sabato 29 novembre 2025

Abitare il conflitto

Operazione Colomba nasce nel 1992 dal desiderio di alcuni volontari e obiettori di coscienza della Comunità Papa Giovanni XXIII, di vivere concretamente la nonviolenza in zone di guerra. Oggi li abbiamo intervistati

Ci raccontate quando, come e perché nasce Operazione Colomba?

Siamo nei primi anni ‘90, un periodo di grandi cambiamenti: il mondo, con la fine dei due blocchi, stava cambiando e di conseguenza cambiava anche il modello di difesa che l’Europa aveva adottato fino ad allora, modulato sulla “guerra fredda”, dove la logica era quella di rispondere ad una possibile invasione dell’Unione Sovietica. Con la caduta del muro di Berlino l’esercito iniziava ad uscire dai confini dell’Italia; assistiamo alle prime missioni in giro per il mondo: Libano, Somalia…  

In parallelo occorreva ripensare anche al modello di difesa non armato e nonviolento: che ruolo possono avere i civili nelle guerre, solo quello di vittime? Cosa si può fare?  Con lo scoppio della guerra in ex Jugoslavia nel ’92, “alle porte di casa nostra”, tantissime Associazioni attuarono azioni di solidarietà di ogni tipo, umana e assistenziale.  Alcuni volontari, volontarie e Obiettori di Coscienza della Comunità Papa Giovanni XXIII scelsero di andare verso il fronte per capire cosa fare. Non c’era un obiettivo da raggiungere o un piano da seguire, ma un’unica convinzione: la necessità di elaborare una risposta concreta a partire dal legare la vita con le persone che subivano il conflitto.  Non c’era, e non c’è ancora oggi, una risposta standard che va bene per tutti i conflitti, ogni zona di guerra può chiedere una modalità diversa. Si vive insieme, spesso nei campi profughi, e la quotidianità offre tante intuizioni, presenta direzioni da seguire. 

Operazione Colomba nasce dunque dalla condivisione con le vittime, tenendo sempre stretto il contatto con chi vive situazioni di violenza e porta avanti azioni di pressione istituzionale e denuncia delle violazioni dei Diritti Umani. L’obiettivo è elaborare una risposta nonviolenta che, proprio perché nasce dalla vita con le vittime, deve essere estremamente concreta. In una frase, “abitare il conflitto”. E questo si può fare solo vivendo con le persone, dando valore ai legami che si creano. Entrare in un conflitto vuol dire anche togliere un po’ del dolore che le persone stanno portando. 

Vivere con le persone crea comunità, crea relazioni e spazi più sicuri. Se un’alternativa alla guerra non parte dalla vita insieme a chi ne paga le conseguenze, a chi subisce la violenza in prima persona, difficilmente si potranno fermare i conflitti.  Perché la fine della guerra non arriverà da sola, ma solo se uniamo gli sforzi. 

Di cosa vi occupate nello specifico, sia all'estero che in Italia?

Le attività che portiamo avanti nelle zone di conflitto dove siamo presenti sono l’accompagnamento e la protezione dei civili più esposti alla violenza della guerra, attraverso la presenza internazionale e con azioni nonviolente concrete quali, ad esempio, l'interposizione e le scorte non armate.  Nella vita quotidiana, poi, emergono i bisogni più immediati delle persone, ai quali cerchiamo di dare risposte concrete direttamente o facendo da tramite presso altre ONG, istituzioni e realtà locali. Sul campo è molto importante il lavoro di documentazione, denuncia e advocacy, anche finalizzati alla promozione di soluzioni alternative per la risoluzione del conflitto a livello politico e istituzionale.

In Italia Operazione Colomba è impegnata soprattutto nel supporto e nel coordinamento delle presenze all’estero e in tutto ciò che ne consegue: formazione dei volontari, raccolta fondi, partecipazione ad incontri pubblici di presentazione e promozione delle attività.

C’è poi l’organizzazione di iniziative direttamente rivolte al territorio: interventi nelle scuole e nelle Università, azioni politiche (come quella per l'istituzione di un Corpo Civile di Pace o la partecipazione alla campagna nazionale per l’istituzione di un Ministero della Pace), la partecipazione e promozione di convegni, seminari, campagne pubbliche di approfondimento e sensibilizzazione sui temi della pace e della nonviolenza.

Una particolare attenzione, sia in Italia che all’estero, viene data all’informazione e alla comunicazione. Oltre al sito web, in cui sono raccolti i diari dei volontari dalle presenze, abbiamo canali social Facebook e Instagram, sia in italiano che in inglese. C’è poi l’attività di archivio fotografico e di produzione audiovisiva (anche con dei podcast). Diversi sono i contatti con giornalisti e a volte usciamo con comunicati dall’ufficio stampa della Comunità Papa Giovanni XXIII. 

Crediamo che l’informazione dal basso, attraverso la testimonianza diretta di chi quotidianamente vive nella guerra, sia uno strumento fondamentale di costruzione della Pace. La segreteria centrale di Operazione Colomba è a Rimini.

Normalmente dai fronti di guerra si scappa, voi da civili avete deciso di provare a viverci in modo nonviolento e non armato. Quali sono i fronti dove avete operato e quelli dove siete ancora presenti?

L'obiettivo principale di Operazione Colomba è quello di rimanere insieme alle vittime, di stare al loro fianco ed abitare i conflitti. Abbiamo iniziato nel ‘92 con la guerra nei Balcani, quindi la presenza in Bosnia e Serbia, poi la Croazia, l'Albania in vari momenti, in vari conflitti, ed il Kosovo. Abbiamo fatto esperienze medio/brevi, come a Timor Est, in Congo, in Cecenia, in Darfur, ed invece altri progetti hanno avuto più ampio respiro, come in Uganda, in Giorgia, in Palestina dove siamo presenti da più di vent'anni, e in Colombia. Più di recente abbiamo seguito tutto il tema della rotta balcanica con la presenza in Grecia e Libano-Siria ma anche in Cile al fianco del popolo Mapuche. Europa, Medio Oriente ed America Latina, attualmente siamo presenti in questi territori.

