sabato 5 aprile 2025

Casa salata casa

 

È un quadro poco rassicurante quello che emerge da due recenti analisi che riguardano il settore immobiliare italiano: quella dell’Osservatorio congiunturale sull’industria delle costruzioni 2025 dell’Ance che evidenzia come le case in Italia siano sempre meno accessibili e per 10 milioni di famiglie sia diventato ormai impossibile acquistare un’abitazione e quella condotta da Nomisma per Rockwool Italia sulla “Direttiva EPBD, un’opportunità di rilancio per il Sistema Paese”, che ci ricorda che il 54% delle abitazioni italiane appartiene ancora alle classi energetiche con le performance peggiori (classi F e G), e questo nonostante la casa rappresenti una leva importante per la transizione ecologica, soprattutto in considerazione della forte dipendenza dell’Italia dalle importazioni di fonti energetiche fossili da paesi esteri. Ma partiamo dal lavoro dell'ufficio studi dell’Ance che ha spiegato come oggi “per pagare il mutuo si arrivi a spendere la metà del proprio reddito, e per il 20% delle famiglie meno abbienti si va anche al di sopra dei due terzi”. Purtroppo anche optare per un affitto non sembra sempre la soluzione visto che per l'Ance, anche questa ipotesi nelle grandi città si sta rivelando sempre di più fuori portata delle famiglie più fragili. 

L’altro fenomeno messo sotto i riflettori dall’associazione dei costruttori edili riguarda l’andamento dell’edilizia. Se le opere pubbliche hanno fatto registrare un corposo +21% nel 2024, grazie soprattutto ai finanziamenti derivanti dal Pnrr, nel complesso il settore edile ha fatto chiudere lo scorso anno con un netto -5,3%, complice soprattutto il -5,2% della nuova edilizia e il -22% fatto registrare dalle riqualificazioni energetiche. E, sempre secondo le previsioni Ance, non andrà meglio nell’anno appena iniziato visto che le previsioni per il 2025 indicano, infatti, un calo del 7% malgrado il +16% delle opere pubbliche per effetto del Pnrr. Per la presidente Ance Federica Brancaccio, anche “I cambiamenti climatici e l’aumento della frequenza degli eventi naturali estremi, uniti alla fragilità del territorio italiano, richiedono un’attenzione particolare al tema della prevenzione e messa in sicurezza idrogeologica e sismica del territorio e degli immobili, pubblici e privati. Occorre spendere rapidamente i fondi disponibili per il dissesto idrogeologico e avviare un piano di prevenzione sismica degli edifici, destinando a tale finalità risorse adeguate a intervenire nelle aree a maggiore rischiosità”.

Quanto alla crisi climatica, è stato osservato dall'Ance, che questa impatta anche sulla disponibilità di risorse idriche e di riflesso sulle possibilità abitative. Negli ultimi anni, in Italia, si è registrato un significativo aumento delle zone colpite da siccità estrema, determinato da una riduzione delle precipitazioni e dall’incremento delle temperature, oltre che dall’aumento dei fenomeni atmosferici estremi (piene, siccità e ondate di calore). “È evidente che, in questo contesto, bisogna accelerare e potenziare la realizzazione del Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico, in modo da aumentare l’efficienza nell’utilizzo dell’acqua in tutti i settori (civile, industriale, energetico, agricolo), attivando sistemi di monitoraggio, investendo in manutenzione e sviluppo delle reti e degli impianti, incentivando il riciclo e la raccolta delle acque”. Per Rockwool Italia anche il mondo dell'edilizia sta facendo la sua parte nella mitigazione climatica visto che oltre la metà dell’obiettivo fissato dalla Direttiva Case Green dell’Unione europea per il settore residenziale (il 16%) è già stato conseguito grazie agli interventi di riqualificazione energetica favoriti dagli incentivi fiscali messi in atto dal 2020 al 2023 (come superbonus 110%, ecobonus, bonus casa e bonus facciate).  Questi interventi hanno consentito di ottenere l’8,9% di risparmio energetico e rimane pertanto da conseguire un ulteriore risparmio del 7,1% dei consumi energetici entro il 2030.

Tutto bene quindi? Non proprio. Nonostante i progressi compiuti, infatti, “Il quadro manutentivo degli immobili residenziali in Italia risulta ancora piuttosto obsoleto ed energivoro. Secondo i dati aggiornati a maggio 2024, oltre la metà delle abitazioni italiane è in classe F e G. In alcune zone d'Italia poi "La percentuale di abitazioni con le prestazioni peggiori raggiunge il 65%, incidendo sui consumi energetici del settore residenziale”. Secondo i calcoli di Nomisma, infatti, è necessario un ulteriore investimento di 83,4 miliardi di euro in interventi di riqualificazione, sia completi che di sola sostituzione di impianti, affinché si riesca a raggiungere l’obiettivo Ue in 5 anni intervenendo su circa il 10% degli edifici residenziali. Per sostenere questi investimenti, sarà indispensabile un mix di risorse pubbliche e private in modo da ridurre quanto più possibile l'impatto sulle casse dello Stato. Per  Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia “La Direttiva Case Green rappresenta per l’Italia un’opportunità di riqualificare parte del patrimonio residenziale nazionale, ancora oggi piuttosto obsoleto ed energivoro rispetto ad altre nazioni europee […] Riteniamo che grazie a un buon mix di investimenti pubblici e privati, l’obiettivo di ridurre del 16% le emissioni entro il 2030, considerato che metà percorso è già stato fatto, sia perfettamente raggiungibile e sostenibile a livello di costi annui”. 

