domenica 10 marzo 2013

Trivellazioni nell’Artico: la Shell perde la battaglia, ma non la guerra


Solo un anno fa l’amministrazione Obama approvava il piano della multinazionale petrolifera Royal Dutch Shell per evitare gli sversamenti di petrolio dalle piattaforme e dava il via libera all’esplorazione offshore dell’Artico statunitense nel Mare di Beaufort e nel Mare di Chukchi, patrie dell’orso polare e di importanti rotte di migrazione per specie di balene in via di estinzione, segnando così il ritorno dell’industria petrolifera in Alaska dopo più di un decennio. Ma dopo 12 mesi di incidenti e la trivellazione “top-hole” di solo due pozzi, la Shell ha annunciato che sospenderà per tutto il 2013 le sue attività di trivellazione petrolifera. “Per preparare attrezzature e piani per una ripresa dell’attività in una fase successiva” come ha detto la Shell o per mascherare il disastro tecnico ed economico?
Per Marvin Odum, direttore Upstream Americas della Shell, si tratta solo di una pausa di riflessione. “Abbiamo fatto progressi in Alaska, ma si tratta di un programma a lungo termine che stiamo perseguendo in modo sicuro e misurato - ha dichiarato la scorsa settimana -. La decisione di prendere una pausa nel 2013 ci darà tempo per garantire la disponibilità di tutte le nostre attrezzature e delle persone che hanno seguito la stagione di perforazione nel 2012”. Sorvolando sulle recenti condanne alla compagnia petrolifera per l’inquinamento nel Delta del Niger, Odum ha assicurato che “Shell resta in ogni caso impegnata nella realizzazione di un programma di esplorazione artica che dia fiducia agli stakeholders ed alle autorità di regolamentazione e soddisfi gli elevati standard di sicurezza che la società applica alle sue operazioni in tutto il mondo. Continuiamo a credere che un ritmo misurato e responsabile, soprattutto nella fase di esplorazione, si adatti meglio a questa area remota”.
“Questa è la prima cosa buona fatta da Shell in Alaska: farla finita” ha dichiarato un entusiasta Phil Radford, direttore esecutivo di Greenpeace Usa che dal 2012 è impegnata nella campagna Save the Arctic, finalizzata alla creazione nell’Artico di un santuario globale, libero da perforazioni petrolifere e pesca industriale. “La Shell doveva essere il meglio del meglio, ma la lunga lista di incidenti e quasi disastri è una chiara indicazione che anche le migliori compagnie non possono avere successo nella trivellazione dell'Artico”. E tra i disastri sfiorati c’è anche quello che ha coinvolto, il primo gennaio scorso, la piattaforma per trivellazioni Kulluk arenatasi davanti al Parco Nazionale Kodiak con i suoi 530 mila litri di gasolio e i 45 mila litri di oli lubrificanti. Nonostante le proteste degli ambientalisti e delle comunità indigene, la multinazionale ha dichiarato che “Le trivellazioni sono state tutte completate in modo sicuro, senza feriti e gravi impatti ambientali e solo dopo che la stagione di trivellazione si è conclusa, uno delle piattaforme di trivellazione è stata danneggiata in un incidente marittimo a causa di brutte condizioni atmosferiche”.
L’incidente, risolto senza nessun danno collaterale, è solo l’ultimo esempio di un lunga lista di “minacce ambientali” al delicato ecosistema artico che per Radford dovrebbe convincere “Il segretario Salazar e il presidente Obama a far diventare off-limits per sempre la trivellazione nell’Artico”. Del resto ha aggiunto Radford “Prendere l’iniziativa di risparmiare l’Artico dallo sfruttamento pericoloso non solo protegge il fragile ecosistema artico e le comunità che dipendono da esso, ma sarebbe un segnale forte alle altre nazioni che è ora di uscire dalla nostra dipendenza dai combustibili fossili”. “Le trivellazioni nell’Artico ci spingono verso un cambiamento climatico catastrofico, quindi devono finire ora - ha concluso Radford - L'annuncio della Shell è l’ammissione che milioni di persone in tutto il mondo, avevano ragione a sollecitare Obama a tener fuori la compagnia dalla regione artica. Ora Obama deve ascoltare i 2,7 milioni di persone che hanno aderito a Save The Arctic”.
Dello stesso avviso è stato Michael Brune il direttore esecutivo del Sierra Club (la più antica e grande organizzazione ambientalista degli Stati Uniti), che ha sottolineato quanto sia incoraggiante sapere “che è stata data una tregua all'incontaminato Artico americano". "Siamo felici che Shell abbia ormai ufficialmente riconosciuto come non sia possibile trafficare tranquillamente nella regione artica"  ha continuato Brune "I loro migliori sforzi per forare in sicurezza nell’Artico sono stati una catastrofe che ci hanno solo spinto sull’orlo del disastro, per questo l’amministrazione Obama dovrebbe annullare i permessi Shell e mettere immediatamente fine alle aste per le licenze, prima che ci si trovi di fronte ad un disastro ambientale ancora più grande”.
In realtà come aveva fatto capire anche Odum nel comunicato che ha annunciato la moratoria di un anno, la Shell ribadisce come “l’Alaska rimane un settore ad alto potenziale per Shell che la compagnia si è impegnata a non trascurare in futuro”, anche se ammette “ci vorranno anni per svilupparne le risorse”. L’assalto alle ultime risorse fossili marine non riguarda però solo l’Artico. Come avevamo già scritto anche il Mediterraneo e le nostre coste, dove Shell ha progetti di trivellazioni dal Canale di Sicilia al Mar Ionio, corrono analoghi rischi, anche se le condizioni di estrazioni sembrano decisamente più favorevoli. "È in atto una vera e propria corsa al petrolio" ha spiegato Giorgia Monti, responsabile delle campagne mare di Greenpeace Italia: “Sono in via di autorizzazione proprio in questi mesi due progetti di ricerca della Shell nel Golfo di Taranto, nonostante la forte opposizione delle comunità locali. La settimana scorsa è arrivata l’autorizzazione della piattaforma Ombrina Mare al largo delle coste abruzzesi e l’Eni ha in cantiere numerosi altri progetti. Chi salirà adesso al Governo avrà anche la responsabilità di dover scegliere come intende gestire le risorse del nostro mare: tutelarle a beneficio dell’economia locale (pesca e turismo), o svenderle ai petrolieri ipotecando il futuro di chi vive sulle coste” ha concluso la Monti.
E secondo voi il nuovo Governo tutelerà i nostri mari o deciderà di regalarli alle compagnie petrolifere? A noi intanto spetta la ricerca di stili di vita sempre più sostenibili e sempre più poveri di combustibili fossili.
Alessandro Graziadei

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