La vostra prima esperienza è legata alla storia dell'ex Yugoslavia con operazioni in Croazia, Bosnia Herzegovina e Yugoslavia tra il 1992 e il 1997, dove siete stati a fianco delle diverse popolazioni coinvolte nel conflitto. Cosa vi ha insegnato quella prima esperienza e come è cambiato il vostro modo di operare negli anni? 

L’esperienza ci ha insegnato molto, i primi viaggi sono stati una scoperta continua di cose che forse nemmeno immaginavamo possibili, anche perché partivamo spinti dal desiderio di poter fare qualcosa di importante, ma stavamo aprendo delle strade nuove e dunque c'erano anche tanti punti interrogativi. Sicuramente la prima scoperta è stata che nelle guerre si può entrare. Fino ad allora eravamo abituati a vederle da lontano o in televisione o sui giornali. Invece, checkpoint dopo checkpoint, potevamo entrare anche come civili e arrivare fino al cuore della guerra, sul fronte, dove bombardano.

La seconda scoperta poi, arrivati lì, è stata sicuramente quella di vedere che le vittime sono i civili, e tendenzialmente le persone che non possono scappare, quindi anziani, donne, bambini, persone con disabilità.  E questa seconda scoperta, soprattutto nella guerra nei Balcani, si è affiancata ad una terza scoperta cioè quella di vedere che le vittime erano su più fronti. In questo la guerra nei Balcani è stata molto chiara. In quei primi viaggi le persone che incontravamo ci raccontavano dei legami che c'erano, a volte anche famiglie che erano state costrette a separarsi a causa della guerra. Questa è stata dunque la terza scoperta: bisognava stare sui più fronti, accanto alle vittime civili, ma su più fronti. In alcuni casi facevamo proprio da punto di contatto e ponte di dialogo.

Il nostro modo di operare è iniziato con dei campi, delle presenze sporadiche che successivamente sono diventate presenze stabili.  Perché questo? Perché abbiamo visto che la presenza di civili internazionali a fianco delle vittime ha un senso profondo per l’umanità dell’azione (la condivisione della vita in mezzo alla guerra e la solidarietà concreta), ma anche un potenziale enorme per la trasformazione nonviolenta del conflitto.

Vivere con queste persone e prendere consapevolezza del ruolo che poteva avere una presenza internazionale, non armata e nonviolenta al loro fianco, ci ha portato a trasformare i campi in presenze stabili, a diventare quello che oggi possiamo definire un Corpo Nonviolento di Pace. Poi ogni conflitto ha le sue specificità e per questo motivo si interviene, da un punto di vista pratico, anche con azioni (che negli anni si sono affinate) di tipo diverso.Ma è evidente che, e questa è stata forse l’ennesima scoperta, ad un certo punto abbiamo capito il ruolo che una presenza come la nostra può avere in zone di conflitto.

I civili sono ancora e sempre i principali obiettivi militari?

Purtroppo i civili sono ancora e sempre i principali obiettivi militari. In diversi contesti, se non quasi tutti quelli di guerra che conosciamo, i civili vengono utilizzati, potremmo dire strumentalizzati, come prezzo politico del conflitto stesso. Abbiamo vari esempi in vari luoghi: a partire dal reclutamento forzato fino all'utilizzo della popolazione civile a favore o contro alcuni gruppi. A seconda di che tipo di conflitto stiamo parlando, se coinvolge più o meno attori armati legali o illegali, i civili vengono usati o uccisi come prezzo politico.

Nonostante questo, nonostante le gravi violazioni del diritto umanitario internazionale, nonostante i gravi crimini di guerra commessi contro la popolazione civile, si vive sempre più una certa indifferenza, si arriva ad una sorta di abitudine: che all'interno di un conflitto siano sempre i civili a costituire il maggior numero di vittime. Come se questa fosse la normalità, come se in questo orrendo circolo vizioso della guerra decisa dai potenti il prezzo sia proprio quello di strumentalizzare la popolazione civile e di usarla in mille forme, come ricatto politico, come posta politica, senza che ci sia nessun tipo di intervento degli organi competenti a difesa del diritto della popolazione civile.

Ho avuto occasione di sentire alcune testimonianze di vostri attivisti impegnati in Cisgiordania, uno di loro era lì in quel tragico 7 ottobre 2023. In cosa consiste e quanto è complesso il vostro intervento in quell'area e cosa è cambiato dopo il 7 ottobre?

Siamo in Cisgiordania da settembre 2004, quindi ormai siamo arrivati a 21 anni di presenza nell’area di Masafer Yatta – Colline a sud di Hebron, un’area rurale della Cisgiordania meridionale.

Ciò che abbiamo sempre fatto è accompagnare in modo nonviolento le persone palestinesi nelle loro attività quotidiane: andare a scuola, portare al pascolo le greggi di ovini, coltivare le proprie terre e raccogliere le olive. Con le nostre fotocamere e videocamere documentiamo tutto ciò che succede ogni giorno alle comunità palestinesi della zona e forniamo quei materiali foto e video a ONG, istituzioni internazionali, avvocati per i Diritti Umani, per testimoniare le violazioni contro i palestinesi della Masafer Yatta.

La situazione ha iniziato a peggiorare già dai tempi del COVID19, per una inevitabile assenza di internazionali, e anche di attivisti israeliani, insomma di qualcuno che filmasse e documentasse, e che rendesse note le politiche di espansione coloniale e di occupazione israeliana in Cisgiordania, in particolare nella zona dove siamo noi. Quindi negli ultimi anni in tutta l’area c’è stata un'espansione territoriale esponenziale delle colonie e degli avamposti israeliani.

Dall’insediamento dell'ultimo governo Netanyahu, con la componente di destra estrema, il potere politico e l'influenza dei coloni estremisti ha ancora più forza, ancora più rilevanza.

Dal 7 ottobre le cose sono precipitate. Quel giorno stesso i nostri tre volontari che erano presenti nell’area hanno assistito ad una reazione immediata dei coloni, che sono usciti armati “a caccia” di palestinesi e di internazionali, minacciando e addirittura sparando colpi diretti alle persone.

Da quel giorno l’espansione coloniale sta procedendo a ritmo ancora più sostenuto e violento, con aggressioni, omicidi, invasioni di villaggi e occupazione di terre.