Se molte critiche ai bonus edilizi distribuiti post Covid-19 a pioggia e senza nessun collegamento con il reddito sono più che sensati, non possiamo dimenticare che oggi gli obiettivi della Direttiva Case Green rappresentano un’occasione non solo per riqualificare parte del patrimonio residenziale italiano e ridurre le emissioni atmosferiche, ma anche di contribuire a dare un impulso a tutta la filiera delle costruzioni, dalle imprese di produzione e installazione di impianti, alle aziende che realizzano interventi strutturali sull’involucro degli edifici, con conseguenti benefici economici anche per le casse dello stato, grazie alle entrate fiscali derivanti da tali investimenti. Oggi quando pensiamo a come potenziare l'"adaptation to climate change", cioè quell’insieme di misure che assicurano la salute delle persone di fronte ai cambiamenti climatici in atto (pensiamo ad esempio alle ondate di calore), non possiamo più prescindere dagli interventi anche sugli spazi abitati, pubblici e privati. 

Alessandro Graziadei

sabato 29 marzo 2025

Siamo preoccupati!

 

Dal 1998, e con continuità tra il 2012 e il 2024, nel contesto dell’indagine multiscopo “Aspetti della vita quotidiana”, l’Istat indaga la percezione dei cittadini italiani rispetto alle tematiche ambientali. Questo quadro informativo è stato ampliato negli anni con nuovi quesiti relativi ai comportamenti ecocompatibili, generando un ricco archivio informativo a disposizione dei cittadini, degli studiosi e dei decisori politici. Quali sono state lo scorso anno le preoccupazioni ambientali degli italiani è stato il focus “Forte preoccupazione per il clima e grande attenzione allo spreco di acqua e di energia” reso pubblico proprio all'interno dell'indagine Aspetti della vita quotidiana” dal nostro Istituto nazionale di Statistica lo scorso 26 febbraio e dal quale emerge che nel 2024 i cambiamenti climatici si confermano “il problema”, almeno in tema ambientale, che maggiormente preoccupa i cittadini italiani con più di 14 anni, confermando un primato ormai decennale. Manifestano, infatti, questa attenzione quasi sei persone su dieci, il 58,1% del campione, dato stabile rispetto al 2023. Seguono i problemi legati all'inquinamento dell'aria, avvertiti dal 51,9% della popolazione, un dato in aumento di 2 punti percentuali rispetto all'anno precedente. Meno frequenti sono la preoccupazione per lo smaltimento e la produzione dei rifiuti che allarma “solo” il 38,1% del campione, quella per l'inquinamento delle acque fermo al 37,9% e quella per l'effetto serra e il buco nell'ozono che registrano un 32,6%, tutte preoccupazioni stabili rispetto agli anni precedenti. Altri aspetti preoccupano meno di tre persone su 10 e in fondo a questa particolare graduatoria ci sono le preoccupazioni per l'inquinamento elettromagnetico, per la rovina del paesaggio e per le conseguenze del rumore sulla salute.

Per lo scrittore americano Jonathan Safran Foer “l’emergenza ambientale non è una storia facile da raccontare e, soprattutto, non è una buona storia: non spaventa, non affascina, non coinvolge abbastanza da indurci a cambiare la nostra vita”. Eppure qualcosa forse sta cambiando, almeno in italia. Per l'Istat, infatti, “Valutando nell'insieme i problemi dell'effetto serra e dei cambiamenti climatici emerge che l'attenzione della popolazione per la crisi ambientale aumenta in misura decisa a partire dal 2019 (69,2% di cittadini preoccupati), l'anno caratterizzato dal diffondersi in tutto il mondo dei movimenti di protesta studenteschi ispirati ai FridaysFor Future. L'indicatore si era mantenuto stabile negli anni successivi, salvo nel 2021, anno in cui la discesa a un livello del 66,5% era stata determinata da fattori legati alla pandemia e alla polarizzazione dei cittadini su un altro genere di preoccupazioni connesse alla pandemia. L'inquinamento dell'aria rappresenta, invece, una preoccupazione costante per un cittadino su due da oltre 20anni. Nel 2024 tale preoccupazione segna un aumento di 2 punti percentuali rispetto all'anno precedente. Similmente l'attenzione al dissesto idrogeologico, registra un aumento di 2 punti percentuali nel 2024, dopo una crescita di oltre 4 punti percentuali tra il 2023 e il 2022. Com'è facile immaginare “Le conseguenze degli eventi estremi, che hanno colpito l'Italia anche nel 2024, in primis l'Emilia Romagna e altre regioni del Nord, sono alla base dell'aumento dei livelli di preoccupazione per questo indicatore, così come avvenne nel 2023 a seguito delle frane e delle alluvioni nelle Marche e in Toscana”. Nel 2024 si riscontra non a caso un aumento sul 2023 pari a 8,7 punti percentuali in Emilia Romagna e di 4 punti in tutte le regioni del Nord Italia.

Tra le preoccupazioni giudicate meno emergenziali c'è quella legata alla produzione e allo smaltimento dei rifiuti che nell'arco di20 anni ha sempre espresso valori importanti, oscillando tra il 39% e il 47%, ma che negli ultimi due anni scende ai minimi storici tra quelli sin qui rilevati. Rispetto all'inquinamento del suolo, dell'acqua e alla distruzione delle foreste, invece, il problema più sentito negli anni in esame è l'inquinamento delle acque, che interessa in maniera costante circa il 40% delle persone intervistate. La distruzione delle foreste, che preoccupava nel 1998 il 25,2% della popolazione, scende al 20,6% nel 2024 e tra le cinque preoccupazioni prioritarie in tema di ambiente continua a preoccupare stabilmente oltre due cittadini su 10 la questione dell'inquinamento del suolo che arriva al 22,2% nel 2024. Circa il 60% delle persone intervistate manifesta preoccupazione per almeno cinque fra i 15 principali problemi ambientali, valore che si attesta al 73% tra le persone con titolo di studio alto (diploma o laurea), al 60,7% tra coloro che hanno meno di 24 anni (rispetto al 57,1% degli over 55enni) e al 61% tra le donne (58,1% tra gli uomini). Solo una persona su 10 include l'inquinamento acustico, quello elettromagnetico e il deterioramento del paesaggio tra le prime cinque preoccupazioni per l'ambiente. I cittadini si dimostrano attenti anche alla conservazione delle risorse naturali e nel 2024 la quota di quanti fanno abitualmente attenzione a non sprecare energia è del 71,4%, in lieve calo rispetto al 2023. Si riduce leggermente anche la quota di coloro che sono attenti a non sprecare acqua: il 68,8% contro il 69,8% dell'anno precedente.

