sabato 10 gennaio 2026

Gli altri siamo noi: migranti

Esiste un’Italia sempre più multiculturale e interdipendente dove l’immigrazione non è un fenomeno emergenziale, ma una componente stabile e vitale del Paese. Una risorsa umana, culturale, demografica e quindi anche economica visto che solo nel 2025 gli italiani espatriati all’estero sono stati oltre 155.000 e con 1,6 milioni espatri e 826 mila rimpatri negli ultimi 20 anni, il Belpaese ha un saldo negativo di oltre 817 mila cittadini

Viviamo in un Mondo in stato di crisi permanente: guerre, conflitti, carestie, epidemie ed eventi atmosferici estremi dovuti al cambiamento climatico continuano a generare spostamenti di popolazioni, mentre i sistemi di accoglienza e protezione internazionale sembrano sempre più sulla difensiva e finiscono per smontare i diritti dei migranti tra esternalizzazioni, reclusione forzate e la sistematica rimozione della responsabilità politica verso chi è costretto a migrare. L’Italia purtroppo non fa eccezione e probabilmente nulla cambierà in questo 2026.

Nell’edizione 2025 del report “Il Diritto d’Asilo” della Fondazione Migrantes, organismo della Conferenza episcopale italiana (CEI) presentato lo scorso dicembre, si legge, in un focus dedicato all’Italia, che il nostro sistema di accoglienza è ormai fatto di “Marginalità” e “Zone di non essere” in cui i migranti sono ridotti ad “Oggetti amministrati” circoscritti in spazi di disumanizzazione come le “File della vergogna” in Questura, le espulsioni improvvise e forzate, le segregazioni nei CPR e il sistematico taglio dei progetti inseriti a livello regionale nei Sistemi di Accoglienza e Integrazione (SAI) costituiti dalla rete degli enti locali che con il prezioso supporto delle realtà del terzo settore potrebbero accedere per la realizzazione di progetti di accoglienza al Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo. Tutto questo mentre il numero di rifugiati e migranti che raggiungono l’Italia dal Mediterraneo risulta in crescita: “Fra gennaio e il 30 di ottobre si contano circa 59.000 persone sbarcate: +7% in più rispetto allo stesso periodo del 2024″. Di questi secondo l’organismo pastorale della Cei “Solo da gennaio a luglio 2025, nonostante gli ostacoli che il loro operato incontra da tempo, le navi gestite da ONG sono intervenute in eventi SAR che hanno portato in salvo nel nostro Paese oltre 7.000 persone: nel complesso quattro decimi delle persone soccorse in mare. Se si aggiungono i dati del 2024 e del 2023 il bilancio è di 28.300 vite messe in salvo”.

Per la CEI un vanto per il diritto d’asilo, l’opposto del “Modello Albania” per la gestione dei migranti che si colloca “Ai margini della democrazia” ed è un “Paradigma delle nuove forme di esternalizzazione del controllo migratorio e della detenzione amministrativa”. “Accordi come quello tra Italia e Albania – si legge nel dossier della Fondazione Migrantes – spostano la gestione dell’accoglienza al di fuori del territorio europeo e riducono la responsabilità politica e morale dell’Unione europea”. Questo tipo di soluzione viene definita senza mezzi termini “Un laboratorio per l’estensione extraterritoriale del controllo e una messa in scena del potere sovrano sui corpi migranti. L’opacità sistemica, alimentata dall’esclusione di società civile e dei media, diventa essa stessa strumento di governo, mentre l’inefficacia in termini di rimpatri si trasforma in efficacia politica e disciplinare”. Un modello che va collocato nel contesto delle politiche europee di esternalizzazione, e che forse sarà “Un banco di prova per la tenuta dei principi democratici e giuridici dell’Unione”.

Analogamente anche il Dossier Statistico Immigrazione 2025 del Centro studi e ricerche IDOS presentato lo scorso novembre a Roma e in varie parti d’Italia, nel fornire un panorama aggiornato e quanto più puntuale dell’immigrazione in Italia e nel più ampio contesto europeo e internazionale, ha provato anche quest’anno a decostruire molte delle false e distorte rappresentazioni del fenomeno, per favorirne, nella società civile e tra i decisori politici, una visione più corretta e meno ideologica, funzionale a prassi e politiche più aperte e lungimiranti.