Il Governo israeliano ha rifornito i coloni di ulteriori armi e di legittimazione ad usarle senza alcuna ripercussione, fino ad istituire delle vere e proprie milizie paramilitari, poi integrate nell’esercito. Questo ha garantito loro anche mezzi economici e materiali, col fine ultimo di aumentare l’espansione coloniale e l’annessione di sempre maggiori porzioni di terra palestinese.

Ormai quasi tutto il territorio delle colline a sud di Hebron è punteggiato di ulteriori avamposti coloniali illegali. Ci sono aggressioni ogni giorno solo nell'area dove siamo noi, e le stesse aggressioni oltre che più frequenti sono sempre più violente, tanto che interi villaggi sono stati sfollati e evacuati forzatamente.

I palestinesi non si spostano più dai loro villaggi, non portano più le greggi al pascolo, non coltivano i terreni, i bambini dei villaggi più isolati non vengono più scortati dall’esercito per raggiungere la scuola. Le richieste che ci vengono rivolte dalla popolazione sono quindi molto cambiate: non più accompagnare le persone nelle loro attività quotidiane, ma proteggerle con la nostra presenza (presidiare alcune zone più a rischio giorno e notte, accorrere durante le continue emergenze) e documentare tutto quello che accade.

Negli ultimi anni c'è stata anche una fortissima targetizzazione degli internazionali, attivisti e difensori dei Diritti Umani, con molti arresti ed espulsioni. D’altro canto fortunatamente Operazione Colomba non è sola; con noi ci sono anche gli attivisti di Mediterranea Saving Humans, ISM e altri gruppi internazionali e israeliani, come Ta’ayush, tutti impegnati nell’accendere una luce sulle violazioni dei Diritti Umani che subiscono i palestinesi.

Pace, interventi civili di pace, riconciliazione, perdono, riumanizzazione del nemico, interposizione nonviolenta e non armata... Oltre agli insegnamenti di don Oreste Benzi e ad un lessico comune, esiste un vostro specifico approccio teorico all'intervento umanitario nonviolento nei contesti bellici e quali sono le difficoltà e le principali criticità che incontrate nel tradurlo in azioni concrete?

Quando si parla di nonviolenza facciamo riferimento a quelle che sono state le figure fondamentali, i maestri, a iniziare da Gandhi e Martin Luther King, persone che hanno sempre proposto come azione diretta in qualunque tipo di conflitto quella della nonviolenza, della riconciliazione, del dialogo. Anche Operazione Colomba pone le basi su queste teorie di vita, di vita vera, della vita vissuta da questi personaggi e da tantissimi altri movimenti che hanno fatto la storia e dalle quali Operazione Colomba ha tratto i suoi principi chiave da seguire nell’attività di accompagnamento internazionale in area di conflitto.

In primo luogo vi è la condivisione diretta con le vittime, cercando in molti casi anche di aiutare in maniera concreta di fronte alle urgenze che si possono verificare. La protezione dei civili è il nostro obiettivo e per farlo abbiamo bisogno di essere presenti e nello stesso tempo neutrali, di poter monitorare come osservatori internazionali, ma soprattutto di fungere noi stessi da attori in quel contesto. Con la nostra presenza possiamo esigere una diminuzione della violenza e fungere da deterrente rispetto ai soprusi che in genere le popolazioni oppresse subiscono. Questo si può fare in diversi modi: attraverso l'advocacy, attraverso la denuncia (in maniera privata o pubblica), ma anche proprio tramite la presenza di interposizione fisica, attraverso l'accompagnamento. A seconda di che tipo di conflitto si tratta, se si è all’interno di campi profughi, se vi sono persone minacciate, si possono fare azioni di solidarietà, azioni di mediazione fra le parti, di dialogo, favorendo la costruzione di ponti fra quelli che magari un tempo erano nemici, fra minoranze che si ritrovano chiuse, isolate e stigmatizzate rispetto al contesto di conflitto che stanno vivendo.

In ogni caso si cerca di promuovere il dialogo, la riconciliazione, e questo è un lavoro che dipende dal luogo, dalla storia, dalla tipologia del conflitto. Il conflitto non è un vestito uguale per tutti, ma si modifica e si cambia, si adatta a delle situazioni politiche ed economiche che lo hanno generato. Le esigenze possono essere diverse e quindi anche le possibilità di interloquire fra le parti che non necessariamente sono solo due, ma a volte molteplici. Vi è un lavoro di sensibilizzazione, di portare la voce di chi a livello politico e a livello istituzionale non ce l’ha; il nostro agire non è solo attraverso la nonviolenza, che è la scelta principale, ma anche con l'attenzione all’equivicinanza fra le parti, ovvero l’opposto di un’equidistanza dall'ingiustizia. Valorizzando la partecipazione popolare siamo convinti che proprio la nonviolenza sia la forza decisiva, la forza creativa che permette l'accompagnamento, che permette di denunciare, che permette di essere presenti, di dare la possibilità di riconciliazione, di sanare le persone ferite, di ricostruire ponti. È vero che è necessaria l'equivicinanza, indipendentemente dalla religione, dalla cultura, della potenza politica, ma come Operazione Colomba scegliamo di vivere dalla parte che vive maggiormente l'ingiustizia, dalla parte che vive situazioni più gravi di scomodità, dalla parte delle vittime dirette di conflitti che possono avere diversa radice, diversa natura, anche se sappiamo che generalmente le ragioni sono sempre vincolate a motivi economici o politici di controllo territoriale. In questo modo non è mai stato difficile incontrare la gente, non è mai stato difficile trovare delle realtà che si erano già messe in marcia, come nel caso della Palestina o della Colombia, in un cammino non violento di riconciliazione. Spesso siamo al fianco di comunità, di persone che hanno già scelto una via pacifica, una via nonviolenta, che avevano già scelto di essere diversi rispetto ai loro oppressori. In particolare in questi casi non si trovano criticità nel voler vivere con loro o nel creare situazioni di accompagnamento e di vicinanza che abbiano questi principi di nonviolenza, di equivicinanza, di solidarietà, di partecipazione popolare etc. Più complicato risulta invece il riuscire ad essere ascoltati da quelle istituzioni, da quegli enti che dovrebbero essere deputati a difendere il diritto internazionale, a difendere la vita, a difendere la libertà di ciascun essere vivente.