Dall'indagine emergono sensibili differenze per età e fra le varie Regioni. Nel 2024 si registrano oltre 20 punti percentuali di differenza tra gli over 55enni e i giovani sotto i 24 anni nel non sprecare l’acqua (il 52,5% delle persone tra i 14 e i 24 anni rispetto al 74,7% degli over 55) e ancor più nel non sprecare energia (il 51,6% degli under 24enni rispetto al 77,4% di coloro che hanno più di 55 anni). I giovani sotto i 24 anni si confermano invece più propensi all’uso di mezzi di trasporto alternativi all’auto privata o ad altri mezzi di trasporto a motore privati: li sceglie abitualmente il 29,0% contro il 17,3% degli over55enni. Nel Mezzogiorno, invece, si è più propensi ad acquistare prodotti a chilometro zero nel 29,9% del campione, al Nord si evita soprattutto la guida rumorosa per mitigare l'inquinamento acustico nel 51,3% degli intervistati e si usano di più i mezzi di trasporto pubblici alternativi nel 20,2% dei casi. In generale, bene, ma non benissimo visto, che come ci ricorda un saggio di Remo Bodei: “Resta pur sempre valido il monito espresso dall’immagine della ninfea che raddoppia quotidianamente le sue dimensioni, di modo che, il giorno che precede la copertura dell’intera superficie dello stagno la metà ne resta ancora scoperta, per cui quasi nessuno, alla vista di tanto spazio libero, è portato intimamente a credere all’imminenza della catastrofe”. 

Alessandro Graziadei

sabato 22 marzo 2025

La chiamata alle armi?

 

Mentre a New York era in corso la settimana internazionale indetta dalla Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (Ican), già premio Nobel per la pace nel 2017, per rilanciare il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (Tpnw), il 4 marzo 2025 la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha presentato le linee guida di un nuovo progetto chiamato “ReArm Europe” che a suo dire “potrebbe mobilitare quasi 800 miliardi di euro per un’Europa sicura e resiliente” perché “Siamo in un’era di riarmo. E l’Europa è pronta a incrementare in modo massiccio la spesa per la difesa”. Tra le leve finanziarie immaginate ci sono anche i fondi per la Coesione o la possibilità di derogare al Patto di stabilità e crescita visto che a suo dire “Se gli Stati membri aumentassero la spesa per la difesa dell’1,5% del Prodotto interno lordo in media, si potrebbe creare uno spazio fiscale di quasi 650 miliardi di euro in un periodo di quattro anni”. Per chi si occupa da anni di pace e nonviolenza questa “chiamata alle armi” non è nulla di nuovo se non nelle proporzioni degli stanziamenti visto che la strategia ReArm Europe riprende in realtà concetti che dall'invasione russa dell'Ucraina nel febbraio del 2022 sono già stati detti e senti sia in sede europea, sia nei singoli Paesi dell'unione. Ma veramente la corsa al riarmo e la deterrenza armata è la strada verso la pace, la tutela dell'integrità degli stati e dei diritti dei popoli? Ne abbiamo parlato con Mao Valpiana, giornalista, Presidente nazionale del Movimento Nonviolento .  


Grazie mille della disponibilità Mao. Come siamo arrivati a questa nuova “chiamata alle armi” europea?

MV: Siamo forse all’epilogo di un processo che è iniziato molto tempo fa. Io indico anche una data precisa: 9 novembre 1989. Con la caduta del Muro (che è stato abbattuto dalla forza pacifica dei movimenti per i diritti civili e umani dei paesi dell’Est, che chiedevano un cambiamento politico ed economico) e la riunificazione della Germania, l’Europa aveva la grande occasione di trasformare se stessa in “potenza di pace”, approfittare dello scioglimento del Patto di Varsavia (1 luglio 1991) per trasformare l’Alleanza atlantica, e pensare ad una nuova politica europea di difesa e sicurezza condivisa.

Questo non è avvenuto, la politica militare della Nato è proseguita e si è espansa, pensandosi come unico blocco militare gendarme del mondo. L’assenza di una politica estera europea comune ha lasciato lo spazio a tensioni e prevaricazioni regionali, sfociate nelle guerre jugoslave (1991-1995) non ancora sopite. Nel giugno del 1995 Alex Langer scrisse “L’Europa nasce o muore a Sarajevo”. Oggi, a trent’anni di distanza, siamo qui a chiederci come sia possibile che l’Europa sia pienamente coinvolta in una nuova chiamate alle armi: i troppi errori del passato, i troppi silenzi, le scelte non fatte, i nazionalismi, i sovranismi populisti lasciati crescere sotto la cenere, oggi divampano. Tornano i confini, le separazioni, e l’Europa si trova sempre più frammentata, divisa. Anche dall’altra parte dell’Atlantico sta avanzando una politica di paura, di chiusura, autarchica, che vede l’Europa come un avversario e non più come alleato, e dunque anziché l’idea di cooperazione sta emergendo l’idea del conflitto come condizione necessaria. Cavalcare l’onda spingendo sull’acceleratore del riarmo, è la cosa più facile e più sbagliata che la Commissione europea potesse fare.

Cosa ti impressiona di più del ReArm Europe e a chi giova questa linea politica ed industriale? 

MV: Il programma ReArm EU risponde innanzitutto ad un’esigenza propagandistica: dare una risposta immediata alla nuova linea politica della politica estera americana e alle minacce che vengono dalla Federazione Russa, e cercare di rassicurare i cittadini europei, illudendoli di essere “protetti”. Così come per rispondere alla pandemia si mise in piedi il NextGenerationEU  e per rispondere alla crisi climatica si mise in piedi il Green Deal: grandi progetti, fumosi, che spostano miliardi spesso nella direzione sbagliata, sempre a vantaggio di una politica industriale che rappresenta il problema, non la soluzione. 

