo e la salute dei nostri ecosistemi. La capacità dei suoli di fare fronte al problema è limitata e prevenire il loro inquinamento dovrebbe essere una priorità globale”. Le attività industriali, il livello di rifiuti domestici, zootecnici e urbani, i pesticidi, gli erbicidi e i fertilizzanti utilizzati in agricoltura, i prodotti derivati dal petrolio che vengono rilasciati o distrutti nell’ambiente e le emissioni generate dai trasporti sono per la Fao tutti fattori che contribuiscono a farci capire l'ampiezza problema. Anche i cosiddetti “inquinanti emergenti” come “i prodotti farmaceutici, gli interferenti endocrini, gli ormoni, le sostanze biologiche inquinanti, i rifiuti elettronici e i residui delle materie plastiche, oggi utilizzate in quasi ogni attività umana, allarmano i ricercatori e i dati snocciolati dal comitato scientifico che ha redatto il rapporto presentato a Gsop18 non fanno ben sperare. A quanto pare la produzione di sostanze chimiche è cresciuta rapidamente negli ultimi decenni e si prevede che “fino al 2030 aumenterà annualmente del 3,4%”, una percentuale destinata a crescere ulteriormente nei Paesi non-Ocse. Nel 2015 poi “l’industria chimica europea ha prodotto 319 milioni di tonnellate di prodotti chimici. Di questi, 117 milioni di tonnellate sono stati ritenuti pericolosi per l’ambiente”. Contemporaneamente la produzione globale di rifiuti solidi urbani che nel 2012 era di circa 1,3 miliardi di tonnellate annue, "entro il 2025 dovrebbe aumentare di di 2,2 miliardi di tonnellate l’anno". 

Anche il comparto agricolo ha enormi responsabilità nella deriva ecologica del suolo e i suoi effetti sono immediatamente visibili nella catena alimentare, tanto che “i livelli d’inquinanti organici persistenti nel latte umano sono già significativamente superiori a quelli considerati sicuri, con una maggiore incidenza in India e in alcuni Paesi europei e africani”. Nell’ultimo decennio alcuni Paesi a basso e medio reddito hanno aumentato tantissimo l’uso di pesticidi: in Bangladesh, per esempio, si stima sia aumentato di 4 volte, in Ruanda e in Etiopia più di 6 volte, e in Sudan che sia addirittura decuplicato. Nel contempo la produzione mondiale di letame per fertilizzare è cresciuta del 66% tra il 1961 e il 2016, passando da 73 a 124 milioni di tonnellate di materia organica che può contenere elevate quantità di organismi patogeni e antibiotici. I terreni adiacenti alle strade poi presentano livelli elevati di metalli pesanti, idrocarburi e altri inquinanti, che compromettono il metabolismo delle piante e danneggiano gli organismi, riducendo così i raccolti e rendendo le colture non sicure per il consumo.

Come non ricordare poi che “Circa 110 milioni di mine o di altri pezzi di ordinanza inesplosi sono sparsi in 64 Paesi di tutti i continenti”, resti di guerre dimenticate che possono avere conseguenze mortali per gli agricoltori e che possono rilasciare metalli pesanti attraverso gli agenti atmosferici. La dove non arriva la guerra, infine, arriva il nucleare, ed ecco che quasi tutti i terreni dell’emisfero settentrionale contengono radionuclidi in concentrazioni più elevate rispetto ai livelli tollerabili a seguito di ricadute atmosferiche da test nucleari o eventi radiologici come l’incidente del 26 aprile 1986 a Chernobyl. Davanti a questa china il simposio di Roma ha rappresentato un primo passo per cercare di formulare una risposta internazionale più coesa a queste minacce, a cominciare dalla definizione di un programma d’interventi per promuovere l’attuazione delle Linee guida volontarie per una gestione sostenibile dei suoli sviluppate dalla Fao a partire dal 2016. Come sempre la via d’uscita c’è, ma non è la più comoda da imboccare, anche se ridurre la nostra impronta ecologica è l’unica soluzione in grado di tutelare i suoli e la nostra sicurezza alimentare.