Questo è il grande ostacolo. Abbiamo avuto esempi bellissimi nel corso della nostra storia, come le comunità siriane dei campi profughi in Libano, o la comunità di pace di San José de Apartadó in Colombia, con la loro proposta nonviolenta di resistenza e resilienza rispetto al conflitto armato. Ma anche tante altre realtà che accompagniamo dove non manca la creatività alla gente, non manca la voglia di risolvere in forma diversa i conflitti e di vivere in maniera diversa la vita in modo pacifico. Il problema più grande rimane quella di riuscire ad essere ascoltati, non trovare la coerenza e quel coraggio politico, quell'onestà di tante istituzioni, di tanti enti deputati alla protezione dei diritti, che spesso riempiono le pagine di report, di belle parole, ma che poi, come tristemente vediamo anche in questo ultimo anno, non riescono ad attuare reali azioni di pace, di riconciliazione, in difesa della popolazione civile innocente.

Perché, utilizzando le parole della storica Anna Bravo, il “sangue risparmiato” e molte esperienze di pace e riconciliazione non trovano oggi spazio nei media?

Probabilmente ci sono più motivazioni, una concausa di elementi che partono in primo luogo da un'economia di guerra che sostiene i conflitti e che ha bisogno di occupare spazi anche nel mondo della comunicazione per essere legittimata e alimentare i conflitti stessi... perché c'è chi ci guadagna e dunque c'è un rapporto tra la comunicazione, che diventa manipolazione, propaganda, e gli interessi che ci sono nelle guerre.

Poi forse la comunicazione di oggi, i social e l'informazione online, si basa anche sulla necessità di accalappiarsi un click, di inseguire un’informazione sensazionalistica, che va più alla pancia che al cuore.

E in tal senso una storia di riconciliazione, ad esempio, più lenta, più silenziosa, meno roboante, può probabilmente risultare meno interessante, meno attraente da un punto di vista della “vendita del prodotto comunicativo”.

È fondamentale però dire anche ci sono spazi e persone che fanno la differenza, uomini e donne che ci mettono la vita: penso a giornalisti che raccontano anche storie di “sangue risparmiato”, di pace, di incontro… ed è molto importante parlare di loro, perché sono persone che a volte rischiano anche la vita per dare voce alla speranza.

Non solo di guerre e conflitti vi state occupando, ma anche di “Emergenza confini” …

L’interesse per le questioni migratorie e di confine nasce molto tempo fa. Spesso capitava che i nostri volontari/e rientrati in Italia, volendo comunque rimanere in un ambito in qualche modo ricollegabile all’esperienza vissuta nei progetti all'estero, si occupassero di persone in movimento, che erano arrivate tramite la rotta balcanica o via mare, attraverso il Mediterraneo. Inoltre, molte delle persone che arrivano in Italia attraverso queste stesse rotte sono vittime dei conflitti, scappano da luoghi di guerra dove, in alcuni casi, Operazione Colomba ha una presenza, anche per questo ci siamo sentiti chiamati.

A inizio 2020, prima del Covid, ci si è interessati alla rotta balcanica e contemporaneamente abbiamo ricevuto diverse sollecitazioni dall'isola di Lesbo, che era allo stremo dopo l'incendio del campo di Moria; quindi si sono fatti diversi viaggi esplorativi, sia in Grecia che sulla rotta balcanica, fino a Trieste. Abbiamo deciso quindi di aprire una presenza sull’Isola di Lesbo, che si è protratta per un anno e mezzo. Successivamente, da circa 3 anni, la presenza si è spostata nella città di Atene.

Il progetto ad Atene monitora gli arrivi sulla terraferma rispetto alle isole, e prevede qualche viaggio periodico sull'isola di Lesbo nonché qualche viaggio esplorativo. Questo perché riteniamo fondamentale capire ciò che accade, perché la Grecia, purtroppo, è una specie di laboratorio delle politiche migratorie dell'Unione Europea. È ampiamente circondata in tutto il suo territorio marittimo da missioni di Frontex, l'agenzia europea che dovrebbe, in teoria, proteggere i confini dell'Unione Europea e in realtà ha trasformato l'Europa nella cosiddetta Fortress Europe.

E con Operazione Colomba, in questo, abbiamo fatto una scelta particolare, perché abbiamo deciso di non chiedere il riconoscimento per l'ingresso nei campi profughi governativi greci, per diverse ragioni. Innanzitutto per una presa di posizione politica per cui scegliamo di non avallare la politica del confinamento dentro i campi; in secondo luogo perché per una registrazione o un riconoscimento presso il Governo greco per entrare nei campi, è necessario fornire tutti i dati di volontari e volontarie e delle persone che incontriamo, anche dati che, secondo la nostra sensibilità, dovrebbero restare coperti dalla tutela della privacy.

In Grecia, volontari e volontarie di Operazione Colomba si occupano di primo supporto psicologico attraverso il quale accolgono i bisogni delle persone in movimento che incontrano. Sono inoltre impegnati in accompagnamenti sanitari, perché spesso un razzismo sistemico impedisce alle persone di essere curate degnamente come meritano e come è loro Diritto, e in accompagnamenti legali; in breve mettono in relazione i bisogni di queste persone con una rete di realtà che possano dare una risposta e garantire una tutela legale pro bono, per esempio, o un'operazione in ospedale, o un supporto psicologico.

Contemporaneamente continua la sua opera di denuncia delle violazioni dei Diritti Umani delle persone in movimentopresso diverse istituzioni greche e internazionali, e attraverso Report a carattere nazionale e internazionale.

Se fosse possibile racchiuderli in una descrizione, chi sono oggi i volontari nonviolenti di Operazione Colomba, che percorso seguono prima di “andare sul campo” e quanti sono stati in questi 33 anni?

Dal 1992 più di 3000 volontari/e hanno “abitato” più di 20 conflitti in Europa, Africa, Asia, America Latina. Oggi abbiamo sono 6 presenze attive: Palestina, Libano e Siria, Colombia, con le persone in movimento in Grecia, in Cile tra i Mapuche e in Ucraina.