Come dice la nostra Campagna “Ferma il riarmo”, la spesa militare globale è in crescita da oltre due decenni (lo dimostrano tutti i dati internazionali più attendibili), una tendenza ulteriormente rafforzata negli ultimi due anni e mezzo a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina e della ripresa di retoriche e politiche sempre più allineate alle richieste del comparto militare-industriale-finanziario. Ciò che prima veniva deciso in termini meno dispendiosi, ma con opacità e reticenze, oggi viene rivendicato: da qui la crescita enorme delle risorse che gli Stati mettono a disposizione del comparto militare, in particolare per quanto riguarda la produzione e il commercio di nuovi sistemi d’arma. Prima di pensare a nuovi investimenti militari (che in gran parte vanno a finire all’’industria bellica americana), bisognerebbe come minimo fare una razionalizzazione della spesa (che tra sprechi, inefficienze e tangenti, è un colabrodo). 

A livello dei singoli stati, e nel caso specifico dell'Italia, che conseguenze economiche avrebbe spingere ulteriormente sugli investimenti nella spesa militare? Quali ricette alternative propone da anni il movimento pacifista e nonviolento?

MV: Il raggiungimento del 2% del PIL in spesa militare è un feticcio (senza nemmeno motivazioni militari) utile solo a far crescere i guadagni del complesso militare-industriale-finanziario (non a caso si chiede che un quarto di tali fondi sia usato per comprare nuove armi). L’aumento di risorse per le aziende militari a livello UE non porterà ad una difesa comune (che è una scelta politica), a vantaggi economici ed industriali (il passato lo dimostra) o a maggiore sicurezza: il raddoppio della spesa militare globale dall’inizio del Millennio è coinciso nei fatti con un drastico aumento delle guerre e delle vittime civili: più armi significano sempre più guerre (come ripete sempre giustamente Papa Francesco).

Le nostre proposte, che trovano un grande consenso nella base dei cittadini, come dicono i sondaggi sull’opinione degli italiani in merito, hanno invece trovato sbarrata la porta del governo. Chiediamo che la politica faccia questi primi passi necessari: tassare gli extra profitti dell’industria militare; diminuire i fondi destinati alle missioni militari all’estero; aumentare i controlli sull’influenza indebita dell’industria militare su bilancio ed export militare; utilizzare le risorse liberate dalla spesa militare per spese sociali, ambientali e per il rafforzamento degli strumenti di pace.

In questi giorni si è tornati a parlare con insistenza di un esercito unico europeo (senza tuttavia avere un governo unico europeo). Nell’ambito della politica di sicurezza europea si parla sempre di armi e mai di strategie nonviolente per intervenire a livello civile nei conflitti. Il Movimento nonviolento propone da anni un progetto esecutivo per la costituzione di un Corpo Civile di Pace Europeo per la gestione non militare delle crisi. Di cosa si tratta? 

MV: L’Esercito europeo doveva essere, nell’architettura istituzionale dell’Europa unita, la conseguenza di una politica comune di difesa e sicurezza e cooperazione, sostituendo tutti gli eserciti nazionali. Non si è fatta la politica e non si è fatto l’esercito. Risollevare ora la questione dell’esercito europeo, come risposta immediata, è spargere fumo negli occhi dell’opinione pubblica. Dopo che gli investimenti fatti sono andati nel segno della cooperazione con la Nato (una sorta di delega in bianco) per fare un’inversione verso un esercito europeo ci vorrebbero decenni prima di raggiungere l’obiettivo. Nel frattempo non si è fatto niente di concreto nemmeno nella direzione dei Corpi Civili di Pace Europei (CCPE proposta avanzata da Alex Langer nel 1995, e poi approvata come raccomandazione dal PE per un progetto esecutivo). La prevenzione delle guerre era il principio cardine sul quale si fondava il concetto di CCPE che si sarebbe affermato quale strumento operativo dell’UE con un ampio campo di attività da svolgere attraverso missioni, potenzialmente indirizzabili a tutte le aree geografiche e quindi adatto a far sorgere i necessari collegamenti tra le attività diplomatiche, da un lato, e la società civile, dall’altro. Immaginiamo cosa sarebbe potuto accadere se, dando ascolto a Langer l’UE si fosse dotata allora dei CCPE e nel 2015 li avesse mandati nel Donbass come prevenzione delle tensioni nascenti, per evitare lo scoppio del conflitto armato, avvenuto poi nel 2022.

I compiti previsti per i CCPE sono prevalentemente in funzione di prevenzione del conflitto bellico:

- la mediazione e il rafforzamento della fiducia tra le parti belligeranti; - l’aiuto umanitario (ivi compresi gli aiuti alimentari, le forniture d’acqua, medicinali e servizi sanitari); - la reintegrazione (ivi compresi il disarmo e la smobilitazione degli ex combattenti e il sostegno agli sfollati, ai rifugiati e ad altri gruppi vulnerabili); - il recupero e la ricostruzione; la stabilizzazione delle strutture economiche (ivi compresa la creazione di legami economici); - il controllo e il miglioramento della situazione relativa ai diritti dell’uomo e la possibilità di partecipazione politica (ivi comprese la sorveglianza e l’assistenza durante le elezioni); - l’amministrazione provvisoria per agevolare la stabilità a breve termine; - l’informazione e la creazione di strutture e di programmi in materia di istruzione intesi ad eliminare i pregiudizi e i sentimenti di ostilità, e campagne di informazione e d'istruzione della popolazione sulle attività in corso a favore della pace.

Il CCPE avrebbe potuto attivarsi anche durante un conflitto armato; in questo particolare frangente però, la raccomandazione prevedeva che l’impiego del CCPE avvenisse solo dopo un accordo di cessate il fuoco e sulla base del consenso delle principali parti interessate, mediante l’attivazione di un rapporto di stretta collaborazione e cooperazione, fondato sul reciproco riconoscimento e sulla reciproca autonomia, con altri attori operanti sul territorio, come le organizzazioni non governative e le forze militari impiegate nel peace-keeping. Oggi l’Europa avrebbe qualcosa di concreto da mettere sul tavolo delle trattative per la pace in Ucraina. Invece, se verrà invitata, andrà a mani vuote (o peggio piene di armi promesse per il futuro …). 