L’Italia è “Sempre più multiculturale e interdipendente” e dietro i numeri, emerge un messaggio chiaro: “L’immigrazione non è un fenomeno emergenziale, ma una componente stabile e vitale del Paese”.

Purtroppo prendendo ad esempio il mito della caverna di Platone, la maggior parte degli italiani vede dell’immigrazione solo “caricature grottesche create ad arte da furbi manipolatori di luci che, alle nostre spalle, agitano figure di migranti quanto più distorte e dissimili a noi”, facendone “bersagli della rabbia collettiva per mali endemici dell’Italia mai risolti” ha spiegato Luca Di Sciullo, presidente di IDOS presentando il Dossier.

Ecco perché questo Dossier invita a superare narrazioni allarmistiche e propagandistiche per guardare finalmente all’immigrazione come una risorsa sociale ed economica e non come ad un peso. Gli stranieri oggi vivono, lavorano e contribuiscono allo sviluppo del Paese e non poco, visto che quelli regolarmente residenti in Italia superano i 5,3 milioni, pari a circa l’8,8% della popolazione. In un’Italia che invecchia e perde abitanti, i migranti contribuiscono a mantenere viva la popolazione attiva in età da lavoro e la natalità. Il Dossier sottolinea infatti il forte impatto economico dell’immigrazione che conta su quasi 700.000 imprese guidate da cittadini stranieri, il 10% del totale nazionale, con un aumento negli ultimi dieci anni del 21%. Il contributo fiscale netto degli stranieri alle casse pubbliche è stimato in oltre 4,6 miliardi di euro. Intanto aumentano le naturalizzazioni e le seconde generazioni, segno che molte famiglie straniere stanno mettendo radici nel nostro Paese e gli alunni con cittadinanza straniera rappresentano ormai più del 10% della popolazione scolastica. Mentre gli studenti italiani diminuiscono, quelli con origini migranti crescono e spesso ottengono risultati scolastici in miglioramento, facendo della scuola pubblica il primo laboratorio di integrazione.

Sì perché secondo il Rapporto Italiani nel Mondo 2025, sempre della Fondazione Migrantes, sono state 155.732 le partenze dall’Italia nel 2024, un record che conferma come anche l’emigrazione italiana sia ormai diventata un fenomeno strutturale.

I più mobili sono i giovani tra i 20 e i 34 anni (quasi il 50%), seguiti da adulti in età lavorativa e lo scorso gennaio risultavano iscritti all’Anagrafe per gli italiani all’estero (Aire) 6,4 milioni di persone, pari quasi a 1 italiano su 9, di fatto una ventunesima regione. Dopo la crisi del 2008, gli espatri sono cresciuti costantemente, anche dalle Regioni dove la qualità di vita è più alta, ampliando il divario con gli arrivi dall’estero. In vent’anni si contano infatti 1,6 milioni di espatri e 826 mila rimpatri con un saldo negativo di oltre 817 mila cittadini italiani, concentrato soprattutto tra Lombardia, Nordest e Mezzogiorno. Per Gian Carlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni della Conferenza episcopale italiana e della Fondazione Migrantes “Questa Italia non può avere come risposta solo il decreto legge del 28 marzo 2025, convertito nella Legge n. 74 del 23 maggio 2025, che ha introdotto modifiche al principio dello ius sanguinis, limitando la cittadinanza automatica a due generazioni di discendenza, con qualche eccezione. Al contempo, è stato bocciato un referendum sulla riduzione dei tempi della cittadinanza da 10 a 5 anni, anche per il 65% dei bambini nati in Italia da genitori di altre nazionalità e che frequentano le nostre scuole: uno strabismo legislativo”.

Gli altri siamo noi: siamo migranti in un Paese dove le disuguaglianze territoriali alimentano, in un circolo vizioso, tanto l’esodo interno quanto quello verso l’estero. La mobilità interna, infatti, è spesso la prima tappa di un progetto migratorio più ampio, che molte volte arriva oltre confine. Per il nostro bilancio demografico e quindi economico trattenere i cervelli in fuga quanto accogliere le nuove cittadinanze dovrebbero rappresentare due priorità strategiche della politica, anche di quella “patriottica”. Lo sarà?



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