sabato 20 gennaio 2024

La Cina (non solo lei) e quelle regole spacciate per giustizia

 

Lo scorso dicembre il Consiglio degli Ordini Forensi d’Europa (CCBE)un'associazione no-profit internazionale che, sin dalla sua creazione nel 1960, si è sempre posta in prima linea per promuovere e difendere i principi giuridici fondanti dello Stato di diritto come la democrazia, i diritti umani e quelli civili, ha deciso di assegnare l’edizione 2023 del proprio premio agli avvocati cinesi Chow Hang-tung, Xu Zhiyong e Ding Jiaxi, tutti e tre attualmente in carcere  per il loro coraggio, la loro determinazione e il loro impegno nella difesa dei diritti umani e dello Stato di diritto in Cina. Se Chow Hang-tung è in carcere a Hong Kong dal 2021 per il suo impegno nei movimenti pro-democrazia, Xu Zhiyong e Ding Jiaxi, fondatori nello Shandong del “Movimento dei nuovi cittadini” apertamente critico nei confronti di Xi Jinping, sono invece stai condannati per “sovversione” in Cina. In un Mondo dove molti Governi (non solo quello cinese) invocano “un ordine internazionale basato sulle regole”, non diritti e valori quindi, ma regole la Hang-tung è riuscita a far uscire dal carcere in cui è reclusa a Hong Kong una lettera, per l’avvocata “Una buona occasione per riflettere sul rapporto dell'avvocato con la legge o, più in generale, con l'ordine basato sulle regole, siano esse nazionali o internazionali”. La Hang-tung ha voluto così evidenziare quel distorto rapporto tra regole, diritto e l’idea di giustizia che Pechino sta portando avanti attraverso i tribunali a Hong Kong e in Cina.


Per la Hang-tung oggi “Il concetto di “regole” è considerato meno politico, più neutrale, meno divisivo. Accettabile sia dai democratici sia dagli autocrati. Ma qui sta l'inghippo: anche agli autocrati piace questa formulazione, proprio perché un ordine basato sulle regole può servire loro altrettanto bene. Di fatto “L'Olocausto non è avvenuto per mancanza di regole, ma per le regole stabilite dai nazisti. L'apartheid non è stato un ordine naturale, ma il risultato di regole imposte da una minoranza bianca. Milioni di uiguri non sono stati internati a causa di rappresaglie arbitrarie, ma a causa di una politica sistematica attuata attraverso una pletora di norme e regolamenti. E nella città che chiamo casa, una legge sulla sicurezza nazionale imposta unilateralmente da Pechino ha reso dei “criminali” molti miei amici, che sono ricercatori, legislatori, avvocati, giornalisti, sindacalisti e attivisti, cioè cittadini rispettosi della legge”. Del resto “Un sistema ingiusto ha bisogno di regole per funzionare e perpetuarsi, così come ne ha bisogno un sistema giusto. Non solo. Le regole possono spesso ammantare l'ingiustizia con un velo di legittimità istituzionale, facilitando l'attuazione del male su larga scala attraverso l'efficienza e l'indifferenza burocratica”. Per esempio, “Quando il Great Firewall cinese diventa un fatto di routine sostenuto dall'autorità e delle leggi, pochi continuano a riconoscerlo come la grave violazione dei diritti umani che è. Ma di certo questa massiccia infrastruttura che sbarra la strada all'informazione libera continua a essere una violazione quotidiana dei diritti all'informazione, all'espressione e alla comunicazione di miliardi di persone”. 


Il Governo cinese, di fatto controllando un pubblico che è pari a un sesto della popolazione mondiale, fornisce una solida base per diffondere la disinformazione e la censura che spesso avvelena i dibattiti ben oltre il confine cinese. Il risultato per la Hang-tung è che oggi a Hong Kong, “Migliaia di manifestanti sono in carcere sulla base di una legge di epoca coloniale sull'ordine pubblico, non in base a una legge fatta da Pechino. L'arma preferita dalla nostra polizia per colpire la libertà di parola è una legge britannica a lungo sopita, la legge sulla sedizione. Il mese scorso, un uomo che ha scattato alcune foto in cima a una collina con slogan tenuti in mano è stato arrestato per presunta violazione delle norme di protezione del paesaggio. Vediamo anche le leggi sul riciclaggio di denaro citate come motivo per rifiutare i servizi bancari alle ong e ai dissidenti, le leggi sugli agenti stranieri abusate per strangolare e diffamare le organizzazioni per i diritti, e le norme antincendio ed edilizie utilizzate come un’arma per molestare i negozi e i gruppi con simpatie democratiche”. L’altro lato della stessa medaglia è la crescente impotenza delle cosiddette leggi "buone", prima fra tutte quelle sui diritti umani. “Certo, la nostra Costituzione adotta in larga misura la Convenzione internazione sui diritti civili e politici (ICCPR), ma questo non ha fermato la continua repressione della società civile. I funzionari proclamano senza mezzi termini il loro rispetto per i diritti, mentre li calpestano impunemente. Senza persone impegnate a realizzarle, e con il potere di farlo, le leggi sui diritti umani non sono che orpelli decorativi sui codici legislativi” ha aggiunto la Hang-tung. Così l'impunità in patria si traduce in impunità all'estero. Il governo cinese non si fa scrupolo di aderire o di proporre esso stesso regole di impegno internazionale che suonano piuttosto alte, solo perché difficilmente qualcuno, e tanto meno il suo stesso popolo, può chiedergliene conto


L'esperienza di Hong Kong fornisce in questo senso un esempio emblematico e attualmente c’è  un enorme divario tra la comprensione dei diritti dei tribunali di Hong Konge gli standard internazionali. “Se dunque vogliamo un ordine giusto, dobbiamo anche lavorare per costruire una giusta distribuzione del potere, invece di limitarci a venerare le regole. […]. Siamo sinceri nel costruire un ordine mondiale basato sui valori, o ci accontentiamo di qualsiasi tipo di ordine, purché siano dalla parte del vincitore?” si domanda la Hang-tung. Solo quando i valori hanno più potere della forza, e le leggi esprimono fedelmente i valori di una comunità possono suscitare il rispetto e la fedeltà dei cittadini, invece di evocare solo paura e risentimento. Un proposito che ha inseguito anche Agnes Chow, la giovanissima attivista del movimento degli ombrelli del 2014 ad Hong Kong, che dopo la condanna, il carcere e il rilascio, oggi si trova in Canada. Il permesso che le era stato dato per studio non le è stato rinnovato, e lei  ha deciso di non tornare a Hong Kong: “Ho continuato a vivere nella paura. Le mie condizioni psicologiche si sono deteriorate e l'anno 2023 è stato il peggiore, emotivamente e fisicamente. […] Non voglio essere costretta a fare ciò che non voglio fare, e non voglio più essere costretta a recarmi nella Cina continentale”.


Queste sono le parole di due donnegiovani e coraggiose come tante altre  donne di Hong Kong che sono sottoposte a procedimenti giudiziari e al carcere dopo una vita impegnata nel sindacato e nella società civile, e sempre adottando la nonviolenza in un conflitto che forse è stato sottovalutato a livello internazionale. Del resto ci sono, oltre alla Cina, altri Paesi verso i quali sembra sempre troppo oneroso pronunciarsi criticamente su un sistema di potere oppressivo, illiberale e che impedisce alle giovani generazioni o ad altri popoli e minoranze di costruire il proprio futuro. 


Alessandro Graziadei

Nessun commento:

Posta un commento