Negli anni e nei mesi che hanno preceduto l'invasione russa dell'Ucraina, in sede governativa europea, poco o nulla è stato fatto dal punto di vista diplomatico e nonviolento per evitare un conflitto e valorizzare i movimenti civili e democratici russi e ucraini. Le conseguenze le conosciamo. Dopo decenni di pace, almeno in Europa, è veramente pensabile che adesso anche l’Europa stia per entrare in guerra e si stia attrezzando per un possibile conflitto contro la Russia e contro chi sosterrà la Russia?   

MV: Quando parliamo di “decenni di pace” in Europa, non dimentichiamo la sanguinosa guerra che ha coinvolto tutti i paesi della ex Jugoslavia, Serbia e Bosnia in particolare: tra qualche mese sarà il trentesimo anniversario della strage di Srebrenica (8.372 i civili bosniaci – tutti maschi, di religione musulmana – massacrati dalle forze serbo-bosniache), con un carico d’odio e di memoria ancora lacerante che rischia di riemergere dalle braci mai sopite sotto la cenere.

Sì, purtroppo le spettro della guerra è più attuale che mai, nel cuore d’Europa. Le guerre del recente passato e quelle di oggi rischiano di saldarsi, dall’Ucraina, alla Bosnia, alla Palestina, in un teatro geo politico che sta tornando bilaterale, con Russia e Stati Uniti pronti a coprire il vuoto lasciato da un’Europa senza più voce, divisa dai nazionalismi in riemersione. 

L’Europa a 27 velocità, che ha accettato il ruolo di comparsa nell’Alleanza atlantica, è indebolita e afona. Per “salvare il salvabile” si vorrebbe ancora una volta puntare tutto sulla politica di riarmo, la stessa che ha distrutto il sistema sociale della sanità e dell’istruzione nei nostri paesi. Errore fatale. L’Europa, per affrontare la questione Ucraina, ha bisogno di una politica comune di sicurezza, pace e cooperazione, non di una politica di potenza e difesa militare, e deve avere una propria visione democratica alternativa a quella oligarchica di Stati Uniti e autoritaria della Federazione Russa.

In questo panorama sconfortante, il nostro contributo concreto è la Campagna di Obiezione alla guerra che offre uno uno strumento concreto per attuare il diritto umano fondamentale alla pace, che sul piano politico significa per gli Stati: obbligo di disarmare, obbligo di riformare in senso democratico e far funzionare i legittimi organismi internazionali di sicurezza collettiva a cominciare dalle Nazioni Unite, obbligo di conferire parte delle forze armate all’ONU come previsto dall’articolo 43 della Carta delle Nazioni Unite, obbligo di riconvertire e formare tali forze per l’esercizio di funzioni di polizia internazionale sotto comando sopranazionale, obbligo di sottoporsi alla giurisdizione della Corte Penale Internazionale.

Aderendo concretamente alla Campagna ognuno ha la possibilità personale di dichiarare formalmente la propria obiezione di coscienza e nel contempo sostenere concretamente gli obiettori di coscienza, disertori, renitenti alla leva dei paesi coinvolti nei conflitti. Chiediamo con forza all’Europa, a tutti i paesi europei, di accogliere, riconoscendo loro lo status di rifugiati politici, gli obiettori di Russia, Ucraina, Bielorussia, Israele: sono le uniche voci creano un ponte su cui può transitare la pace.

Grazie mille!


sabato 8 marzo 2025

Sui binari dell'innovazione verde con il primo treno ad idrogeno

 

L'idrogeno potrebbe avere un ruolo da protagonista nel futuro (anche italiano) dell’energia pulita, visto che la sua “combustione” non produce CO2, ma solo vapore acqueo, rendendolo un elemento chiave per provare a decarbonizzare i settori in cui è più difficile abbattere le emissioni di CO2 e che richiedono parecchia energia, come per esempio le reti dei trasporti ed in particolare il trasporto su rotaia. In Italia la Lombardia sta bruciando le tappe e nelle scorse settimane ha effettuato alcuni test di collaudo del primo treno interamente ad idrogeno che dovrebbe entrare ufficialmente in servizio entro il primo semestre 2026 nella tratta Brescia-Iseo-Edolo, in Valcamonica. Arrivato nel Bresciano dal circuito di prova di Salzgitter (Germania) grazie al progetto H2iseO, il nuovo convoglio è il primo di altri 13 treni ad idrogeno che sostituiranno l’intera flotta diesel oggi circolante in Valcamonica, grazie anche all’adeguamento tecnico e infrastrutturale delle stazioni interessate dal servizio dei nuovi treni e alla realizzazione di tre impianti di produzione di idrogeno rinnovabile (prodotto quasi senza emissioni di CO2) che saranno collocati ad Iseo, Edolo e Brescia. Il progetto H2iseO prevede anche la costruzione di quattro impianti di rifornimento, sempre di idrogeno, destinati alle attività di messa in servizio e alle successive fasi di manutenzione dei treni a Rovato, Iseo, Edolo e Brescia, nonché la realizzazione di un impianto di deposito e manutenzione dei treni a Rovato, progettato e realizzato solo per treni ad idrogeno.

Il treno a idrogeno andrà a prendere il posto dei treni diesel in servizio dove non è possibile far arrivare  la linea elettrificata e anche per questo, secondo l’assessore regionale a Trasporti e Mobilità sostenibile Franco Lucente, “Il primo treno italiano a idrogeno è un’innovazione importante, che risponde in pieno all’esigenza di percorrere in maniera convinta la strada della neutralità tecnologica. Dobbiamo essere in grado di valorizzare tutte le fonti energetiche, trovando la giusta sintonia tra mezzi moderni, confortevoli e un servizio di alto livello ed efficiente, con un’attenzione particolare alla sostenibilità”. In Italia circa il 33-35% delle linee ferroviarie storiche hanno un problema con l'elettrificazione, sia per il costo molto elevato per elettrificarle, sia per l’impossibilità fisica di installare i cavi elettrici lungo tutte le tratte. In particolare in Valcamonica, la linea ferroviaria è una linea montana con buona parte del percorso in gallerie che non hanno le dimensioni sufficienti per installare una catenaria per l’elettrificazione del percorso. Da qui la necessità di un treno a idrogeno che possa sostituire i treni diesel e mitigare notevolmente il proprio impatto ambientale. 