Alessandro Graziadei

domenica 20 maggio 2018

“Se la vita è un viaggio noi vogliamo farlo in bicicletta”

C’è un altro Giro d’Italia ad animare la primavera del Belpaese. Non arriverà il 27 maggio a Roma con una sola maglia rosa e dopo 3.562 Km, ma con tante "maglie rosa" tutte assieme il 23 maggio a Mazzaro del Vallo dopo “soli” 3.000 Km. È la staffetta Life - In marcia per la vita, giunta quest'anno alla sua decima edizione ed organizzata dall’Associazione Sport e Comunità, benemerita del Comitato Olimpico Nazionale Italiano (Coni), dove a pedalare ogni giorno in tappe giornaliere di circa 100 Km, sono stati i ragazzi e le ragazze delle comunità italiane che hanno avviato un percorso per uscire della tossicodipendenza. Partita da Asti il 21 aprile, l’edizione 2018 di questa particolare staffetta ha attraversato l’Italia per sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi del disagio giovanile e raccontare l’impegno di chi si cura dalle dipendenze anche attraverso lo sport, un’attività spesso utile nella prevenzione dell'abuso di droghe e più in generale in tutte le condotte disfunzionali dei più giovani.

Come ogni anno Life – In marcia per la Vita è stata l’importante testimonianza di chi ha deciso di provare a curarsi ed un invito a non stigmatizzare e ignorare i problemi legati alla tossicodipendenza. Per questo l’incontro lungo le strade d’Italia con le tante persone non sempre a conoscenza dell’impegno di molte strutture nel recupero dei giovani attraverso lo sport è stato fondamentale. “Promuovere e valorizzare la pratica dello sport e l'attività motoria sono fattori determinanti per la salute e il benessere delle persone e delle comunitàha ricordato l'assessore al Diritto alla salute, al welfare e all'integrazione socio-sanitaria della Regione Toscana Stefania Saccardi durante le tappe toscane di inizio mese. “Lo sport è salute, aiuta nel recupero della forma fisica e dell'equilibrio psicologico. Ma non solo. Aiuta a costruire relazioni significative, favorisce l'inclusione sociale, educa al rispetto delle regole, alimenta il senso di comunità e di appartenenza”.

Certo lo sport da solo non basta davanti una piaga sociale dai numeri ancora importanti. In Toscana, per esempio, nel 2017 sono state 16.697 le persone in carico ai servizi sanitari per problemi di dipendenza da sostanze stupefacenti. Le persone con problemi di alcol dipendenza sono state invece 5.338; 3.500 le persone con problemi di dipendenza da tabacco; 1.465 le persone con problemi di gioco d’azzardo patologico; 1.000 i detenuti tossico o alcol dipendenti; 1.120 le persone tossico o alcol dipendenti che hanno usufruito di percorsi assistenziali nelle comunità residenziali e semiresidenziali. Per invertire questa tendenza è fondamentale non solo l’impegno delle comunità terapeutiche, ma anche l’impegno della Regione, dello Stato e della società civile, attori indispensabili per contrastare tutte le tipologie di dipendenze. Per questo l’organizzazione della marcia attraverso il meccanismo della staffetta ha voluto rinforzare la consapevolezza che il cammino di questi determinati ciclisti è interdipendente alla sensibilità e all’attenzione di una cittadinanza capace di accompagnare e condividere con loro le medesime finalità, anche se alla fine gli “unici” protagonisti del proprio destino sono stati i ragazzi e le ragazze decisi ad uscire dalla tossicodipendenza "in bicicletta".  

“Il percorso si pone la finalità di sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi del disagio giovanile e del ricorso alle droghe - ha spiegato Claudio Ciampi, presidente dell'associazione Sport e Comunità - ma anche di aprire le comunità e i centri pubblici e privati impegnati nel recupero di tanti giovani al confronto con le associazioni sportive e la gente”. In questo senso, per i protagonisti di questo particolare “Giro d’Italia”, la bicicletta non è stata competizione, ma un’occasione, “uno strumento che ci permette di conoscersi esplorando il mondo. Life ci ha permesso, in questi anni, di incontrarci con centinaia di persone che ci hanno mostrato solidarietà e hanno condiviso con noi una parte del nostro percorso”. “Se la vita è un viaggio noi vogliamo farlo in bicicletta” hanno spiegato i protagonisti prima di mettersi in sella il 21 aprile. 

Questa bella e riuscita iniziativa mi ha ricordato il documentario di Mirko Giorgi e Alessandro Dardani che ho avuto la fortuna di vedere lo scorso mese in occasione del Trento Film Festival. “La madre del nervi” racconta la storia di Alice, Lucia, Hana, Fliutra e Giselle, ragazze madri con gravi problemi di dipendenza dalla droga in cura alla Comunità Aurora di Venezia e impegnate in un protocollo terapeutico rigoroso, in cui sono previste anche attività outdoor come il trekking e soprattutto l’arrampicata. Un modo salutista per spezzare la routine e vivere emozioni forti, ma non solo. L’incontro con Massimo Galiazzo, l’alpinista educatore che a Padova ha fondato Equilibero un’associazione che si occupa di montagnaterapia, ha trasformato il loro rapporto con la montagna in qualcosa che va ben oltre la lezione sportiva, con risultati riabilitativi sorprendenti per alcune di loro. Queste ragazze appese in parete assieme ai molti ragazzi in sella alle loro biciclette hanno saputo testimoniare che dalla droga si può uscire e che insieme, anche con l’aiuto dello sport e a contatto con l’ambiente, lo si può fare ancora meglio