Operazione Colomba è una proposta popolare, un progetto aperto a tutte e tutti (credenti e non) e non sono richiesti particolari requisiti curricolari. È invece imprescindibile la scelta per la nonviolenza, l’adesione piena alle attività proposte in zone di conflitto e l’attitudine a partecipare alla vita di gruppo. Ovviamente bisogna essere maggiorenni. È possibile partecipare alle presenze all'estero come volontari/e per brevi o lunghi periodi. I volontari e volontarie di “breve periodo” danno disponibilità a trascorrere da 1 a 3 mesi all'estero e a coinvolgersi in attività di sensibilizzazione, promozione e raccolta fondi in Italia, prima e dopo la partenza.
Prima di partire partecipano alla formazione di breve periodo, ne vengono organizzate 4 l’anno.
I volontari e le volontarie di “lungo periodo” danno una disponibilità a tempo pieno per diversi anni, con periodi all'estero e in Italia. È prevista una formazione più lunga rispetto a quella di breve, in cui vengono proposti anche momenti di condivisione e di vita di gruppo.
Alla formazione lunga si accede esclusivamente dopo aver fatto la formazione breve ed aver partecipato ad almeno un progetto all'estero.

La formazione ha una prima parte residenziale in presenza a Rimini e una seconda online.

La prima parte è fondamentale per conoscersi e capire se la proposta di Operazione Colomba può essere adatta alla persona. È molto concreta, attraverso simulazioni, studi caso, attività sulla gestione delle emozioni e prevede un coinvolgimento totale poiché durante i giorni in presenza si vive insieme, in una situazione logistica un po’ scomoda, in modo da sperimentare il più possibile la vita di gruppo e la condivisione diretta.

Oltre alla conoscenza della proposta di Operazione Colomba, la formazione, dà elementi di analisi nonviolenta dei conflitti e di teoria e spiritualità della nonviolenza. Vengono anche proposti training sull'intervento in zona di conflitto.

Nell’ultimo anno sono partiti una settantina di volontari e volontarie. Il 90% circa vengono da regioni del nord Italia. Poco più della metà ha meno di 30 anni, con una leggera prevalenza del genere femminile.

I tagli al mondo della solidarietà internazionale sono la cifra politica di questi ultimi anni. Assicurare la realizzazione dell’obiettivo dello 0,70% del reddito interno lordo per la solidarietà internazionale, quota in linea con gli obiettivi internazionalmente concordati dall’Italia, pensate possa diventare in futuro una realtà?

Quando sentiamo parlare di percentuali di PIL in questo momento, la prima cosa che ci viene in mente è la richiesta di innalzamento al 5% del PIL per la spesa militare entro il 2035.

Si partiva dal 2%, e dunque già un numero molto maggiore rispetto allo 0,70% per la solidarietà internazionale. Adesso la volontà di arrivare al 5% fa capire bene qual è l'idea che abbiamo di futuro, di come ci posizioniamo nel mondo, la visione del mondo e dei rapporti internazionali.

Per portare le spese militari al 5% del PIL, è evidente che sarà necessario tagliare da qualche parte… è triste ma anche facile presupporre che la voce “solidarietà internazionale”, che già prima era rilegata ad un ruolo “marginale” di questo quadro generale (nemmeno la cornice, forse il gancetto), sarà vittima di questi tagli.

Questo lo vediamo tutti i giorni, ad esempio, quando ci troviamo a cercare dei finanziamenti per le attività che svolgiamo.

Inoltre bisogna anche stabilire bene cosa intendiamo per “solidarietà internazionale”, perché siamo nell’epoca del washing anche dei termini (esp. missioni di pace...), dove si cambia spesso il senso alle parole: fra un po' all'interno della definizione “solidarietà internazionale”, potrebbero essere inserite attività che non hanno niente a che fare con quello che intendiamo noi!

(P.S. Tornando alla metafora del quadro: il gancetto è piccolo, sta dietro e non lo vede nessuno, ma occhio che se tolgono anche quello poi non sta più in piedi tutto il quadro!)

Grazie mille del vostro lavoro e della vostra disponibilità!

Alessandro Graziadei


 


 

sabato 15 novembre 2025

Eventi estremi e povertà

Si è aperta lunedì a Belém in Brasile la 30ª Conferenza delle Parti (COP30), in programma dal 10 al 21 novembre. La Conferenza delle Parti è il più grande evento globale per le discussioni e i negoziati sui cambiamenti climatici e la città brasiliana, scelta quest'anno nel cuore dell’Amazzonia, dovrebbe essere il teatro ideale per discutere di mitigazioni climatiche, multilateralismo, riduzione delle emissioni di gas serra e finalmente parlare anche delle strette connessioni tra clima, eventi estremi e povertà. Sì perché il nuovo rapporto "Sofferenze sovrapposte: povertà e pericoli climatici" pubblicato lo scorso mese dal Programma Onu per lo sviluppo (Undp) insieme all’Università di Oxford documenta come 8 persone su 10 che vivono in povertà multidimensionale (887 milioni su 1,1 miliardi a livello globale) siano oggi “Direttamente esposte a eventi meteo estremi come ondate di calore, inondazioni, siccità o inquinamento atmosferico”. Il rapporto sovrappone per la prima volta, utilizzando una elevatissima quantità di indicatori e dati, i pericoli climatici con quelli sulla povertà multidimensionale, rivelando un Mondo in cui la povertà non è “solo” un problema socioeconomico, ma un fenomeno profondamente interconnesso con le pressioni sull’ambiente. Tra coloro che vivono in povertà multidimensionale acuta, che include criticità nei campi della salute, dell'istruzione e della qualità di vita, ben 651 milioni di persone sopportano due o più pericoli climatici, mentre 309 milioni ne affrontano tre o quattro contemporaneamente.