Tuttavia è bene ricordare che non tutto l’idrogeno è sostenibile e ciò perché dipende interamente dal metodo con cui viene prodotto. Se è ottenuto tramite un processo di elettrolisi alimentato da fonti rinnovabili, come il fotovoltaico, il suo impatto ambientale è minimo e avremo quello che viene definito “idrogeno verde”. Si tratta in questo caso di una fonte che potrebbe svolgere un ruolo cruciale anche nell’accumulo energetico, trasformando i surplus di elettricità prodotta dalle rinnovabili in una riserva strategica da utilizzare quando il sistema energetico lo richiede. Oggi però solo il 5% dell’idrogeno prodotto nel Mondo è “verde”, il 95% viene, infatti, ancora generato a partire da combustibili fossili come gas e carbone. A sottolinearlo è stato lo studio “The green hydrogen ambition and implementation gap” pubblicato il 19 gennaio scorso su Nature, che ha monitorato tutti i 190 progetti sull’idrogeno verde annunciati a livello globale dal 2021 al 2023, annunci che purtroppo non hanno avuto grande seguito. Per gli autori dello studio il tasso di successo, cioè di realizzazione dell’impianto, è estremamente basso: “Dei 4,3 gigawatt (GW) di nuova capacità previsti, solo 0,3 GW sono stati effettivamente installati e resi operativi”. Di fatto solo il 7% delle infrastrutture annunciate è oggi operativo e nessuno dei progetti annunciati nel 2021 è stato completato nei tempi previsti, cioè entro il 2023. Di questi l’86% ha subito ritardi significativi, mentre il 14% è stato addirittura abbandonato.

Nonostante le evidenti difficoltà, lo scenario energetico dell'idrogeno nel lungo periodo viene comunque giudicato promettente dallo studio pubblicato su Nature. Il numero di progetti annunciati al 2030 è infatti quasi triplicato negli ultimi tre anni, con 422 GW di capacità annunciata. Se da un lato, quindi, nel breve periodo lo sviluppo dell'idrogeno verde è stato caratterizzato da aspettative ridimensionate, dall’altro, a partire dal 2024, le nuove proposte progettuali hanno registrato una crescita importante trainata in particolare dall’Europa, che guida il mercato con la quota più alta di capacità annunciata entro il 2030, seguita da Australia e Sud America. Ma ci sono ad oggi almeno tre importanti ostacoli che mettono a rischio la realizzazione su larga scala dell’idrogeno verde: il primo sono i costi di produzione, legati all’incremento dei prezzi dei componenti chiave delle apparecchiature; il secondo ostacolo sono l’assenza di “accordi off-take” cioè di contratti a lungo termine per l’acquisto dell’idrogeno prodotto, una condizione che riflette la scarsa propensione del mercato a investire in una fonte di energia giudicata ancora troppo costosa; il terzo elemento critico, infine, coinvolge la classe politica visto che mancano politiche di supporto al settore e, in generale, una regolamentazione più chiara, a livello mondiale, europeo ed italiano. 

Secondo i ricercatori, per superare tutte queste difficoltà, sarà necessario un approccio politico basato su una strategia efficace che dovrà combinare misure di stimolo alla domanda con una progressiva transizione dai sussidi ai meccanismi di mercato riducendo il rischio per gli investimenti iniziali e indirizzando l’idrogeno verde verso le applicazioni più strategiche, come la mobilità, garantendo così un impegno stabile verso la mitigazione del cambiamento climatico e favorendo una crescita del settore. Quindi, se l’idrogeno verde ha di fatto il potenziale per svolgere un ruolo cruciale nel processo di transizione energetica, la sua diffusione globale dipenderà dalla capacità di superare gli ostacoli finanziari, regolatori e tecnologici che ancora oggi caratterizzano questo settore strategico. 

Alessandro Graziadei


sabato 1 marzo 2025

Cultura: una risorsa anche per la cooperazione internazionale

 

Aiutare lAfrica non significa intervenire solo su problemi contingenti, ma promuovere, riconoscere, valorizzare la cultura allo scopo di salvaguardare il patrimonio artistico e ambientale, affiancando allo sviluppo tecnologico un pensiero di tipo umanista”. È questo l’approccio dell’associazione Atout African arch.it fondata nel 2006 a Rovereto (TN) da un gruppo di architetti e capace con le sue attività nella cooperazione internazionale di abbracciare molti degli Obiettivi dell’Agenda 2030. Ne abbiamo parlato con la presidente Barbara Borgini.

Buongiorno Barbara e grazie per la disponibilità. Come è iniziata l’esperienza dell’associazione Atout African arch.it e perché?

BB: Nel 1998, mi sono trovata a fare un viaggio studio in Benin.

Sottolineo Benin, perché pur essendo la nostra un’Associazione che interviene da Statuto in Africa, non ho la presunzione di parlare di altri Stati che non conosco.  Il continente africano ha un’estensione tre volte gli Stati Uniti. Pertanto mi limiterò a parlare del Benin, piccolo Stato dell’Africa Occidentale Subsahariana grande circa come il triveneto, ma composto da più di 60 etnie differenti, ognuna con la propria lingua e tradizione culturale. Il Benin è stato definito il paese della “tolleranza” da Marc Augè nei suoi saggi “Il genio del Paganesimo” ed “Il Dio oggetto”, perché malgrado le innumerevoli invasioni coloniali (ricordiamo l’invasione portoghese che nel XVI secolo aveva dato origine al più importante traffico di schiavi per le Americhe), e quindi le molteplicità etniche presenti, il Paese ha sempre mantenuto un democratico equilibrio interno, a differenza dei Paesi limitrofi (vedi Bruce Charwin “Il viceré di Ouidah” da cui il film di W. Herzog “Il cobra verde”).