Alessandro Graziadei

sabato 19 maggio 2018

Amianto: in Italia mancano ancora le discariche

La legge n. 257 del 27 marzo 1992 stabiliva in Italia le norme relative alla cessazione dell’impiego dell’amianto, vietandone la vendita su tutto il territorio nazionale. A distanza di 26 anni, secondo gli ultimi dati diffusi dall’Inail, in Italia ci sono stati 21.463 i casi di mesotelioma maligno tra il 1993 e il 2012, e questo cancro provocato dall’esposizione all’amianto rappresenta un’epidemia che nei prossimi anni probabilmente continuerà ad aumentare. A tre anni di distanza dall’ultimo report di Legambiente, il quadro più aggiornato in materia è stato fornito sempre dalla ong del Cigno Verde lo scorso mese con il rapporto Liberi dall’amianto?, pubblicato alla vigilia della Giornata mondiale dedicata alle vittime per malattie asbesto correlate che si celebra ogni 28 aprile. Legambiente in quest’ultimo rapporto ha analizzato i risultati di un questionario inviato a 15 uffici competenti tra Regioni e Province Autonome (mancano all’appello Abruzzo, Calabria, Liguria, Molise, Toscana e Umbria, per le quali sono stati utilizzati i dati 2015) e dal quadro che ne è emerso si può tranquillamente dire che le buone notizie sono poche. 

Sulla base delle risposte date a Legambiente, si capisce che “sul territorio nazionale sono 370mila le strutture dove è presente amianto censite al 2018, per un totale di quasi 58milioni di metri quadrati di coperture in cemento amianto". Di queste 370mila strutture, 20.296 sono siti industriali (quasi il triplo rispetto all’indagine del 2015), 50.744 sono edifici pubblici (il 10% in più rispetto al 2015%), 214.469 sono edifici privati (un 50% in più rispetto al 2015%), 65.593 le coperture in cemento amianto (circa il 95% in più rispetto al 2015%) e 18.945 le altre tipologie di siti (dieci volte di più rispetto a quanto censito nel 2015). Eppure di fronte a questa situazione, le procedure di bonifica e rimozione dall’amianto nel Belpaese sono in grave ritardo, visto che sono solo 6.869 gli edifici pubblici e privati ad oggi bonificati su un totale, ancora sottostimato, di 265.213. Una situazione che non stupisce visto che, mentre il Piano regionale amianto previsto dalla legge 257 deve essere ancora approvato in due regioni, il Lazio e la Provincia Autonoma di Trento, il “Testo unico per il riordino, il coordinamento e l’integrazione di tutta la normativa in materia di amianto”, presentato nel novembre del 2016 al Senato è bloccato da due anni a Palazzo Madama.

A quanto pare sono tre le fondamentali mancanze che ancora impediscono di rendere effettivo il bando dell’amianto dall’Italia: l’assenza di una normativa chiara e univoca in materia, l’assenza dei fondi necessari per le bonifiche, e soprattutto l’assenza delle discariche necessarie per ospitare l’amianto una volta effettuate le bonifiche. Nonostante tutti i proclami e i buoni propositi, infatti, secondo Legambiente e lo stesso Ministero dell’Ambiente, mancano all'appello molte delle discariche necessarie a conferire l’amianto bonificato. Secondo i dati dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra) “nel 2015 nel nostro Paese sono stati prodotti 369mila tonnellate di rifiuti contenenti amianto: di questi, 227mila tonnellate sono stati smaltiti in discarica, mentre 145mila tonnellate sono stati esportati nelle miniere dismesse della Germania”, un’opzione che presto non sarà più legale. Per questo per Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente “bonifiche, smaltimento e leva economica devono essere affrontate con la massima urgenza sia a livello regionale che nazionale”.  