Per Haoliang Xu, amministratore ad interim dell’Undp, “La nostra nuova ricerca mostra che, per affrontare la povertà globale e creare un mondo più stabile per tutti, dobbiamo affrontare i rischi climatici che mettono in pericolo quasi 900 milioni di persone povere. Quando i leader mondiali si incontreranno in Brasile per la Conferenza sul clima Cop30, i loro impegni nazionali dovranno rivitalizzare i progressi nello sviluppo, oggi stagnanti, che rischiano di lasciare indietro le persone più povere del mondo”. Le crisi ambientali si confermano dunque acceleratori di disuguaglianze e non solo nei Paesi a minor reddito, dove il numero assoluto di poveri colpiti dal problema è ovviamente maggiore. Sebbene il numero assoluto di persone povere nei Paesi a reddito medio-alto sia più basso in termini relativi, queste sono egualmente “Fortemente esposte ai pericoli climatici”. A quanto pare “Circa il 91,1% di loro (93 milioni di persone) affronta almeno un pericolo climatico. L’inquinamento atmosferico e le inondazioni rappresentano le minacce più diffuse: rispettivamente, il 63,0% (64 milioni) e il 47,4% (48 milioni) delle persone povere ne sono colpite. Si osservano schemi simili in relazione ai livelli di sviluppo umano. Nei Paesi con sviluppo umano basso o medio, il 77,8% di tutte le persone povere (792 milioni) è esposto ad almeno uno dei quattro pericoli climatici. Nei Paesi con sviluppo umano elevato, circa l’88,2% di tutte le persone povere (94 milioni) subisce un’esposizione di questo tipo”. Nel dettaglio, i pericoli più diffusi che colpiscono le persone povere a livello globale sono le ondate di calore (608 milioni) e l’inquinamento atmosferico (577 milioni), mentre le regioni soggette a inondazioni ospitano 465 milioni di poveri, e le aree colpite dalla siccità altri 207 milioni.

Quindi, quando è il cambiamento climatico ad uccidere o mettere a repentaglio la vita è grazie ad una forbice delle disuguaglianze sociali ed economiche ormai fuori controllo, anche in Europa. Pensate che il patrimonio complessivo dei miliardari dell'Unione europea è aumentato di 405 miliardi di euro in soli sei mesi del 2025, l'equivalente di oltre due miliardi di euro al giorno. Un dato che sembra incredibile, ma che è stato certificato dagli analisti che hanno lavorato al nuovo rapporto di Oxfam "Un'agenda europea per tassare i super ricchi", pubblicato anche questo ad inizio ottobre. “L'Europa sta sfornando miliardari a un ritmo record, mentre milioni di europei faticano ad arrivare a fine mese. Questa disuguaglianza non è casuale, è intenzionale” ha dichiarato Chiara Putaturo, esperta fiscale di Oxfam per l'Unione. “Oggi l'Ue conta 487 miliardari, 39 in più rispetto al 2024; solo nell'ultimo anno, in media, è nato un nuovo miliardario ogni 9 giorni nell'Unione e nel complesso, i 3.600 europei più ricchi (lo 0,001% della popolazione) detengono oggi la stessa ricchezza dei 181 milioni più poveri, ovvero l'equivalente delle popolazioni di Germania, Italia e Spagna messe insieme”. Il rapporto mostra come decenni di politiche fiscali siano state costruite per favorire i super-ricchi, a discapito della gente comune. Dagli anni '80, i governi dell'Ue hanno ridotto le tasse per i super-ricchi e le aziende, aumentando invece le imposte pagate principalmente dai cittadini europei comuni, come le imposte sui salari e sui consumi. Il risultato è che oggi 8 euro su 10 di entrate fiscali nell'Unione provengono da imposte pagate principalmente dai cittadini europei. L'imposta sul reddito delle società, ovvero l'imposta che le aziende pagano sui loro utili, rappresenta solo il 9%, mentre le imposte sul patrimonio solo lo 0,4%. Così, mentre la ricchezza è esplosa nelle mani di pochi privati, i governi europei sono diventati più poveri. Di fatto “La torta è diventata più grande, ma la fetta del governo si è ridotta, lasciando meno fondi per scuole e ospedali e accumulando debiti sulle generazioni future mentre una maggiore quantità finisce nelle mani dei super-ricchi. La ricchezza non sta gocciolando verso il basso, ma sta esplodendo verso l'alto” ha concluso la Putaturo.

Che fare? Secondo Oxfam, "Un'imposta patrimoniale a livello europeo fino al 5% per milionari e miliardari potrebbe generare 286,5 miliardi di euro all'anno, da poter impiegare per servizi pubblici e investire nella transizione ecologica". Un tema sempre troppo poco dibattuto anche nel Belpaese, dove sembra bolscevismo parlare di una patrimoniale per i grandi capitali. Eppure secondo una recente e dettagliata analisi di Word Inequality Lab “In Italia il 7% più ricco ha un'aliquota fiscale effettiva media del 32,5% sul proprio reddito, rispetto al 50% della persona a medio reddito”. Quindi, nonostante l’articolo 53 della nostra  Costituzione ci ricordi che “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”, in realtà il sistema fiscale italiano è regressivo e se fosse applicata una patrimoniale anche solo all’1% più ricco (cioè a chi possiede almeno 1,7 milioni di euro di patrimonio) si otterrebbe un gettito addizionale di circa 30 miliardi di euro. Soldi utili per finanziare una reale politica basata sulla sostenibilità, la coesione sociale e la salute di tutti, ricchi e poveri. È chiedere troppo? Al momento pare di sì, e purtroppo questo vale per i governi di qualsiasi colore.

Alessandro Graziadei

 

sabato 8 novembre 2025

Le foreste europee catturano poca anidride carbonica

 

Tra il 1990 e il 2022 le foreste europee hanno assorbito circa il 10% delle emissioni di carbonio legate alle attività umane, attraverso un processo noto come carbon sink (serbatoio di carbonio) e fondamentale per la riduzione della CO₂ atmosferica. Per guidare l’Europa verso la neutralità climatica, dunque, sarà sempre più importante tutelare e ampliare il nostro comune patrimonio di risorse forestali, che oggi rappresentano 40% del territorio dell’Unione Europea. Purtroppo, secondo lo studio pubblicato a fine luglio su Nature e dal titolo “Securing the forest carbon sink for the European Union's climate ambition”, molte evidenze scientifiche segnalano una riduzione di questo meccanismo naturale: “Le foreste europee stanno catturando meno anidride carbonica, un fenomeno che potrebbe compromettere gli obiettivi climatici fissati dall’Unione europea e che richiede interventi urgenti per invertire la tendenza”. Lo studio, coordinato dal Joint Research Centre dell’Unione, di cui è coautore Giovanni Forzieri, professore in Sviluppo sostenibile e cambiamenti climatici presso il Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale dell'Università di Firenze ha analizzato il declino del carbon sink forestale, identificandone le cause e delineando le priorità di ricerca per migliorare il monitoraggio e la modellazione delle foreste. 

