Considerato lo stile di vita dei suoi cittadini, il 6 maggio scorso l’Italia ha esaurito il budget annuale di risorse naturali a disposizione, vivendo per i sette mesi restanti in debito ecologico, ovvero superando la biocapacità di produrre la quantità di risorse naturali che ci servono per soddisfare i nostri bisogni. Per l’Italia si tratta di un peggioramento rispetto al 2024, quando l’Overshoot Day calcolato dal Global Footprint Network era arrivato il 19 maggio 2024. La situazione si fa particolarmente critica se parliamo degli stock ittici del Belpaese. Sì perché il pesce in Italia sta finendo e così, dopo lo stop già in corso da Trieste ad Ancona, dal 16 agosto scorso fino al 29 settembre si fermeranno anche le flotte di pescherecci tra il sud delle Marche e la Puglia, in un tratto di mare che va da San Benedetto del Tronto a Bari. Mentre il fermo pesca lungo tutto l’Adriatico è già realtà, dal 1° al 30 ottobre la sospensione interesserà anche il resto d’Italia, dallo Ionio al Tirreno fino alle isole. Per Coldiretti Pesca “Il fermo pesca 2025 arriva in un momento critico: la proposta di bilancio della Commissione Von Der Leyen prevede un taglio dei fondi destinati al settore ittico da 6,1 miliardi a poco più di 2 miliardi, con una riduzione del 67%”, un dato allarmante se si considera che “La Flotta Italia ha già perso un terzo delle barche e 18mila posti di lavoro, anche a causa delle scelte europee”.
In Italia, “Negli ultimi quarant'anni - ha spiegato Coldiretti Pesca - la dipendenza dall'import nella pesca è passata dal 30% al 90%, con 840 milioni di chili di pesce straniero arrivati lo scorso anno, a fronte di una produzione interna di circa 130 milioni di chili”. Per il pesce fresco vige l'obbligo di indicare l'origine, ma per il pescato l'informazione è meno chiara rispetto ad altri alimenti: invece della dicitura “Italia”, si trova indicata solo la zona di cattura, che per il Mediterraneo è identificata con la sigla non proprio comprensibile di “Fao 37”. “Nei ristoranti, inoltre, il pesce non è accompagnato da alcuna etichetta. Solo per i prodotti di acquacoltura la normativa prevede l'indicazione del Paese di origine” ha precisato Coldiretti Pesca, ricordando che “Pur con la sospensione temporanea delle attività nelle aree interessate, sulle tavole non mancherà il pesce italiano grazie ai prodotti provenienti dalla piccola pesca, dalle draghe, dall'acquacoltura e dalle zone non soggette a fermo”. Ma non è solo l'Italia, i suoi mari e più in generale il Mediterraneo a soffrire la difficile rigenerazione degli stock ittici. Il Rapporto 2025 sullo stato delle risorse ittiche marine mondiali, che la FAO ha presentato alla scorsa Conferenza delle Nazioni Unite sugli Oceani tenutasi a Nizza dal 9 al 13 giugno, ha fornito una valutazione della pesca globale, evidenziando luci e ombre visto che mentre “Alcune delle attività di pesca marittima mondiali si stanno riprendendo grazie a una gestione rigorosa e scientifica, molte altre rimangono ancora sotto pressione”.
Basato sul contributo di oltre 650 esperti provenienti da oltre 200 istituzioni e più di 90 Paesi, questo rapporto partecipativo e inclusivo analizza le tendenze in tutte le aree di pesca marittima della FAO e offre il quadro più chiaro sull’andamento della pesca marittima globale. Il Rapporto riporta il raggiungimento della sostenibilità biologica di 2.570 singoli stock ittici, un aumento significativo rispetto alle precedenti edizioni del rapporto. Viene confermato che il 64,5% di tutti gli stock ittici è sfruttato entro livelli biologicamente sostenibili, mentre il 35,5% degli stock è ancora classificato come sovrasfruttato. Nelle zone di pesca marittima sottoposte a un’efficace gestione della pesca, i tassi di sostenibilità superano di gran lunga la media globale. Per QU Dongyu, Direttore Generale della FAO, “Una gestione efficace rimane lo strumento più potente per la conservazione delle risorse ittiche. Questa analisi fornisce una comprensione senza precedenti, consentendo un processo decisionale più informato e basato sui dati. Questo rapporto fornisce ai governi le prove necessarie per definire le politiche e coordinarle in modo coerente”. Nel Pacifico nord-orientale (Area 67) e nel Pacifico sud-occidentale (Area 81), per esempio, gli investimenti a lungo termine e i solidi quadri di gestione stanno dando i loro frutti. I tassi di sostenibilità di tutti i singoli stock raggiungono rispettivamente il 92,7% e l’85%. In Antartide (Aree 48, 58 e 88), è addirittura il 100% degli stock valutati ad essere pescato in modo sostenibile.
Secondo David Agnew, Segretario esecutivo della Commissione per la conservazione delle risorse marine viventi dell’Antartide, che ha contribuito alla revisione, “Risultati positivi come quelli per l’Antartide, il Pacifico nord-orientale e il Pacifico sud-occidentale riflettono i benefici per la gestione sostenibile della pesca derivanti da istituzioni solide, un monitoraggio coerente e completo, l’integrazione di prove scientifiche nelle decisioni di gestione e l’attuazione di approcci precauzionali e basati sugli ecosistemi”. Nel Mediterraneo, invece, nonostante la pressione di pesca sia diminuita del 30% e la biomassa sia aumentata del 15% dal 2013, solo il 35,1% degli stock è pescato in modo sostenibile. Nel Pacifico sud-orientale (Area 87), è il 46% degli stock ad essere sostenibile, mentre nell’Atlantico centro-orientale (Area 34) la percentuale si attesta al 47,4%. Queste aree è bene ricordarlo, includono Paesi in cui la pesca è fondamentale per la sicurezza alimentare e la nutrizione, l’occupazione e la riduzione della povertà, in particolare attraverso attività su piccola scala e artigianali. È in queste zone, soprattutto per via della pesca su piccola scala fondamentale per la locale sovranità alimentare, dove persistono criticità da iper sfruttamento e una copertura insufficiente dei siti di sbarco.
La FAO ha più volte esortato i Paesi del Pacifico sud-orientalea ad investire in sistemi di raccolta e gestione dei dati e in approcci basati sulla scienza, per allineare gli obiettivi di sostenibilità e mantenere la pesca "sulla buona strada", ma non è facile quando l'alternativa ad uno sviluppo sostenibile futuro è la fame immediata. “Ora abbiamo il quadro più chiaro di sempre sullo stato della pesca marittima. I dati mostrano cosa funziona e dove siamo carenti - ha concluso Qu - Il prossimo passo è chiaro: i governi devono potenziare ciò che funziona e agire con urgenza per garantire che la pesca marittima sia vantaggiosa per le persone e per il pianeta. Questa è l’essenza della Trasformazione Blu della FAO, un appello a costruire sistemi alimentari acquatici più efficienti, più inclusivi, più resilienti e più sostenibili per aumentare il loro contributo alla sicurezza alimentare globale, soddisfare i requisiti nutrizionali e migliorare i mezzi di sussistenza di una popolazione in crescita“. Un equilibrio, quello tra mercato e sostenibilità del pescato, tutt'altro che facile.
Alessandro Graziadei
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