In quegli anni il Paese era molto diverso da oggi, ultimamente sta vedendo un rigoglioso sviluppo grazie (per fortuna o sfortuna) alle multinazionali cinesi che in cambio di materie prime offrono infrastrutture.

Mi permetto queste citazioni per mostrare che l’Associazione è nata non da studi specifici di Cooperazione, ma da personali riflessioni e ricerche autodidatte fatte di esperienze reali e concrete, che hanno indirizzato i nostri obiettivi su un piano umanistico. Difficilmente usiamo la parola “aiuti” perché rimanda ad un senso di dolore, paura ed inferiorità. Abbiamo sempre visto questo Paese nella sua ricchezza e nella potenzialità della cultura che lo identifica. Una cultura basata sul rispetto della Natura e dei valori dell’Uomo. Valori che nella nostra contemporaneità si stavano perdendo… pervasi dal pensiero occidentale, nel quale l’importantissima presenza tecnologico-scientifica talvolta prevarica e opprime.

Come mai avete scelto di collaborare con il Benin e i Paesi dellarea Subsahriana e quali sono le caratteristiche culturali e sociali di questa area geografica?

BB: Nulla avviene per caso!

Il viaggio sopracitato era stato organizzato dal coreografo Koffi Koko, dagli anni ’80 uno dei più importanti esponenti della traduzione contemporanea coreutica e teatrale, già presidente e fondatore in Benin di una Associazione Culturale Atout African International, col compito di promuovere e diffondere la cultura autoctona in tutto il mondo, anche invitando allievi nel suo Paese a partecipare direttamente alle attività dell’associazione e conoscerne la filosofia.

Il Benin (ex Regno del Dahomay- vedi Mati Diop “Dahomay”, G.P. Bythewood “The woman King”) è un Paese di profonda ed antica tradizione culturale ed artistica fin dal Regno di Edo, anno 1100 (vedi bronzi del Benin).

La particolarità della filosofia animista praticata da pressoché tutta la popolazione, che convive con le religioni cristiana e mussulmana, ti conduce ad una condizione metafisica in cui le azioni, i pensieri, i modi, i gesti, a partire da quelli della quotidianità, assumono un valore universale. Seguendo questo pensiero intendiamo rendere le nostre azioni durevoli nel tempo, e non transitorie.

Qual è la filosofia che sta alla base dei vostri interventi di cooperazione?

BB: Il rispetto e conoscenza della cultura, delle tradizioni e della storia locali, il confronto con il partner locale e le persone del luogo.

In Benin, conosciuto ancora come il paese dei Re (vedi “Nel paese dei re” Marco Aime), grande importanza hanno le relazioni coi saggi e notabili, oltre che con le amministrazioni pubbliche, che consultiamo sempre prima di iniziare un intervento.

Quando si entra in casa di altri ci si toglie le scarpe, e si rimane in silenzio ad ascoltare.

E’ la filosofia dell’ascolto dell’Altro, ci confrontiamo e ci arricchiamo vicendevolmente, non imponiamo niente, tanto meno nel campo in cui interveniamo cioè l’architettura. Il linguaggio contemporaneo occidentale architettonico è fatto di gesti egocentrici, per mettere in evidenza ed accrescere la fama della propria persona (archistar). Al contrario noi interveniamo in silenzio ed in punta di piedi, cercando di far emergere attraverso un semplice linguaggio fatto di materiali naturali e “poveri”, il cosiddetto “genius loci”. Possiamo chiamarla “architettura animista”, perché segue i codici della religione animista, predominante in tutta l’Africa Occidentale, ove la Natura è un Ente divino che regola e domina ogni cosa ed ogni azione in tutti i momenti della vita umana e delle cose.

Quali le vostre principali attività di intervento?

BB: La formazione e la riduzione del tasso di disoccupazione è alla base della nostra mission, dato il campo in cui operiamo: la costruzione di manufatti.

Nei cantieri che diventano un pratico luogo formativo, attraverso tecniche migliorative ed innovative, insegniamo ad usare il materiale locale in modo più sicuro ed efficace. Così formiamo competenze artigianali professionali: diamo un lavoro cercando di sostituire la precarietà economica familiare che sta alla base di tutti i problemi. Utilizziamo materiale locale e naturale (terra, legno, pietra, ecc.) rifacendoci alle tecniche tradizionali ed apportando migliorie per creare solidità e durabilità agli edifici. Per questo inviamo in missione tecnici (architetti, ingegneri, geometri, ecc.) dall’Italia e dall’estero, giovani e meno giovani, con l’obiettivo di collaborare coi tecnici locali. Diventa così uno scambio interculturale sul luogo, utile per entrambe le parti.

Ad oggi abbiamo formato più di 6000 artigiani locali e inviato più di 40 tecnici nei 40 cantieri realizzati dal 2006 ad oggi.

Gli edifici costruiti sono a destinazione di pubblica utilità ed alto valore sociale per sopperire ai bisogni: scuole (per diminuire l’analfabetismo), ospedali (per dare un livello di sanità migliore), orfanotrofi e centri di formazione per le donne (a sostegno delle fasce più deboli), riforestazione e realizzazione di pozzi (a salvaguardia dell’ecosistema). Diffondiamo il nostro operato tramite conferenze, lezioni, mostre espositive, articoli.

“Larte è una grande risorsa, è un linguaggio universale e ciò che rende una cultura riconoscibile in tutto il mondo” ricordate sul vostro sito. In questo contesto perché l’architettura può diventare volano di sviluppo?

BB: Noi intendiamo l’architettura non come mera espressione tecnica, ma derivante da arcani e principi primi (Archè) della cultura del luogo; diviene un simbolo ricco di significato, leggibile ed interpretabile da tutti, così come ogni espressione artistica che abbia una derivazione simbolica, proprio tipica dell’arte africana.