Per Forzieri “I dati più recenti dell’Agenzia Europea dell’Ambiente indicano che il carbon sink forestale medio tra il 2020 e il 2022 è diminuito di circa il 27% rispetto al periodo 2010-2014”. Le previsioni per questo 2025 mostrano un quadro ancora più preoccupante, che rischia di allontanare l’Unione dal traguardo di 42 milioni di tonnellate di CO₂ equivalenti di rimozioni nette aggiuntive entro il 2030, stabilito dal Regolamento 2018/841 sull’uso e il cambiamento di uso del suolo e la silvicoltura. “Il fenomeno - ha spiegato sempre Forzieri - è dovuto a diversi fattori: l’aumento dei prelievi di legname, la maggiore frequenza di ondate di calore e siccità dovute ai cambiamenti climatici, oltre all’intensificarsi di incendi, tempeste e infestazioni di insetti. Tutti questi elementi riducono la crescita degli alberi, ne aumentano la mortalità e mettono sotto stress le foreste europee”. Che fare? Per affrontare il problema, lo studio propone di agire su più fronti, ma principalmente occorre ridurre le emissioni di gas serra, ripensare i regimi di taglio e promuovere una gestione forestale che renda i boschi più resilienti agli eventi estremi e alle nuove condizioni climatiche. Come? Occorre investire in strumenti di monitoraggio più tempestivi e capaci di estrapolare dati affidabili sulla salute delle foreste e sui flussi di carbonio, misurazioni indispensabili per poi definire politiche efficaci e azioni pratiche in grado di ripristinare il serbatoio di carbonio e rafforzare la capacità di adattamento delle foreste. 

Secondo gli autori dello studio è fondamentale anticipare le possibili conseguenze negative delle soluzioni basate sulla natura. Ad esempio, vanno analizzati i possibili rischi, per i cicli idrici locali, collegati alla piantumazione di alberi su aree che in origine erano praterie, campi o zone aride, trasformandole così in aree forestali. Vanno inoltre integrati i modelli di crescita forestale con quelli socio-economici per comprendere come i prodotti derivati dalla raccolta influiscano sul bilancio del carbonio. In questo contesto regolamenti aggiornati, incentivi alle pratiche sostenibili e una forte integrazione tra politiche climatiche e ambientali rappresentano le leve fondamentali per invertire la rotta. “Le foreste d’Europa possono ancora costituire un pilastro della neutralità climatica - ha concluso Forzieri - ma il tempo per agire si sta riducendo. Dobbiamo farlo adesso”, perché una gestione forestale più attenta, accompagnata da strumenti di osservazione avanzati, è fondamentale per comprendere meglio la capacità di assorbimento del carbonio, aumentare la resilienza degli ecosistemi e orientare politiche efficaci per proteggere questa risorsa vitale che in Europa si sta sensibilmente riducendo anche a causa degli incendi boschivi. 

Secondo un approfondito documento realizzato sempre lo scorso luglio da Wwf, Birdlife e Lipu proprio “Gli incendi boschivi sono una preoccupazione crescente in Europa, in particolare quella meridionale: la sola lotta antincendio non è più sufficiente per affrontare il problema. I Paesi europei interessati dovrebbero quindi adottare un approccio olistico che integri la lotta antincendio con la prevenzione degli incendi catastrofici, attraverso pianificazione e gestione intelligenti del territorio che riducano il rischio di incendi, ottenendo al contempo vantaggi per la biodiversità e tutti i servizi ecosistemici”. Nel report viene sottolineato che oltre il 95% degli incendi boschivi in Europa sono causati direttamente o indirettamente da attività umane e per questo nell’affrontare il problema degli incendi “È ormai necessario un approccio alla prevenzione integrato alla pianificazione del territorio che si adatti alle specificità locali e regionali, adottando interventi di prevenzione su misura all'ecosistema”. I numerosi incendi sviluppatisi nei mesi estivi, che hanno provocato numerose vittime e che si sono verificati tra Portogallo e Turchia, passando per la Spagna, la Grecia, Cipro e il sud Italia, in particolare in Calabria, Sardegna, Puglia e Sicilia, provocando inestimabili danni ambientali a Caulonia (RC), Lago Salso (FG), Villasimius (CA) e Riserva dello Zingaro (TP), dovrebbero essere un serio monito per i decisori politici! 

Per questo le tre ong hanno invitato i governi europei a passare da un approccio focalizzato sulla gestione dell'emergenza a un approccio proattivo basato sulla prevenzione e gestione del territorio. Per le associazioni ambientaliste che hanno redatto il report l'Europa è ormai in piena crisi climatica, e sta per questo registrando un forte aumento della frequenza, dell'intensità e dell’estensione degli incendi boschivi. Solo negli ultimi due anni è andato in fumo oltre mezzo milione di ettari e questa estate, in Europa sono andati in fumo 1 milione di ettari di foresta. Questi incendi ogni anno rilasciano in atmosfera una quantità di carbonio pari a quella prodotta dall'intero settore dell'aviazione globale in quattro mesi, e causano una perdita economica stimata tra i 13 e i 21 miliardi di euro, una cifra che sarebbe sufficiente a ripristinare completamente ogni anno una superficie forestale vasta quasi quanto la Slovenia. Per Riccardo Gambini, responsabile delle politiche forestali e bioenergetiche di BirdLife, “La strategia europea in materia di incendi boschivi sta fallendo perché continua a investire denaro nella soppressione degli incendi invece di affrontare le cause alla radice. Le soluzioni basate sulla natura, come il ripristino degli ecosistemi e la gestione del territorio attenta al rischio di incendio boschivo, devono passare da marginali a tradizionali. I finanziamenti pubblici devono essere reindirizzati verso azioni preventive comprovate che rafforzino la resilienza sia del clima che del territorio”. Solo con gli investimenti giusti l'Europa può creare ecosistemi più sicuri e più resilienti in grado di sostenere sia la natura che le sue comunità. Lo farà?