Il numero esiguo di discariche presenti nelle Regioni è particolarmente preoccupante perché incide sia sui costi di smaltimento, che sui tempi di rimozione. Come ha spiegato Legambiente nel report, lo smaltimento rimane infatti l’anello debole della catena visto che le regioni dotate di almeno un impianto specifico per l’amianto sono solo 8 con un totale di 18 impianti: “ma ad oggi gli impianti sono quasi pieni, le volumetrie residue comunicate con i questionari sono pari a 2,7 milioni di metri cubi e sarebbero a malapena sufficienti a smaltire i soli quantitativi già previsti, ad esempio, dal Piano Regionale della Regione Piemonte che stima in 2 milioni di metri cubi le coperture in cemento amianto ancora da bonificare. E non si vede ancora la luce neanche per i nuovi impianti previsti dai vari piani regionali sui rifiuti”. È chiaro che in questo contesto anche le migliori operazioni di bonifica non troveranno sbocchi se continueranno a mancare le discariche.

Secondo Legambiente, che nel dossier raccoglie un contributo dell’Istituto sull’inquinamento atmosferico del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Iia) per fare il punto anche sulle alternative alla discarica attraverso l’inertizzazione dell’amianto, “Il livello di industrializzazione di alcune tecnologie è oggi in grado di affrontare questa problematica in maniera tecnicamente soddisfacente”, tuttavia “tutte queste tecnologie sono attualmente molto più costose rispetto al collocamento in discarica”. Lo smaltimento dell’amianto in discariche sembra quindi una prospettiva obbligata ed è un’opzione percorribile e sicura, dato che l’amianto è un minerale che sotto terra torna a fare il minerale e non è più un problema per la tutela della salute pubblica. “Basterebbe rendersi conto che il vero pericolo sta nell’amianto che abbiamo intorno ogni giorno, nelle nostre scuole, nei nostri ospedali, nelle nostre case come su bus e navi. Bonificarlo e smaltirlo in discarica rimane l’opzione migliore a nostra disposizione per metterci al riparo da questi pericoliha concluso l’ong.

Alessandro Graziadei

sabato 12 maggio 2018

L’economia circolare è legge in Europa. In Italia lo sarà?

Ci sono voluti più di tre anni di lavoro, ma alla fine mercoledì 18 aprile il pacchetto legislativo composto di quattro atti sull’economia circolare è stato adottato in via definitiva a Strasburgo dal Parlamento europeo in seduta plenaria. Il testo ora tornerà al Consiglio europeo per un’approvazione formale e dopo la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea darà ai suoi 27 membri 24 mesi di tempo per preparare il recepimento. Con questo pacchetto l’Europa punta con decisione a uno sviluppo economico e sociale decisamente più sostenibile, in grado di integrare le politiche industriali e la tutela ambientale grazie ad un insieme di nuove norme che non porteranno “solamente” ad una rivoluzionaria politica nella gestione dei rifiuti, ma caratterizzeranno una profonda innovazione del sistema produttivo, del modo di recuperare le materie prime e di tutelare le finite risorse del nostro Pianeta. Solo adesso, che i rifiuti diventano per legge una risorsa da utilizzare e non più solo un problema da eliminare, possiamo dire che l’economia circolare è diventa, almeno sulla carta, una delle priorità dell’Unione che è riuscita per la prima volta ad imporre un quadro legislativo unico, condiviso e atteso dal 2015. 

Con questa nuova e articolata norma la quota di rifiuti urbani domestici e commerciali da riciclare passerà per legge dall’attuale 44% al 55% nel 2025, al 60% nel 2030 e al 65% nel 2035, mentre il 65% dei materiali di imballaggio dovrà essere riciclato entro il 2025 e il 70% entro il 2030. La proposta di legge limita la quota di rifiuti urbani da smaltire in discarica a un massimo del 10% entro il 2035, una soglia non impossibile visto che già nel 2014, Austria, Belgio, Danimarca, Germania, Olanda e Svezia non hanno inviato praticamente alcun rifiuto in discarica, a differenza di Cipro, Croazia, Grecia, Lettonia e Malta che hanno interrato più di tre quarti dei loro rifiuti urbani. Il pacchetto stabilisce inoltre degli obiettivi rigorosi utili per incentivare l’uso di materiali facilmente riciclabili per gli imballaggi leggeri e i contenitori alimentari, come carta e cartone, vetro metallo e legno, mentre  i prodotti tessili e i rifiuti pericolosi provenienti dai nuclei domestici (come vernici, pesticidi, oli e solventi)  dovranno essere raccolti separatamente entro il 2025, così come tutti i rifiuti biodegradabili che potranno essere riciclati direttamente in casa attraverso il compostaggio. Inoltre, in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, gli Stati membri dovrebbero ridurre gli sprechi alimentari del 30% entro il 2025 e del 50% entro il 2030 agevolando la raccolta dei prodotti invenduti e la loro ridistribuzione in condizioni di sicurezza. 