Attraverso l’arte (musica, danza, pittura, poesia e scrittura) l’individuo può riconoscersi e riappropriarsi dell’identità perduta, a causa anche dei secoli di colonizzazione; ne diviene un linguaggio, un’espressione di dialogo.

Quando siamo arrivati in Benin le uniche architetture riconoscibili come tali erano quelle coloniali: portoghesi, spagnole e per ultime le contemporanee francesi, a cui ancora adesso si fa riferimento come stilemi. Ad esempio le scuole: la loro tipologia è standard e dettata dai francesi negli anni ‘70. Vengono ancora riprodotte tali e quali. Nel nostro piccolo, pur rispettando le normative delle aule, abbiamo inserito altri elementi per accrescere la convivialità e la didattica: spazi collettivi, aree da gioco maschili e femminili unite, orti scolastici, spazi in cui consumare i pasti insieme e fare ricreazione. Ma è attraverso la forma che ci distinguiamo, cercando di interpretare i segni e lo spirito di quel determinato luogo, rendendolo unico e riconoscibile. In questo modo si introduce, anche nel piccolo villaggio, un punto di riconoscimento, che diviene anche ritrovo delle persone, soprattutto quando installiamo i pannelli solari per illuminare dopo il tramonto (all’equatore ogni giorno alle 18).

Gli edifici sono costruiti con mattoni di terra cruda, e sono intonacati di terra, così rimangono rossi e si mimetizzano con il contesto; sembrano termitai nati dalla Terra. Chi vede per la prima volta i nostri edifici si chiede sempre: “Chi è il Beninese che costruisce così?’. Penso sia uno dei complimenti più belli!

L’arte è bellezza e la bellezza salverà il mondo (Platone, Sant’Agostino e Dostoevskij).

Negli ultimi anni avete avviato anche alcune esperienze di turismo responsabile sociale e culturale. Con quali scopi e con quali risultati?

BB:  Il viaggio è un’importante forma di conoscenza e di apertura verso l’Altro.

Sono personali le motivazioni che spingono a conoscere il Benin. Chi partecipa ai viaggi torna profondamente toccato, sia in positivo che in negativo. Sono esperienze forti che ti mettono di fronte a molti ostacoli, e a cercare immediate soluzioni, senza perdere tempo.

Chiediamo sempre un periodo di formazione in sede prima di intraprendere questo viaggio, perché a volte il miraggio dell’Africa, libera, bella, paradisiaca dove tutto è possibile, è simile al miraggio che hanno gli Africani quando vogliono viaggiare in Europa…

Consiglierei questo tipo di viaggio in particolare alle nostre Amministrazioni Pubbliche, che gestiscono le sezioni della Cooperazione Internazionale, per meglio capire, vedere le cose… e giudicare con obiettività!

Da questi incontri anche le persone del luogo traggono il beneficio dello scambio e del confronto.

Giovani e volontariato. La vostra associazione ha trovato e sta trovando nei giovani una risorsa?

BB: I giovani, come è giusto che sia, sono attratti da questa opportunità. A mio avviso la prendono solo come accrescimento personale, pertanto vengono in Benin, poi vanno in Senegal, poi a Zanzibar, perdendo quello che è l’obiettivo principale! Ci vuole sacrificio e impegno costante per poter costruire qualche cosa di solido e duraturo: è un impegno etico e morale.

Parlando del “volontariato”, rimane a mio avviso un termine purtroppo obsoleto perché è difficile nei giovani pensare di agire senza essere retribuiti, e questo è un grave problema nelle organizzazioni di volontariato che si basano proprio su questo concetto.

Per anni il Trentino ha dimostrato un grande impegno nella cooperazione internazionale ed è diventato per questo una terra promotrice di nuove relazioni internazionali. Tuttavia dal 2018, con la nuova amministrazione, si è assistito ad una brusca inversione di rotta, con conseguenti tagli alla cooperazione e ai suoi progetti e leliminazione della quota fissa (che ammontava a 0.25%) dedicata alla cooperazione. Con quali conseguenze sulla vostra associazione?

BB: Le conseguenze sono drastiche, non solo per i tagli, che hanno penalizzato comunque l’immagine che la Cooperazione Internazionale Trentina aveva acquisito nel mondo per le concrete e numerose azioni; ma per quanto ci riguarda nelle relazioni con l’Amministrazione regionale che sta tenendo in sospeso dal 2020 due progetti, per altro già realizzati e rendicontati, senza dare risposta alcuna né a noi, né tanto meno al nostro legale di fiducia, il quale sta seguendo il caso, che non sembra essere l’unico del panorama. 

Questo è inammissibile, un’Amministrazione non può cambiare le regole solo verbalmente, perché c’è stata un’inversione di marcia. I progetti devono seguire regole ben precise, dettate dalle convenzioni e dai protocolli, e le istituzioni hanno l’obbligo di rispondere al cittadino!

Ci affidiamo pertanto ad altre fonti di finanziamento, più serie e strutturate.

Assicurare la realizzazione dellobiettivo dello 0,70% del reddito interno lordo per la solidarietà internazionale, quota in linea con gli obiettivi internazionalmente concordati dallItalia, pensi possa diventare in futuro una realtà a livello locale e nazionale?

BB: Qui la risposta si lega alla domanda precedente. Se la volontà dei politici delle Amministrazioni locali va contro questi obiettivi, com’è possibile pensare che in futuro si possano realizzare questi obiettivi?

Grazie per la vostra disponibilità e per il lavoro di cooperazione internazionale che con costanza ed impegno portate avanti per il miglioramento dellambiente psico- fisico nel quale viviamo.

BB: Grazie a Voi a tutto il Vostro ampio e costante impegno di Abitare la Terra, che cerca di unire e diffondere il lavoro delle Associazioni. Nella convinzione che la Cooperazione nasca nelle nostre case, prima di poterla esportare!

Alessandro Graziadei