Alessandro Graziadei

sabato 25 ottobre 2025

Rinnovabili VS nucleare

 

Nel 2023 i nuovi investimenti nelle energie rinnovabili hanno raggiunto quota 623 miliardi di dollari. Quelli dedicati all’energia atomica sono stati di circa 32,7 miliardi di dollari. Come mai? Perché già nel 2023 le energie rinnovabili totali hanno raggiunto i 3,9 TW di capacità installata (di cui 1,4 TW solo di fotovoltaico) coprendo circa il 43% di quella elettrica globale. Merito soprattutto dello sviluppo di eolico e fotovoltaico con i loro 460 GW aggiuntivi rispetto al 2022. Nel contempo la capacità nucleare operativa del 2023 è rimasta relativamente stabile, aumentando in modo quasi insignificante da 350 GW a 364 GW. Un anno fa il World Nuclear Industry Status Report 2024, il rapporto sullo Stato dell’industria nucleare 2024, redatto annualmente da un nutrito gruppo di esperti internazionali, confermava questo trend sostenendo che “L’energia nucleare affronta una crescente minaccia competitiva da parte delle energie rinnovabili, con il costo livellato dell’energia (LCOE) sia per l’eolico che per il fotovoltaico su scala di pubblica utilità ora ben al di sotto di quello dei nuovi reattori”

Il documento, che offre un quadro del settore tracciandone i principali sviluppi in termini di tecnologie, produzione e nuova capacità sia a livello mondiale che nazionale, riporta al suo interno uno speciale capitolo di approfondimento dedicato alla comparazione tra energia dell’atomo e fonti rinnovabili. Quello che emerge da questo focus è che “Le green energy superano costantemente il nucleare in termini di costi e velocità di implementazione” tanto che ormai “Sono preferite all’energia nucleare nella maggior parte dei Paesi”. Dal 2009 al 2024, il costo medio dell'energia elettrica per il fotovoltaico è sceso da 359 a 61 dollari per MWh. Quello dell’eolico a terra è passato da 135 a 50 dollari per MWh. Al contrario, l’LCOE del nucleare è aumentato nello stesso periodo da 123 a 182 dollari per MWh al punto da renderla “la fonte di energia su scala utility più costosa”. Questo significa che in un mondo dove gli interessi fossero guidati da principi di buon senso e sostenibilità, la finanza e la politica dovrebbero dedicare alle rinnovabili maggiore attenzione, con volumi di investimento in crescita, visto che oggi la capacità installata delle rinnovabili fa ombra ai reattori e “Il solo parco fotovoltaico mondiale supera la capacità nucleare in esercizio di circa quattro volte”.

Anche secondo il rapporto Global Nuclear Power Trackerpubblicato quest'anno dalla Global Energy Monitor, il nucleare, energia non rinnovabile ma a lungo considerata strategica per ridurre le emissioni climalteranti, si trova oggi in difficoltà a competere con la rapidità di crescita delle energie rinnovabili. L’energia atomica, infatti, paga il peso di infrastrutture sempre più vecchie, di nuove tecnologie ancora lontane dal concretizzarsi, del problema della sicurezza e della gestione delle scorie e dei costi di costruzione decisamente fuori scala rispetto alle alternative rinnovabili. I numeri messi in fila da questo nuovo rapporto non lasciano dubbi e la situazione europea appare ancora più chiara: “Nel Vecchio Continente sono andati persi 122 GW di capacità nucleare pianificata, più di quanto qualunque singolo Paese oggi abbia in esercizio. A questo bilancio vanno aggiunti 68 GW di reattori già ritirati e un parco impianti che invecchia rapidamente: il 90% delle centrali ancora in funzione ha più di 35 anni, un fattore che apre il tema della sicurezza, degli elevati costi di manutenzione e delle difficoltà a programmare una sostituzione credibile in tempi utili per gli obiettivi climatici”. Le rinnovabili europee oggi contano su oltre 600 GW di progetti eolici e solari su scala industriale in fase di pre-costruzione o già in costruzione, un volume quattordici volte superiore a quello del nucleare nello stesso stadio di sviluppo. Inoltre, “La gran parte di questa nuova capacità sarà operativa molto prima dei reattori in cantiere: per solare ed eolico i tempi medi di realizzazione variano da uno a quattro anni, contro i dieci o più richiesti per una centrale nucleare”.

Si tratta di un dato importante, perché questo evidente divario temporale nello sviluppo delle due diverse fonti energetiche è fondamentale se vogliamo provare ad arrestare il cambiamento climatico. Il tempo che ci rimane per limitare l’aumento delle temperature globali entro la soglia di 1,5-2°C è poco, anzi pochissimo (sempre se siamo ancora in tempo). In questo contesto, il nucleare appare poco adatto a contribuire in modo decisivo alla transizione energetica visto i cicli di costruzione troppo lunghi e l’alto rischio di cancellazione dei progetti, che rendono l’atomo una tecnologia nell'immediato decisamente meno efficace per garantire la rapida riduzione delle emissioni. Per Joe Bernardi, Project Manager del Global Nuclear Power Tracker, “Il nucleare resta indietro rispetto all’eolico e al solare in termini di costi, tempi di costruzione e crescita del mercato”. L’esempio di Hinkley Point C nel Regno Unito, con i suoi 5 anni di ritardo e ancora decisamente lontano dal completamento nonostante i miliardi spesi, certifica la lentezza tipica di questi progetti visto che “Ritardi simili si sono registrati in Francia e in Finlandia, rafforzando un trend che sembra strutturale”. 

Non dovrebbero esserci dubbi, quindi, su quale delle due soluzioni energetiche rappresenti il futuro. Se il nucleare rimane una fonte a basse emissioni capace di garantire continuità di produzione, nell’attuale contesto economico e di emergenza climatica, dovrebbero essere le rinnovabili a trainare la decarbonizzazione. Il messaggio del Global Energy Monitor è chiaro: “Il nucleare non è escluso dal futuro energetico, ma il suo contributo rischia di essere molto marginale, quasi nullo, nei tempi critici della transizione”.

Alessandro Graziadei