“L'innalzamento dei target di riciclaggio dei rifiuti urbani e da imballaggio, l'inserimento di un limite di conferimento massimo in discarica, l’estensione degli obblighi di raccolta separata ai rifiuti organici, tessili e domestici pericolosi sono le principali novità di questo pacchetto che sancisce un cambio di passo e di visione che avrà ricadute concrete”, come per esempio “i 600 miliardi di risparmi annui per le aziende, i 617 milioni di tonnellate di Co2 in meno disperse nell’ambiente entro il 2035, e le bollette sui rifiuti più leggere per tutti”ha spiegato la relatrice della legge, l’italiana Simona Bonafè. Questo significa ridurre anche la pressione sul nostro Pianeta per l’utilizzo delle materie prime, passando da un modello economico lineare a un modello circolare in cui la crescita diventa più sostenibile, ma non solo. Per la Bonafè è possibile quantificare l'impatto della nuova normativa anche sull’occupazione: “Ci sono diversi studi che girano: lo studio della Ellen MacArthur Foundation, l’impact assestment della Commissione e il dossier del Parlamento. Sono studi molto simili, che danno range diversi. Se dovessi guardare nel mezzo direi che sono previsti fino a 500 mila posti di lavoro in più, anche se la Commissione ne prevede un milione. Sono posti di lavoro specializzati. Economia circolare significa investire in innovazione e tecnologie. Sono professioni della nuova economia". Sulla crescita del Pil, invece ci sono dati, in particolare quelli del Parlamento, che addirittura dicono che si possa arriva al 7% in più entro il 2035. "A me questo dato sembra ottimistico, ma il 5% credo sia un target raggiungibileha concluso la Bonafè.

Ora tocca al nuovo Parlamento e al futuro Governo impegnarsi per recepire presto e bene anche nella legislazione del Belpaese le nuove direttive, superando l’obiettivo tutto italiano di innalzare solo la raccolta differenziata anziché il riciclo, confondendo così un mezzo col fine da raggiungere, cioè ridurre ii residuo indifferenziato. Nel 2016, infatti, l’Italia smaltiva ancora in discarica 26,9 milioni di tonnellate di rifiuti, circa 123 chili pro capite che corrispondono al 27,64% della quota di rifiuti prodotti. Per Andrea Fluttero, di Fise Unicircular, che rappresenta le “fabbriche dell’economia circolare” che lavorano per valorizzare e reintrodurre nei cicli produttivi materiali che derivano dalla trasformazione dei rifiuti, queste realtà “sono pronte ad un confronto concreto e costruttivo con i legislatori, con l’obiettivo di cogliere i frutti ambientali, economici ed occupazionali di una transizione verso un modello di economia circolare”. Come? Secondo Legambiente, l’Italia può posizionarsi ai primi posti nell’Europa dell’economia circolare perché può già avvalersi “di tante esperienze di successo praticate da Comuni, società pubbliche e imprese private, che fanno della penisola la culla della nascente economia circolare europea”, ma dovrà, in ogni caso, rivedere nei modi e nei tempi giusti la propria legislazione se non vorrà incorrere in altre sanzioni in materia di rifiuti da parte dell’Europa.

Secondo il modello appena preparato da Was, uno dei think tank nazionali di riferimento in fatto di gestione rifiuti che ogni anno produce un Annual Report sul settore curato dalla società di consulenza economico-ambientale Althesyssono cinque le principali azioni da mettere in campo, da qui ai prossimi tre anni dall’Italia, per recepire al meglio la legislazione europea in materia di economia circolare. Occorre passare dalla tassa alla tariffa, introducendo un criterio di equità che premia coloro che gestiscono in modo corretto le risorse riducendo gli sprechi e scoraggiando i comportamenti non virtuosi; favorire i processi di aggregazione ed integrazione delle aziende addette alla raccolta e al riciclo lavorando sulla filiera con efficacia ed efficienza; definire un Piano impiantistico nazionale, riequilibrando la situazione oggi sbilanciata tra Nord, quasi ottimale nel numero di impianti,  e il Sud  che sconta una cronica carenza; promuovere una raccolta differenziata di qualità che faciliti il riuso; e infine realizzare un Piano di comunicazione nazionale per sensibilizzare i cittadini sui benefici concreti di una corretta raccolta, al di là degli aspetti etici, sempre e comunque essenziali per ricordarci che anche dal riciclo nascono rifiuti (a questo punto rifiuti speciali), che sarà necessario limitare ancor prima che saper gestire e smaltire! 

Alessandro Graziadei